La coincidenza è tanto casuale quanto diabolica fra le vicende della manovra finanziaria, su cui si sta trattando convulsamente a Bruxelles, e della sostanziale fine della prescrizione inserita quasi per inciso nella legge contro la corruzione in dirittura di arrivo alla Camera, dopo l’approvazione al Senato in un clima di festa sui banchi del governo. Dove sedevano orgogliosamente accanto il vice presidente grillino del Consiglio e pluriministro Luigi Di Maio e il collega di partito Alfonso Bonafede: il guardasigilli succeduto nella storia della Repubblica, fra gli altri, a personalità come Palmiro Togliatti, Guido Gonella, Aldo Moro, Giuliano Vassalli e Claudio Martelli. Che fu travolto, è vero, da Tangentopoli nel 1993 ma si guadagnò lo stesso dal capo di quella terribile operazione giudiziaria a Milano, Francesco Saverio Borrelli, il riconoscimento di essere stato “il migliore ministro della Giustizia” fra tutti quelli da lui conosciuti e provati.
L’elemento che accomuna le due vicende, pur così diverse fra loro, è l’improvvisazione in cui il governo gialloverde le ha gestite procurandosi un sacco di guai. Quelli della manovra finanziaria sono già evidenti, avendo procurato danni in un trimestre di spread attorno ai 300 punti. Quelli della prescrizione decapitata con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio sono stati preannunciati dall’insospettabile Consiglio Superiore della Magistratura. La cui commissione competente, la sesta, investita di un parere dallo stesso ministro della Giustizia, ha espresso un giudizio unanimemente negativo, destinato ad essere ripetuto dal plenum e ad aggiungersi a quello analogo degli avvocati: tutti concordi nel ritenere che mancano materialmente i tempi per fare scattare la nuova riforma del processo penale nell’anno di tempo che si è dato il governo, per cui senza prescrizione i procedimenti dureranno all’infinito, violando la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. E lasciandone la responsabilità tutta o prevalentemente ai magistrati, che ovviamente avvertono il pericolo e non ci stanno.
D’altronde, già quando Bonafede annunciò la decisione di introdurre questa specie di supposta nella legge enfaticamente chiamata “spazzacorrotti” una sua collega di governo un po’ più esperta di processi, diciamo così, come la ministra leghista della pubblica amministrazione e avvocato Giulia Bongiorno la definì “una bomba nucleare” contro l’amministrazione della giustizia. E ottenne solo che ne fosse spostata di un anno l’applicazione per farla coincidere con la riforma del processo penale, senza tuttavia riuscire a fare inserire esplicitamente nella norma questa correlazione per il rifiuto dei grillini. Che evidentemente i leghisti pensano di convertire in seguito, sotto la scadenza indicata dalla legge, quando il pericolo del disastro risulterà più evidente e gli elettori del movimento delle cinque stelle saranno distratti da altro. O magari i leghisti pensano che fra un anno loro staranno ancora al governo e i grillini no, per cui non sarà necessario lo sforzo di convincerli a cambiare posizione, essendo nel frattempo cambiata la maggioranza.
Per ora il ministro Bonafede, sempre spalleggiato da Di Maio, ha fatto spallucce anche al Consiglio Superiore della Magistratura ed ha rivendicato il primato della politica, e delle sue decisioni, su magistrati, avvocati e quant’altri. E’ ciò che, con ben altri intenti, sul fronte del garantismo e non del giustizialismo, hanno rivendicato negli anni scorsi anche Silvio Berlusconi da destra e Matteo Renzi, a volte persino Massimo D’Alema, da sinistra con ben scarsi risultati. E per i garantisti sarebbe ora paradossale augurare la stessa sorte a Bonafede. Sono gli scherzi della politica, quando questa impazzisce.
L’improvvisazione dimostrata dal governo nella preparazione e gestione della manovra finanziaria, persino superiore forse a quella in materia di prescrizione e di giustizia, sta tutta nella spiegazione che ha dato Di Maio della riduzione del deficit dal 2,4 per cento sul pil da lui festeggiato sul balcone di Palazzo Chigi a settembre, e sonoramente bocciato dalla Commissione Europea, al 2,04 tirato fuori in questi giorni dal cilindro del presidente del Consiglio Giuseppe Conte con possibilità concrete di evitare così la costosa procedura d’infrazione.
In particolare, per non ammettere, confessare e quant’altro retromarce e simili, con relativi rinvii e/o tagli alle mirabolanti promesse elettorali in materia di reddito di cittadinanza e accesso anticipato alla pensione, Di Maio ha detto che erano stati sbagliati i conti della manovra la sera dei festeggiamenti. Occorrevano in realtà meno miliardi e, quando lo si è scoperto, si è provveduto a mettere uno zero accanto al 4 per portare il deficit a un livello finalmente realistico e accettabile. Magari, i calcolatori dei ministri, vice ministri, tecnici grillini, ma un po’ anche quelli dei leghisti, avevano batterie usurate in quei giorni di grandissima eccitazione e di epiche sfide a Bruxelles. Forse ha ragione Altan a scherzarci ancora di più sulla prima pagina di Repubblica.
