Grossa sorpresa sul Corriere della Sera all’apertura di una settimana che potrebbe essere davvero decisiva per Giuseppe Conte, fra l’appuntamento di mercoledì col Senato e con Matteo Salvini su quella che Repubblica continua a chiamare “Moscopoli” in funzione antisalviniana e l’ennesimo tentativo di trovare un compromesso nel governo sulle cosiddette autonomie differenziate, per evitare
quello che il Giornale della famiglia Berlusconi si augura si traduca nel “licenziamento” dello stesso Conte da parte del Nord, e dei suoi governatori leghisti in rivolta contro Palazzo Chigi. In un editoriale del suo più volte ex direttore Paolo Mieli il più diffuso giornale italiano ha voluto mettere una corona sulla testa del presidente del Consiglio. Egli avrebbe vinto per un’”agilità”, un’astuzia e quant’altro davvero sorprendenti la partita cominciata con le elezioni europee di maggio rovesciandone il risultato favorevole al leader leghista. Che era uscito dalle urne, ricorderete, col 34 per cento e rotti di voti dimezzando la consistenza degli alleati grillini.
Come sia potuto accadere questo miracolo, che rimarrebbe tale pur con tutti i riconoscimenti possibili
alla imprevista abilità di un neofita della politica come l’ormai ex “avvocato del popolo”, quale il presidente del Consiglio si definì umilmente all’insediamento, Mieli lo ha spiegato attribuendo a Conte la possibilità e capacità di restare al suo posto
sia con e sia senza la Lega, con una potenziale maggioranza di ricambio da quasi “solidarietà nazionale”, comprensiva del Pd e forse anche di Forza Italia. Altro, quindi, che le elezioni anticipate sognate, perseguite e quant’altro da un Salvini peraltro caduto nell’errore, secondo l’autorevole editorialista di via Solferino, di non porre questo problema sul tappeto con la necessaria chiarezza, o fermezza, o entrambe.
A pensarci bene, tuttavia, sono addirittura due le corone che il mio amico Mieli -non nuovo a scommesse, vista quella
elettorale che da direttore ancora in carica al Corriere fece su Romano Prodi, non prevedendone le successive difficoltà a Palazzo Chigi- ha messo sulla testa di Conte. Egli ha sovrapposto quella di presidente del Consiglio alla corona di capo del Movimento delle 5 stelle. Dove, ricorrendo ad un’immagine usata da Beppe Grillo in uno dei suoi recenti spettacoli teatrali, “l’acquario” allestito prima delle elezioni politiche dell’anno scorso con la leadership digitale di Luigi Di Maio sarebbe “bollito” alla temperatura delle elezioni europee, per non parlare dei fiaschi precedenti, nelle elezioni regionali e amministrative seguite alla formazione del governo Conte.
Mieli deve avere evidentemente sul complesso, inquieto, quasi infernale movimento grillino, le cui tensioni interne non sono neppure paragonabili per consistenza e asprezza a quelle cui ci avevano abituati nella cosiddetta Prima Repubblica partiti come la Dc e il Psi, notizie più fresche, aggiornate e credibili del pur insospettabile Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, non certamente estraneo a quel mondo. Che non più tardi di ieri ha svillaneggiato Conte in prima pagina come un “pallino gonfiato”.
Se Mieli avesse visto giusto e i fatti gli dovessero dare ragione, con un Conte provvisto addirittura di due maggioranze intercambiabili, dopo avere peraltro diretto un governo che molte volte è apparso un doppio governo, avrebbero motivo di compiacersi sia quelli che nel Pd spingono sempre più apertamente per aiutare i grillini a liberarsi dei leghisti -significativa, al riguardo, è un’intervista a Dario Franceschini appena pubblicata sullo stesso Corriere della Sera- sia i colleghi del medesimo Mieli nello storico giornale milanese di via Solferino. Dove la prospettiva, ogni tanto lanciata da destra e da sinistra, dell’editore Urbano Cairo tentato dalla politica crea più preoccupazioni che altro.
