Il rifiuto coraggiosamente anticonformistico di Carlo Fusi di assecondare la campagna dei grillini e dei loro emuli -di destra, di sinistra e di centro- contro i vitalizi parlamentari, o come diavolo possono o debbono essere chiamati, mi ha riportato alla memoria un penoso, drammatico colloquio avuto, in un’altra ondata di queste squallide polemiche, con un anziano ex deputato della Dc. Non ne faccio il nome per evidenti ragioni di riserbo, come capirete leggendomi, ma sono pronto a farlo con i presidenti delle Camere, se riterranno di saperne di più nell’azione di contenimento di questa offensiva. Che non riguarda solo i vitalizi o le pensioni future, ma anche quelle in essere per i famosi e cosiddetti diritti acquisiti, diventati ormai parolacce nel dizionario dei demagoghi e cacciatori dell’oro altrui. Anche quando l’oro è di Bologna, inteso come fasullo.
Tutta la storia delle “pensioni d’oro” è cominciata d’altronde con una truffa mediatica, quando ne fu scoperta e denunciata al pubblico disprezzo e livore una di 90 mila euro lordi mensili, maturata da un telefonico. Da allora sono diventate d’oro, d’incanto, e sottoposte anch’esse al linciaggio, oltre ai cosiddetti e ricorrenti contributi di solidarietà, le pensioni di 90 mila euro lordi annui, su cui gravano trattenute fiscali, fra Irpef e addizionali, superiori al 50 per cento.
Ma torniamo all’ex parlamentare democristiano, vicino ai 90 anni, di cui quasi 40 trascorsi fra Camera e Senato, e al colloquio avuto con lui nella sala lettura di Montecitorio. L’uomo non gode di altri redditi, oltre al disonorevole -adesso- vitalizio. Possiede solo la casa in cui vive. La moglie è ammalata ed ha quindi bisogno di assistenza. Ha un figlio, con famiglia, che non se la passa molto bene e deve contare sull’aiuto generoso del padre. “In queste condizioni -mi ha detto- se mi dovessero ridurre il vitalizio, con questa storia del ricalcolo dei contributi, non mi resta che farla finita e uccidermi. Il Signore mi perdonerà”.
Vi assicuro che l’ex parlamentare diceva davvero. Ha trattenuto a stento le lacrime e mi ha salutato pregandomi di conservare di lui un buon ricordo: soprattutto di una persona perbene, perché se nella sua lunga attività politica, a capo di importanti organizzazioni, avesse voluto “profittarne”, come ormai si sospetta abitualmente di tutti quelli che hanno avuto e hanno potere, non si troverebbe adesso a temere così tanto di perdere o di vedersi ridurre il vitalizio di un terzo. Così gli hanno calcolato amici ed esperti nel caso in cui dovesse passare l’operazione auspicata dai cacciatori dell’oro “rubato” ai giovani e quant’altri.
Mi chiedo se è anche questo scenario di morte che vuole mettere nel conto della offensiva grillina il giovane vice presidente della Camera Luigi Di Maio, affetto da congiuntivite e confusione, diciamo così, geopolitica per via di quel Pinochet attribuito al Venezuela con una disinvoltura di cui peraltro temo che non si sia scusato neppure con se stesso guardandosi nello specchio. Se poi lo avesse fatto, gliene darei atto molto volentieri.
Non vorrei che ai suicidi della falsa epopea di Mani pulite, la cui serie cominciò a livello parlamentare col colpo di fucile sparatosi alla gola il 2 settembre 1992 dal deputato socialista Sergio Moroni nella cantina della sua casa di Brescia, dopo una lettera di denuncia dello sciacallaggio politico inviata al presidente della Camera Giorgio Napolitano ponendo problemi rimasti tutti irrisolti, dovessimo ora aggiungerne altri di questa nuova e falsa epopea della lotta ai privilegi, alla casta e a quant’altro. Una lotta, poi, in cui ci sono caste che si definiscono sfacciatamente anticaste, come 25 anni fa inneggiavano agli eroi di Mani pulite, tra i fanatici dell’anticraxismo e di quell’anticipo del grillismo che fu il leghismo, fior di evasori fiscali e furbastri di ogni tipo, decisi a nascondere le loro debolezze o nefandezze sotto le magliette inneggianti a “Tonino”, cioè ad Antonio Di Pietro e colleghi.
Non so se l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti si riferisse l’altro ieri allo stesso ex parlamentare democristiano da me incontrato a Montecitorio quando ha osato chiedere agli scalmanati crociati anticasta che cosa dovesse fare un novantenne provvisto del solo vitalizio. So però che Marco Travaglio – e chi sennò?- ha preso la palla al volo per fare la solita ironia e per calcolare seduta stante, collegato chissà a quale dei suoi terminali, che il poveretto potrebbe comunque contare su 5000 euro mensili, chissà se lordi o netti.
Non so neppure su quale specchio giudiziario si sia potuto arrampicare il direttore del Fatto Quotidiano per scrivere nella sua storia aggiornata di Mani pulite, come ha detto di recente in un salotto televisivo, che 25 anni fa “vi furono zero suicidi in carcere”. Non vorrei che Gabriele Cagliari gli risultasse morto a casa, dopo avere riottenuto la libertà che riteneva promessagli dall’inquirente o giudice di turno.
Pubblicato su Il Dubbio
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