L’incontenibile giustizialismo leghista

         Hanno un bel dire l’ex ministro leghista Roberto Calderoli e i suoi amici di partito che essi sono decisi a votare con i grillini per la sfiducia parlamentare al ministro dello sport Luca Lotti, renziano di strettissima osservanza, solo per inseguire la crisi di governo ai fini delle elezioni anticipate.

         Poiché le contestazioni grilline, e della sinistra malpancista, anche fra quanti sono rimasti nel Pd dopo la scissione di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, nascono dai problemi che Lotti ha con gli inquirenti sugli affari della Consip, che gli hanno contestato la violazione del segreto sulle intercettazioni in corso a carico degli altri indagati, i leghisti non possono onestamente voltare la faccia dall’altra parte e far finta di non vedere e di non sentire. Essi accettano con le loro scelte l’aberrante uso delle vicende giudiziarie ai fini della lotta politica: in questo caso, ai fini appunto di una crisi di governo e di un conseguente ricorso, secondo loro, alle elezioni anticipate. Che restano tuttavia una prerogativa solo del presidente della Repubblica.

         Il fatto è che, sotto sotto, rimane forte nella Lega la tentazione al giustizialismo: la stessa che all’inizio della loro avventura di governo con Silvio Berlusconi, nell’estate del 1994, li portò a rinnegare un decreto legge appena varato con la firma anche del loro ministro dell’Interno Roberto Maroni dopo le proteste televisive di Antonio Di Pietro e degli altri magistrati della Procura di Milano. Che erano contrari alle ulteriori limitazioni imposte da quel decreto all’uso delle manette durante le indagini preliminari. Se n’era fatto un abuso   sproporzionato contro gli indagati di Mani pulite.

         L’allora presidente del Consiglio dovette fare buon viso a cattivo gioco, lasciando decadere il provvedimento, per scongiurare una crisi. Che peraltro l’allora segretario della Lega Umberto Bossi provocò lo stesso dopo qualche mese cavalcando le proteste della Cgil contro la riforma delle pensioni in cantiere.

         Ora che non c’è un suo governo in gioco, Berlusconi non ha subìto il giustizialismo leghista, comunque camuffato e motivato. Ed ha disposto, a costo di un altro strappo con Matteo Salvini, che i parlamentari di Forza Italia votino, quando sarà il momento, contro la sfiducia al ministro Lotti. Il quale pertanto con i no dei forzisti, anche di quelli alla Brunetta, che fanno dell’antirenzismo una ragione di vita, al pari dei grillini e della sinistra di vecchio stampo, potrà sentirsi al sicuro dall’agguato grillino.

         Questo è un altro mattone del muro che, a dispetto dei conclamati propositi di ricostituire su nuove basi il vecchio centrodestra, separa ormai Berlusconi dalla Lega: l’Europa, l’euro, la premiership e adesso anche i rapporti fra giustizia e politica.

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