L’avventura surreale del comandante del pattugliatore bloccato con i migranti

            Spero che il capitano di fregata Massimo Kothmeir alla fine dell’avventura che sta vivendo nel porto di Catania, al comando del pattugliatore della Guardia Costiera bloccata dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni con 133 immigrati soccorsi in mare tra Malta e Lampedusa e con i 45 uomini del suo equipaggio, non debba parafrasare in qualche modo il mio amico e compianto Gustavo De Meo. Che era un deputato democristiano di Foggia arcinoto e arcisimpatico in Transatlantico e dintorni, alla Camera, per la quantità di barzellette che sfornava parlando anche di cose serie, anzi serissime.

            Legato all’allora presidente del Consiglio Aldo Moro, pugliese peraltro come lui, cercava sempre di assecondarlo prevedendone desideri, esigenze e quant’altro. Una volta, sottosegretario al Ministero della Difesa, sapendo che  Moro non conosceva le pur famosissime isole Tremiti, gli mise a disposizione nel porto di Manfredonia una fregata per portarvelo.

            Alla conclusione della prima crisi di governo successiva a quel viaggio il povero De Meo non si vide confermato nell’incarico, vittima dei soliti giochi fra le correnti dello scudocrociato, dove ministeri e sottosegretariati venivano distribuiti applicando le percentuali dei gruppi di appartenenza certificati via via da un manuale. Il cui ’autore, Massimiliano Cencelli, lo aggiornava ad ogni congresso della Dc, o ad ogni variazione avvertita quando si riuniva il Consiglio Nazionale.

            Il gruppo degli amici di Moro in occasione di quella crisi fu ritenuto sopravvalutato dai capi della corrente cui pure Moro apparteneva, quella dei dorotei, i cui dirigenti raccolti attorno al segretario del partito Mariano Rumor reclamarono, fra gli altri, il posto proprio di De Meo. Che Moro sacrificò senza neppure scrivergli due righe di spiegazioni e di rammarico, come invece ritenne di fare qualche tempo dopo con Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale presidente della Repubblica: moroteo pure lui e ministro uscente, allora, del Commercio Estero. Che ricevette una bella lettera di spiegazioni, elogi e ringraziamento scritta a mano dal presidente del Consiglio,  poi rivelatasi utile anche per vincere una causa per diffamazione contro il sociologo siciliano, e quindi conterraneo, Danilo Dolci molto attivo sul fronte antimafioso.

            Il povero De Meo, comunque compensato politicamente con altre destinazioni, la maggiore delle quali per importanza e durata fu quella di principale Questore della Camera, si divertì a tradurre la sua delusione in un biglietto scritto a mano a Moro e da lui stesso riferito ai giornalisti parlamentari che partecipavano alle sue conversazioni nei corridoi parlamentari e alla buvette di Montecitorio. “Caro Aldo, resto contento -diceva il biglietto- di averti offerto una fregata per visitare le Tremiti e prendo atto di essere stato ricambiato con una fregatura. Tuo ugualmente e sempre amico Gustavo”. Bellissimo. Poi verificai e Moro me ne diede conferma ridendone ancora di gusto, per nulla ferito. Egli sapeva che di De Meo poteva continuare a fidarsi. E infatti quando, dopo le elezioni politiche del 1968, i “dorotei” lo sfrattarono da Palazzo Chigi e Moro allestì una propria corrente chiamata senza alcuno sforzo di fantasia “amici dell’onorevole Moro”, il primo a aderirvi fu proprio Gustavo De Meo. Che consumò così anche la sua vendetta contro chi ne aveva imposto la sostituzione come sottosegretario alla Difesa.

            Ma torniamo al nostro, diciamo così, capitano di fregata e comandante del pattugliatore della Guardia Costiera Massimo Kothmeir, per il quale si stanno sprecando gli elogi di quanti salgono e scendono dalla sua nave per ispezionarne, visitarne e quant’altro il carico, contrapponendo la sua gentilezza, correttezza eccetera eccetera agli ordini “disumani”, secondo l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, ricevuti direttamente via facebok da Salvini. Che gli ha intimato di non cedere a sollecitazioni di nessun tipo contrarie ai suoi ordini, gli venissero pure dall’ammiraglio in persona.

            L’unico ordine che Salvini  permetterebbe all’ufficiale di subire, pur non essendo d’accordo, sarebbe quello del capo dello Stato e delle Forze Armate. Ma Sergio Mattarella ha deciso, almeno per ora, di starsene silenzioso alla finestra per non togliere le castagne dal fuoco al ministro dell’Interno, capace di ricavare dal proprio dissenso gridato ai quattro venti anche vantaggi elettorali, visti gli umori prevalenti nel Paese contro gli immigrati e, giustamente, contro l’Europa indisponibile a farsene carico collettivamente, o disponibile solo a parole.

            Il povero capitano-comandante, disciplinato a tutto, e di temperamento gioviale, si starà forse chiedendo che cosa davvero lo attenderà, o gli spetterà, a chiusura della vicenda surreale finitagli tra i piedi, o le mostrine, dopo avere collezionato tanti elogi da avversari e critici del governo in carica.

Mattarella manda a dire a Conte e a Salvini su migranti a Catania, e dintorni….

            C’è anche il presidente della Repubblica tra gli spettatori, a distanza, dello spettacolo in corso nel porto di Catania, dove si sprecano visite di ogni tipo al pattugliatore della Guardia Costiera da cui il ministro dell’Interno Salvini ha ordinato in diretta facebook al comandante Massimo Kothmeir di non lasciare scendere nessuno dei 133 migranti rimasti a bordo dopo lo sbarco dei 27 minori senza accompagnamento e quello appena ordinato di 17 adulti scoperti in condizioni di salute particolarmente precarie, di cui 11 donne.

            In una vacanza alla Maddalena, in Sardegna, già guastatagli dalla tragedia del crollo del viadotto Morandi a Genova, Sergio Mattarella ha deciso di  rendere pan per focaccia al piano di Salvini di tenere il punto in Sicilia, in Italia, in Europa e nel mondo intero, a spese sue.