Con un Conte così bene in sella, a cavallo di una maggioranza potenzialmente estesa dal Pd a quel che resta del partito di Silvio Berlusconi, ci sarebbe ben poco spazio politico da coprire. A meno che non abbia ragione Enrico
Mentana, che proprio al Fatto Quotidiano appena avventuratosi contro il “pallino gonfiato”, ripeto, di Giuseppe Conte ha detto che “nel tramonto delle idee” in cui si trova l’Italia il leader leghista Salvini, e non l’attuale presidente del Consiglio, “diventa Maradona”.
Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it
i dubbi espressi, di fronte alla corruzione sopravvissuta alle sue indagini di “Mani pulite”, se fosse valsa la pena demolire in quel modo, praticamente, un intero sistema politico sbrigativamente chiamato in senso dispregiativo “Prima Repubblica”; pur relegata, dicevo, in fondo, a sinistra, della prima pagina, quelli del Fatto Quotidiano hanno fatto capire con una vignetta spietata di Riccardo Mannelli quanti sospetti e malumori corrano fra i grillini sul conto di Conte. E scusate il bisticcio delle parole.
sulla sua disponibilità a sciogliere anticipatamente le Camere in caso di crisi, come vorrebbe Salvini e come invece non vorrebbero i grillini per la loro evidentissima crisi di consenso, visti i 6 milioni di voti e più perduti nelle urne del 26 maggio scorso.
di Massimo Franco che Salvini aveva abbassato i toni della polemica, poi tornati, in verità, a rialzarsi, perché consapevole che “sarebbe stato un altro governo a portare l’Italia alle urne”: un altro governo, ma soprattutto, direi, un altro ministro dell’Interno, da cui dipendono le operazioni elettorali.
molti intravisto dopo i suoi attacchi ultimi e diretti ai ministri grillini delle Infrastrutture e della Difesa, e meno diretti a quello, sempre grillino, dell’Ambiente; male che vada, dicevo, uno scalpo Matteo Salvini lo porta a casa nella sua campagna d’estate.
dei neo-commissari. Di certo -ha aggiunto il presidente del Consiglio calcando ancor di più la mano- non si tratta di rivendicare una “poltrona” a beneficio di una singola forza politica. Si tratta di difendere gli interessi nazionali e di rivendicare per l’Italia il posto di prestigio che merita”, forse anche di uno dei vice presidenti dell’organismo, oltre che commissario per la Concorrenza o altro.
un personaggio non certamente secondario come l’attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Il quale infatti, del resto già da tempo di cattivo umore, a dir poco, per la conduzione del governo da parte di Conte e, più in generale, per i rapporti con i grillini, si è affrettato a chiedere e ottenere udienza al Quirinale per tirarsi fuori da una corsa così seriamente compromessa dal capo del governo. E, visto che si trovava, almeno stando alle indiscrezioni sinora non smentite, il praticamente vice di Salvini nella Lega ha sondato, diciamo così, umori e disponibilità del capo dello Stato verso la soluzione elettorale di una eventuale crisi di governo, essendo notoriamente competenza esclusiva del presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere.
sull’altro dei due partiti la responsabilità di una rottura, si può convenire col titolo di Repubblica sulla crisi “che c’è ma non si dice”, pur se, a dire il vero, potrebbe anche essere rovesciato nella crisi che si dice ma non c’è. Ne manca ancora l’apertura formale
per l’indecisione di una o di entrambe le parti in gioco, per cui il governo è soltanto “in bilico”, come titola il giornale della Confindustria 24 Ore.
di “una crisi seria
di persone non serie”, a cominciare naturalmente dal “truce” Salvini, che sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio liquida come “Matteo il russo”,
che “sfascia tutto”, infastidito dalla “Mosca al naso” rimproveratagli dal manifesto.
