I grillini perdono la testa per il senatore Minzolini

Prima sono arrivati i 161 voti, per appello nominale, contro la sfiducia “individuale” reclamata dai senatori grillini per il ministro dello sport Luca Lotti, renziano di strettissima osservanza, indagato per violazione del segreto d’ufficio o istruttorio, da lui negato agli inquirenti, nell’inchiesta giudiziaria sugli appalti della Consip per gli acquisti miliardari della pubblica amministrazione.

Poi, a distanza di meno di ventiquattro ore, sempre nell’aula del Senato, sono arrivati i 137 voti, anch’essi palesi, a favore del forzista Augusto Minzolini, sottratto alla decadenza da parlamentare proposta dalla competente giunta in applicazione della cosiddetta legge Severino, essendo stato condannato sette mesi fa in via definitiva a più di due anni -due anni e sei mesi- per peculato, anche su denuncia di Antonio Di Pietro. E di chi sennò ? Peculato ai danni della Rai, dalla quale Minzolini dipendeva come direttore del Tg1 usando una carta di credito aziendale diventata poi oggetto di una lunga e contorta controversia amministrativa e infine giudiziaria, con verdetti opposti in primo e secondo grado. Un secondo grado, però, per quanto confermato dalla Cassazione, dove il giornalista e senatore si era imbattuto in un avversario politico, appena tornato a fare il giudice dopo una ventina d’anni di attività parlamentare, e anche di governo, tutti a sinistra.

Mi pare di avervi raccontato tutto, sia pure per sommi capi: più comunque di quanto non abbia fatto con i suoi lettori, a grandissima sorpresa, Il Foglio del fondatore Giuliano Ferrara e del direttore Claudio Cerasa. Sulla cui prima pagina ho trovato solo sei righette di corpo millesimale sulla vicenda Minzolini nella rubrica La Giornata. Ma i colleghi avranno tempo, se vorranno, per recuperare, non foss’altro a causa delle scomposte, a dir poco, reazioni dei grillini e affini, convinti che non ci sarebbe da stupirsi se i loro elettori, simpatizzanti e quant’altri assaltassero i palazzi del potere per protesta contro il Senato e mettessero a ferro e a fuoco le piazze d’Italia. Dove -ahimè- può accadere anche questo senza che nessuno ne possa o debba poi rispondere, come dimostra la guerriglia appena praticata a Napoli contro l’ospite indesiderato Matteo Salvini, deriso dal sindaco della città Luigi de Magistris. Vi raccomando il de minuscolo perché spetta anagraficamente all’ex magistrato.

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A guidare sul fronte mediatico la rivolta alla quale i grillini hanno garantito quanto meno la loro comprensione è naturalmente il direttore e co-fondatore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che non si dà pace delle delusioni procurategli dal Senato elettivo della Repubblica. Di cui lui nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale targata Renzi ha pur difeso strenuamente la sopravvivenza, accusando l’allora presidente del Consiglio di volerlo ridurre ad un dopolavoro dei troppo sputtanati -scusatemi la parolaccia- Consigli Regionali, dove non si riesce neppure più a contare i condannati e inquisiti per peculati, sperperi e varie.

A fare saltare i sismografi degli umori nella redazione del Fatto Quotidiano e dintorni è stata anche la paura che, rotto col caso Minzolini l’incantesimo della legge Severino, e della sua applicazione curiosamente retroattiva, ne possa trarre presto beneficio anche Silvio Berlusconi, che di quella legge nell’autunno del 2013 rimase vittima con una votazione che lo espulse dal Senato. Il ricorso dell’ex presidente del Consiglio pendente da tempo davanti ad una Corte internazionale potrebbe ricevere una spinta decisiva proprio dal diverso verdetto, questa volta, dei senatori.

Non si dà proprio pace, il povero Travaglio, del fatto che Minzolini non sia già decaduto automaticamente da senatore, che abbia invece continuato a riscuotere la sua indennità e a maturare la sua pensione, o come diavolo si chiama, per sette mesi dopo la sentenza definitiva di condanna, e possa continuare adesso, anche dimettendosi, come Augusto ha annunciato orgogliosamente di voler fare perché convinto di avere sostenuto una causa di principio, non di interesse.

Travaglio si è fatto rapidamente i conti e si è accorto che nei nove o dieci mesi che mancano alla fine ordinaria di questa diciassettesima legislatura i senatori non avranno il tempo di accettare le dimissioni del loro collega con un voto a scrutinio, questa volta, rigorosamente segreto, e con la consuetudine maledettamente consolidata di respingerle la prima volta.

Ah, sono proprio sfortunati questi afflitti da anticastite, nel senso di casta, fatta salva naturalmente la propria, perché di caste nel nostro Paese ce ne sono tantissime, al coperto di ordini, associazioni e quant’altro.