           Mattarella si è convinto, non a torto, che il leader leghista si aspetti da lui, come con la stessa nave il mese scorso, ma a Trapani e con un altro carico di migranti, una telefonata di “persuasione”, intesa come ordine, al presidente del Consiglio per fargli disporre lo sbarco. Che consentirebbe un attimo dopo al ministro dell’Interno di rivendicare orgogliosamente il proprio dissenso, ricavare consenso popolare e scaricare l’eventuale impopolarità su Quirinale e Palazzo Chigi. Ma soprattutto sul Quirinale, perché anche i grillini potrebbero cavarsela dicendo che, una volta tanto, e per motivi magari di galateo istituzionale, il loro Conte ha dovuto fare l’esecutore di qualcosa di diverso dal famoso “contratto” di governo gialloverde.

            No. Questa volta, smentendo di fatto tutte le voci, indiscrezioni e quant’altro su chissà quali e quante telefonate già scambiate col presidente del Consiglio per attivarlo di nuovo, Mattarella ha deciso di non dare direttamente consigli e tanto meno ordini, per quanto la Costituzione gli affidi il comando delle Forze Armate, e quindi anche del povero, sfortunato comandante della nave della Guardia Costiera bloccata a Catania. Che è diventato, suo malgrado, il protagonista più stravagante di questa vicenda non più soltanto italiana.

            Con due soli bagni “chimici” a disposizione di più di duecento persone, compreso l’equipaggio, e con le mascherine imposte ai visitatori forse anche per questo, oltre che per numerosi casi di scabbia a bordo, l’ufficiale deve farsi in quattro, come si dice, tra gente che sale e scende dal suo pattugliatore: dal garante dei detenuti, senza virgolette, al deputato, dal senatore al consigliere regionale e allo stesso presidente dell’assemblea regionale siciliana, il forzista Gianfranco Miccichè. Che per protesta, fra l’altro, contro le stesse “mutandine” che le undici migranti bloccate a bordo indossano da più di dieci giorni, come se quelle degli uomini non meritassero la stessa comprensione, ha approfittato del primo microfono  a portata di voce per dare dello “stronzo” al vice presidente del Consiglio Salvini, oltre che ministro dell’Interno.

           disegno capitano.jpg Immagino l’imbarazzo in cui deve essersi sentito il comandante Kothmeir, comunque tanto orgoglioso delle sue operazioni in mare per soccorrere migranti a rischio di annegamento da avere recentemente innalzato a simbolo del suo profilo facebook il disegno, regalatogli per riconoscenza da un’associazione di volontari a Lampedusa, di una barca di disperati sollevata con le mani dall’acqua.

            Breda.jpgMa torniamo a Mattarella e alla sua scelta del silenzio, motivata con un messaggio in bottiglia, diciamo così, affidato al quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda. Che senza l’uso di condizionali e quant’altro adoperati di solito per cautelarsi da smentite o precisazioni, ha avvertito che al punto in cui sono arrivate le cose il capo dello Stato “si aspetta” che a “sbloccare” la situazione sia con decisione e piena autonomia il presidente del Consiglio, cui “compete la direzione politica dell’esecutivo”, cioè del governo. Ma che invece risulta stia pensando, mentre scrivo, solo a come reagire al rifiuto oppostoi sinora da Bruxelles alla richiesta italiana di una distribuzione dei migranti bloccati sulla nave a Catania fra più paesi dell’Unione Europea.

            In un altro passo del messaggio in bottiglia affidato al quirinalista del Corriere Mattarella ha fatto sapere di “non volere consentire a nessuno”, né al presidente del Consiglio né al ministro dell’Interno, né a grillini né a leghisti, di “utilizzare il suo nome”, eseguendone consigli  o ordini in dichiarato dissenso, “per lucrare dividendi elettorali”. E ciò non pensando necessariamente a una crisi e ad elezioni anticipate, vista la indisponibilità annunciata da Salvini a dimettersi, ma bastando e avanzando -ha ricordato in una parentesi Mario Breda- le elezioni della primavera dell’anno prossimo per il rinnovo del Parlamento Europeo: un’occasione buona a misurare la quantità dei consensi e, quindi la consistenza della forza politica degli attori in campo, al governo o all’opposizione.

Matteo Salvini ha “affinato” il suo piano: non le dimissioni e una crisi, ma peggio

            E’ stato paradossalmente ottimista chi ha visto, temuto o auspicato, secondo i gusti, il proposito di dimettersi e di provocare la crisi di governo dietro le sfide del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno a quanti sono tentati di intervenire, fra il Quirinale e Palazzo Chigi, per sbloccare a Catania, come a Trapani il mese scorso, i migranti bloccati sul pattugliatore della Guardia Costiera italiana Ubaldo Diciotti. Dove sono rimasti in 150, dopo lo sbarco di 27 minori senza accompagnamento autorizzato da Matteo Salvini, in diretta facebook, accogliendo le sollecitazioni giudiziarie, che sono però rimaste inevase per il resto, comprese 11 donne. Della cui posizione sanitariamente ed emotivamente molto critica, appena verificata di persona, si è fatta paladina sul molo di Catania  l’ex presidente della Camera Laura Boldrini gridando a Salvini, davanti a una telecamera de la 7: “Se è ancora un uomo le faccia sbarcare”.

            Salvini, che aveva ricordato il rovescio politico proprio della Boldrini per irridere la posizione critica assunta sul blocco del pattugliatore Diciotti anche dal presidente grillino della Camera Roberto Fico, ha messo a punto la sua strategia, o tattica, precisando che non si dimetterà se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da solo o su sollecitazione del capo dello Stato, consentirà lo sbarco dei migranti a dispetto degli ordini del Viminale.

            Ciò significa che la crisi politica immaginata o perseguita dal leader leghista è di quelle striscianti, sistemiche, ancora più dure delle dimissioni di un ministro dell’Interno e di una caduta del governo. E’ una crisi nella quale tutti rimangono al loro posto per cercare di logorare gli altri: Salvini prendendosi il merito -visti i sondaggi che continuano a premiarlo- della linea dura contro gli sbarchi e i grillini, col presidente del Consiglio stimolato o no -ripeto- da Sergio Mattarella, il demerito di un cedimento impopolare.

            I grillini, il cui imbarazzo è evidenziato dall’allontanamento dei fatti di Catania dal blog del loro movimento, e anche da quello personale del comico genovese, cercano di sottrarsi alla tenaglia del loro alleato  di governo condividendone gli attacchi all’Unione Europea. Cui risalirebbe la responsabilità del blocco del pattugliatore della Guardia Costiera per il rifiuto o il silenzio opposto alla richiesta di distribuirne il  carico umano fra più paesi.

