I complici di Michele Emiliano nel Pd

         Se Michele Emiliano, sottoposto per questo a procedimento disciplinare davanti al Consiglio Superiore della Magistratura -non inferiore, come qualche volta appare- presieduto per dettato costituzionale nientemeno dal capo dello Stato, ha compiuto un atto illecito conservando la toga, sia pure in aspettativa, anche dopo avere trasformato il suo impegno politico in qualcosa per niente provvisoria, non è onestamente possibile prendersela soltanto con lui. Neppure quando “don Michele” da Bari esagera nella sua difesa dicendo che non si dimetterà da magistrato “neanche morto”, con sommo sprezzo del ridicolo perché è chiaro che da morto anche lui sarà finito davvero. A meno che, novello Gesù, non riuscirà a risorgere il terzo giorno e comparire in qualche aula di tribunale per sostituirsi alla Corte di turno ed emettere sentenze.

         Quando ci si iscrive al partito senza averne i titoli conformi alle leggi della Repubblica, come Emiliano non ne aveva essendo appunto magistrato, a sbagliare è anche chi in quel partito ne accetta la domanda e gli rilascia la tessera, o gliela conserva perché la ritiri con comodo.

         Inoltre, quando uno si iscrive ad un partito senza averne i titoli per le ragioni già esposte, e si candida alla segreteria nazionale, ma anche di livello inferiore, come ha fatto Emiliano a suo tempo diventando prima segretario e poi presidente regionale del Pd, ci deve pur essere un organo di garanzia di quel partito che avverte l’obbligo di opporsi.

         Tutto questo nel Pd non è stato mai fatto, né tempestivamente denunciato, neppure da parte di quelli che ora si dolgono della situazione irregolare in cui si trova “don Michele”. A cominciare dalla presidente della commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti, peraltro magistrata pure lei in aspettativa, come la sua compagna di partito Anna Finocchiaro, ministra per i rapporti con il Parlamento. Che però ha avuto l’accortezza di non gridare la sua protesta contro Emiliano, limitandosi a sussurrarla.

Se una foto non rende giustizia

Un po’ tutti i giornali -diciamo pure, tutti- hanno dato un contributo al già troppo diffuso qualunquismo pubblicando con aria indignata quella foto dell’aula di Montecitorio quasi vuota, con una ventina di deputati presenti, sparsi qua e là, sui 630 componenti l’assemblea che riscuotono regolarmente -aggiunge il diavoletto che mi spunta fra le dita- le loro brave indennità parlamentari, annessi e connessi. E ciò alla faccia -scrive sempre il diavoletto- dell’argomento in discussione: il biotestamento, cioè anche il diritto di morire al posto di vivere da morti.

Ma quella foto è vera come una natura morta, appunto. E’ stata diffusa malevolmente. Ve lo assicura un vecchio cronista parlamentare che non deve guadagnarsi nessuna consulenza dai presidenti delle Camere, dal Quirinale e da altri palazzi dove si potrà condividere, per esperienza o conoscenza delle cose, questa franca e anticonformistica convinzione.

Qualcuno ha involontariamente riconosciuto l’abbaglio scrivendo, credo anche in un titolo, del “rito della discussione”: una sintesi imposta da ragioni grafiche, o di spazio, ma ugualmente chiara ad un lettore non prevenuto. Più che “il rito della discussione”, si sarebbe dovuto e si dovrebbe scrivere “il rito dell’apertura della discussione”. Che avviene di solito, specie il lunedì mattina, in un’aula praticamente deserta.

Il dibattito su una legge, di qualsiasi natura e importanza sia, si apre con quattro o cinque interventi, si interrompe per discutere provvedimenti più urgenti perché in scadenza, come nel nostro caso la conversione di un decreto legge su sicurezza e immigrazione, si riprende dopo qualche giorno, a decreto convertito, e prosegue nella settimana successiva con l’esame vero del provvedimento: articolo per articolo, emendamento su emendamento e via dicendo. A quel punto -credetemi- l’aula parlamentare sarà piena come un uovo. E sin troppo animata.

L’enfatizzazione di una foto che mi permetto di definire banale, come quella di una piazza vuota, o quasi, alle prime luci del giorno, non serve ad informare. Serve solo a intossicare ulteriormente il rapporto fra le istituzioni e una società che peraltro chiamiamo spesso civile con qualche esagerazione. Civile come può essere un corteo di manifestanti contro l’evasione fiscale, l’illegalità e quant’altro affollato di gente che nasconde i suoi redditi, si fa pagare in nero la riparazione dell’auto o del rubinetto, non si fa fare la ricevuta al ristorante o all’ambulatorio in cambio di uno sconticino, e magari ha anche rubato qualcosa al supermercato di turno.

