Targata Trump anche la mancata riforma della magistratura italiana

Il danno maggiore procurato alla premier Giorgia Meloni dal rapporto speciale avuto con Donald Trump dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, prima che volassero gli stracci di questi giorni? Penso che sia stata la clamorosa sconfitta referendaria subìta dal governo sulla riforma costituzionale della magistratura, il 23 marzo scorso. Quando, nonostante l’alta affluenza alle urne, superiore a quella abituale di simili prove elettorali, la riforma fu bocciata, e con largo margine. “La sua condiscendenza -ha osservato anche l’autorevole ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, del Pd, parlando  della Meloni nei vecchi rapporti con Trump- l’ha pagata cara al referendum”, quello appunto sula riforma della magistratura

       Che cosa c’entra -mi chiederete- il referendum sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri , sul doppio Consiglio Superiore della Magistratura e sull’Alta Corte disciplinare delle toghe con i rapporti fra Trump e Meloni, o viceversa, o fra Italia e Stati Uniti? C’entra, c’entra. Nella fase mediana della campagna referendaria ci furono clamorosi ravvedimenti a sinistra e al centro contro la riforma a causa proprio dell’ombra di Trump, e dei suoi metodi spicci, a di poco, nella gestione del potere negli Stati Uniti e dell’emulazione che poteva seguirne in paesi governati dai simpatizzanti del tycoon.

       Quella che era stata concepita come una riforma per far tornare in Italia i rapporti fra la politica e la giustizia, il governo e i magistrati, le Procure e la Repubblica, al livello paritario, quanto meno, concepito dai costituenti, e compromesso dalla pratica delle cosiddette “Mani pulite” dei primi anni Novanta, divenne nella rappresentazione maliziosa degli avversari del governo, o degli amici dei magistrati, una sottomissione di questi ultimi alla politica e alle maggioranze di turno. Alla maniera di Trump, si disse e si scrisse.

       Ne parlò per primo, a sinistra, Goffredo Bettini che in precedenza si era richiamato ai ricordi e alle lezioni del padre avvocato per condividere la riforma. E lamentare la “sproporzione” nei rapporti di forza fra l’indagato o l’imputato e il magistrato requirente o giudicante. Un bel giorno egli cominciò a scrivere e a dire che le simpatie della Meloni verso Trump e il suo stile avrebbero stravolto le finalità della riforma. La sottomissione delle toghe rientrava insomma in quella che Paolo Zampelli, l’ambasciatore personale e d’affari di Trump, ora definisce “l’investitura”, addirittura,  ricevuta dalla Meloni a livello internazionale. “Il ponte”, si disse di lei, fra la Casa Bianca e l’Europa.

       A Bettini seguì, con un editoriale del Corriere della Sera sul “contesto” esterno della riforma,, il senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti, di cultura e formazione opposta, direi, a quella del comunista stagionatissimo che si è appena vantato della sua provenienza ingraiana per raccomandare la candidatura a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Che pure con la sinistra non vuole essere confuso, considerandosi solo un progressista autonomo, indipendente. Un Conte naturalmente schieratissimo nel referendum contro la riforma di una magistratura che ha trovato nel Movimento 5 Stelle post-grillino la sponda che erano diventati il Pci e edizioni successive nella stagione già ricordata delle “Mani pulite”.

Pubblicato sul Dubbio

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