            Il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio ha minacciato il rifiuto dell’Italia di pagare le quote annuali all’Unione, da lui indicate in 20 miliardi, che risultano peraltro ridotti a 6 in una intervista di Salvini al Corriere della Sera. Nella quale il leader leghista ha anche annunciato, dalla località trentina in cui è in vacanza, un incontro “nei prossimi giorni” a Milano col premier ungherese Viktor Orbàn sperando di ricavarne un grosso aiuto a cambiare le cose.

            Salvinipg.jpgIn verità, l’amico ungherese di Salvini è fra i più decisi nei paesi dell’ex blocco sovietico ora soci dell’Unione Europea a rifiutare l’assunzione di quote di immigrati. Ma Salvini, liquidato con epiteti pesantissimi da Massimo Cacciari proprio per i suoi assai curiosi interlocutori privilegiati in Europa in nome del sovranismo, ha chiarito di aspettarsi altro da Orbàn e simili: l’aiuto a cambiare le regole che impediscono, nel caso di Catania, di fare ripartire la  nave Diciotti in direzione della Libia per sbarcarvi i migranti soccorsi fra Malta e Lampedusa.

            Ma le regole che impediscono a Salvini in caso estremo di risolvere il problema in questo modo, ammesso e non concesso che egli trovi tutti gli interlocutori necessari ad aiutarlo nell’Unione, non sono solo di carattere e natura europea. Lo dimostra la protesta levatasi dall’Onu per gli “ostaggi” trattenuti a Catania da Salvini. Che probabilmente non saprà resistere alla tentazione di dichiarare guerra, per quanto fortunatamente a parole, anche alle Nazioni Unite contando sulla scarsa popolarità che esse si sono guadagnate da tempo nel mondo. Pertanto egli potrebbe trovare anche in questa offensiva aspetti utili ai suoi progetti politici ed elettorali in Italia.

 

 

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Claudio Petruccioli riapre lo scrigno del compromesso storico di Enrico Berlinguer

Delle numerose rievocazioni dell’agosto 1968, a cinquant’anni dalla fine della famosa primavera politica nell’allora Ccecoslovacchia, liquidata da Leonid Breznev col ripristino armato dell’ordine sovietico a Praga, la più solida e utile ad una lettura completa di quegli eventi, e dei loro effetti sulla sinistra italiana, è stata quella di Claudio Petruccioli a Carlo Fusi per Il Dubbio.

Lo scrivo non per amicizia verso gli autori, o per orgoglio o vanità di testata, ma per onestà professionale, avendo per la prima volta colto nel racconto e nell’analisi di un testimone comunista di quei fatti stimoli di riflessione in cui mi sono ritrovato, per giunta con spirito autocritico rispetto alle convinzioni che mi ero fatto seguendo negli anni Settanta, immediatamente successivi all’invasione sovietica della Cecoslovacchia, le vicende della politica italiana, e quelle della sinistra in particolare.

Non sono più convinto del tutto, per esempio, dopo il racconto e le riflessioni che Petruccioli ha maturato con una dichiarata ricerca negli “archivi”, oltre che nella propria memoria, che la prospettiva  berlingueriana del famoso “compromesso storico”, traducibile in parole povere nella ricerca di un’intesa  anche di governo tra la Dc e il Pci, fosse solo o principalmente in funzione antisocialista. E ciò anche se rimango persuaso, anzi ancor più dopo le riflessioni di Petruccioli, del carattere pretestuoso del richiamo di Berlinguer, a sostegno di quella prospettiva, all’epilogo drammatico dell’esperienza della sinistra al governo in Cile. Dove nel 1973, l’anno successivo all’elezione di Enrico Berlinguer alla segreteria del Pci, che di fatto guidava già da qualche anno affiancando Luigi Longo come vice, i militari cileni rovesciarono con la forza Salvatore Alliende bombardandone l’ufficio,  provocandone il suicidio, o ammazzandolo direttamente, e chiudendo col regime del generale Pinochet una fase di tensioni politiche e di paralisi del Cile.

Berlinguer.jpg Il segretario generale del Pci, pur essendo le situazioni politiche del Cile e dell’Italia molto diverse, ritenne di poterle in qualche modo assimilare sostenendo che neppure da noi una sinistra avrebbe potuto governare avendo contro mezzo Paese ancora raccolto attorno alla Dc, peraltro non ancora indebolita dalla sconfitta nel referendum del 1974 sul divorzio, e ai tradizionali alleati del campo moderato. Anche l’Italia insomma avrebbe potuto fare la fine del Cile, pur non esistendo da noi neppure l’ombra, francamente, di un generale Pinochet.

L’unico generale italiano al quale erano stati attribuiti, nell’estate del 1964, propositi paragolpistici, che peraltro procurarono condanne giudiziarie ai giornalisti che glieli avevano attribuiti, era stato Giovanni De Lorenzo, comandante generale dei Carabinieri e già capo dei servizi segreti. Che, in verità, si era limitato durante la crisi del primo governo organico di centrosinistra presieduto dal democristiano Aldo Moro a garantire al capo dello Stato Antonio Segni, democristiano pure lui, l’esistenza delle necessarie condizioni di sicurezza se si fossero verificati disordini in caso di formazione di un governo con l’esclusione dei socialisti.

Pietro Nenni, il leader del Psi che affiancava Moro a Palazzo Chigi come vice presidente del Consiglio, avvertì e annotò in quei giorni nei suoi diari gli ormai famosi “rumori di sciabole”. Da lì a temere dopo nove anni, nel 1973, e sull’onda dei fatti del lontanissimo Cile, che anche in Italia si sarebbe rischiato un colpo di Stato militare, o qualcosa di simile, col sostegno dei soliti americani in caso di vittoria della sola sinistra, francamente ce ne voleva. Ecco perché di fronte ai saggi sulla proposta del “compromesso storico” con la Dc affidati da Enrico Berlinguer al settimanale comunista Rinascita pensai che il segretario del Pci diffidasse a tal punto dei socialisti, allora peraltro neppure guidati dal poi temutissimo Bettino Craxi, da preferire come interlocutori privilegiati i democristiani.

