Nervosismo nel santuario di Marco Travaglio

Al Fatto Quotidiano, il santuario di carta diretto da Marco Travaglio, dove trattano le notizie giudiziarie con venerazione quando riguardano e colpiscono quegli impuniti che sono di solito, nella loro visione del mondo, i politici avvezzi a gestire il potere, familiari e amici, non hanno preso bene la decisione della Procura di Roma di estromettere dalle indagini sulla Consip i Carabinieri del nucleo ambientale, o ecologico, scelti a suo tempo dal notissimo sostituto procuratore Henry John Woodcock a Napoli. Dove l’inchiesta sugli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione cominciò a suo tempo e rimase a lungo, prima di dividersi in due tronconi per competenza territoriale, uno dei quali destinato alla Capitale.

I Carabinieri di Woodcock, come li chiamano forse troppo sbrigativamente i cronisti giudiziari napoletani, sono purtroppo incorsi prima nei sospetti e poi nella convinzione degli inquirenti di Roma di custodire malissimo i loro segreti, trattandoli  peggio delle immondizie tra le quali i militari sono riusciti a trovare i pizzini  stracciati da Alfredo Romeo, ora in carcere, e a ricomporli ben bene, trovando numeri e iniziali a dir poco galeotte. E’ stato così possibile, per esempio, risalire da una T al papà di Matteo Renzi, Tiziano, accusato di traffico di influenze illecite, per adesso. Poi si vedrà se il buon uomo potrà guadagnarsi altre accuse e aumentare le difficoltà del figliolo incautamente in corsa al congresso del Pd per essere rieletto segretario.

Travaglio in persona ha voluto intervenire per bacchettare la Procura di Roma, che è pur sempre una cosa insolita per il sacrario delle verità giudiziarie. Ma il signor procuratore capo della Capitale deve essere ormai fra i pochi dei suoi parigrado a non piacere a quelli del Fatto. Ora poi che è riuscito a scegliersi da sé i reparti dei Carabinieri da cui farsi aiutare nelle investigazioni, intercettazioni, pedinamenti e quant’altro, stando  peraltro attento a non estromettere l’intera Arma Benemerita, il cui comandante generale è stato appena confermato dal governo nonostante sia stato o sia anche lui ancora indagato per fuga di notizie, il povero Giuseppe Pignatone deve rassegnarsi a sentirsi dire di tutto e di più dal vigilantissimo, esigentissimo, informatissimo, furbissimo Travaglio.

Ecco uno scampolo o un anticipo di ciò che attende il capo della Procura di Roma dal direttore del Fatto, ancora fresco di stampa: “Tutti rimangono al loro posto”, in questa maledetta giostra della Consip, “fuorchè i Carabinieri del Nucleo ecologico che, avendo scoperto lo scandalo, non possono continuare a investigare un solo giorno in più. Ieri la Procura di Roma, così distratta sulle fughe di notizie su Muraro, Marra, Raggi, Di Maio e Romeo (l’altro, Salvatore, quello delle polizze)”, tutti targati maledettamente 5 Stelle, “li ha sollevati dall’incarico. Le indagini saranno trasferite, per competenza, a Medjugorje”, nei Balcani. Dove la Madonna che viene venerata da milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo ha la disavventura di poter contare ogni tanto sulla visita dell’anziano papà di Renzi e suoi amici, fra i quali  -sfortuna della sfortuna- qualcuno che lavora o a che fare con la Consip.

L’inchiesta Consip perde carabinieri per strada

Mentre grillini, leghisti e altri antirenziani irriducibili, fuoriusciti o rimasti nel Pd, continuano a reclamare la sfiducia al ministro Luca Lotti, accusato dagli inquirenti di avere boicottato, da solo o di concerto con due generali dei Carabinieri, l’inchiesta sugli appalti della Consip per gli acquisti della pubblica amministrazione, avvertendo i dirigenti delle intercettazioni alle quali erano sottoposti, la Procura di Roma ha preso una decisione che dovrebbe far riflettere le opposizioni. Dalle quali invece non sono arrivati cenni di ripensamento. Né arriveranno -c’è da scommetterci- perché non c’è più sordo di chi non vuole sentire, come dice un vecchio proverbio.

La decisione della Procura romana, dalla quale quella di Napoli, dove è partita l’inchiesta, è stata letteralmente spiazzata, ha estromesso dalle indagini i Carabinieri del nucleo ambientale allertati in Campania del sostituto procuratore Henry John Woodcock: quello che il compianto presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga riempiva pubblicamente di considerazioni ed epiteti che non ripeto per non rischiare querele.

