Quei soldi di Romeo alla Verità di Belpietro

La sapientemente perfida selezione delle intercettazioni e quant’altro sottratte al segreto delle indagini su appalti e frequentazioni alla Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, ha seminato confusione e zizzania anche a destra, e non solo a sinistra. Dove si è peraltro arrivati all’ineguagliabile paradosso di un candidato alla segreteria del Pd, il governatore pugliese e magistrato in aspettativa Michele Emiliano, che vorrebbe eliminare con un sol colpo, proprio con l’affare Consip, entrambi i suoi concorrenti.

In particolare, Matteo Renzi dovrebbe pagare lo scotto del coinvolgimento del padre e del fedele Luca Lotti nelle indagini, pur a diverso titolo, e il povero Andrea Orlando, a dispetto dei consensi crescenti che sta raccogliendo, per la funzione di “garante” di quelle indagini: funzione che gli spetta come ministro della Giustizia.

Così l’intelligentone, furbissimo “don Michele” di Bari, o dintorni, si troverebbe solo a correre verso il vertice del Pd, essendosi nel frattempo perse le tracce, ed anche il nome, di quella volenterosa signora di Torino iscrittasi alla gara come “moderata”, quasi che tutti gli altri fossero il contrario, cioè smodati.

In verità, verrebbe voglia di dare dello smodato, per lo stile e gli argomenti che usa contro rivali o concorrenti, proprio a Emiliano, ma non cado in questa tentazione perché non mi piace la prospettiva di diventare l’unico fesso a procurarsi una querela, anche se la polemica è tutta politica, e non personale.

A destra, come accennavo, le ricadute delle fughe di notizie dalle indagini sulla Consip si sono tradotte in un attacco di Libero, il quotidiano guidato dal sempre urticante direttore editoriale Vittorio Feltri, alla concorrente Verità, il pugnace giornale fondato l’anno scorso da Maurizio Belpietro per proseguire una durissima, direi feroce campagna antirenziana che gli sarebbe stata impedita alla direzione dello stesso Libero dagli editori Angelucci.

Feltri fu allora accusato dal pur vecchio amico Belpietro di essersi prestato ad un repentino cambio di linea politica per avere sostenuto, semplicemente, che la riforma costituzionale targata Renzi fosse accettabile nel referendum, nonostante limiti e pasticci dei suoi contenuti, perché “sempre meglio di niente”. Al resto delle accuse a Renzi, cioè di coltivare all’ombra di quella riforma disegni autoritari, da ducetto fiorentino, il competitore di Belpietro non aveva ritenuto di dare alcun ascolto.

Furono addebitati a Feltri anche visite e incontri conviviali, da lui però smentiti, con l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi o dintorni. Venne fuori insomma il solito repertorio di allusioni, sospetti e voci, relative anche agli affari sanitari degli Angelucci dipendenti dalla politica, di cui anche noi giornalisti siamo capaci quando ci becchiamo fra di noi.

Ora le fughe di notizie giudiziarie gestite, secondo i sospetti o le convinzioni maturate nella Procura di Roma, anche dai Carabinieri del nucleo ecologico scelti a Napoli dal sostituto procuratore Henry John Woodcock, e perciò sostituiti con Carabinieri di un altro reparto, hanno consentito al direttore editoriale di Libero di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. In particolare, egli ha potuto rimproverare a Belpietro alcuni finanziamenti forniti alla sua Verità, tramite una fondazione presente nella società editrice, da quell’Alfredo Romeo arrestato nel corso delle indagini sulla Consip per sospetta corruzione e non so quali e quant’altri reati: un ricchissimo imprenditore fornito, secondo le intercettazioni arrivate nelle redazioni, di tanto denaro in contanti da non sapere dove mettere o come investire, essendone pieni i suoi “cassetti”. Un imprenditore, sempre questo Romeo, in odore di buoni rapporti col “giro” di Renzi, a cominciare dal padre Tiziano, la cui iniziale è stata trovata accanto alla bella cifra di 30 mila euro mensili in un pizzino stracciato ma recuperato e ricomposto fra le immondizie dai Carabinieri del nucleo ambientale. E da chi sennò?