Ebbene, anche Petruccioli ha notato, rovistando nella propria memoria e negli archivi, che sino ai fatti di Praga del 1968 i due argomenti prevalenti o unici di ogni riunione della direzione o altri organismi importanti del Pci erano stati sistematicamente i rapporti col comunismo internazionale e quelli col Psi al governo con la Dc nei governi di centrosinistra. Dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, pubblicamente deplorata dal Pci guidato da Luigi Longo “senza però mettere mai in discussione -ha osservato onestamente Petruccioli- i rapporti tra Pci e Pcus”, perché quella scelta di campo rimase irrinunciabile, il problema dei rapporti con i socialisti in Italia perse curiosamente interesse fra i comunisti, o calò sino a non lasciarne tracce, almeno di rilievo, negli archivi.

Eppure proprio nel 1968 si era registrato il sostanziale fiasco elettorale dell’unificazione fra socialisti e socialdemocratici, temuta sia dai comunisti sia dai democristiani. E il Psi, riconsumatasi nel 1969 la scissione con i socialdemocratici, era entrato in una grande crisi di prospettiva politica. Una crisi che si prolungò sino all’esaurimento del centrosinistra, con l’annuncio del segretario Francesco De Martino, tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, che mai più i socialisti sarebbero tornati al governo con i democristiani senza la partecipazione o l’appoggio dei comunisti.

Come mai in quelle condizioni, pur non così eplicitamente descritte da Petruccioli, cui è apparsa invece più significativa l’insufficiente o mancato sostegno dei comunisti alla candidatura di Aldo Moro al Quirinale alla fine del 1971, per cui finì eletto Giovanni Leone con una maggioranza di centrodestra, l’interesse del Pci verso il Psi calò o cadde del tutto? Il  sospetto di Claudio, che ha stimolato anche me, è che dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, più che dalla diffidenza o dal rancore verso i socialisti, che pure sarebbero stati conformi alla lunga e tormentata storia dei rapporti fra le due maggiori componenti storiche della sinistra mondiale, e non solo italiana, Berlinguer fosse preso dalla preoccupazione e dalla delusione per la condotta e la linea del partito comunista sovietico. Da cui le nuove generazioni del Pci si aspettavano, pur dopo gli errori compiuti a Praga, una capacità e volontà di evoluzione pari a quella avuta dagli americani di fronte al dramma del conflitto vietnamita. Dal quale gli Stati Uniti ebbero il coraggio di sganciarsi proprio dopo il 1968, l’anno dei grandi cambiamenti.

“Se le cose stanno così”, fa dire Claudio Petruccioli a Berlinguer nell’intervista a Carlo Fusi, se cioè l’Unione Sovietica rimane ferma sulle sue vecchie posizioni contando sulla incapacità dei partiti comunisti occidentali di non mettere davvero in discussione il campo di appartenenza internazionale, “l’autonomia del Pci tanto ricercata ma così difficile da ottenere può essere meglio sostenuta sulla scorta di un rapporto politico di governo con la Dc”. E ciò anche a costo di lasciarle compiere, senza crearle troppi problemi, l’errore di precludere il Quirinale a Moro.

Più che troppo inviso al Pci, insomma,  il Psi -mi è parso di capire dalle riflessioni di Petruccioli- sarebbe stato troppo debole nel contesto interno e internazionale per mettere al sicuro l’autonomia cui aspirava il partito delle Botteghe Oscure.

“E’ solo un’intuizione da verificare. Se fosse così -ha detto Petruccioli- l’ombra di quel 21 agosto di 50 anni fa”, quando i carri armati dei paesi del blocco sovietico costituito dal patto di Varsavia occuparono la Cecoslovacchia,  ”si allungherebbe su tutta la storia politica nazionale, non solo sui rapporti fra il Pci e Mosca.

Resta tuttavia a sostegno residuo dei mei dubbi o sospetti originari una circostanza lamentata a suo tempo nel dibattito all’interno al Pci da Giorgio Napolitano e dai suoi compagni “miglioristi”, la circostanza della sostanziale discriminazione dei socialisti voluta o permessa nell’estate del 1976, quando la prospettiva del compromesso storico si materializzò nella versione ridotta della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale.

Allora, avendo come sponde nella Dc Aldo Moro e Giulio Andreotti, il segretario del Pci arrivò prima all’astensione e poi alla fiducia parlamentare vera e propria, negoziata attorno a un programma, ad un governo monocolore democristiano. Non si trovò spazio per ministri anche di un Psi che pure aveva liquidato il governo bicolore Dc-Pri guidato da Aldo Moro, e provocato le elezioni anticipate, dicendo che mai sarebbe tornato a governare con i democristiani, come ho già ricordato, senza la partecipazione o l’appoggio dei comunisti.

Fu proprio il comportamento sostanzialmente discriminatorio verso i socialisti in quella stagione, unito al minimo storico da loro toccato nelle elezioni del 1976, a provocare la caduta della segreteria di Francesco De Martino e l’arrivo di Craxi alla guida del Psi, col dichiarato proposito “prima di sopravvivere e poi di filosofare”. E la filosofia si tradusse in una forte, inarrestabile spinta autonomistica che, unita alla tragedia del sequestro e dell’assassino di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse, avrebbe finito per liquidare anche la parentesi della “solidarietà nazionale” e restituire i comunisti all’opposizione.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Diventa un carcere galleggiante la nave militare Diciotti attraccata a Catania

             Dopo l’ispezione eseguita a bordo della nave Ubaldo Diciotti dal capo della Procura di Agrigento, per quanto attraccata al porto di Catania, dovrebbe essere bastato l’annuncio di una visita in arrivo anche da parte di un “garante dei detenuti” per indurre anche l’ascoltatore meno modesto per cultura e comprendonio a scambiare per un carcere galleggiante il pattugliatore d’altura della Guardia Costiera italiana. Che, imbarcati al largo di Lampedusa 190 migranti respinti col loro barcone da Malta, lungo la navigazione verso Catania ne aveva già mollati 13 per ragioni di pronto soccorso sanitario conservandone all’approdo etneo 177. Che sono scesi a 150 per lo sbarco concesso dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in persona, in diretta via facebook, a 27 minori non accompagnati ma rilasciati su ordine, o qualcosa di simile, della locale Procura minorile, appunto.

