Su Gentiloni l’ombra del governo amico di Pella

Da buon conte, peraltro alle prese in questi giorni con un bel po’ d’impegni di rappresentanza per le celebrazioni romane dei 60 anni dei trattati europei, Paolo Gentiloni ha incassato il colpo con classe, fingendo di non essersene neppure accorto. Ma buone fonti assicurano che il presidente del Consiglio non ha preso per niente bene le distanze che il predecessore Matteo Renzi ha preso in prima persona dal decreto legge che, abolendo i voucher, cioè i buoni di lavoro occasionale, ha evitato il referendum abrogativo, appunto, promosso dalla Cgil di Susanna Camuso.

“E’ una scelta del governo e come tale la rispetto”, ha detto testualmente e freddamente l’ex presidente del Consiglio e segretario rientrante del Pd ai giornalisti del Corriere della Sera. Mancava solo, nei riguardi del governo Gentiloni, l’aggettivo “amico” riservato nel l’estate del 1953 dalla Dc al governo del pur democristiano Giuseppe Pella nominato a sorpresa dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Che non aveva gradito la rinuncia di Attilio Piccioni all’incarico ed era stanco di aspettare che nel partito di maggioranza trovassero un’intesa su un problema che travalicava tutti gli altri: la vera successione ad Alcide De Gasperi, al cui ottavo governo il Parlamento aveva negato la fiducia.

Formato il 17 agosto di quell’anno, il governo Pella esaurì il suo mandato già il 5 gennaio 1954 con le dimissioni praticamente impostegli dal partito perché gli succedesse Amintore Fanfani. Che però rimase in carica solo 12 giorni, dal 18 al 30 gennaio, non essendo riuscito ad ottenere la fiducia parlamentare neppure lui, come l’ultimo De Gasperi l’anno prima. Venne quindi il turno di Mario Scelba, che avrebbe governato per meno di un anno e mezzo.

Nei pur pochi mesi della sua durata il governo “d’affari” o “amministrativo” di Pella lasciò ugualmente un segno nella storia del paese uscito alquanto malmesso dalla seconda guerra mondiale. Esso riuscì a risvegliare il sentimento patriottico rivendicando con forza il ritorno di Trieste all’Italia, mobilitando le truppe sul fronte orientale contro la Iugoslavia, che voleva annettersi la città giuliana sotto amministrazione internazionale, e riscuotendo consensi popolari che allarmarono la sinistra interna ed esterna alla Dc, molto più di quanto avessero entusiasmato la destra.

Gentiloni nella sua esperienza a Palazzo Chigi non ha alcuna Trieste da rivendicare. Ha solo da chiedere ancora un po’ di flessibilità nel controllo europeo dei nostri conti. E non ha potuto neppure reclamare, come ha invece fatto Renzi senza averne però il titolo istituzionale, le dimissioni o la rimozione del ministro olandese delle Finanze Jeroen Dijsselbligen da presidente del cosiddetto Eurogruppo per avere praticamente dato agli italiani e agli altri meridionali dell’Unione Europea- greci, maltesi, spagnoli, portoghesi e francesi almeno della Provenza- degli spendaccioni erotomani e ubriachi.

 

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Dell’intervista di Renzi ai giornalisti del Corriere della Sera non deve essere rimasto molto soddisfatto neppure il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, già scontratosi peraltro con lui, pur senza negargli il suo voto nelle primarie congressuali, sulla commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche. Che Zanda non ritiene opportuna prima delle elezioni perché la campagna elettorale è già troppo lunga e carica di esche di suo. Non sarebbe quindi per niente prudente, e tanto meno conveniente per il Pd, offrire altri motivi e occasioni di scontro ad un partito come il movimento 5 stelle, che andrebbe a nozze.

Eppure è proprio per paura delle 5 stelle, più che per la coerenza vantata, come vedremo, rispetto ad altre vicende, che Renzi ha ribadito il proprio dissenso dalla libertà di coscienza lasciata da Zanda ai senatori piddini e tradottasi nel salvataggio del forzista Augusto Minzolini dalla decadenza da parlamentare più di un anno e mezzo dopo la condanna definitiva per peculato alla Rai, per quanto smentito dal giudice civile.

Già costretto nei giorni scorsi a reagire, sia pure con garbo, alle critiche del ministro Graziano Delrio con un richiamo alla linea fissata, sulla questione, in una riunione del direttivo del gruppo all’unanimità, compreso quindi il voto dell’esponente renziano, Zanda troverà forse il modo per replicare anche all’ex presidente del Consiglio.

Il ragionamento di Renzi, curiosamente a prescindere anche per lui, come per Valerio Onida ed altri, dal merito della vicenda giudiziaria di Minzolini, è che “finchè c’è questa legge”, cioè la cosiddetta legge Severino adottata quattro anni fa, all’epoca del governo tecnico di Mario Monti, “quello che valeva per Berlusconi deve valere anche per gli altri”.

Ma anche sul contenuto di “questa legge”, controversa per la sua applicazione retroattiva, Renzi ha voluto evitare di pronunciarsi. Non ha cioè voluto chiarire se anche lui, come qualche suo amico spintosi a parlarne solo a titolo personale, ritenga opportuno mettervi mano.

Il richiamo di Renzi al caso Berlusconi, decaduto per effetto della legge Severino nell’autunno del 2013 con un voto innovativamente palese del Senato, tradisce un po’ la difficoltà in cui si trova il segretario uscente e rientrante del Pd su questo problema. Fu proprio lui allora, pur non facendo parte del Senato né essendo segretario del partito, ma correndo per la segreteria e influenzando quindi dibattito e comportamenti nel Pd, ad assumere una posizione intransigente e a bloccare ogni iniziativa per sospendere il voto su Berlusconi e affidare all’esame della Corte Costituzionale gli aspetti più controversi della legge Severino.

L’intransigenza evidentemente faceva allora comodo a Renzi, come probabilmente gli fa comodo adesso nello scontro, all’esterno del suo partito, con i grillini. Allora comunque Renzi, appena diventato segretario del Pd, non ebbe alcuna remora politica a stringere con Berlusconi, pur decaduto da senatore, il famoso e riabilitante Patto del Nazareno sulle riforme istituzionali, che si tradusse anche in qualche aiuto al governo, dai banchi dell’opposizione, quando ad assumerne la guida fu lo stesso Renzi.

 

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Chissà se anche su quel passaggio riusciremo a sapere qualcosa in più quando uscirà nelle edicole il “libello” di Renzi da lui preannunciato sui suoi mille giorni e più di doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio. Un libello dove ha promesso che potremo, fra l’altro, scoprire nel “passaggio della scelta delle persone e delle nomine la vera frattura” tra lui e “un mondo della politica romana che è la vera causa -ha detto- per cui ho perso la sfida”: almeno quella referendaria sulla riforma costituzionale.

 

 

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