Ai funerali delle vittime di Genova crolla un altro ponte: quello della società civile

            Per quanto paradossale possa sembrare, i funerali di Stato per una parte delle vittime della caduta del viadotto Morandi a Genova – visto che per altre sono stati rifiutati dai familiari- si sono trasformati nella caduta metaforica ma forse ancor più rovinosa di un altro ponte: quello dell’unità e della solidarietà nazionale che una società civile dovrebbe avvertire di fronte alle tragedie.

            Dubito, francamente, che si possa considerare civile, pur al netto della rabbia, dell’emozione e di quant’altro possa essere invocato come attenuante, una società dalla quale vengono distribuiti torti e ragioni a suon di fischi e di applausi a chi partecipa a un funerale. Lo penso scrivendo di Genova ma pensando anche a Palermo, per esempio, dove il 23 luglio 1992 il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro ancora fresco di elezione, avvenuta a fine maggio, rischiò il linciaggio in Chiesa per essere accorso alle esequie degli agenti di scorta del magistrato Paolo Borsellino, ucciso in un attentato come due mesi prima il collega Giovanni Falcone. I cui funerali si erano già trasformati in una manifestazione di protesta contro i vertici dello Stato.

            Mattarella a Genova.jpgTuttavia a Genova il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato applauditissimo, al pari dei rappresentanti del governo, fra i quali il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Che pure a fine maggio ne aveva reclamato il processo davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento, trascinandosi appresso una valanga di consensi telematici su cui si stanno sprecando indagini giudiziarie e amministrative.

             Com’è volubile e distratta la folla, specie quando si sostituisce ai tribunali, quelli veri, della Repubblica! Se lo sarà detto, fra sé e sé, lo stesso Mattarella a Genova, specie quando ha sentito o è stato informato dei fischi rovesciatisi sui rappresentanti del Pd accorsi ai funerali. Si tratta del  segretario reggente Maurizio Martina e della genovese Roberta Pinotti, già ministra della Difesa, sfilata o seduta accanto allo stesso Mattarella chissà quante volte, sino a tre mesi fa, per rappresentare lo stesso Stato da cui la folla l’ha ora praticamente espulsa sospettandola, col Pd, di chissà quali e quante collusioni con i responsabili del crollo del viadotto Morandi.

            Del Pd ha appena scritto ferocemente, al solito, Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano rappresentandolo “incredibilmente più angosciato del crollo del titolo Atlantia che di quello del ponte”, per cui quei fischi “a torto o a ragione” avevano tutto il diritto di levarsi contro gli esponenti di partito incautamente accorsi ai funerali.

           Rocco Casalino.jpg Non so se Roberto Casalino, portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, già collaboratore stretto di Luigi Di Maio, sarà rimasto soddisfatto dell’eco mediatica dei fischi di Genova, da lui tempestivamente segnalati ai giornalisti, nella versione telematica diffusa in diretta dal Fatto Quotidiano, sfidando quelli  abitualmente critici col governo ad avere il coraggio e la faziosità di ignorarli.

            No, i giornali non hanno ignorato quei fischi né nelle cronache né nei titoli o richiami di prima pagina, salvo -per questi ultimi- poche eccezioni come Avvenire e Il Secolo XIX, testata storica di Genova. Di  cui per fortuna il pugnace Casalino non ha, o non ha ancora, la capacità di ordinare la chiusura. Egli si è limitato, di recente, a prevedere o auspicare, tra il serio e il faceto, la scomparsa del Foglio parlandone con un un giornalista della stessa testata fondata da Giuliano Ferrara e diretta ora da Claudio Cerasa, accomunati dalla più profonda disistima politica e culturale verso la rivoluzione grigioverde in corso in Italia per contratto stipulato fra grillini e leghisti. Il contratto “del cambiamento”, è stato chiamato meno prosaicamente, e più professionalmente per un avvocato civilista, dal suo esecutore Giuseppe Conte davanti alle Camere nel chiederne e ottenerne la fiducia. E ciò in attesa del magico momento auspicato da Davide Casaleggio e Beppe Grillo in cui la fiducia al governo sarà accordata direttamente dai cittadini usando computer e computerini di casa, d’ufficio o di tasca.  

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