            Già raccontata in questi termini molto sommari, la nuova vicenda della nave Diciotti, già incorsa in un altro tormentone a Trapani risolto dal presidente del Consiglio su richiesta del presidente della Repubblica, e in difformità dalle disposizioni del ministro dell’Interno, lascia senza parole.

            Ma le anomalie, chiamiamole così, non finiscono qui, con una specie di carcere galleggiante, un accavallarsi di procure e l’ennesima attesa della disponibilità di qualche volenteroso governo europeo ad accollarsi una parte dei migranti, in una cerchia peraltro dalla quale sono esclusi in partenza quelli nei cui risguardi si considera più affine, per “sovranismo” e quant’altro, il partito guidato dallo stesso ministro dell’Interno italiano: La Lega.

            Salvini.jpgLe anomalie continuano con la sfida lanciata da Salvimi, sempre in diretta via facebook, alla Procura di Agrigento a mettere il suo nome e cognome al posto degli “ignoti” destinatari dell’indagine da essa avviata per sequestro di persona. E poi ancora con la sfida ai presidenti della Repubblica e del Consiglio a ripetere il bliz compiuto contro di lui a Trapani l’altra volta, ma mettendo forse nel conto adesso le sue dimissioni per protesta, e quindi una crisi di governo. L’ultima anomalia, ma non per importanza, è la sostanziale irrisione del presidente grillino della Camera Roberto Fico, invitato da Salvini a farsi i fatti suoi dopo avere chiesto pure lui lo sbarco dei migranti trattenuti sulla nave militare italiana nel porto di Catania, e meditare piuttosto sulla sfortuna politica che porta ormai il vertice di Montecitorio. Da dove sono caduti nella dissolvenza o quasi Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini e Laura Boldrini, accomunati dalla posizione critica assunta nei riguardi dei governi di turno, e dei relativi schieramenti che li avevano portati così in alto.

            La ciliegina, chiamiamola così, sulla torta confezionata e servita dal leader leghista ad avversari politici ma anche ad alleati di governo, visto peraltro che l’attracco della nave Diciotti a Catania era stato disposto o annunciato dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, in difformità dal ministro dell’Interno; la ciliegina sulla torta, dicevo, l’ha messa Il Fatto Quotidiano con una lunga ma -debbo riconoscere- non ingiustificata domanda posta in prima pagina sopra la stessa testata in rosso: “Mentre i pm alzano il tiro su Autostrade per il ponte crollato, Salvini dirotta l’attenzione sui migranti con l’inutile scontro di Catania: è una coincidenza ?”.

            Già, è una coincidenza? O, facendo alzare la temperatura politica sulla questione migratoria, che gli ha procurato il sorpasso elettorale su Forza Italia, poi l’accordo di governo con i grillini fra le proteste più formali che sentite del socio ormai di minoranza del centrodestra Silvio Berlusconi e infine lo sfondamento della quota 30 per cento nei sondaggi, Salvini è tentato dalla crisi ? Che in effetti gli risparmierebbe una rottura, estiva o autunnale, su temi meno vantaggiosi per lui come le autostrade gestite dalla famiglia Benetton, la loro nazionalizzazione, perseguita dai grillini ma contestata dai “governatori” regionali della Lega, il cosiddetto reddito di cittadinanza e altri ingredienti della legge di bilancio. Al cui varco il governo gialloverde è atteso in Europa, e forse ancor più nei mercati finanziari, dove basta uno starnuto di mister Spread per fare aumentare insopportabilmente il costo del nostro ingentissimo debito pubblico.

 

 

 

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Anche la Cassa Depositi e Prestiti viaggia… in autostrada

            In attesa dei tempi della giustizia penale, notoriamente e disgraziatamente troppo lunghi, come ha dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte decidendo di farne a meno per decidere che cosa fare di o con Autostrade, la società concessionaria del viadotto crollato a Genova, la commissione che vigila sulla Borsa ha cominciato ad occuparsi dei movimenti attorno ai titoli della capostipite Atlantia, ora controllata dalla famiglia Benedetton. Titoli che sono naturalmente crollati col viadotto, ma ancor più dopo la decisione del governo di avviare le procedure per la revoca della concessione, o come altro possa o debba chiamarsi, visto che non è chiaro neppure questo.

            Per ora sono uscite notizie solo su acquisti fatti da un professore non estraneo, diciamo così, alle autostrade e dalla moglie per qualche centinaio di migliaia di euro, che sulla carta avrebbero già garantito alla coppia guadagni per circa ventimila euro. Robetta, a quel livello. E neppure certa, perché dopo qualche cenno di ripresa il titolo potrà tornare a scendere, anzi a precipitare nel vuoto nell’incertezza crescente, e forse voluta, sui destini dell’operazione innescata da un governo dove peraltro le idee vanno confondendosi anch’esse, in un turbinio di ipotesi, di manovre e di polemiche. Che hanno finito per rimettere contromano sulle strade della politica le nazionalizzazioni, visti gli esiti delle privatizzazioni di moda alla fine degli anni Novanta.

            Proprio i contrasti esplosi all’interno del governo e dei partiti che lo compongono sul ritorno allo statalismo, a quando cioè piaceva che lo Stato producesse anche panettoni, caramelle e conserve, i soliti immancabili furbi hanno cominciato a pensare come aggirare gli ostacoli chiamando le cose in modo diverso. E così, per quanto contrastata o non condivisa addirittura dal ministro dell’Economia Giovanni Tria,  è spuntata fuori, con tanto di titoli e articoli su molti giornali, finanziari e politici, compreso Il Sole 24 Ore, l’ipotesi di una nazionalizzazione surrettizia, così così. Che ricorda un po’ la storia frequentemente raccontata dal compianto Enzo Biagi della giovane che si sentiva “un po’ incinta, poco poco”.

           Sole 24 ore.jpg I furbi, di cui si spera che vengono fuori  e presto i nomi e cognomi, con le sigle dei rispettivi partiti o correnti di appartenenza, vorrebbero che “intanto” entrasse in Atlantia, profittando dei titoli a buon mercato del dopo-crollo di Genova e delle procedure di revoca delle concessioni e quant’altro avviate dal governo, la Cassa Depositi e Prestiti. Che è una specie di tesoro dello Stato. E che si metterebbe a fare concorrenza al professore e alla moglie di cui si parlava all’inizio.