sfondo, e sempre leggendo e rileggendo quel passaggio della lettera di Conte a Repubblica che ha cerchiato in rosso, Salvini può immaginare anche lui la scenetta, disegnata da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, dell’unione felicemente politica fra il capo dei grillini Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti celebrata dalla nuova presidente della Commissione di Bruxelles , “con buona pace” del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno, dopo essere stata votata dagli europarlamentari degli sposi.
alla foto del 24 aprile dell’anno scorso, quando Fico incontrò, come “esploratore” incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina, il presidente dello stesso partito, Matteo Orfini, e i capigruppo parlamentari Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Seguì un fiducioso rapporto
del presidente della Camera al capo dello Stato sulla possibilità di un accordo di governo fra piddini e grillini, che facevano e fanno ancora rima, ma forse solo quella ormai.
rimettendo in pista, praticamente, i leghisti come alleati dei grillini: un’intervista di cui curiosamente Matteo Salvini non è mai stato grato né al giornalista, cui ha fatto una guerra praticamente personale, costata al conduttore di Che tempo che fa quanto meno la partecipazione alla rete ammiraglia della Rai, né al l’ex presidente del Consiglio.
nel limpido, ma persino il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ha scritto una lettera curiosa, diciamo così, a Repubblica –il giornale più insofferente verso l’attuale governo ritenendolo troppo condizionato, se non addirittura guidato da Salvini- per “prendere atto che nel
dibattito politico si intensificano le congetture su scenari futuribili e su maggioranze di governo, alcune delle quali mi vedrebbero personalmente coinvolto”. E, al contempo, non per svincolarsene ma per porre, a suo modo, le condizioni di una partecipazione a cambiamenti che dovessero rendersi necessari.
vice presidente del Consiglio Salvini ai 28 deputati leghisti del Parlamento Europeo alla nomina della ormai ex ministra tedesca della Difesa Ursula Von der
Leyen alla prima presidenza femminile della Commissione nella storia dell’Unione Europea. La signora è stata invece eletta con novi voti più del necessario, compresi quindi, fra gli italiani, i 14 grillini, per nulla imbarazzati, o non più imbarazzati di quanto non lo siano generalmente nelle loro condotte interne e internazionali, di seguire le pubbliche raccomandazioni di Conte anche a costo di trovarsi per una volta insieme con Forza Italia a destra e col Partito Democratico a sinistra. Dove invece Salvini, incollato al no
appena rinfacciatogli perfidamente da Matteo Renzi con una foto nella sempre attuale Piazza Rossa di Mosca contro la sua riforma costituzionale, nel 2016, vede solo mostri, pronti a divorarlo vivo, magari per togliersi poi il gusto di vomitarlo, come usa dire dei giornalisti Beppe Grillo.
naturalmente Eugenio Scalfari, senza scomodare questa volta le buonanime di Platone, Aristotele, Socrate, Tucidide, Omero e quant’altri, e tanto meno il vivente Papa Francesco, ha intravisto, rivelato e cercato di analizzare la trasformazione in corso di Conte. Che da “pupazzo -ha scritto testualmente- manovrato” dai due vice presidenti impostigli l’anno scorso dalle circostanze politiche sta diventando, o è già diventato, il loro astuto “burattinaio”, mettendoli l’uno contro l’altro con l’uso sapiente dei fili che muovono i pupi.
invece Scalfari ha voluto in qualche modo paragonare Conte, che già di suo -va detto- aveva aspirato ad assomigliargli, arrivando a Palazzo Chigi, per le loro comuni origini pugliesi. Io, peraltro pugliese, un po’ francamente ne risi, o sorrisi. Ma evidentemente non c’è proprio limite alle sorprese.
diventato un quasi sinonimo del governo gialloverde
di Giuseppe Conte. Lo è diventato con tutte le immagini dell’infantilismo che evoca nel pubblico, e con tutte le scuse dovute ai generosi creatori dell’omonima Fondazione, istituita nel 1901 Milano dalla famiglia Majno in memoria e onore della congiunta Maria, morta di difterite a 13 anni.
