Il gasdotto senza gas di Michele Emiliano

 

            Michele Emiliano, il governatore pugliese, e magistrato in aspettativa di ormai lungo corso, attribuisce al troppo poco tempo accordato da Matteo Renzi ai suoi concorrenti alla segreteria del partito, per quanto siano i tempi dello statuto del Pd, la causa del flop della propria candidatura.

            Egli sta rischiando di non ottenere neppure il 5 per cento dei voti degli iscritti, necessari invece per potere partecipare a fine aprile alle primarie congressuali aperte ai non iscritti. Fra i quali “don Michele”, come lo chiamano a Bari, pensava e forse pensa tuttora, in caso riesca a rimanere in gara, di poter guadagnare tanto da contendere almeno il secondo posto in classifica al guardasigilli Andrea Orlando. Che Renzi sta distanziando di una trentina di punti. 

            Non passa mai per la testa di Emiliano che a nuocergli siano state sinora non le scadenze congressuali per lui troppo forti, ma le sue scelte comportamentali e politiche. Quel suo lungo indugiare fra andare via, con Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e altri, dal Pd e rimanere, sino a scusarsi con Renzi per avergli attribuito a torto il progetto di elezioni anticipate a giugno. Quel suo protagonismo continuo, saltando su tutte le contestazioni di turno: dalle trivelle in Adriatico, con annesso referendum naufragato nelle astensioni, al gasdotto in arrivo sulle coste pugliesi con tutti i timbri di legge, compresi quelli del Consiglio di Stato, dagli ulivi all’acqua. Quella sua pretesa di restare in magistratura, maturando scatti di carriera e pensione, nonostante il divieto d’iscrizione ai partiti anche per i magistrati in aspettativa, o fuori ruolo. Quel suo inseguimento dei grillini, ora in piena concorrenza con Bersani, spintosi ad offrire un aiutino ai pentastellati se dopo le prossime elezioni si troveranno come lui nel 2013: primo nella classifica elettorale ma senza i numeri parlamentari per governare.

            Il minimo che possa capitare ad un corridore del genere è finire fuori strada: in auto, in moto, in bicicletta, e persino a piedi.

            Di lui, uno che lo conosce bene per ragioni territoriali, l’ex direttore pugliese dell’Unita’ Peppino Cardarola, ha scritto che il suo antirenzismo esasperato è un fenomeno più psicologico che politico, dovuto al fatto che in fondo è un altro Renzi, ma non realizzato. Una specie insomma di gasdotto senza gas.

Se a un conte capita di diventare un pallone

Più guardo Paolo Gentiloni nelle foto, nelle riprese televisive e, quando mi capita d’incrociarlo, nei suoi attraversamenti dei corridoi in Parlamento, più mi viene voglia di solidarizzare con lui per l’abuso che ne stanno facendo da tutte le parti.

Più che la testa di una persona, più che la faccia di un pacatissimo conte disponibile sempre al sorriso e alla comprensione, capitato quasi per caso a Palazzo Chigi proprio perché potesse con quel viso e con quei modi garantire una pacata transizione fra il primo governo di Matteo Renzi e non si sa ancora francamente cos’altro, quella di Gentiloni mi sembra diventata una palla. Anzi, un pallone. Che in una partita è destinato ad essere preso a calci da tutti, proprio da tutti, spesso anche dai portieri, ai quali non è prescritto di afferrarlo o raccoglierlo solo con le mani. Anche i portieri lo possono calciare, mandandolo il più lontano possibile verso l’altra metà del campo.

Matteo Renzi, che pure è stato il primo a mandarlo a Palazzo Chigi, suggerendone la nomina al presidente della Repubblica quando, sconfitto nelle urne referendarie del 4 dicembre, egli ha ritenuto di doversi dimettere almeno dalla guida del governo, rinunciando alla promessa originaria di rinunciare anche alla guida del partito, ogni tanto lo incalza, lo corregge, prende le distanze dai suoi ministri, specie quelli tecnici, che sono poi due: Pietro Carlo Padoan al Tesoro e Carlo Calenda allo Sviluppo Economico. Non dico che Renzi stia ripetendo a Gentiloni il trattamento Letta -da Enrico, il presidente del Consiglio da lui detronizzato tre anni fa- ma qualche volta ne dà l’impressione, a torto o a ragione.

Di Beppe Grillo e dei suoi “portavoce” parlamentari non ne parliamo. Non c’è una cosa del governo Gentiloni che vada bene agli onorevoli pentastellati e ai loro amici “pennivendoli”, direbbe il compianto Ugo La Malfa. Che definiva così i giornalisti quando li considerava appiattiti su qualche partito diverso dal suo.