            L’alternativa alla Cassa Depositi e Prestiti per operazioni di borsa che ad occhio e croce sanno quanto meno di speculazione finanziaria, con risvolti che potrebbero avere anche aspetti penali, sarebbe l’Anas. La cui unificazione con le Ferrovie dello Stato, avviata dal precedente governo, è stata appena bloccata dal nuovo, in particolare dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli. E meno male, pensando al carrozzone che avrebbe potuto nascere unendo gestione e altro delle strade ordinarie, superstrade, autostrade e ferrovie.

Viaggiano in autostrada i progetti gialloverdi di nazionalizzazione

            Ciò che sta emergendo politicamente dalle polemiche sulla tragedia di Genova, dove è crollato quanto meno per incuria un viadotto autostradale “malato” da tempo provocando più di quaranta morti, appartiene alla serie delle bugie che hanno le gambe corte. O dei mali che non vengono tutti per nuocere, servendo a volte anche a smascherare verità scomode. Che nel nostro caso non sono soltanto quelle dei favori veri o presunti fatti da una lunga serie di governi, di centrodestra e di centrosinistra, alla famiglia Benetton e alle loro società che gestiscono buona parte delle autostrade italiane. Ora è anche chiaro, ancora più chiaro del trattamento certamente discutibile  riservato agli imprenditori trevigiani, il progetto statalista che unisce e al tempo stesso divide la maggioranza di governo grigioverde, nata per “cambiare” ma in realtà tentata dalla restaurazione di un sistema ripudiato con le privatizzazioni.

            Più che toglierle alla famiglia Benetton, senza aspettare “i tempi della giustizia”, come si è lasciato scappare il pur giurista -da curriculum- Giuseppe Conte, catapultato a Palazzo Chigi dall’aspirante grillino che non ce l’aveva fatta ad arrivarvi lui  direttamente, cioè Luigi Di Maio, sotto le 5 stelle vogliono assegnare la gestione delle autostrade allo Stato. E poiché lo Stato “ormai siamo noi”, come lo stesso Di Maio ha detto arrivando al governo e invitando i militanti stradali e digitali del suo movimento a smetterla di praticare l’opposizione, sarà il nuovo potere gialloverde a gestire autostrade e quant’altro, come forse l’Alitalia, la nuova Ilva e chissà cos’altro.

            L’operazione, cavalcando anche i morti a Genova, si è fatta così scoperta, direi sfacciata, che sono emerse sorprese e perplessità anche all’interno della maggioranza, e persino dei due partiti che la compongono. Persino tra i grillini si cominciano a sentire voci dissidenti rispetto ai propositi statalisti orgogliosamente annunciati da Di Maio e dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, oltre che tra i leghisti. Il cui maggiore elettorato di riferimento è al Nord, non al Sud abituato purtroppo da tempo a vivere di assistenzialismo. E dove non a caso i grillini hanno letteralmente sbancato i seggi elettorali promettendo il reddito di cittadinanza e altre varianti delle vecchie e giustamente bistrattate pensioni false di invalidità. Non parliamo poi, sempre al Sud, il mio Sud, dei lavori farlocchi, come quello di appiccare fuochi per poi spegnerli o farli spegnere da altri. Vogliamo parlarne un po’ seriamente?

            Tra i leghisti, a perdere la pazienza davanti alla deriva statalista della maggioranza grigioverde è stato addirittura il sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, messo lì da Salvini per controllare la situazione con la sua riconosciuta e provata competenza. Ma Salvini, specie da quando i piddini hanno potuto documentare dai banchi dell’opposizione la sua personale partecipazione, tra le poche comparse nel Parlamento nazionale, prima che emigrasse a Strasburgo, all’approvazione di una legge nota addirittura come “salva-Benetton”, sembra in difficoltà a seguire o condividere le proteste antistataliste del suo Giorgetti. Egli è in imbarazzo sia con quest’ultimo che con i grillini, ma forse di più con Di Maio avendo realizzato con lui in questi mesi una coppia politica di successo, visti i selfie che entrambi raccolgono dappertutto, alle feste e ai funerali.

            In queste condizioni vengono un po’ i brividi a vedere la vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, dove il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno viene rappresentato con la palla in mano come giocatore e arbitro anche della partita delle nazionalizzazioni, o rinazionalizzazioni, convinto che possa e debba dettarne lui “le regole”.

            La Stampa.jpgNon so se La Stampa abbia peccato più di ottimismo o di ingenuità scommettendo in apertura della sua prima pagina sul no al ritorno di Autostrade allo Stato, che starebbe prevalendo nel governo dopo le forti spinte iniziali di Di Maio e Toninelli per la nazionalizzazione. Certo è che il quadro politico partorito dalle elezioni del 4 marzo scorso si è fatto paradossale. Nessuno poteva francamente immaginare, preferendo una soluzione positiva della crisi alle elezioni anticipate, che destra e sinistra potessero mescolarsi così disordinatamente da tornare all’antico della destra illiberale e della sinistra arcaica, accomunate proprio dal feticcio dello statalismo e da garantire agli italiani il ritorno, magari, del panettone di Stato sulle loro mense natalizie. E anche delle conserve, dei cioccolatini e della pasta statale.

            Volete che con questi chiari di luna gli investitori possano sentirsi incoraggiati ad acquistare i titoli del debito pubblico italiano? Se ne guarderanno bene per paura, non per “complotto”, come hanno gridato insieme Salvini e Di Maio, o viceversa, promettendo di rompere le reni ai mercati, come ai suoi tempi Mussolini alla Grecia.      

La scomparsa di Gaetano Gifuni, grande e sofferto servitore dello Stato

Degli ottantasei anni del mio caro amico -lo dico subito- Gaetano Gifuni, morto sabato scorso, ben sessantuno trascorsero fra il Senato e il Quirinale, al servizio cioè dello Stato, e cinque alla Confindustria, dove egli aveva cominciato a lavorare appena laureato, prima di vincere a modo suo, cioè stravincere, il concorso a Palazzo Madama, fra i più difficili nella pubblica amministrazione.