Belpietro, a dire il vero, informatissimo sulle indagini Consip, tanto da avere pubblicato per primo nei mesi scorsi notizie o voci sul padre di Renzi in angoscia per guai giudiziari in arrivo da Napoli, non si è lasciato sorprendere dal suo amico e competitore Feltri. Lo ha anzi preceduto scrivendo dei finanziamenti al suo giornale attribuiti a Romeo su consiglio del consulente ed ex deputato finiano Italo Bocchino. E dicendosene sorpreso per primo. Sarebbe stato insomma un aiuto ottenuto a sua insaputa, e per niente condizionante, avendo lui obiettivamente continuato sulla strada dell’antirenzismo non certamente in sintonia con le simpatie politiche e persino con gli interessi attribuiti all’imprenditore napoletano, peraltro già finito in carcere in passato e uscitone assolto.

Senza ricorrere ad un’attenuante una volta sarcasticamente attribuita da Marco Travaglio all’allora ministro forzista Claudio Scajola per un appartamento davanti al Colosseo pagatogli in parte da un amico, Feltri ha velenosamente consigliato Belpietro a chiamare “Dubbio” la sua “Verità” troppo assertiva, osservando però onestamente e simpaticamente che questo è già il nome della testata garantista diretta da Piero Sansonetti.

Per la cronaca, l’attenuante inventata in un fulminante corsivo da Travaglio per Scajola fu un richiamo a Cristoforo Colombo, che nel lontanissimo 1492 scopri a sua insaputa l’America, ritenendo di essere invece sbarcato in India.

Tutto questo vi ho raccontato anche per farvi capire quali e quante sorprese, quali e quanti paradossi, quale e quanta confusione, quale e quanto fango può essere sollevato, si vedrà solo dopo se a ragione e a torto, da una indagine giudiziaria condotta tra fughe occasionali o, peggio, pilotate di notizie e documenti. Fughe destinate non a fare luce su fatti e responsabilità, ma ad alimentare i processi sui giornali anziché nei tribunali, come ha giustamente lamentato Renzi. E a intossicare il dibattito politico nei passaggi più importanti: in questo caso, nello svolgimento delle primarie e del congresso del Pd, dal cui esito dipenderanno gli sviluppi di una situazione politica a dir poco torbida. Un congresso alla cui disintossicazione si è raccomandato anche il guardasigilli, oltre a Renzi.

Pubblicato su Il Dubbio di martedì 7 marzo 2017 alle pagine 1 e 7

Il Corriere della Sera appoggia Orlando nella bolgia del Pd

Diversamente dal quadro politico, che va sempre più confondendosi, specie con gli ingredienti forniti alla lotta fra e nei partiti dalle indagini giudiziarie sulla Consip, particolarmente scomode per Matteo Renzi, la sua famiglia e i suoi amici, va chiarendosi il quadro mediatico. Che è importante anche per definire l’altro, come avvenne 25 anni fa, quando l’inchiesta giudiziaria Mani pulite spazzò via non un solo uomo, non un solo partito ma tutti quelli di governo, toccando solo marginalmente e quindi salvando l’allora Pds-ex Pci. E tutto col sostegno della cosiddetta grande stampa e delle televisioni, comprese quelle di Silvio Berlusconi. Il quale a sorpresa ne avrebbe tratto i frutti maggiori, nonostante i legami personali con i leader distrutti, irrompendo nella politica e vincendo le elezioni nel 1994.

Con la sua prima pagina di oggi, lunedì 6 marzo 2013, in apertura -credo non casuale- della settimana scelta da Matteo Renzi per lanciare la sua candidatura, o ricandidaura, alla segreteria del Pd nella cornice del Lingotto di Torino, proprio dove nacque dieci anni fa il partito col discorso di pre-investitura del suo primo segretario Walter Veltroni, il Corriere della Sera ha praticamente adottato- o sponsorizzato, come preferite- il concorrente più politico dell’ex presidente del Consiglio, cioè il guardasigilli Andrea Orlando.

L’altro concorrente di Renzi, il governatore pugliese Michele Emiliano, che casualmente -ma non troppo- è anche un testimone nell’inchiesta giudiziaria targata Consip, è troppo truce, acrimonioso, imprevedibile e discusso, per giunta con quell’ostinato rifiuto di dimettersi dalla magistratura dopo avere ormai scelto come mestiere o professione prevalente quella del politico, per potersi guadagnare il sostegno del primo giornale italiano, almeno per numero di copie vendute.

