Gli insulti del pregiudicato Grillo

Beppe Grillo ha commentato a modo suo, cioè con insulti, la prestazione di Matteo Renzi nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, appena dopo che il padre Tiziano aveva concluso un interrogatorio di 4 ore subìto nella Procura di Roma per il suo coinvolgimento, con l’accusa di traffico d’influenze illecite, nelle indagini sugli appalti della Consip. Che è la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

         Al netto degli insulti, non una parola di risposta, o di spiegazione, il comico di Genova ha ritenuto di voler spendere sulla realtà denunciata dall’ex presidente del Consiglio di un movimento -quello delle 5 Stelle- severissimo con tutti ma fondato da “un pregiudicato”, quale in effetti è Grillo per una sentenza definitiva di condanna rimediata dopo un incidente mortale in auto. Per una volta Renzi ha preso in prestito il linguaggio da casellario giudiziario di Marco Travaglio.

L’incontenibile giustizialismo leghista

         Hanno un bel dire l’ex ministro leghista Roberto Calderoli e i suoi amici di partito che essi sono decisi a votare con i grillini per la sfiducia parlamentare al ministro dello sport Luca Lotti, renziano di strettissima osservanza, solo per inseguire la crisi di governo ai fini delle elezioni anticipate.

         Poiché le contestazioni grilline, e della sinistra malpancista, anche fra quanti sono rimasti nel Pd dopo la scissione di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, nascono dai problemi che Lotti ha con gli inquirenti sugli affari della Consip, che gli hanno contestato la violazione del segreto sulle intercettazioni in corso a carico degli altri indagati, i leghisti non possono onestamente voltare la faccia dall’altra parte e far finta di non vedere e di non sentire. Essi accettano con le loro scelte l’aberrante uso delle vicende giudiziarie ai fini della lotta politica: in questo caso, ai fini appunto di una crisi di governo e di un conseguente ricorso, secondo loro, alle elezioni anticipate. Che restano tuttavia una prerogativa solo del presidente della Repubblica.

         Il fatto è che, sotto sotto, rimane forte nella Lega la tentazione al giustizialismo: la stessa che all’inizio della loro avventura di governo con Silvio Berlusconi, nell’estate del 1994, li portò a rinnegare un decreto legge appena varato con la firma anche del loro ministro dell’Interno Roberto Maroni dopo le proteste televisive di Antonio Di Pietro e degli altri magistrati della Procura di Milano. Che erano contrari alle ulteriori limitazioni imposte da quel decreto all’uso delle manette durante le indagini preliminari. Se n’era fatto un abuso   sproporzionato contro gli indagati di Mani pulite.

         L’allora presidente del Consiglio dovette fare buon viso a cattivo gioco, lasciando decadere il provvedimento, per scongiurare una crisi. Che peraltro l’allora segretario della Lega Umberto Bossi provocò lo stesso dopo qualche mese cavalcando le proteste della Cgil contro la riforma delle pensioni in cantiere.

         Ora che non c’è un suo governo in gioco, Berlusconi non ha subìto il giustizialismo leghista, comunque camuffato e motivato. Ed ha disposto, a costo di un altro strappo con Matteo Salvini, che i parlamentari di Forza Italia votino, quando sarà il momento, contro la sfiducia al ministro Lotti. Il quale pertanto con i no dei forzisti, anche di quelli alla Brunetta, che fanno dell’antirenzismo una ragione di vita, al pari dei grillini e della sinistra di vecchio stampo, potrà sentirsi al sicuro dall’agguato grillino.

         Questo è un altro mattone del muro che, a dispetto dei conclamati propositi di ricostituire su nuove basi il vecchio centrodestra, separa ormai Berlusconi dalla Lega: l’Europa, l’euro, la premiership e adesso anche i rapporti fra giustizia e politica.