L’estromissione dei Carabinieri del nucleo ambientale -riusciti a ricostruire, fra l’altro, i pizzini stracciati dall’imprenditore arrestato Alfredo Romeo, e recuperati fra le immondizie, con l’iniziale del nome del padre di Matteo Renzi affiancata dalla cifra di 30 mila euro mensili- è stata collegata dalla Procura romana con significativa chiarezza alle troppe fughe di notizie sulle indagini.

Si è quindi fatto ricorso a Carabinieri, sempre loro, di un altro reparto nella speranza che si rivelino più blindati o quanto meno discreti, diciamo, secondo il noto intercalare di Massimo D’Alema. A proposito del quale una impertinente ricostruzione del Foglio ha ricordato la sensazione attribuitagli nella scorsa estate che il suo rottamatore e allora presidente del Consiglio potesse cadere per qualche complicazione giudiziaria, e non solo per il referendum sulla riforma costituzionale. Su cui lo stesso D’Alema si stava mobilitando per battere l’avversario di partito sul piano politico.

Di fronte al colabrodo avvertito e denunciato dalla Procura di Roma, non da qualche renziano sfegatato, per non parlare degli infortuni degli inquirenti rivelati per telefono alla trasmissione televisiva Bersaglio mobile, su la 7, dall’avvocato difensore dell’indagato Marco Gasparri, diventa ancora più difficile prendersela –ripeto- con Lotti per l’allarme scattato fra i dirigenti e negli uffici della Consip.

 

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Sul piano più strettamente politico, al netto del clamore provocato dallo scontro a distanza fra l’ex presidente del Consiglio e Beppe Grillo, avventuratosi nel suo stile ad attribuire a Renzi anche la “rottamazione” del babbo, avendone auspicato una pena raddoppiata se dovesse risultare davvero colpevole di traffico d’influenze illecite e di chissà cos’altro, va registrata e segnalata la beata ingenuità -permettetemi di dirlo- del guardasigilli e candidato alla segreteria del Pd Andrea Orlando. Che, appoggiato nella sua scalata anche da Gianni Cuperlo, ha auspicato che il congresso del suo partito si svolga senza essere condizionato dalle indagini targate ormai Consip.

Sant’uomo benedetto, come fa Orlando a nutrire una simile speranza? D’altronde lui stesso ha mostrato di rendersi conto di una situazione ormai incontenibile quando ha lamentato la campagna congressuale del suo concorrente Michele Emiliano: il governatore pugliese e magistrato in aspettativa che si è conquistato il diritto di entrare nelle indagini Consip come testimone nel momento in cui ha rivelato al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -e a chi sennò?- di avere conservato nel suo telefonino messaggi di più di due anni fa utili a far valutare dagli inquirenti i rapporti fra l’allora sottosegretario Lotti, l’imprenditore Carlo Russo e il papà di Renzi, tutti adesso indagati.

Con un attore delle primarie e del congresso come Emiliano, peraltro concorrente diretto di Orlando nella raccolta dei voti più antirenziani, non è soltanto ingenua ma velleitaria la speranza di mettere la corsa alla segreteria del Pd al riparo dalla vicenda giudiziaria che ha invaso le prime pagine dei giornali.

 

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Non meno ingenuo -consentitemi anche questo- è il tentativo del buon Eugenio Scalfari, in quella che lui chiama “la nota” domenicale ai lettori di Repubblica, di raccomandare agli esagitati cultori delle indagini Consip e dei suoi possibili riflessi politici una lettura filosofica. Che dovrebbe partire addirittura da Aristotele, il primo ad individuare la corruzione nella confusione fra interessi generali e interessi personali durante l’esercizio del potere, e il meno lontano Camillo Benso di Cavour, vigilantissimo in questo campo e indicato già altre volte a Matteo Renzi come statista da studiare e imitare.

In ogni caso, abituato non foss’altro per ragioni anagrafiche a vederne di tutti i colori, e a scriverne, Scalfari ha riconosciuto che l’Italia sul crinale della corruzione non è poi messa così male perché “ci sono le Americhe, la Russia post-sovietica di Putin”, ma anche quella precedente forse non scherzava, “il Medio Oriente, la Cina, i Balcani, la Turchia, l’Africa, l’Australia”.

Credo che di tutto questo il fondatore di Repubblica, di sua iniziativa o sollecitato, abbia avuto occasione di parlare anche con l’amico più illustre che ha, e di cui va giustamente orgoglioso: Papa Francesco. Che della corruzione ha per missione una visione universale.

 

 

 

 

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