Pieno e ammuina al Senato contro Lotti

Splendide Idi di Marzo, con le iniziali rigorosamente maiuscole, per i cultori delle aule parlamentari piene. Specie dopo l’indignazione loro procurata da quei venti deputati soltanto -su 630 lautamente pagati dai contribuenti, come è solito ricordare Beppe Grillo- accorsi lunedì mattina all’apertura della discussione sulla legge per il testamento biologico.

In queste Idi di Marzo -sempre al maiuscolo, vi raccomando- è stato assicurato da tempo il pieno d’uovo nella “bomboniera” di Palazzo Madama, come viene chiamata l’aula del Senato. E’ stata in gioco, sia pure per finta, come spesso o quasi sempre accade in queste circostanze di spettacolo apparente voluto dalle opposizioni di turno, la testa del ministro dello sport Luca Lotti, dirigente pubblico nato ad Empoli il 20 giugno 1982, già sottosegretario a Palazzo Chigi nei mille giorni e più del governo dell’amicissimo Matteo Renzi.

E’ proprio questa amicizia con l’ex presidente del Consiglio, e rientrante segretario del Pd, la colpa politica che grillini, leghisti, fratellini d’Italia e quant’altri insorti contro di lui non gli perdonano dietro la motivazione scritta della sfiducia personale chiesta con tanto di mozione.

La motivazione ufficiale, come si sa, ma che è corretto ripetere ai lettori, è l’accusa giratagli dalla Procura di Roma, dove Lotti è già stato interrogato negando l’addebito, di avere informato i suoi amici alla Consip, la centrale degli acquisti miliardari della pubblica amministrazione, di essere indagati e intercettati dalla Procura di Napoli per una storia di appalti e di traffico d’influenze illecite, cui avrebbe partecipato anche il papà di Renzi, Tiziano, interrogato pure lui a Roma di recente.

 

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In coincidenza con le Idi pomeridiane di Marzo nell’aula del Senato il giornale anticipatore delle indagini e della tegola giudiziaria sulla testa di Lotti -che è naturalmente il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio- ha informato gli onorevoli senatori, e forse anche gli inquirenti, con un vistoso titolo di prima pagina, che sono cresciuti “i guai” del ministro per “altre conversazioni” probabilmente registrate, su ordine della magistratura, dai Carabinieri del nucleo ecologico, prima che il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, ne avesse disposto la sostituzione con un altro reparto della Benemerita a maggiore tenuta del segreto istruttorio.

Sempre dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio i cacciatori della testa di Lotti sono stati informati che l’accusatore non togato del ministro, l’amministratore delegato della Consip Luigi Marroni, peraltro amico suo e di Renzi, “non ritratta” la versione fornita agli inquirenti sulla provenienza delle notizie che gli permisero di neutralizzare le microspie sistemate nei suoi uffici. Tanto non ritratta la sua versione, il Marroni, che si è rifiutato di rispondere alle domande predisposte dagli avvocati del papà di Renzi nello svolgimento di una consentita, regolare indagine difensiva.

Nonostante questo supplemento d’informazioni di un giornale che da dicembre non si dà pace che Lotti sia ancora ministro, e che il pur lodato Marroni non sia stato neppure lui rimosso dalla carica di amministratore alla Consip, la mozione di sfiducia personale contro l’esponente del governo è rimasta una bomba di carta. E’ rimasta cioè priva dei numeri necessari per una sua approvazione, specie sommando i no alle assenze dei forzisti disposte personalmente dall’ex senatore Silvio Berlusconi, anche a costo di procurare, sempre fuori dal Senato, un attacco di bile al segretario della Lega. Che gliela farà pagare cara al prossimo comizio. O alla prossima dichiarazione. Poi, magari, i due torneranno a parlarsi, a incontrarsi, a trovare l’accordo su quel 10 per cento del programma di un nuovo centrodestra che Berlusconi ritiene ancora mancante, e persino a fare una lista insieme per il rinnovo del Parlamento, salvo poi costituire dopo il voto gruppi parlamentari separatissimi, ma questo è e rimarrà un altro discorso.

 

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Nell’insaziabile fama di spettacolo, e di aule parlamentari affollatissime, i cacciatori della testa di Lotti, che non vogliono saperne di attendere la conclusione delle indagini giudiziarie, hanno già deciso di replicare in una delle prossime settimane, anche per insaporire la preparazione delle primarie congressuali del Pd di fine aprile.

I fuoriusciti dal Pd, quelli che ne hanno rovesciato la sigla in Dp, hanno infatti chiesto di calendarizzare, come si dice in gergo tecnico, una loro mozione di sfida al presidente del Consiglio, di cui pure sembravano difensori più solidi di un Renzi tentato, secondo loro, dalla crisi e dalle elezioni anticipate.

Vista la fiducia ripetutamente espressa dal conte Gentiloni al suo ministro, di cui non intende privarsi, lorsignori gli hanno chiesto, ma diciamo pure intimato, di togliere a Lotti almeno “le deleghe” che ha, comprensive, oltre allo sport, del Cipe. Che è forse la cosa che gli avversari di Renzi hanno digerito di meno, viste le pratiche e gli stanziamenti che passano da quell’organismo interministeriale.

Va da sè che, anche nel caso in cui questa mozione, diversamente da quella dei grillini, dovesse passare, il conte avrà il sacrosanto diritto costituzionale di non tenerne conto. Si tratta di una richiesta di “valutazione” che il presidente del Consiglio valuterà, appunto, in maniera insindacabile.