Colgo l’occasione per precisare che dopo un attento esame di quella fotografia dell’aula di Montecitorio “scandalosamente” vuota, o frequentata solo da una ventina di deputati, ho visto che fra i presenti non c’era neppure un parlamentare del movimento più solito a rappresentare il Parlamento qualche volta per quello che è ma più spesso per quello che non è. E se, magari, ce ne fosse stato uno fuori posto, rispetto ai seggi abitualmente occupati dai pentastellati, sarebbe stato appunto uno soltanto, non di più: una presenza più virtuale , quindi, che reale.

D’altronde, preferisco un’aula semivuota ad un’aula parlamentare falsamente piena, frequentata cioè da deputati o senatori che, per l’attenzione che dedicano a ciò che vi si dice e vi accade, sono più comparse che persone vere.

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E’ un abbaglio -passando da una foto a un’intervista- anche quella reazione un pò da sfida di Maurizio Lupi, presidente del gruppo alfaniano della Camera, allo spostamento a sinistra del Pd avvenuto col raduno dei renziani al Lingotto di Torino. Dove Renzi ha irriso, sì, alla Bandiera rossa, alla rivoluzione socialista e ai pugni chiusi dei fuoriusciti dal suo partito, ma non ha per niente escluso di potere tornare a a fare accordi di governo con loro dopo le elezioni, quando cioè nella frammentazione dei partiti e dei gruppi, favorita dal ritorno ormai nelle cose al sistema elettorale proporzionale, dovrà far quadrare i conti di una maggioranza per la fiducia parlamentare di cui avrà bisogno l’esecutivo. Allora, se non vi saranno altri colpi di scena, la direzione di marcia sarà solo a sinistra, essendo il Pd un partito, appunto, di centrosinistra, come ha tenuto più volte a sottolineare a Porta a Porta, da Bruno Vespa, il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina, di provenienza Ds-ex Pci. Che Renzi, prima ancora di essere rieletto segretario, ha già incoronato vice segretario unico, destinando non so a quale incarico il povero Lorenzo Guerini, purtroppo post-democristiano.

“Non li rincorreremo”, ha detto il capogruppo del ministro degli Esteri Angelino Alfano a Montecitorio, parlando appunto del Pd renziano del Lingotto, nelle cui liste elettorali col sistema proporzionale è già stato annunciato che potranno esserci Giuliano Pisapia e i compagni del “Campo progressista”, ma difficilmente gli alleati presenti oggi nel governo di Paolo Gentiloni, cioè gli alfaniani. Che invece un pensierino in quella direzione -diciamo la verità- lo avevano fatto prima del Lingotto, tanto da avere convocato per sabato prossimo un’assemblea conclusiva dell’esperienza del Nuovo Centro Destra formatosi nell’autunno del 2013 rompendo con Silvio Berlusconi, sia pure come “diversamente berlusconiani”. Il partito del ministro degli Esteri si libererà del termine “destra” e rimarrà di centro.

Peccato però che questa benedetta area di centro sia piena più di sigle, di aspirazioni, di leader e leaderini che di voti, come impietosamente prevedono o certificano i sondaggi, compresi quelli letti a Porta a Porta da Vespa davanti al viso un pò da Sfinge bergamasca di Martina.

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Non si può neppure dire che Silvio Berlusconi, anche lui spiazzato forse dalle notizie del Lingotto, abbia voglia di soccorrere i centristi usciti dal suo partito, perché l’uomo, diversamente dalle apparenze, non è facile al perdono, se non al dettaglio, cioè recuperando i “diversamente berlusconiani” uno per uno, a sua insindacabile scelta, e senza che pretendano di rappresentare poi altro che non il padrone di casa.

Piuttosto, l’uomo di Arcore, distratto poi da quel gran traffico immaginario di soldi che studia fra le vecchie lire, o addirittura am lire , in una tasca e gli euro nell’altra, preferisce offrire dosi suppletive di pazienza a Matteo Salvini per quel “listone” che potrebbe essere costretto a fare dal ritorno, pur da lui auspicato, al sistema elettorale proporzionale macchiato però con l’illusorio premio di maggioranza alla lista che dovesse raggiungere a prima botta il 40 per cento dei voti.

 

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