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La sponsorizzazione corrieristica della candidatura di Orlando alla segreteria del Pd nasce dal combinato disposto di un editoriale di Paolo Mieli e di un’intervista dello stesso Orlando raccolta dall’inviato di punta Aldo Cazzullo, che sa cogliere sempre dall’ospite di turno il meglio, inteso come contributo a capire la situazione.

L’editoriale di Mieli e l’intervista di Orlando contengono lo stesso giudizio negativo sulla corsa di Renzi per tornare a guidare il partito: una corsa viziata, secondo loro, da un obiettivo di “rivincita” che è di per sé un handicap nel quadro politico italiano, con partiti sfarinati e accidiosi, senza che si veda all’orizzonte una legge elettorale che possa aiutare a fare uscire dalle urne una maggioranza di governo. E’ un quadro che sta impensierendo sempre di più il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ai cui appelli un po’ pleonastici, diciamolo pure, alla “prudenza” ha preferito aggrapparsi l’editorialista del secondo giornale italiano: Stefano Folli su Repubblica.

         Ma torniamo a Mieli, il sornione due volte ex direttore del Corriere, frequentatore assiduo di tutti i salotti televisivi, pubblici e privati, abituato come pochi altri a maneggiare e mescolare storia e cronaca politica, protagonista nel 2006, sempre in via Solferino, della sponsorizzazione del pur breve e sfortunato ritorno di Romano Prodi a Palazzo Chigi, che deluse e indispettì non pochi lettori.

Il mio amico Paolo ha avvertito che, a dispetto delle apparenze e della sicurezza ostentata da Renzi, la corsa di Orlando alla segreteria del Pd non può essere considerata perdente. Lo stesso Orlando, del resto, ha spiegato a Cazzullo ch’egli corre “per vincere”, non per testimoniare, cioè per perdere. “L’esito delle primarie -ha scritto Mieli- è sempre meno scontato”. E ancora: “La partita è aperta, apertissima”. Chi vuol dare una mano al giovane guardasigilli, di provenienza Pci, è quindi invitato a muoversi, magari tra quelli ancora solidali con Renzi.

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Una così esplicita e impegnativa adozione della candidatura di Andrea Orlando da parte del Corriere della Sera, salvo successivi ripensamenti o correzioni di rotta, significa naturalmente che il maggiore giornale italiano, di cui è da poco editore Urbano Cairo, il patron de la 7, ha scaricato di brutto Renzi. I cui rapporti con il giornale di via Solferino, a Milano, non sono stati del resto mai buoni, neppure prima dell’arrivo di Cairo.

Ci sono direttori del Corriere che proprio per i cattivi rapporti con Renzi ci hanno anche rimesso il posto. Mi riferisco naturalmente a Ferruccio de Bortoli, che si tolse la soddisfazione, lasciando l’incarico, di dare all’allora presidente del Consiglio, oltre che segretario del Pd, del “maleducato di talento”. Ma poi il Corriere sarebbe tornato ad affidarsi agli editoriali dell’ex direttore, senza ch’egli cambiasse idea su Renzi, né sul piano politico né sul piano personale.

Quasi come controprova dell’adozione della candidatura di Orlando alla segreteria del Pd c’è la valorizzazione che il Corriere ha voluto fare di Paolo Gentiloni e del suo governo, sottolineandone nel titolo più vistoso di prima pagina il carattere “non a termine” e “rassicurante”, vantato dallo stesso presidente del Consiglio a Domenica in, davanti a un Pippo Baudo oltremodo ossequioso, e non solo ben educato, come deve essere naturalmente ogni buon conduttore televisivo. Quell’aggettivo rassicurante va letto, senza malizia, ma per dovere d’informazione, in relazione al governo che ha preceduto quello oggi guidato dal conte Gentiloni: il governo cioè di Renzi.

Sul carattere “non a termine” dell’esecutivo in carica va tuttavia detto che un termine comunque esso ce l’ha. Ed è la conclusione ordinaria della legislatura, fra meno di un anno.

Anche senza voler considerare incidenti o trappole- dai referendum promossi dalla Cgil sui temi del lavoro alle elezioni amministrative di primavera, per esempio- capaci di provocare con una crisi le elezioni anticipate, non è molto quel meno di un anno che il governo ha a disposizione per portare a termine il suo compito o programma. In cui rientra adesso anche la riduzione delle tasse sul lavoro, come Gentiloni ha detto in televisione, oltre all’obbligatoria legge finanziaria del 2018.

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