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vivendo peggio questo percorso così diverso verso il compromesso necessario ad evitare la costosa procedura europea d’infrazione per debito eccessivo, messa in cantiere a Bruxelles con la bocciatura dei primi conti trasmessi dall’Italia. Ad occhio e croce, sentiti anche gli spifferi che provengono dai loro gruppi parlamentari, ad essere più a disagio sono i grillini. Che sono costretti in questi giorni, o in queste ore, a ingoiare anche altri rospi, come lo sblocco del cosiddetto Terzo Valico ferroviario fra Liguria, Piemonte e Lombardia, appena annunciato a malincuore, appunto, dal ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Come per la Tap, il gasdotto con approdo pugliese, si sono volute evitare perdite miliardarie per penali e simili.
una parola- la sua famosissima, inconfondibile gobba. Che una leggenda attribuiva a un danno procuratosi dall’ancora giovanissimo sottosegretario di Alcide De Gasperi infilandosi con troppa forza, o paura, sotto un banco parlamentare, al Senato, durante i tumulti provocati dai comunisti contro la legge elettorale passata alla storia come “truffa”. Tale fu considerato un premio di maggioranza -pensate un po’- a favore di chi avesse raccolto nelle urne un voto in più del cinquanta per cento. Avrebbe dovuto beneficiarne nelle elezioni del 1953 la coalizione centrista, ma il premio non scattò per qualche decina di migliaia di voti. E il presidente democristiano del Consiglio De Gasperi, per evitare ulteriori tensioni politiche, si oppose ad una verifica in un vasto campione di seggi propostagli dal ministro dell’Interno e collega di partito Mario Scelba, straconvinto che fossero stati i brogli a determinare il fallimento della nuova legge.
diverso a vantaggio della Francia, quello zero premesso al 4 per fare scendere il deficit italiano quasi al 2, pur sempre superiore all’1,6 o all’1,9 per cento del pil originariamente chiesto al ministro dell’Economia Giovanni Tria, dev’essere apparso a Juncker un salvagente utile a Conte e al suo governo, ma in fondo anche alla Commissione Europea. Mai uno zero, anche a costo di scatenare adesso i vignettisti, è stato sinora più fortunato in Italia per un presidente del Consiglio e per la sua compagine ministeriale, a dir poco, inquieta e problematica.
di immigrati che potrebbero arrivare in Italia da quelle parti, ma del conflitto palestinese. E lo ha fatto, anche a costo di provocare le proteste dei suoi alleati di governo, a cominciare dalla ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta, per avere pubblicamente dato dei “terroristi” ai miliziani di Hezbollah. Che scavano gallerie sotto i confini israeliani anche per trasportare gli esplosivi necessari in superficie a bombardare il territorio del nemico.
incantare dal tavolo di Di Maio più lungo di quello di Salvini, che Travaglio chiama abitualmente “cazzaro verde”. Egli ha rimproverato al vice presidente pentastellato del Consiglio e amici al governo, con tanto di titolo in prima pagina, l’ingenuità, la dabbenaggine, l’imprudenza, insomma l’errore di avere “abboccato” con dichiarazioni di interesse o di apertura all’”esca avvelenata” del referendum prospettato da Salvini per sbloccare le decisioni sulla realizzazzione o sulla rinuncia alla linea di alta velocità ferroviaria per le merci sul percorso Lione-Torino: la famosa Tav.
movimento di cui lui è il garante, l’elevato e quant’altro, sulla convivenza difficile con i leghisti, sulla trattativa con l’Europa per evitare la procedura d’infrazione per debito eccessivo e, più in generale, sulle prospettive politiche, Grillo lo aveva già gridato a modo suo ad un giovanotto che all’appuntamento libraio nella Nuvola di Massimiliano Fuksas gli aveva rimproverato di non essere in quel momento a Torino. Dove si manifestava contro la Tav e le “madonnine” che ne avevano invece sostenuto il mese scorso nella stessa piazza la realizzazione, insieme con altre infrastrutture invise ai grillini.
tornato perciò ad essere per qualche ora la sede della Presidenza del Consiglio, come ai tempi di Alcide Gasperi e di Mario Scelba, sentivano tutt’altra musica. Essi raccoglievano cioè l’impressione che Salvini fosse rimasto, col suo partito, favorevole
alla realizzazione della linea di traffico commerciale veloce sulle rotaie fra Lione e Torino. E che avrebbe fatto valere questa convinzione nel governo, insieme con altre questioni sollevate dai suoi ospiti.
Comunque il popolo, almeno quello raccoltosi nell’omonima piazza romana, che ha tuttavia preso il nome dalla Madonna cui è dedicata la Chiesa maggiore che vi si affaccia, oltre che dal boschetto di pioppi attribuito alla vecchia tomba di Nerone, pare abbia gradito l’invadenza e l’esuberanza politiche di Salvini. Non resta che vederne gli effetti.
procedura europea d’infrazione, i giornali hanno diviso l’attenzione delle loro prime pagine fra la lunga ovazione a Sergio Mattarella, presente all’inaugurazione della nuova stagione operistica al teatro milanese della Scala, e il ritratto impietoso che ha fatto dell’Italia l’ormai storico Censis di Giuseppe De Rita.
fuori e dentro il teatro La Scala- rimane. E’ come se si contrapponessero il Paese reale e quello legale: una contrapposizione non nuova, in verità, da quando la politica ha cominciato a perdere colpi, molti anni fa, e si è cominciato a sondare le ragioni per le quali il Parlamento, per esempio, già quello dei partiti forti e consolidati, com’erano la Dc, il Pci e il Psi, sembrava distinto e distante dagli elettori che pure lo eleggevano.