Emergono pasticci nella gestione delle intercettazioni per gli affari Consip

 

Il ministro dei beni culturali Dario Franceschini e “i suoi”, come li ha chiamati La Stampa, sono arrivati per ultimi, dopo le reazioni di Matteo Renzi, di Lorenzo Guerini, vice segretario del partito e presidente della commissione di garanzia del congresso, e di Matteo Orfini, presidente del Pd, ma hanno pur sempre tagliato anche loro il traguardo della smentita. Essi hanno cioè negato i malumori loro attribuiti e la tentazione di chiedere il rinvio delle primarie del 30 aprile per evitare intossicazioni da cronache giudiziarie. Che sono quelle sulle indagini in corso fra Napoli e Roma sugli appalti della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, in cui sono coinvolti a vario titolo il padre di Renzi, Tiziano, appena interrogato per 4 ore nella Capitale, il suo amico imprenditore Carlo Russo, appena rifiutatosi di rispondere agli inquirenti perché all’oscuro degli atti che lo riguardano, e il renzianissimo ministro Luca Lotti, di cui i grillini hanno chiesto la sfiducia in Parlamento.

Oltre a smentire ripensamento o incertezze sul sostegno alla ricandidatura di Matteo Renzi alla guida del Pd, Franceschini ha accusato chi glieli ha attribuiti di voler mettere “zizzania” nei suoi rapporti con l’ex presidente del Consiglio. Come il segretario della Lega Matteo Salvini ha accusato recentemente Silvio Berlusconi di voler fare con i dirigenti del Carroccio sponsorizzando la candidatura del governatore veneto Luca Zaia, leghista pure lui, alla premiership di un nuovo centrodestra. E ciò nel caso in cui lo stesso Berlusconi non dovesse recuperare in tempo per le prossime elezioni la candidabilità preclusagli dalla cosiddetta legge Severino.

I seminatori di zizzania quindi si sprecano davvero nel dibattito politico. E lo confondono ancor più di quanto non faccia la maggior parte dei cronisti giudiziari: almeno di quelli che selezionano notizie, indiscrezioni, voci e quant’altro provenienti dalle Procure e dintorni per complicare la campagna congressuale di Renzi nel Pd.

 

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Il ricandidato segretario, chiamiamolo così, del Partito Democratico ha comunque segnato qualche altro punto a suo favore, oltre alla smentita di Franceschini, negli sviluppi dell’offensiva in corso contro di lui. Egli è diventato tanto fiducioso da sottoporsi nel salotto televisivo di Otto e mezzo, a la 7, alle curiosità non proprio benevole della stessa conduttrice Lilli Gruber e del direttore dell’Espresso Tommaso Cerno. Ai quali non ha avuto difficoltà a ribattere che i processi, a cominciare da quello al padre Tiziano, si fanno nei tribunali e non sui giornali. Il genitore, accusato di traffico d’influenze illecite, aveva appena respinto ogni addebito davanti agli inquirenti dicendo, come poi avrebbe ripetuto ai giornalisti il suo avvocato, di sentirsi vittima di un “abuso di cognome”. Cioè, di millantato credito da parte di chi avesse trattato affari con la Consip, con l’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato, o con altri spendendosi la conoscenza o l’amicizia con lui.

Oltre alla deposizione del padre, uscito libero dal lungo interrogatorio, a dispetto delle voci che avevano prospettato ben altri scenari, Matteo Renzi ha incassato la confermata solidarietà del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ribadita in una riunione del governo, al ministro Lotti. Che si aggiunge all’accusa di “clown” dei grillini rivolta dal presidente del Pd al concorrente di Renzi alla segreteria Michele Emiliano, spintosi a chiedere sostanzialmente a Lotti le dimissioni come gesto di “generosità” verso il partito e il governo.

A favore del renzianissimo Lotti è inoltre arrivata la notizia, confermata anche dal tono dell’editoriale del direttore del Giornale di famiglia, che Silvio Berlusconi ha ordinato ai suoi di votare in Parlamento, quando sarà il momento, contro la sfiducia proposta dai grillini, e sostenuta invece dai leghisti -ha precisato l’ex ministro Roberto Calderoli- “solo” in funzione di una crisi e di conseguenti elezioni anticipate.

 

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Il soccorso maggiore a Lotti, e quindi anche a Renzi, è giunto tuttavia dalla puntata di Bersaglio mobile, condotta da Enrico Mentana su la 7. Dove, in collegamento telefonico, l’avvocato difensore di Marco Gasparri, ex dirigente della Consip risultato “a libro paga” di Alfredo Romeo, ha rivelato clamorosi infortuni nei quali sono incorsi inquirenti e Carabinieri nelle intercettazioni e altro.

