Addio Reichlin, grandissimo signore

Debbo ad Alfredo Reichlin, di cui rimpiango la cortesia e la cultura, il mio primo incontro con la vanità.

Erano i primi anni di vita del Giornale fondato e diretto da Indro Montanelli. Quel giorno era uscito uno dei miei primi editoriali, che riguardava i comunisti di Enrico Berlinguer: breve quanto bastava per rimanere tutto in un colonnino e mezzo di prima pagina, perché Montanelli odiava le girate.

Avevo spesso visto alla Camera Alfredo Reichlin ma non ci eravamo mai parlati. Nessuno me lo aveva presentato. Mi sorpresi pertanto quando mi si avvicinò, staccandosi da un gruppo di amici con cui si stava intrattenendo. E pensai che mi volesse fare qualche appunto. Invece voleva solo conoscermi e congratularsi per l’articolo, pur non condividendo buona parte di quello che avevo scritto del segretario del Pci e della sua pretesa di sentirsi sicuro sotto l’ombrello di una Nato di cui però il Pci non voleva il riarmo missilistico imposto dagli SS 20 sovietici puntati anche contro Roma.

Non avevo finito di ringraziarlo della cortesia che Reichlin mi somministrò un’altra dose di vanità dicendomi di avere trovato nei miei ragionamenti la razionalità addirittura del compianto Panfilo Gentile: un anticomunista di cui -mi raccontò- non si era mai perso un articolo fin quando ne aveva scritti.

Non mi montai la testa. Ma Reichlin da allora vi entrò dentro come un grandissimo signore, di cui non mi persi più un pezzo, pur condividendoli di rado.

Le fisime dei separati Renzi e Bersani

Non delle due, ma delle tre l’una. O Eugenio Scalfari prende fischi per fiaschi, pur con l’attenuante dell’età. O Renzi è un bugiardo, anche peggiore di come lo rappresentino i suoi peggiori avversari, che peraltro non è detto siano solo quelli usciti dal Pd, perché ve ne sono rimasti ancora. O Renzi, sempre lui, non riesce ad uscire dal pallone in cui si trova da ancor prima che gli segnassero una ventina di gol nella rete referendaria della riforma costituzionale, quando aveva personalizzato al massimo la campagna per il sì cercando poi, a quel punto inutilmente, di spersonalizzarla, visti i consigli o i moniti giuntigli dai presidenti della Repubblica: l’emerito Giorgio Napolitano e l’effettivo Sergio Mattarella.

Domenica scorsa Scalfari nel suo appuntamento abituale con i lettori di Repubblica ci aveva consegnato un Renzi quanto meno indeciso con quel “vedrò” finale sul problema, sollevatogli dall’amico e consigliere, del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio dopo le elezioni, ordinarie o anticipate, e l’interruzione dell’esperienza del conte Paolo Gentiloni Silveri   a Palazzo Chigi.

Quel “vedrò” tuttavia sembrava tendere più al no che al sì di fronte all’immane compito propostosi, come al solito, dal segretario uscente e rientrante del Pd di capo di un partito da riformare profondamente -si spera meglio di quanto abbia tentato con la Costituzione- ma anche della “sinistra italiana e soprattutto europea”. “Vasto programma”, usava dire Charles De Gaulle quando ne sentiva, secondo lui, di sproporzionati.

Eppure dopo qualche giorno, uscendo o entrando -non ho capito bene- da uno dei tanti appuntamenti con il pubblico del suo giro d’Italia in vista delle primarie congressuali di fine aprile, sempre lui, Renzi, ha riaperto al doppio incarico per sé dicendo che “così si fa dappertutto, in Europa”. Per cui il toscano sembra tornato a non capire perché mai in Italia si debba fare eccezione separando le due cose, come non lo capì alla fine degli anni 50 nella Dc il corregionale Amintore Fanfani. Che, ad abundantiam, per recuperare il deficit che lo obbligava a mettere dei libri sotto i piedi quando arringava le folle dei congressi e delle piazze, si prese anche il ruolo di ministro degli Esteri cadendo però tanto rapidamente quanto male.      Per fortuna della Dc, a Fanfani successe allora Aldo Moro, che si guardò bene dall’imitarlo accontentandosi della segreteria del partito, prontamente lasciata nel 1963, quando riuscì a realizzare il primo governo “organico” di centro-sinistra, con la partecipazione cioè dei socialisti di Pietro Nenni. Egli lasciò allora la guida dello scudo crociato al “doroteo” Mariano Rumor riuscendo solo così a rimanere a Palazzo Chigi, pur tra qualche crisi, per l’intera legislatura 1963-1968.