persino -con qualche fraintendimento- la scoperta di ordigni missilistici a prima vista nel cortile di qualche Ministero o dello stesso Palazzo Chigi, poi rivelatosi per fortuna un sito più modesto.
agli Urali, più mostra di sentirsi a suo agio, con una una sola g, intesa come comodità o divertimento. Ancora qualche sforzo, vedrete, magari con la comparsa all’orizzonte del primo porto italiano di un’altra nave piena di migranti a destinazione unica e controllata, quella appunto italiana, e Salvini indosserà qualcuna delle felpe specialissime che ha nel suo appartamento
ministeriale di servizio, di fronte alla residenza dell’”impresario” Silvio Berlusconi, come da sempre Eugenio Scalfari definisce il Cavaliere di Arcore, prenderà il posto
e le sembianze di un orso e salverà, dirottandone gli inseguitori, il povero M49. Che non è la sigla di un missile, per fortuna, ma solo quella dell’animale fuggito dalla riserva blindatissima in cui le guardie forestali e simili si erano illusi di averlo finalmente neutralizzato.
come “uno sgarbo” a Palazzo Chigi da Giuseppe Conte- facendosi affiancare a sinistra, la parte del cuore, dall’ex sottosegretario leghista Armando Siri. Che è stato allontanato rumorosamente, a dir poco, dal governo perché indagato per corruzione nella Procura di Roma ma è rimasto deputato e promosso, o confermato, come l’esperto, responsabile e quant’altro del partito nella materia più calda ed elettoralmente vitale del Carrocio: la tassa cosiddetta ma davvero piatta.
peraltro è un nome importante, ereditato da un Cardinale senza il cui assenso o dissenso inoffensivo nulla una volta poteva davvero accadere, neppure il crollo di un ponte-ha cercato di fare un caso o incidente politico il vice presidente del Consiglio grillino Luigi Di Maio prendendosela non tanto con Conte, contento di avere preso come pretesto proprio quell’episodio per declassare l’incontro a livello politico e non istituzionale, quanto con i sindacati.
Che, praticamente accusati di essersi rivelati insensibili alla cosiddetta questione morale, avvertita invece da Di Maio ad ogni angolo di strada e rumore di starnuto, hanno però reagito facendo spallucce, a cominciare da quelle più mobili e provate di Maurizio Landini, il nuovo capo della Cgil.
ha cominciato a frequentarla, da solo e in compagnia, prima e dopo essere entrato nel governo italiano. Ma cosa, in particolare, deve ancora “spiegare” il leader leghista, magari parlandone finalmente nell’aula di Montecitorio, visto che al Senato un tentativo è già fallito, miseramente scontratosi con l’annunciata decisione della presidente Maria Elisabetta eccetera eccetera di non far perdere tempo ai suoi colleghi di opposizione, e tanto più di maggioranza, con i “pettegolezzi giornalistici” sui viaggi di Salvini, sulle sue simpatie per Putin almeno sinora ricambiate, nonostante le complicazioni intervenute, e sui tentativi compiuti da comuni amici, per quanto inutilmente, almeno sino a questo momento, di rimediare alla Lega, all’ombra di qualche affare petrolifero, un po’ di rubli: non quelli, per carità, che a tonnellate venivano sistematicamente mandati dal Cremlino e dintorni all’allora Pci di Palmiro Togliatti e successori, ma abbastanza per fronteggiare almeno una campagna elettorale: qualcosa -si è sospettato e sventolato da sinistra nelle aule parlamentari- come 65 milioni di dollari-ex rubli.