Se lorsignori fuoriusciti non ne rimarranno soddisfatti, potranno promuovere, buttando definitivamente la maschera, una mozione di sfiducia al governo con altri compagni desiderosi di guerra. Che tuttavia, dati i rapporti di forza esistenti in Parlamento, sarebbe solo la famosa “ammuina” ordinata dall’ammiraglio alla flotta borbonica.

Tutti potranno così divertirsi, affollare l’aula del Senato a beneficio dei fotografi e delle telecamere, e poi tornarsene a casa o al ristorante felici e contenti, alla faccia dei problemi veri del Paese.

 

 

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La corsa a Palazzo Chigi che Matteo Renzi ignora

Dopo avere subìto una scissione da sinistra, perdendo personalità come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, è normale che Matteo Renzi abbia voluto coprirsi in quella direzione prenotando la nuova vice segreteria unica del Pd per il ministro Maurizio Martina, proveniente dai Ds, riscoprendo il fascino del termine “compagno” e proiettandosi verso il recupero di un’alleanza di governo di centrosinistra, pur senza “replicare i modelli del passato”.

Questa proiezione verso il centrosinistra, pur in “modelli” nuovi, ha provocato infastidite reazioni fra gli attuali alleati di governo del Pd. “Non li rincorriamo”, ha detto Maurizio Lupi, presidente del gruppo della Camera di un partito che proprio per accorciare le distanze dal Pd aveva messo in cantiere il cambiamento del proprio nome: da Nuovo Centro Destra a non si sa ancora cosa. “Non andiamo col piattino in mano”, ha detto Pier Ferdinando Casini.

Non è neppure casuale, forse, che in coincidenza col raduno renzista svoltosi al Lingotto Silvio Berlusconi abbia in qualche modo frenato sulla strada dello scontro o dei dispetti con la Lega e il suo ambizioso segretario Matteo Salvini, assicurando che l’accordo con lui sul programma di un nuovo centrodestra è fatto “al 90 per cento”. Così egli ha anche preceduto le perplessità, a dir poco, espresse sul Corriere della Sera da Angelo Panebianco su un’alleanza post-elettorale fra il Pd e Forza Italia. Che sarebbe “fra tutte le coalizioni, la più balsana”.

La linea di Renzi al Lingotto collide tuttavia con la riproposizione del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio. Che, contestata con nettezza dal concorrente Andrea Orlando, sarà pure conforme allo statuto del partito, che infatti il guardasigilli si è impegnato a modificare nel caso pur improbabile in cui dovesse vincere la corsa alla quale partecipa, ma non è più conforme al quadro politico, e persino istituzionale, uscito dal referendum del 4 dicembre scorso.

In una Repubblica rinsaldatasi nella sua fisionomia parlamentare con la bocciatura della riforma targata Renzi, e nella prospettiva ormai inarrestabile di un ritorno al sistema elettorale proporzionale, appare francamente difficile che il segretario del partito di maggioranza relativa, o della minoranza più consistente, possa essere anche il capo di una coalizione di governo da cercare dopo le elezioni. E infatti nella prima cosiddetta Repubblica rigorosamente proporzionale, come si è già ricordato qui, sul Dubbio, gli unici segretari della Dc che vollero il doppio incarico -Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita, a distanza di una trentina d’anni l’uno dall’altro- lo persero rovinosamente.

A dispetto dell’abituale ottimismo ostentato da Renzi anche al Lingotto, si sono già delineate figure politiche più adatte di lui a ricucire sul piano del governo i rapporti con la sinistra appena uscita dal Pd e con le altre che l’aspettavano e costituiscono ormai una vera e propria galassia, comprensiva del “Campo progresssista”. Che è stato presentato nel teatro romano del Brancaccio da Giuliano Pisapia proprio mentre l’ex presidente del Consiglio era riunito a Torino con i suoi.

Di queste figure politiche adatte più di Renzi, per temperamento e per una serie di circostanze a loro favorevoli, a ricucire i rapporti a sinistra a livello di governo, una è stata già indicata qui in Orlando, sino a scandalizzare qualcuno che mi ha dato del “matto” per avere paragonato il giovane guardasigilli spezzino al Moro del 1963 nella Dc, ma ancor più significativamente al Moro del 1957, esordiente al governo come ministro della Giustizia al pari di quanto è accaduto ad Orlando. Che peraltro è in via Arenula già da più di tre anni. Altro che matto! Nel 1957 il povero Moro contava nella Dc meno, ma molto meno anche di quel poco che si vorrebbe oggi attribuire nel Pd ad Orlando.

Ma dopo l’assemblea tenutasi al Brancaccio pure Giuliano Pisapia, alla cui area del resto Renzi intende aprire le liste del Pd, può ben essere visto e indicato come un possibile presidente del Consiglio. Un Pisapia che potrebbe essere persino scambiato per quel “Prodi giovane” auspicato da Pier Luigi Bersani pima che se ne andasse via dal Pd, anche se l’ex sindaco di Milano è “solo” di 10 anni meno anziano del primo presidente del Consiglio dell’Ulivo, e poi dell’Unione. Un Pisapia, ancora, che prima di essere stato un ottimo sindaco a Milano, è stato un altrettanto ottimo presidente della Commissione Giustizia alla Camera. E sarebbe stato un eccellente ministro della Giustizia se i magistrati non avessero fermato Prodi mentre si accingeva a proporne la nomina al presidente della Repubblica. Egli era ed è troppo garantista per i gusti di lor signori in toga.

La prima, fra le figure istituzionali più in vista, ad accorrere accanto a Pisapia nella sua nuova avventura politica è stata la presidente della Camera Laura Boldrini. Potrebbe essere -si mormora nei corridoi di Montecitorio- la prima donna a guidare un governo in Italia, sempre che Renzi metta giudizio.

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

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