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Se ne avesse avuto il tempo e lo spazio, forse Travaglio avrebbe completato con le loro fotine l’elenco pubblicato in prima pagina -tipo i manifesti dei ricercati nel far west- dei reprobi del gruppo Pd del Senato che hanno consentito a Minzolini di scampare alla decadenza. Un elenco però comprensivo sia dei 19 che hanno votato a favore del “pregiudicato”, avvalendosi della “libertà di coscienza” concessa dal capogruppo Luigi Zanda, sia dei 14 che si sono astenuti ma che di fatto, in base al regolamento di Palazzo Madama, si sono sostanzialmente aggiunti ai 35 che hanno votato contro. Neppure il modo di opporsi astenendosi, quindi, va bene ai grandi depositari della illibatezza morale e politica.

Se la situazione non fosse drammaticamente seria, ci sarebbe da ridere. Ma a pochi giorni dal cambio naturale di stagione voglio sperare di festeggiare anche un cambio politico di stagione.

Una rondine, si sa, non fa primavera. Ma due rondini, a distanza di poche ore l’una dall’altra, come sono stati i 161 voti a favore di Lotti e i 137 a favore di Minzolini, possono forse fare davvero primavera: quella del garantismo. E ciò alla faccia dei grillini, dei loro estimatori e persino del loro governo, che alla Stampa si sono appena avventurati a immaginare prevedendo il vice presidente della Camera Luigi Di Maio a Palazzo Chigi, il suo amico-competitore Alessandro Di Battista, il Chè Guevara di Trastevere, al Viminale e l’ingegnere informatico Manlio Di Stefano, un palermitano eletto in Lombardia, alla Farnesina grazie al tirocinio in affari internazionali, diciamo così, fattosi in quattro anni frequentando la Commissione Esteri della Camera.

Diffuso da http://www.formiche.net

Due rondini garantiste possono fare primavera

“Questo Paese, per responsabilità diffuse anche della nostra parte politica, ha troppo spesso consentito alle polemiche giudiziarie di sostituirsi alla politica”. Sono parole del ministro dello sport Luca Lotti nell’aula di Palazzo Madama, prima che l’assemblea, condividendo la sua difesa, bocciasse l’altra sera a larghissima maggioranza, con 161 no, 52 si, 2 astensioni e un centinaio di assenze non certo casuali, la mozione di sfiducia “individuale” presentata dai grillini e illustrata con durezza da Taverna, intesa come senatrice del movimento 5 stelle. Secondo la quale sarebbe politicamente imperdonabile per un esponente del governo trovarsi indagato per violazione del segreto d’ufficio, o istruttorio, per quanto negata dall’interessato in un lungo interrogatorio da lui stesso richiesto, non appena informato dell’avviso di garanzia a mezzo stampa, in particolare dal Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. E da chi sennò?

Il passaggio del discorso di Lotti che ho selezionato per voi è brevissimo, ma preciso e abbastanza autocritico, lodevolmente e onestamente autocritico, anche se forse non così esplicito come si aspettava Piero Sansonetti. Che ieri si chiedeva qui, sul Dubbio, cosa aspettasse ancora Matteo Renzi per non ammettere l’errore di avere in qualche modo partecipato nel 2013 al linciaggio politico -parole mie- della ministra della Giustizia dell’allora governo di Enrico Letta, Annamaria Cancellieri. Della quale i giustizialisti di un tanto al chilo avevano reclamato le dimissioni per avere osato telefonare ad un’amica, disgraziatamente – per lei- convivente di Salvatore Ligresti, appena finito agli arresti domiciliari, interessandosi poi delle precarie condizioni di salute e del relativo trattamento di Giulia Ligresti, detenuta. Un interessamento analogo ad altri da lei effettuati al Ministero e passato indenne all’esame di un magistrato insospettabile per severità: l’allora capo della Procura di Torino Gian Carlo Caselli.

Ma il linciaggio, o quasi, della Cancellieri, peraltro prefetto della Repubblica, non è il solo al quale è capitato di partecipare a Renzi nella purtroppo lunga fase del suo garantismo discontinuo, selezionato. Alla Cancellieri hanno poi fatto compagnia, per non andare più indietro di lei, ministri come Nunzia De Girolamo, Maurizio Lupi e Federica Guidi, non trattenuti, anzi incoraggiati alle dimissioni da Renzi, senza che fossero stati neppure scomodati, o non ancora, da un avviso di garanzia.

Il segretario uscente e, credo, rientrante del Pd purtroppo ha avuto il vizietto di inseguire, anziché contrastare, il grillismo sulla strada già pericolosa di suo dell’antipolitica, ma che unita al giustizialismo diventa mortalmente tossica per la democrazia.

Anche nella sfortunata campagna referendaria sulla sua impegnativa riforma costituzionale l’allora presidente del Consiglio, inutilmente trattenuto o addirittura ammonito dagli autorevoli amici Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, decantò l’anno scorso più che la maggiore efficienza voluta per le istituzioni, i minori costi garantiti dalla riduzione del Senato ad un dopolavoro, o quasi, di cento “soltanto” fra consiglieri regionali e sindaci, tutti senza indennità.

