In attesa della revoca, “avviata” a Palazzo Chigi, della concessione alla società delle Autostrade per l’Italia dopo il crollo del viadotto Morandi a Genova, e del lungo contenzioso amministrativo e giudiziario che ne accompagnerà e seguirà il percorso, il tribunale del Fatto Quotidiano ha emesso con un fotomontaggio la sentenza mediatica e politica sottintesa alla linea assunta dal governo.
Se non direttamente, per loro fortuna, dovrebbero sentirsi indirettamente responsabili del crollo e delle sue vittime, da sinistra a destra nella locandina del Fatto, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Enrico Letta. Graziano Delrio e Matteo Renzi. Che nell’arco di 19 anni guidando i loro governi o partecipandovi, come nel caso dell’ex ministro delle Infrastrutture Delrio, avrebbero “regalato miliardi” di lire e poi di euro a Luciano Benetton e agli altri privati che hanno gestito le autostrade badando più agli utili che alla loro manutenzione, più ai caselli che ai ponti e viadotti. Sarebbe di costoro, chissà perché con l’esclusione di Mario Monti dalla galleria dei mostri, la responsabilità politica della tragedia di Genova. Sarebbero stati loro, e i partiti o le coalizioni che avevano alle spalle, a permettere con proroghe e quant’altro, a volte approvate furtivamente di notte, nella distrazione o sonnolenza generale, tra le pieghe di qualche decreto di natura diversa, a consentire l’allegra ma infine funesta gestione delle autostrade italiane.
Il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio -che di suo ha aggiunto a Renzi l’accusa di avere ricevuto finanziamenti elettorali o d’altro tipo da Luciano Benedetton, rimediandosi per ora l’accusa di “tecnicamente bugiardo”, forse in attesa di qualche denuncia dal percorso impervio per l’immunità parlamentare ancora spettante al capo del movimento 5 Stelle- avrebbe tutti i motivi per incorniciare la locandina-sentenza del giornale di Marco Travaglio e appenderla in tutti gli uffici di governo a sua disposizione. O di portarsela appresso nelle piazze dove tiene comizi o lancia proclami davanti a cineprese, telecamere e microfoni giurando contro i predecessori politici vendetta, grandissima vendetta. E questo con la solidarietà, o almeno col dichiarato consenso, del suo omologo della Lega Matteo Salvini, generosamente assolto dal quasi reato di partecipazione diretta, e neppure di associazione esterna, alle malefatte dei governi di Berlusconi. Dove i leghisti si sono sempre ritrovati, e in posti non di seconda o terza fila.
La convergenza fra Di Maio e Salvini, pur in bilico sul vuoto, come li ha disegnati nella sua vignetta sul Corriere della Sera l’impietoso Emilio Giannelli mettendoli sulle estremità dei tratti residui del viadotto crollato, è forse l’aspetto più paradossale del quadro politico uscito dalle urne del 4 marzo scorso. E sopravvissuto sino ad ora a tutte le tensioni, visibili o sommerse, seguite con e alla formazione del governo gialloverde. I tiranti della loro alleanza stanno avendo più fortuna di quelli del ponte crollato.
A interrompere questa pur acrobatica convivenza non sarà sicuramente la divergenza attribuita nelle ultime ore ai due vice presidenti del Consiglio sulla scelta del commissario straordinario che il governo si accinge a nominare per la gestione dell’emergenza creatasi a Genova.
Proposta e praticamente prenotata dal governatore Giovanni Toti, che guida la Liguria con una giunta di centrodestra e conta quindi anche sull’appoggio di Salvini, sperando di non fare la fine del mancato presidente della Rai Marcello Foa, la carica di commissario straordinario per l’emergenza ligure ha altri destinatari nella testa e nel cuore del vice presidente grillino del Consiglio. E ciò anche se a Genova, in verità, i grillini non si sono mostrati molto sagaci proprio sul tema del viadotto Morandi, scommettendo nel 2013 sulla sua durata secolare, liquidando come “favoletta” la paura di un suo crollo e vedendo nelle cosiddette grondaie progettate come alternative o supporti al ponte controverso la solita occasione cercata dagli altrettanto soliti aspiranti alla corruzione.
C’è chi, condizionato dalla politica che serve di giorno e di notte, al mare e in montagna, indossando i panni di leader di partito o di esponente di governo, o rimanendo a torso nudo fra un cambio d’abito e l’altro, ha reagito alla tragedia di Genova, dove è crollato in pieno giorno un viadotto autostradale provocando non si sa ancora di preciso, mentre scrivo, quanti morti e feriti, se l’è presa con l’Europa e i suoi vincoli. Che impedirebbero la manutenzione delle nostre cosiddette infrastrutture. Mi riferisco naturalmente a Matteo Salvini, leader della Lega in grande crescita elettorale, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.
o sardo, un particolarmente disinvolto Flavio Briatore. Che è ancora convinto della utilità della combinazione governativa gialloverde e ha consigliato al Cavaliere di avere più fiducia nell’alleato prestato ai grillini dopo le elezioni del 4 marzo, cioè Matteo Salvini. E ciò anche perché dentro Forza Italia le persone, nonostante l’arrivo come vice presidente di Antonio Taiani, “sono sempre le stesse” per permettere al Cavaliere chissà quali cambiamenti, e rotture vere con la Lega, o sinergie -che pure Briatore vedrebbe ancora bene- con Matteo Renzi.
Su questo versante, a dire la verità, Di Maio è stato più apodittico che concreto, per cui si è un po’ meritata, sulla prima pagina dello stesso Corriere della Sera, la vignetta di Emilio Giannelli che scherza sui rapporti fra il presidente del Consiglio Conte, i suoi due vice presidenti e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che è un po’ l’incubo degli altri tre.
Non stupisce pertanto che sul maggiore giornale italiano, il Corriere della Sera, Antonio Polito abbia scritto come editoriale un necrologio del centrodestra, liquidato come un’alleanza “senza futuro”, anche nel caso in cui Salvini dovesse riuscire ad assumerne la guida a tutti gli effetti, ammesso e non concesso che il leader leghista tenga ancora a quel nome: cosa della quale personalmente dubito molto. Sospetto piuttosto che Salvini, svuotato il centrodestra e convinto che sia finito anche il centrosinistra, accarezzi il progetto -o sogno, si vedrà- di un’Italia politica nuovamente bipolare, in cui la partita finale sarà giocata fra lui e Luigi Di Maio, o chiunque Beppe Grillo e Davide Casaleggio decideranno al momento giusto di mettere al suo posto.
Non stupisce neppure che un uomo ormai disincantato e anziano come Eugenio Scalfari, abituatosi a scrivere della politica interna solo negli ultimi capoversi dei suoi appuntamenti domenicali con i lettori, ispirati all’Universo e all’aldilà, abbia già assegnato la vittoria finale della partitina italiana a Salvini confezionandogli i gradi e la divisa di un dittatore.