Allora del Parlamento si scriveva e si parlava con sacro rispetto, non come di qualcosa da aprire alla stregua di una scatola di tonno, sporcandosi d’unto le mani. E, una volta aperto, assuntane anche una presidenza, a Montecitorio, annunciarne o auspicarne il superamento. Potrebbe e dovrebbe bastare al popolo sovrano votare direttamente le leggi e accordare o revocare la fiducia ai governi cliccando sul computer. Al diavolo certificati elettorali, cabine e quant’altro cui almeno noi anziani ci siamo abituati in più di settant’anni di democrazia rappresentativa. Ogni allusione polemica, con queste osservazioni, ai grillini e al loro modello di democrazia digitale non è per niente casuale. Non lo era neppure per Gaetano quando ne parlavamo all’apparire dei primi segnali  della nuova cultura, diciamo così, istituzionale.

Il rispetto di Gifuni per il Parlamento era tale che, nonostante la nostra confidenza, nata in un’estate degli anni Settanta sui prati di San Candido parlando della nostra comune terra pugliese e della “fortuna”- mi diceva- da me avuta di studiare anche nel Convitto Nazionale della sua amatissima Lucera, rischiammo di litigare nella primavera del 1987.

Gaetano Gifuni -con Antonio Maccanico tra i più potenti e influenti commis dello Stato sia nella prima che nella seconda Repubblica- era stato appena nominato ministro dei rapporti col Parlamento nel sesto ed ultimo governo di Amintore Fanfani: un monocolore democristiano voluto con ostinazione dall’allora segretario del partito Ciriaco De Mita per sfrattare da Palazzo Chigi Bettino Craxi e mandare gli italiani alle urne con un anno di anticipo rispetto alla scadenza ordinaria. Quando si profilò la possibilità che il governo ottenesse la fiducia per portare invece a termine regolarmente la legislatura, grazie all’astensione annunciata improvvisamente, e un po’ a dispetto, da un Craxi furente con De Mita e sorpreso della disponibilità di Francesco Cossiga ad assecondarne il piano di scioglimento anticipato delle Camere, i democristiani alla Camera ebbero l’ordine di non votarlo. Fu uno spettacolo inedito nella storia repubblicana, per cui chiesi scherzando a Gifuni: “Perché ti sei fatto scomodare dalla segreteria generale del Senato per fare il ministro dei rapporti col Parlamento in un governo nato per scioglierne immediatamente i rami? A dispetto della tua scaramanzia, non hai paura di guadagnarti il sprannome di ministro al funerale?”.

Gaetano mi guardò di traverso. Non accennò neppure a uno dei suoi pur abituali sorrisi e, levando dalla scrivania quella retina con asticella che si portava sempre appresso per scacciare mosche e zanzare, pur neutralizzate a dovere dall’aria condizionata del suo ufficio, mi trattò come uno studente da bocciare all’esame di diritto costituzionale. “Il Parlamento è vivo anche quando le Camere sono sciolte”, sentenziò il ministro a tutti gli effetti competente della materia, nascondendo il senso comune fra le pieghe del buon senso, per ripetere alla rovescia il passaggio manzoniano dei Promessi sposi recentemente citato da Sergio Mattarella nell’incontro con i giornalisti parlamentari per la cerimonia estiva della consegna del ventaglio.

Un passaggio decisamente difficile, diciamo così, della nostra amicizia, e sempre a causa dell’amicizia che avevo anche con Craxi, lo vissi nella primavera di cinque anni dopo, quando Gaetano era il segretario generale del Quirinale con Oscar Luigi Scalfaro presidente. Che era stato eletto a fine maggio del 1992 da un Parlamento traumatizzato dalla strage di Capaci, dove erano stati uccisi dalla mafia il magistrato, e direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia, Giovanni Falcone, la moglie e tre dei quattro agenti della scorta.

Quando mi dolsi del “coraggio” mancato a Scalfaro, che pure ne era stato il ministro dell’Interno fra il 1983 e il 1987, di dare l’incarico di presidente del Consiglio a Craxi, che aveva aspirato a tornare a Palazzo Chigi d’accordo con l’allora segretario della dc Arnaldo Forlani, ebbi da Gaetano una spiegazione un po’ più circostanziata di quella ricavabile dalle cronache, interviste, retroscena e quant’altro.

Egli mi raccontò, in particolare, che in un incontro al Quirinale voluto da Scalfaro per decidere con maggiore cognizione dei fatti sugli sviluppi della crisi, il capo della Procura della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli non si era limitato a comunicare l’estraneità  di Craxi “allo stato delle indagini” su Tangentopoli. Egli aveva avvertito il capo dello Stato che da presidente del Consiglio il leader socialista avrebbe potuto finire coinvolto nell’inchiesta già famosa col nome di “Mani puite”, sia pure con tutte le garanzie previste dalle immunità parlamentari allora intonse. La mutilazione dell’articolo  68 della Costituzione, che condizionava all’autorizzazione della Camera di appartenenza anche l’apertura o il coinvolgimento di un parlamentare in un’indagine giudiziaria, sarebbe avvenuta l’anno dopo.

Gifuni mi rimproverò di  avere atteso e preteso da Scalfaro “non il coraggio ma l’imprudenza” dell’incarico al segretario socialista. Che – mi aggiunse Gaetano- accettò e condivise l’invito “amichevole” del capo dello Stato a indicargli lui  stesso l’esponente socialista da nominare al suo posto presidente del Consiglio. E toccò in effetti a Giuliano Amato, proposto pubblicamente da Craxi “in ordine non solo alfabetico” con Gianni De Michelis e Claudio Martelli, ministri uscenti, rispettivamente, degli Esteri e della Giustizia.

Alla mia insistenza sul “coraggio” mancato a Scalfaro e sul soverchiante ruolo assunto così dalla magistratura col consenso del presidente della Repubblica, Gaetano si rabbuiò. E mi disse con una certa severità che anche Scalfaro era un magistrato, e non poteva lasciarsi condizionare né come tale né come presidente della Repubblica dal senso di amicizia per Craxi, che peraltro -aggiunse con pur confidenziale perfidia, mi aveva già fatto rompere i rapporti professionali, al Giornale, con Indro Montanelli.

Seguirono mesi, anzi anni di silenzio fra di noi, interrotti per fortuna dallo stesso Gaetano con una telefonata in occasione della morte di Craxi, nel 2000, quando lui non era più al Quirinale, dove era rimasto segretario generale anche col successore di Scalfaro, cioè Carlo Azeglio Ciampi, uscendone all’arrivo di Giorgio Napolitano.

