Matteo Renzi, il grande assente dal Campidoglio

         Non manca mai nelle grandi occasioni il cosiddetto convitato di pietra. O il grande assente. Il protagonista che doveva esserci e non c’è per le più diverse circostanze, ma è pur sempre avvertito, almeno nella mente, o persino nel cuore, di quelli che ci sono. O che magari ci sono al posto suo.

         Sto parlando naturalmente di Matteo Renzi, mancato agli incontri e alle cerimonie che hanno festeggiato tra le aule parlamentari, il Quirinale, il Campidoglio e persino il Vaticano, con l’udienza dal Papa, il sessantesimo anniversario dei trattati europei sottoscritti a Roma.

         Costretto ad una dimensione privata, essendo per il momento sprovvisto anche della carica di segretario del suo partito, cui ambisce con altri due candidati, Renzi ha dovuto vedersi lo spettacolo, se ne ha avuto voglia, da casa o altri posti in cui si è trovato per i suoi impegni congressuali.

         Eppure egli aveva avviato da presidente del Consiglio i preparativi delle cerimonie romane, quando era anche certo di potervi arrivare da protagonista, e non solo da padrone di casa.

         Durante la sfortunata, sfortunatissima campagna referendaria sulla riforma costituzionale, prima che le certezze della vittoria cominciassero a sfumare, Renzi aveva parlato più volte, anche nei suoi comizi, dell’appuntamento europeo di fine marzo a Roma come dell’occasione buona per porre sul tappeto il problema della revisione dei vecchi trattati. E, immaginandosi rafforzato dalla vittoria referendaria, aveva pensato che non avrebbero certamente potuto resistergli più di tanto un presidente francese arrivato alle sue ultime settimane di mandato, non avendo potuto neppure ricandidarsi alle elezioni di maggio, e una cancelliera tedesca ancora forte, di certo, ma pur sempre in scadenza anche lei, per quanto in autunno.

         Invece il destino, diciamo così, al netto di tutti gli errori che lui stesso ha commesso facilitandone il corso negativo, aveva già assegnato a Renzi il ruolo -dicevo- del grande assente, se non del convitato di pietra, che è qualcosa di più. E ciò almeno nell’ambito della famiglia europea, perché se allunghiamo lo sguardo dobbiamo ricordarci che l’Europa, ammesso e non concesso che riesca a mettere ordine al suo interno all’ombra di quel documento appena sottoscritto dai 27 soci in Campidoglio, dovrà poi continuare a fare i conti con quel curioso e imprevedibile presidente americano che è Donald Trump: un convitato di pietra davvero ingombrante.

         Non è neppure detto che Matteo Renzi, guardandosi lo spettacolo in televisione, in diretta o in differita, grazie a qualche registrazione, abbia potuto riconoscersi nell’amico Paolo Gentiloni, da lui stesso voluto a Palazzo Chigi dopo le dimissioni per la sconfitta referendaria. Egli ne aveva appena preso le distanze sul modo un po’ frettoloso e remissivo, almeno per i suoi gusti o le sue abitudini, con cui aveva abolito i voucher. Alla cui liquidazione Gentiloni aveva in effetti preferito arrivare per decreto legge, piuttosto che rischiare di perdere un referendum pure lui: quello promosso dalla Cgil. Del cui dissenso, delle cui proteste, delle cui minacce l’ex presidente del Consiglio usava dire invece, alzando le spalle: “Ce ne faremo una ragione”.

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