 

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Matteo Renzi tuttavia non è il solo cocciuto, ostinato, chiamatelo come volete, del palcoscenico politico italiano. Gli fa buona compagnia, almeno a sinistra, per limitarci a questo settore, senza sconfinare nelle altre aree, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, l’ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio Pier Luigi Bersani, ora alle prese con una “ditta” dalla sigla rovesciata: Dp.

Il povero Bersani, dubbioso evidentemente, e forse neppure a torto, che Renzi voglia davvero fare, o far fare ad altri del suo partito, quel centrosinistra “ampio” che è diventato lo slogan di Giuliano Pisapia, ha indicato ai suoi vecchi e nuovi o ritrovati compagni un’uscita, secondo lui, di sicurezza per la democrazia: un accordo di governo nella nuova legislatura con i grillini, se costoro non dovessero riuscire a conquistare da soli il 55 per cento circa dei seggi di Montecitorio raggiungendo o addirittura superando il 40 per cento dei voti che il candidato pentastellato a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, oggi costretto ad accontentarsi di essere uno dei vice presidenti della Camera, già sente a portata di mano.

Questa storia dei grillini da inseguire senza neppure smacchiarli, perché le macchie notoriamente ce le ha tutte soltanto Berlusconi, è ormai una fisima di Bersani, costatagli nel 2013, in apertura di questa diciassettesima legislatura, l’incarico di presidente del Consiglio. Che gli fu dato e ritirato al Quirinale da Giorgio Napolitano. Al quale l’allora segretario del Pd aveva chiesto di lasciargli fare e presentare alle Camere un governo dichiaratamente “di minoranza e di combattimento”, scommettendo sull’aiuto che prima o dopo gli sarebbe giunto dai grillini, tutti o in parte, per quanto quelli lo avessero ben bene sbeffeggiato come presidente incaricato.

Neppure dopo le ultime di Grillo, compresa la vicenda di Genova, dove il “garante” ha preso a calci anche la sua democrazia digitale quando dai computer delle comunarie è uscita una candidata a sindaco a lui non gradita, Bersani ha rinunciato all’idea che il movimento 5 stelle sia una risorsa della Repubblica, capace di risparmiarci “una robaccia di destra”. Che è poi la famosa “mucca” intravista già l’anno scorso proprio da Bersani nei corridoi del Pd e inutilmente segnalata agli uomini di Renzi lasciati al Nazareno per custodirne gli uffici.

 

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All’ostinazione di Bersani fa concorrenza, su un altro piano, quella del Fatto Quotidiano, che non si rassegna alla mancata decadenza di Augusto Minzolini da senatore, per giunta grazie al voto palese di 19 parlamentari del Pd. Il giornale di Marco Travaglio ha perciò avviato una campagna di persuasione -sola persuasione, per ora- sui vertici istituzionali per cacciare anche con le cattive “Minzo” da Palazzo Madama. E pure presto, magari anche obbligandolo a restituire tutte le indennità e simili riscosse abusivamente, secondo Travaglio, nei 15 o 16 o 17 mesi -ormai non si riesce più a contarli bene- trascorsi dalla sua condanna definitiva per peculato ai danni della Rai.

Si, è vero, il Senato ha votato no alla decadenza, ma non vale per il direttore del Fatto. Che per fortuna non è al Quirinale, neppure ora che ha l’età per candidarvisi, o lasciarsi candidare da Grillo. Diversamente avrebbe già mandato un bel plotone di Carabinieri a Palazzo Madama per metterne in riga il vertice, come una volta il mio amico Francesco Cossiga minacciò di fare col Consiglio Superiore della Magistratura, davvero e non per gioco, prendendosela col vice presidente Giovanni Galloni, contrario a farsi dettare “l’agenda” da lui, che ne era il presidente. Erano gli anni di Craxi a Palazzo Chigi, che il Consiglio Superiore della Magistratura voleva in qualche modo processare per reati di opinione, non volendolo fare il Parlamento.

 

 

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