Tre ore di ordinaria follia a Roma

 

         Sono stato partecipe involontario di tre ore di ordinaria follia a Roma la sera della cosiddetta festa della donna: cosiddetta perché con me, in quelle tre ore, sono rimaste imbottigliate nel traffico, fra tangenziale, olimpica, lungotevere, Muro Torto, Stazione Termini, Porta Maggiore, San Giovanni, eccetera più donne che uomini. Almeno a vedere all’ingrosso dentro alle auto accanto alle quali mi è capitato di restare bloccato o, una volta riuscito a percorrere qualche decina di metri, ad affrontare la disgrazia di un incrocio o di una rotatoria.

         Non vi dico, se non vi è capitata la stessa disavventura, lo spettacolo nei tunnel, sottovia, sottopassi: chiamateli come volete. Erano budelli di gas tossici ai quali non si poteva materialmente sottrarsi, neppure abbandonando l’auto e proseguendo a piedi.

         Le imprecazioni in tutte le tonalità possibili e immaginabili, interrotte dalle paradossali sirene delle autoambulanze, i cui conducenti avevano la ridicola pretesa di poter essere presi sul serio, erano prevalentemente dirette contro i sindacati per il modo col quale hanno voluto celebrare la festa della donna al rovescio, negandole o complicandole la possibilità di muoversi con uno sciopero dei trasporti pubblici che ha naturalmente moltiplicato il traffico privato.

         I sindacati, piccoli e grandi, e le associazioni più o meno improvvisate che indicono cortei e manifestazioni di protesta o di giubilo, che non sono mancate naturalmente nelle tre ore di ordinaria follia dell’8 marzo romano, sono ormai specialisti nel tafazzismo. Non appena ne avvertono l’occasione, vi si infilano. Non se ne lasciano scappare una. Sono attrattati non dalla popolarità ma dall’opposto. Quanto più riescono a diventare invisi, più si sentano realizzati e godono.

         Al secondo posto nella graduatoria delle imprecazioni si è collocata la sindaca grillina della città, Virginia Raggi, della quale molti invocavano la presenza per gridarle in faccia, come un grido di ritorno, i vaffanculo -scusate la parolaccia- che il suo capo o “garante”, Beppe Grillo, manda abitualmente a tutti e a tutto: anche ai Fori Imperiali quando vi si affaccia dalle finestre dell’albergo capitolino non so a quante stelle, se più o meno delle 5 del suo movimento, dove risiede durante le frequenti ispezioni che dalla sua Liguria viene a fare al Campidoglio e dintorni.

         A me, più modestamente e meno politicamente, è venuta invece solo la voglia, repressa a stento, di gridare il mio vaffanculo -scusate di nuovo- ai vigili urbani: a piedi, in motocicletta, in auto, seduti, in piedi, uomini, donne, froci, giovani, anziani, di mezza età, magri, grassi, insomma di tutte le specie. Ne avessi visto uno, dico uno, a tentare in un incrocio, in una rotonda, ad un semaforo, di dare una mano agli automobilisti in gabbia nelle loro scatole, ormai, di plastica. Qualcuno dei pizzardoni, come una volta si chiamavano simpaticamente i vigili a Roma, stava facendo magari la contravvenzione a qualche auto in sosta vietata, o con l’ora del parcheggio scaduta. Che vergogna!

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