 

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Neanche del segretario leghista Matteo Salvini e della sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni vale la pena parlare, tanto costante è il loro rifiuto di riconoscere un merito al governo in carica. Che pure ha un ministro dell’Interno -Marco Minniti- provvisto di un polso ragguardevole, abbastanza efficace per garantire quella cosa che alla destra una volta piaceva sopra ogni altra: l’ordine.

Neppure della sinistra cosiddetta estrema, o della sua galassia, tante ne sono le sigle, sottosigle e “anime”, è il caso di parlare perché nessun governo sarà mai in grado di soddisfarne le attese, neanche se dovesse un giorno capitare di guidarlo a Nichi Vendola, che lo ha già fatto in Puglia, o all’ormai pensionato ma sempre in buona salute Fausto Bertinotti.

Dagli appena fuoriusciti dal Pd per formare un nuovo movimento e gruppi parlamentari rovesciandone la sigla in Dp Gentiloni poteva attendersi forse una mano, visto che Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni consumarono la loro scissione con l’aria di volerne difendere il governo dalla voglia di Renzi di liberarsene al più presto per andare alle elezioni anticipate. Invece Bersani in persona ha appena annunciato a Repubblica, che ha giustamente titolato in prima pagina: “Non sosterremo Gentiloni a tutti i costi”. Che è poi la posizione assunta dallo stesso Bersani quando nacque il governo del conte e l’allora minoranza del Pd, ancora indecisa se andarsene via, avvertì che esso avrebbe dovuto guadagnarsene l’appoggio di volta in volta. Fu dopo, invece, che quella minoranza scoprì l’utilità del governo in carica, quando pensò che poteva calciarlo come un pallone contro Renzi per trattenerlo dalla convocazione del congresso e dal tentativo di farsi confermare in tempi brevi alla segreteria del partito.

A dire il vero, Bersani non si accontenta di giocare contro Renzi solo il pallone Gentiloni, diciamo così. Nelle sue manovre quotidiane, anzi orarie, perché l’ex segretario del Pd non sta mai fermo, Bersani gioca contro Renzi anche il pallone Grillo. Il quale però, non essendo fesso, lo ha capito bene e ne rifiuta il sempre più insistente corteggiamento, consistente in quello che altre volte ho chiamato qui “bersangrillismo”. Esso fu già sperimentato inutilmente all’inizio di questa legislatura, sfociando in uno streaming a dir poco umiliante per l’allora presidente incaricato, o pre-incaricato, del Consiglio.

Ora addirittura, senza con questo riuscire a smuovere il comico genovese, Bersani anziché chiedere un aiuto ad un proprio governo minoritario lo offre a quello che Grillo potrebbe tentare all’inizio della prossima legislatura, se prendendo più voti di tutti, pur senza disporre della maggioranza in Parlamento, reclamasse ed ottenesse dal capo dello Stato per qualcuno dei suoi amici l’incarico, addirittura, di primo ministro.

 

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Tutto sommato, chi procura meno problemi a Gentiloni e al suo governo è Silvio Berlusconi. Al quale, per quanto possa notoriamente piacere il gioco del calcio, non conviene trattare come un pallone la testa o la faccia del presidente del Consiglio in carica. Che egli contribuirebbe volentieri a fare rimanere a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni se Renzi, di cui l’ex Cavaliere non si fida più tanto, dovesse decidersi o rassegnarsi per ragioni meramente numeriche da segretario del Pd alla formazione di una maggioranza di cosiddette larghe intese col pur frammentato mondo centrista.

Ma per ora, in attesa o nella speranza che dopo le elezioni la situazione possa migliorare, Gentiloni deve accontentarsi di avere da Berlusconi solo il riguardo, appunto, di non scambiarlo per un pallone.

Quando il governo è costretto a ricorrere alla fiducia per portare avanti i suoi provvedimenti, o deve giocare in difesa se qualcuno dall’opposizione prova a sfiduciare lui o qualche ministro di cui non può fare politicamente a meno, Gentiloni può attendersi da Berlusconi, al massimo, l’ordine ai suoi senatori e deputati di non partecipare alla votazione. Che è poi un modo per dire: non volendoti o potendoti dare la fiducia per non perdere la faccia con i miei elettori, o espormi il meno possibile alla concorrenza dei miei ex o potenziali alleati, mi limito a salvarti dalla sfiducia.

“Così è (se vi pare)”, direbbe il grande Luigi Pirandello, che diede questo titolo ad un suo famosissimo dramma. Ripeto: dramma, non commedia.

 

 

 

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