Una postazione per gli ascolti e le riprese negli uffici della Consip o dello stesso Gasparri fu incautamente collocata, davanti agli occhi dell’avvocato dell’inquisito, sul tetto dell’edificio in cui si trova la sua abitazione, vicina evidentemente alla sede della società. Altri indagati per gli appalti Consip furono incautamente fermati per strada e perquisiti per un’operazione apparentemente antidroga che fece loro capire di essere sotto controllo per altri motivi.

La stessa deposizione di Marco Gasparri agli inquirenti per ammettere i suoi rapporti con Romeo fu conseguente al consiglio datogli dal suo avvocato di parlare per evitare l’arresto, visto che era intercettatto.

Nel contesto di una simile gestione delle indagini riesce francamente meno convincente lo scenario accreditato sino ad ora dagli inquirenti di Lotti, all’epoca sottosegretario di Renzi a Palazzo Chigi. Che si sarebbe attivato, al pari di generali dei Carabinieri e quant’altri, per avvisare i vertici amici alla Consip dei controlli ai quali erano sottoposti perché li potessero neutralizzare.

         La valenza di queste rivelazioni a Bersaglio mobile si è colta bene vedendo la sorpresa e il disagio di un ospite particolare nello studio: Marco Lillo, scuppista -da scoop- giudiziario del Fatto Quotidiano, che per primo diede la notizia di Lotti indagato per violazione del segreto d’ufficio, o come altro si chiama il reato contestatogli. Il direttore di quel giornale, Marco Travaglio, ha a lungo protestato contro lo scetticismo o l’indifferenza altrui alla gravità della situazione giudiziaria del ministro amico di Renzi.

 

Diffuso in rete da http://www.formiche.net

Matteo come Bettino 25 anni dopo

Matteo Renzi non vuole sentirselo dire. Egli suole infastidirsi al paragone con Bettino Craxi: un personaggio “ diseducativo”, disse una volta motivando da sindaco di Firenze il rifiuto di dedicargli una strada, come aveva chiesto invece la figlia dello scomparso leader socialista. Gli preferisce Enrico Berlinguer, opposto un’altra volta da Renzi, per la sua “generosità”, all’”opportunismo” del rivale morto ad Hammamet.

Ma in questi giorni e in queste ore in cui si accavallano le voci e le smentite più disparate- le ultime delle quali riguardano l’allarme sulle primarie congressuali del Pd lanciato dalla Stampa per il timore di riverberi della vicenda giudiziaria in cui è coinvolto il padre dell’ex presidente del Consiglio e segretario del partito- Renzi sembra proprio nelle condizioni di Craxi nella tarda primavera del 1992.

Allora il leader socialista aspirava a tornare a Palazzo Chigi, da dove Ciriaco De Mita lo aveva sfrattato nel 1987, come ora Matteo Renzi aspira a tornare almeno al Nazareno, alla guida del partito, avendo perduto volontariamente il governo per la sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale.

Come oggi Matteo Renzi fa continuamente i conti con le voci sul grado di coinvolgimento del padre nelle inchieste sugli appalti della Consip, la centrale degli acquisti per la pubblica amministrazione, così Craxi 25 anni fa faceva i conti con le voci sul coinvolgimento del figlio Bobo nell’inchiesta esplosa con l’arresto -in flagranza di mazzette- di Mario Chiesa. Che aveva aiutato il figlio di Craxi nella campagna elettorale di qualche anno prima per il Consiglio Comunale di Milano.

Alla direzione del Giorno una sera sì e l’altra pure mi telefonava un comune amico per annunciarmi, preoccupato, l’imminente arresto del figlio di Bettino. Intanto arrivavano a Montecitorio le richieste di autorizzazione a procedere contro il cognato di Craxi, Paolo Pillitteri, e il predecessore Carlo Tognoli a Palazzo Marino.

In quell’orribile scenario entrò a gamba tesa persino la mafia con la strage di Capaci, mentre a Roma il Parlamento cercava di eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

La mafia, per fortuna, è oggi molto più debole, checché ne pensino il pubblico ministero Nino Di Matteo e, più in generale, i cultori del processone in corso da quasi quattro anni sulle presunte trattative fra lo Stato e la stessa mafia, risalenti secondo l’accusa proprio alle stragi del 1992. Vengono i brividi solo al ricordo.

Pubblicato su Il Dubbio

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