Quella corte di Berlusconi ai pm di Milano

Per la nomina di Piercamillo Davigo a ministro della Giustizia nel primo governo di Silvio Berlusconi, nella primavera del 1994, si spese dietro le quinte persino il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Al quale non sembrava vero di potersi così sottrarre al disagio procuratogli dalle prime voci giuntegli al Quirinale sulla volontà del presidente del Consiglio incaricato di proporgli per la carica di guardasigilli uno dei suoi avvocati: l’amico di vecchia data Cesare Previti. Un altro legale, operante soprattutto a Milano, Vittorio Dotti, era stato già destinato alla carica di capogruppo alla Camera.

Ma nessuno riuscì a smuovere l’allora sostituto procuratore dalla indisponibilità: neppure l’amico avvocato Ignazio La Russa, dirigente dell’allora Movimento Sociale-Alleanza Nazionale. Al quale era stata attribuita, a torto o a ragione, l’idea di proporre a Berlusconi il nome di quello che alla Procura di Milano era considerato una specie di “dottor Sottile”, da tempo già soprannome, nel campo politico, del socialista Giuliano Amato, ex sottosegretario di Bettino Craxi a Palazzo Chigi negli anni Ottanta e poi presidente del Consiglio pure lui, fra il 1992 e il 1993, proposto a Scalfaro dallo stesso Craxi dopo il naufragio del progetto di un proprio ritorno diretto alla guida del governo. Progetto concordato con l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani ma che si infranse contro gli scogli dell’inchiesta giudiziaria Mani pulite, quando il capo della Procura di Milano in persona, convocato inusualmente al Quirinale, informò il presidente della Repubblica che il leader socialista “allo stato” non risultava coinvolto ma non escluse che potesse diventarlo, come in effetti sarebbe avvenuto dopo sei mesi.

Caduta rapidamente l’ipotesi di Davigo alla Giustizia, da dove il pm temeva che non avrebbe potuto tornare a fare il magistrato senza perdere la credibilità guadagnatasi come inquirente, Scalfaro si trovò di fronte alla temuta proposta di nomina di Previti, alla quale si oppose energicamente. L’avvocato romano fu allora dirottato al Ministero della Difesa. E al dicastero di via Arenula fu chiamato un altro avvocato: Alfredo Biondi, approdato a Forza Italia dal Partito Liberale, di cui era stato anche segretario.

L’esordio di Biondi alla Giustizia non fu dei più felici. Fu lui a predisporre un decreto legge, condiviso e controfirmato dal capo dello Stato, per limitare il ricorso alla carcerazione cautelare durante le indagini. La reazione della Procura milanese fu durissima. I leghisti, il cui ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva partecipato al cosiddetto concerto del provvedimento, si tirarono indietro. E Berlusconi, deludendo Biondi, rinunciò alla conversione del decreto in legge, che pure aveva già causato alcune scarcerazioni.

Diversamente da Davigo, il suo collega di ufficio Antonio Di Pietro, anche lui sostenuto da un deputato bergamasco della destra, l’estimatore ed amico Mirko Tremaglia, arrivò vicino alla nomina a ministro dell’Interno. Egli accettò quanto meno di discuterne con Berlusconi nello studio legale di Previti, a pochi passi dal Palazzaccio della Cassazione.

Il presidente del Consiglio ancora incaricato era attratto dalla grande popolarità di “Tonino”, convinto che potesse procurare al suo governo le simpatie di vasti strati di opinione pubblica, compresi purtroppo quanti partecipavano ai cortei in maglietta chiedendo al magistrato molisano di farli “sognare” anche a suon di avvisi di garanzia, di manette e di udienze giudiziarie nelle quali imputati e testimoni perdevano spesso una sicurezza acquisita in anni di notorietà e di potere.

D’altronde, alle imprese di Di Pietro e dei suoi colleghi di Procura le televisioni di Berlusconi nei due anni precedenti non avevano certamente lesinato attenzione e riguardi. Il più celebre dei cronisti giudiziari in video, piazzato dalla mattina alla sera davanti al Palazzo di Giustizia di Milano per riferire, mentre i tram gli scorrevano davanti, degli arresti eseguiti e qualche volta anche di quelli previsti, era del Tg 4 dell’allora Fininvest, non ancora Mediaset.

Sulle modalità del no, alla fine, anche di Di Pietro all’offerta di governo di Berlusconi ci sono sempre state due correnti, diciamo così, di pensiero. Secondo una delle quali, “Tonino” andò all’appuntamento insicuro, comunque pago dell’onore di ricevere una proposta del genere, che gli avrebbe consentito di arrivare al vertice di un’amministrazione che aveva servito da commissario di Polizia. Secondo l’altra scuola di pensiero, Di Pietro sarebbe stato molto tentato ma, avendo chiesto consiglio al suo superiore gerarchico, Francesco Saverio Borrelli, si lasciò convincere dell’opportunità di non accettare un incarico politico, non certamente tecnico, qual era quello di ministro, specie dell’Interno. Per cui egli avrebbe rifiutato la proposta lasciando però socchiuso l’uscio per un incarico amministrativo.

A questo punto debbo raccontarvi una chiacchierata conviviale che ebbi dopo qualche mese ad Hammamet con Bettino Craxi. Che mi chiese a bruciapelo se risultasse pure a me che nell’estate di quel 1994, nell’ambito di un avvicendamento ai vertici militari e di sicurezza, Antonio Di Pietro fosse stato sul punto di essere nominato capo dei servizi segreti. Ne rimasi del tutto sorpreso e gli chiesi da chi avesse ricevuto quell’informazione. “Lasciamo perdere”, mi rispose.

Alla fine della cena Bettino, non so francamente fino a che punto scherzando o parlando seriamente, mi disse che se quella “operazione” fosse andata davvero in porto, lui non sarebbe rimasto con le mani in mano, ma avrebbe mandato alla Procura di Milano “una raccomandata con ricevuta di ritorno per mettere certe cose in chiaro”.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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