Sbaglierò, ma colsi in quella telefonata di Gifuni il tono -non di più- di una delusione e di una preoccupazione per “il clima troppo velenoso”  in cui erano caduti i rapporti politici e istituzionali. Non sarebbe dovuto passare d’altronde molto tempo perché Gaetano non provasse gli effetti di quel veleno anche sulla sua pelle. Egli prima incorse, nel 2006, in una indagine giudiziaria per falso, con l’accusa di avere favorito negli anni del Quirinale l’utilizzo abusivo di immobili non regolari nella tenuta presidenziale di Castel Porziano da parte del nipote Luigi Tripodi, responsabile di quella tenuta già prima che Gifuni diventasse segretario generale della Presidenza della Repubblica. Seguì nel 2009 un suo rinvio a giudizio per abuso d’ufficio, falso materiale, falso ideologico e peculato.

In primo grado, nel 2013, Gaetano fu condannato a un  anno e cinque mesi di reclusione per abuso d’ufficio e peculato, e assolto dalle accuse di falso. In appello, dopo due anni, fu assolto anche dall’accusa di peculato perché “il fatto non costituisce reato”, estinguendosi infine per prescrizione  l’accusa di abuso d’ufficio.

Fabrizio Gifuni.jpg Il mio amico -ripeto- Gifuni è morto fortunatamente in tempo per vedersi assolto, pur con la “macchia” di una prescrizione rimproveratagli dai soliti giustizialisti,  ma subendo ugualmente il torto di una sofferenza, a quell’età poi, troppo lunga. Che gli sarebbe stata forse risparmiata se lui non avesse avuto la sventura di servire lo Stato così in alto e così a lungo, nella immutata intensità degli affetti degli amici e della famiglia. Dove il figlio Fabrizio, interpretando magistralmente da attore di meritato successo statisti come Alcide De Gasperi e Aldo Moro, mi ha sempre fatto venire un nodo alla gola pensando al padre. Che quegli uomini – ne sono sicuro- aveva saputo raccontarglieli bene.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

I fronti di guerra di Salvini: dai porti ai ponti, e ai poteri forti….

            Senza distogliersi dal fronte dei porti, dove continua a negare lo sbarco di migranti soccorsi dalle  navi della Guardia Costiera italiana, trattenute quindi al largo come quelle delle organizzazioni volontarie sino a quando il loro carico non venga distribuito -giustamente, è vero-  fra più paesi dell’Unione Europea, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini ne ha aperto un altro contro il giornale economico internazionale The Wall Street Journal. Su una cui edizione telematica è comparso un articolo di apertura molto allarmato  sui rischi che l’Italia corre e fa correre all’euro con il governo “populista” di grillini e leghisti in carica.

            Salvini al Giornale.jpgVa detto che lo stesso Salvini, in una intervista al Giornale della famiglia del suo alleato elettorale Silvio Berlusconi, rimasto o ricacciato dai grillini all’opposizione, ha onestamente riconosciuto, pur nel contesto di una orgogliosa difesa del governo, che al suo interno esistono consistenti problemi da chiarire, o nodi da sciogliere. “Il banco di prova sarà la manovra economica con l’appuntamento su tasse, fisco eccetera”, ha detto il leader leghista alludendo al cosiddetto cantiere della legge di bilancio, che viene appunto seguito con una certa apprensione da chi se ne intende. Ma che Salvini liquida come portavoce, espressione, dipendente e quant’altro dei “poteri forti” d’Italia e del mondo intero, impegnati secondo lui in un “complotto” contro il “cambiamento” perseguito e rappresentato dal governo grigioverde. E meno male che di questi poteri forti il ministro dell’Interno non ha avvertito o denunciato, o non ancora, qualche manina negli attentati che stanno subendo sezioni del suo partito.

            Salvini.jpgIn un crescendo di vittimismo e insieme di sfida Salvini ha arringato il suo pubblico avvertendo che potrebbe arrivare il momento in cui, non bastando le difese ordinarie del governo dal complotto internazionale, sarà necessario rivolgersi direttamente ai cittadini, cioè alla piazza. Dove il ministro dell’Interno conta evidentemente di raccogliere applausi e selfie crescenti, come gli è appena accaduto a Genova col grillino Luigi Di Maio ai funerali pubblici di  almeno una parte della vittime del crollo del viadotto Morandi: quelle i cui familiari hanno voluto ancora riconoscersi nello Stato, avendo la maggioranza voluto voltare le spalle alle istituzioni e provvedere privatamente alla esequie dei cari.

            E’ una circostanza, quest’ultima, che forse Salvini e i suoi colleghi di governo hanno sottovalutato sopravvalutando invece i fischi e mormorii rivolti ai rappresentanti del Pd prima che cominciasse la cerimonia funebre celebrata dal cardinale Angelo Bagnasco: l’odiato partito di Matteo Renzi, compagni, amici e successori, accusati dalla propaganda grigioverde di uno scambio immondo di favori con la famiglia Benetton e quant’altri gestiscono le autostrade badando più ai guadagni che alla sicurezza, più ai caselli che ai ponti.

            Perfino Marco Travaglio, che non perdona giustamente ai Benetton neppure l’inopportunità di quella festosa  e affollata grigliata di Ferragosto offerta e gustata nella loro residenza estiva di Cortina d’Ampezzo all’indomani della tragedia di Genova, ha finito per chiedersi alla fine di uno dei suoi editoriali sul Fatto Quotidiano con una certa ansia, viste le sue simpatie per il governo gialloverde, quanto potranno durare ancora gli effetti della campagna in corso contro i governi precedenti di ogni colore, spesso anche verde.

            Se quel maledetto ponte, su cui si è rivelata insufficiente anche la vigilanza spettante al Ministero delle Infrastrutture con tanto di direzione generale apposita, avesse resistito ancora e solo per sei o sette mesi, senza le “concause” su cui peraltro stanno indagando i magistrati, sarebbero stati guai -ha riconosciuto Travaglio- anche per Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Danilo Toninelli. E Rocco Casalino, il portavoce di Palazzo Chigi impegnatosi la mattina dei funerali di Stato a segnalare ai giornalisti con messaggini telefonici e quant’altro non parole e sentimenti del presidente del Consiglio ma fischi, grida, mormorii e quant’altro all’indirizzo dei rappresentanti del Pd.

 

 

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