Lo scorpione che potrebbe pungere il sovranismo di Matteo Salvini

Il “sovranismo psichico” diagnosticato dal Censis di Giuseppe De Rita, nel suo conquantaduesimo rapporto, a un’Italia “incattivita” è in qualche modo un ossimoro, per quanto felice, come dimostra il successo mediatico che ha ottenuto.

E’ un ossimoro perché quell’aggettivo –psichico- riporta in qualche modo ad una dimensione individuale il sovranismo, che ha invece in sé una dimensione collettiva, di una comunità nazionale cioè che si chiude nei propri confini, o ne riduce il più possibile l’apertura, temendo di perdere identità, sicurezza e ricchezza, per quanto spesso, quest’ultima, sia spesso più percepita che reale. E’ il sovranismo a dimensione collettiva che cavalca con crescente successo elettorale la Lega di Matteo Salvini, a scapito delle altre componenti del centrodestra, cui essa continua ad appartenere nominalmente, e non solo a livello locale, ma da qualche tempo anche a scapito dei temporanei alleati di governo.

Penso naturalmente ai grillini, dei quali il sovranismo, a dire la verità, non è la matrice principale ma è pur sempre una componente, coltivata con maggiore evidenza o disinvoltura prima di andare al governo e di mettere in sordina, o di dimenticare, e persino smentire, la stagione euroscettica in cui i pentastellati sognavano o reclamavano un referendum per uscire dalla gabbia quale veniva generalmente avvertita l’Europa dei trattati di Maastricht. E ancora più quella gestita anche da noi italiani quando a presiedere la Commissione di Bruxelles fu Romano Prodi. Che vi fu spinto da Massimo D’Alema anche o soprattutto a titolo riparatorio, dopo averlo sostituito a Palazzo Chigi nell’autunno del 1998.

Ridotto alla dimensione individuale della psiche, il sovranismo cessa di essere tale e diventa un’altra cosa, almeno sul piano logico. Esso diventa anarchia, o qualcosa di assai simile. E’ l’individuo che sente di dovere e poter disporre di sé in un’autosufficienza che può anche incontrarsi e addirittura fondersi con quella di altri e generare un fenomeno sociale ancora più perverso del sovranismo e, peggio ancora, del nazionalismo.

So che i leghisti, almeno quando li sento parlare, e ne leggo dichiarazioni o interviste sulla loro evoluzione politica, continuano a venerare nel loro Pantheon la buonanima di Gianfranco Miglio. Nel cui orto ogni tanto lo raggiungeva Umberto Bossi sentendo la moglie del professore che contava in tedesco le sue galline. Ma non riesco francamente a immaginare, neppure nei momenti di maggiore tensione, preoccupazione, allarme e quant’altro provocato dal fenomeno dell’immigrazione clandestina, un Miglio sovranista, e tanto meno anarchico. Glielo avrebbe impedito quanto meno la moglie, se il professore fosse stato abbandonato dalla sua cultura e formazione federalista: ma di un federalismo che superava i confini nazionali.

Se il sovranismo è diventato psichico, come hanno avvertito i sensori del Censis, comincio a chiedermi quanto potrà durare ancora la speranza di Salvini di cavalcarlo indenne, senza rimetterci le penne politiche: lui, poi, che di recente si è un po’ allargato nella concezione delle sue funzioni di governo, sino a definirsi in una intervista televisiva “ministro della Sicurezza”, credo con la maiuscola,  non bastandogli evidentemente di essere il ministro dell’Interno.

La sicurezza è la chiave che permette al leader leghista di sostituirsi a volte al ministro degli Esteri nei contatti internazionali finalizzati a contenere l’immigrazione, e persino al ministro della Difesa nella definizione delle intese utili a garantire i confini.

Gratta gratta, la sicurezza si scorge anche in quel “mandato” che Salvini ha chiesto al “popolo” accorso nell’omonima piazza romana di trattare con l’Unione Europea a nome e per conto -ha detto- di “60 milioni di italiani”. Forse egli pensava alla riforma della stessa Unione, visto che per il negoziato sui conti italiani bocciati dalla Commissione lui stesso e l’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, hanno concordato e conferito al presidente del Consiglio quella che Giuseppe Conte ha definito con competenza forense “una procura”.

Se dietro o sotto la richiesta così pressante di ordine e sicurezza, che Salvini cerca di raccogliere e rappresentare indossando maglie e felpe della Polizia anche quando salta sui palchi dei comizi, cova una spinta anarchica all’autosufficienza individuale, che alcuni a torto o a ragione hanno intravisto anche nella imminente riforma della disciplina della legittima difesa, il ministro dell’Interno potrà prima o dopo trovarsi in difficoltà.  L’arroccamento nella difesa del proprio benessere, quando c’è, o nel risentimento per le proprie condizioni di indigenza preclude alla solidarietà e incattivisce.

Il sovranismo psichico è un po’ il mostro che , volente o nolente, consapevolmente o a sua insaputa, Salvini rischia di coltivare. E potrebbe moltiplicarne le contraddizioni col ruolo di ministro dell’Interno. Può accadere come nella favola dello scorpione. Che per attraversare il fiume salta sulla rana ministeriale e poi la punge, affogando con essa, perché non può sfuggire al suo istinto.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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