cafonescamente una mano in tasca, come se fosse l’ex presidente forzista del Senato Carlo Luigi Scognamiglio Pasini? Che esordì a Palazzo Madama nel 1994 parlando appunto dallo scranno più alto con una mano in tasca. E poi, sempre parlando dell’ex presidente del Senato, continuando a prendersi molto sul serio, sino a viaggiare su una carrozza ferroviaria speciale e a fare fermare il convoglio alla stazione di comodo, suo e dei familiari, anziché a quella programmata per il pubblico comune e pagante.
nelle persone di una segretaria chiamata Barbara e di un collaboratore di rango, diciamo così,
Claudio D’Amico, consigliere per le “attività strategiche internazionali”. E speriamo che non ce ne sia anche per le attività tattiche, nazionali e non solo internazionali, con competenze -Dio non voglia- anche nella gestione delle pratiche dei porti e degli sbarchi. Con i tempi che corrono e le Carole in adorazione o processione si potrebbero avvertire brividi di paura.
secolo scorso”, poche ore dopo il sequestro di Aldo Moro, nel 1978, riconoscendo nei comunicati dei brigatisti rossi il linguaggio sentito o addirittura insegnato nelle riunioni dei comunisti ancora in attesa della rivoluzione in Italia; o come quello proposto nel 2003 da Giampaolo Pansa col “Sangue dei vinti” per
scrivere o riscrivere, finalmente, la guerra civile italiana proseguita per un po’ anche dopo la sua conclusione formale, abbiamo francamente una certa difficoltà a sfogliare e, soprattutto, a prendere sul serio l’album degli amici, veri o presunti, di Matteo Salvini. Di cui si scrive e si disegna in questi giorni, tra smentite, disconoscimenti, testimonianze, proteste, insulti e minacce di querele, a proposito di traffici petroliferi a Mosca e dintorni, sinora fatti più di parole che di bonifici o scambi reali di rubli, per aiutare la Lega nelle campagne elettorali che le hanno consentito in poco più di un anno, dal 4 marzo del 2018, di raddoppiare i suoi voti, e anche più, e di dimezzare quelli dell’alleato a cinque stelle.
noti: “Gli amici non si mollano”. Mi è sembrato un avvertimento al leader della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, che sta scaricando amici, conoscenti e quant’altri diventati scomodi, forse a loro stessa insaputa, non avendo saputo
immaginare la disinvoltura, la mobilità, la volubilità, la spregiudicatezza dei referenti di una volta. O di quanti per tali si erano mostrati o lasciati scambiare, abbassando le difese dei malcapitati di turno a tal punto da far loro dismettere le divise per indossare solo abiti civili. Adesso il povero, e non più europarlamentare leghista Mario Borghezio, cogliendo forse l’occasione anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe non più onorevoli che porta ai pedi, ha rispolverato i ricordi decidendo se non di promuovere a generale lo sventurato Gianluca Savoini, indagato a Milano per corruzione internazionale, almeno di attestarne il ruolo a lungo svolto di “soldato” del Carroccio.
stare col caldo che fa, il povero presidente del Consiglio con la diffusione della notizia di un intervento di una collaboratrice del Viminale per l’accreditamento, o qualcosa del simile, dell’ospite nel frattempo diventato ingombrante, pur essendo rimasto sobrio per tutta la cena, No, non è uno spettacolo bello, e neppure
migliore di quel titolone da sollievo, auspicio e quant’altro sparato sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi. Che, in attesa da troppo tempo del ritorno del figliol prodigo nel centrodestra, pur allontanatosene l’anno scorso con l’autorizzazione e persino
l’incoraggiamento del padrone di casa, lo ha ora annunciato “in trappola”, come ogni tanto vi finiscono anche i topi, con annesse microspie, che si aggirano -nonostante le pulizie e il lusso apparente- fra i vasi e i tendaggi dei saloni e delle stanze dell’albergo Metropol di Mosca, a due comodissimi passi dalla Piazza Rossa -si chiama ancora così ?- dove si affacciano le finestre di Putin e riposa la mummia, ormai, di Lenin.