Ancora di recente, prima di rassegnarsi, a quanto sembra, all’epilogo ordinario della legislatura, Renzi si è spinto ad auspicare le elezioni anticipate per evitare che i parlamentari di prima nomina maturassero in ottobre il diritto al cosiddetto vitalizio. Neppure i grillini, peraltro tutti di prima nomina in Parlamento, si erano spinti a tanto. A quel punto Napolitano è proprio sbottato con una dichiarazione liquidatrice della questione, attribuendo le elezioni prima della scadenza ordinaria ad un Paese addirittura anormale, pur avendovi dovuto ricorre anche lui, dal Quirinale, nel 2008.

La svolta garantista ravvisabile nell’intervento del ministro Lotti al Senato, dove peraltro il fedelissimo di Renzi, in assenza di Paolo Gentiloni, trattenuto altrove da impegni internazionali, ha potuto parlare dalla postazione del premier, circondato solidalmente da 15 colleghi di governo, in uno scenario quindi che da solo rappresentava l’autorete dei grillini, è stata completata dalla successiva dichiarazione di voto del capogruppo del Pd Luigi Zanda. Che ha posto il problema di riesaminare l’espediente della mozione di sfiducia “individuale”, cui ricorrono sempre più di frequente i giustizialisti di turno proprio per mescolare prevalentemente vicende giudiziarie e politiche. Nei primi quattro dei cinque anni di questa disgraziata legislatura ne sono state presentate e votate, fra Camera e Senato, ben 36, ha rilevato Zanda.

Non contemplata dalla Costituzione, che prevede mozioni di fiducia o sfiducia solo al governo, nella sua collegialità, la mozione “individuale” fu inventata nel 1995 dal Pds-ex Pci, e bislaccamente ammessa dall’allora presidente del Senato Carlo Scognamiglio, forzista dissidente, per deporre il ministro della Giustizia, e magistrato in pensione, Filippo Mancuso. Che tentò inutilmente di resistervi con un ricorso alla Corte Costituzionale respinto con una celerità degna di miglior causa.

La colpa del supergarantista Mancuso, scaricato rapidamente dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che pur ne aveva voluto la nomina a guardasigilli, e dal presidente del Consiglio Lamberto Dini, era stata di avere mandato gli ispettori ministeriali al tribunale di Milano, fra le proteste della locale Procura. Si era gridato alla profanazione di un santuario.

Tra il discorso del ministro Lotti e le dichiarazioni di voto di Zanda è auspicabile che il Pd, rimasto anche dopo la scissione il maggiore partito della sinistra, o “di centrosinistra”, come ha preferito definirlo qualche giorno fa a Porta a Porta il ministro Maurizio Martina, vice segretario unico e in pectore di Renzi una volta tornato al Nazareno, abbia svoltato davvero in direzione garantista, senza lasciarsi più tentare dalla prima, dannata occasione di usare la scorciatoia giudiziaria nella lotta politica. O senza lasciarsi intimidire dai soliti malintenzionati, come sta accadendo mentre scrivo con le proteste dei grillini contro il voto libero “di coscienza”, come lo ha giustamente definito Zanda, espresso da alcuni parlamentari del gruppo a favore del senatore forzista, ed ex direttore del Tg 1, Augusto Minzolini. Di cui la competente giunta di Palazzo Madama aveva chiesto la decadenza da parlamentare, in applicazione retroattiva della famosa e controversa legge Severino, dopo una condanna definitiva per peculato emessa con una sentenza che alla maggioranza del Senato è apparsa fatta apposta per lui, su misura. E quindi rifiutata.

Non si era mai visto, francamente, un peculato per spese di albergo e di ristorante di un direttore di testata della Rai contestato dopo che l’interessato aveva pagato di tasca sua all’azienda le spese contestategli, peraltro contraddittoriamente, dall’amministrazione dell’azienda. E dopo che un giudice, non il suo commercialista o quello della Rai, aveva disposto la restituzione dell’intera cifra al giornalista perché non dovuta.

Questo reclamato dai grillini, e che si spera non sia più scambiato per tale da una sinistra degna del nome che porta, non è uno Stato di diritto ma un mostro.

Se il Pd di cui Renzi sta tentando di riconquistare la guida non dissiperà anche questa occasione e renderà quindi definitiva la svolta garantista, avrà realizzato la più grande e vera riforma di cui ha bisogno l’Italia, restituendo alla politica il primato che le spetta. E al quale tante volte la stessa politica ha rinunciato volontariamente e dannatamente, perché Piero Sansonetti non ha torto quando scrive che i magistrati hanno spesso ottenuto più spazio di quanto non avessero voluto o cercato.

 

Pubblicato su Il Dubbio

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