Quelle scarpe chiodate dell’euro

            Nel tentativo di piacere sempre di più alle mamme tedesche, che lo considerano notoriamente il genero ideale, anche se non possono apprezzarne le performance televisive italiane nel salotto a lui familiare di Lilli Gruber, della quale è inutile indicarvi, con quel nome, la orgogliosa origine, Mario Monti è tornato a scrivere la storia dell’euro come di una moneta subita, e non voluta dalla Germania. E ciò diversamente da quanto sostengono i perfidi “sovranisti” italiani, e loro simili altrove, convinti di essere stati colonizzati da Berlino con quei soldi che sono stati condannati a portare in tasca.

            In particolare, il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio ha ricordato che i tedeschi non volevano saperne di rinunciare al loro fortissimo marco, di carta e di metallo, per cui punirono severamente nelle urne il loro cancelliere di allora, Helmut Kohl, quando decise di adottarlo per restare fedele agli ideali europei del suo predecessore Konrad Adenauer. Il cui inconfondibile profilo da Riace i più giovani hanno potuto conoscere in questi giorni vedendo i documentari degli anni Cinquanta, quando in una giornata sfortunatamente piovosa di primavera furono firmati in Campidoglio i trattati europei.

            Peccato però che la storia di Monti, per essere digerita come una favola, si ferma qui, a metà del suo percorso. Ma forse anche a meno della metà.

            Monti omette o dimentica deliberatamente di dire che, una volta unificata ben bene anche la loro moneta dell’ovest e dell’est grazie allo sforamento delle regole dell’Unione Europea autorizzato dagli altri soci, i tedeschi hanno preteso e ottenuto altre cosette come il patto di stabilità e il fiscal compact che, pur nella “stupidità” lamentata non da un turista di passaggio a Bruxelles ma da Romano Prodi, hanno ribaltato la situazione.

            È con quelle cosette un po’ stupide che l’euro romanticamente immaginato da Kohl ha messo i chiodi, o cingoli, sotto le scarpe. Ed è diventato un incubo per la maggior parte di quelli che dalla tasca se lo ritrovano adesso sulla testa.

L’irruzione di Mario Monti nel cortile italiano

Quelli del senatore a vita Mario Monti, di cui non starò qui a ricordare inutilmente il lungo curriculum accademico, culturale, amministrativo e infine politico, non si sa mai se definirli più processi o esami. Ma sono sempre severi, puntuti. L’uomo sceglie gli aggettivi e gli avverbi sempre con precisione chirurgica. Pochi, davvero pochi scampano alle sue rasoiate, specie se hanno avuto la dabbenaggine di provocarlo, come ha fatto, anzi rifatto quell’imprudente di Matteo Renzi accomunandolo a Silvio Berlusconi e ad Enrico Letta. Che avrebbero fatto tutti peggio di lui nella gestione del deficit italiano.

“Polemiche da cortile”, le ha liquidate il senatore a vita, avvolto nel solito, sobrio completo grigio e collegato con lo studio televisivo di Lilli Gruber, a la 7, da Bruxelles. E da dove sennò ? L’uomo, si sa, è più europeo che italiano, da fondazione rovesciata a quella – Italineuropei- fondata a suo tempo da Massimo D’Alema. Egli vive più fra Bruxelles e Berlino che fra Milano e Roma. Ma di ciò che accade nel “cortile” della politica italiana tuttavia non gli sfugge niente perché lui sa informarsi, leggere e ascoltare, diversamente da Renzi, che “parla molto -ha detto- e ascolta poco”. Ma al posto di molto Monti voleva forse dire troppo, e al posto di poco voleva dire naturalmente niente.

Ciò che Monti non perdona a Renzi, più ancora dell’Imu tolta dalla prima casa, sfidando i pareri di Bruxelles e di Berlino, e più delle “mance” elettorali con le quali avrebbe sprecato, fra votazioni europee del 2014 e referendum costituzionale del 2016, tutte le “flessibilità” strappate alla Commissione comunitaria, è soprattutto di averlo scambiato in questi giorni per uno dei concorrenti alla segreteria del Pd. Cioè, per un Andrea Orlando o un Michele Emiliano qualsiasi, anche se fra i due, anzi fra i tre, comprendendo lo stesso Renzi, il senatore a vita riconosce al ministro della Giustizia in carica almeno il merito di avere sfilato per le strade di Roma sabato scorso con gli europeisti: peraltro, nello stesso corteo che Monti, refrattario alle marce, ha voluto onorare della sua presenza.

