Groviglio di idee, manovre e competenze sotto il ponte crollato a Genova

            Da Catania a Genova via Agrigento. Il viaggio è tortuoso ma reale.

            Non dico archiviata, ma quanto meno deviata dalle cronache politiche a quelle giudiziarie di origine agrigentina la vicenda della nave Diciotti, e degli immigrati finalmente sbarcati a Catania per raggiungere in gran parte, ospiti dei vescovi italiani, la ridente Rocca di Papa fra le proteste immancabili degli abitanti, è tornata alla ribalta la vicenda genovese del ponte Morandi. Che crollò alla vigilia di Ferragosto col bilancio di oltre 40 morti e dovrà essere ricostruito, sullo stesso o altro tracciato, per restituire la normalità al traffico e, più in generale, all’economia genovese. Ma possiamo anche  parlare di economia nazionale, essendo quello di Genova il secondo porto d’Italia per traffico di merci, dopo Trieste e prima di Cagliari.

            E’ proprio sulla ricostruzione, dopo la demolizione di quel che è rimasto in piedi pericolante su pezzi della città, che è scoppiato l’ennesimo conflitto politico, più ancora che tecnico, all’interno del governo: un conflitto che è parte di quello più generale sulla prospettiva della cosiddetta nazionalizzazione delle autostrade, perseguita dai grillini ma contestata dai leghisti.

            Assente o defilato dalla disputa, come al solito, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che non sa ancora quale parte del vecchio contratto di governo, o di uno nuovo, dovrà accettare di eseguire, il suo vice pentastellato Luigi Di Maio ha già scelto praticamente il costruttore: la coppia Fincantieri-Cassa Depositi e Prestiti. La società ancora concessionaria dell’autostrada, e riferibile notoriamente alla famiglia Benetton, potrà al massimo assumersene i costi, rimanendone per il resto fuori anche per non potere accampare diritti di sorta nel lungo procedimento di revoca delle concessioni già avviato dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli.

            L’altro vice presidente del Consiglio, e leader della Lega, Matteo Salvini è troppo impegnato a sfidare -questa volta forse non a torto- la magistratura che lo ha accusato per la vicenda della nave Diciotti di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio per tornare a intervenire di persona sulla questione del ponte di Genova. Per lui parla  e agisce l’amico, collega di partito e sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, per niente convinto né del ricorso alla Fincantieri e alla Cassa Depositi e Prestiti per la ricostruzione né della meta finale della nazionalizzazione delle autostrade. Ma non ne è convinto, anzi decisamente contrario, anche il presidente della regione Liguria Giovanni Toti, che è insieme di Forza Italia e capo di una giunta di centrodestra, a partecipazione quindi leghista. Ma soprattutto Toti è anche commissario straordinario per l’emergenza genovese insorta con il crollo del viadotto: un commissario nominato non dal primo cittadino di passaggio sotto quel che è rimasto del ponte, ma dal Consiglio dei Ministri.

            Toti, con comprensibile delusione, e credo anche con la sorpresa dello stesso Salvini, ha scoperto nel contrasto esploso sulla vicenda della ricostruzione che le sue competenze non sono così ben definite come si aspettava, e come imponevano il buon senso e la gravità della situazione.

             I grillini pensano che le competenze di Toti si fermino alla demolizione di quel che è rimasto del viadotto Morandi, alla sistemazione degli sfollati che vi abitavano sotto, al traffico e a qualcosa d’altro. Sul resto, cioè sulla ricostruzione, i grillini pensano che debba decidere direttamente il governo o un altro commissario da nominare, e affiancare o sovrapporre al governatore della regione, troppo forzista forse perché Di Maio e amici possano fidarsene.

            Ma non è detto che anche nella vicenda genovese la cronaca politica non debba essere non solo affiancata, come è già accaduto, ma superata – come a Catania- da quella giudiziaria perché fra gli indagati per il crollo, e destinati probabilmente a un processo di chissà quale durata, con i “tempi” non graditi o tollerati dal presidente del Consiglio, potrebbero trovarsi uomini coinvolti direttamente o indirettamente pure nella disputa sulla ricostruzione, nazionalizzazione e quant’altro.

            La confusione sotto il cielo, di Genova, è massima. E Mao è morto da troppo tempo per goderne.

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