Non solo non è candidato a segretario del Pd, ma a Monti non salta neppure in testa, ora che non dispone più di un suo partito, avendolo abbandonato o sciolto poco dopo averlo fondato, l’idea di partecipare il 30 aprile alle primarie piddine. Figuratevi se poteva farsi convincere dalla troppo incalzante “dottoressa” Gruber a dire chi preferisse fra Renzi e Orlando, pur dopo avere già mostrato chiaramente la sua simpatia per il secondo, almeno come collega di marcia. Dire “compagno” per uno come Monti sarebbe stato oggettivamente troppo.

 

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Come serata di processo o di esame, quella di Monti in collegamento da Bruxelles non è stata confortante neppure per Enrico Letta, suo diretto successore a Palazzo Chigi e predecessore di Renzi. Non parliamo poi di Berlusconi, che Monti comunque continua deferentemente a chiamare “presidente”. Fra i due, quando l’allora Cavaliere gli ritirò la fiducia parlamentare, ormai in campagna elettorale, calò un sipario che neppure una gru potrebbe mai rimuovere, neppure se Berlusconi all’improvviso riscoprisse le qualità tecniche dell’uomo che per primo mandò nella Commissione Europea a rappresentare l’Italia.

Di Enrico Letta il senatore Monti apprezza i toni ma non i contenuti, diciamo così, trovandoli troppo modesti o contraddittori nei riguardi della severità imposta dai nostri vincoli europei. Pertanto all’ipotesi prospettatagli dalla solita, invadente Gruber di un ritorno di Letta alla politica, se mai se ne fosse davvero allontanato andando a insegnare a Parigi, Monti ha cercato a lungo di restare indifferente. E poiché la “dottoressa” conduttrice non mollava, spalleggiata nello studio da quel sornione di Paolo Mieli, che in politica ne ha viste di cotte e di crude per farsi sorprendere da qualsiasi svolta o ritorno, a Monti è riuscito solo di dire che “non sarebbe un male” se la palla dovesse proprio tornare ad un giocatore che pure non l’ha saputa giocare al meglio nella prima partita.

In che cosa consista esattamente la colpa di Enrico Letta è presto detto, secondo il rimprovero fattogli esplicitamente da Monti: avere pasticciato durante i suoi pochi mesi di governo, meno di un anno, per non conservare l’Imu sulla prima casa messa dall’esecutivo tecnico dello stesso Monti con una manovra fiscale sulle proprietà immobiliari di cui purtroppo nessuno nello studio televisivo ha osato ricordargli il risultato, non so se più per cortesia o per dimenticanza. Il gettito si rivelò superiore al previsto esattamente nella misura dell’imposta sulla prima casa, di cui pertanto si poteva tranquillamente fare a meno per assicurare al provvedimento del governo le entrate volute.

Evidentemente quella del prelievo fiscale sulla prima casa è per Monti, e non solo per lui, una questione di principio, di dottrina, persino di moralità. Che quel “matto” di Renzi, come lo stesso Renzi si è appena vantato di essere stato e di voler tornare ad essere nei rapporti con Bruxelles, ha voluto imbrattare.

 

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Temo che anche il conte Paolo Gentiloni rischi di fare la fine di Enrico Letta nel giudizio o nei voti di Monti. Il presidente del Consiglio ha infatti colto l’occasione di un incontro già programmato con i presidenti delle giunte regionali per non lasciar cadere nel vuoto l’appello lanciato da Renzi a non farsi dettare supinamente le scelte di governo da Bruxelles. I cui vincoli -ha riconosciuto il presidente del Consiglio- “non sono intoccabili”. Di quanto si potrà verificare entro aprile, fra documento di programmazione economica e manovra o manovrina di aggiustamento dei conti reclamata dalla Commissione europea per 3,4 miliardi di euro. Ma ancor più si verificherà in autunno, quando si dovrà procedere alla legge finanziaria del 2018, se non dovessero intervenire le elezioni anticipate e un conseguente ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio. Che proprio in quanto provvisorio potrebbe o dovrebbe sottrarsi a interventi comunitari.

Pur essendo stato spiazzato dalle distanze prese nei giorni scorsi da Renzi rispetto alla decisione del governo di abolire i buoni di lavoro accessorio -i famosi voucher- per non rischiare il referendum promosso dalla Cgil di Susanna Camuso, il presidente del Consiglio ha quindi voluto ristabilire una linea di continuità col suo predecessore sul tema dei rapporti con i partner europei. E’ una scelta che appare destinata, ad occhio e croce, ad avere conseguenze anche all’interno del Pd, dove Gentiloni non si è messo nella posizione neurale assunta da Enrico Letta nel 2013, durante la prima scalata di Renzi alla segreteria.

Gentiloni sostiene il segretario uscente e rientrante del Pd. E non avrà probabilmente motivo di temere contraccolpi alla conclusione del congresso, anche perché i fuoriusciti dal Pd stanno già litigando fra di loro per impensierire più di tanto quelli vi sono rimasti.

 

 

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