Marco Pannella fu davvero speciale, anche quando faceva errori

            Non so cosa abbia contribuito di più all’inusuale celebrazione di Marco Pannella a 90 anni dalla nascita, e non 100, come di solito si fa, e si è fatto ultimamente  prima per Giulio Andreotti e poi per Aldo Moro: di più, dicevo, fra il reale spessore dell’uomo, la nostalgia della sua leadership confrontata con quella degli attuali protagonisti della politica, di maggioranza o di opposizione, o la forza della lobby radicale, per quanto quel mondo avesse giù cominciato a dividersi con Marco vivo. Che un po’ divorava i suoi figli come Saturno vedendoli crescere.

            Quando scrivo di “lobby” lo faccio -sia chiaro- in senso non negativo, come prevalentemente avviene, ma positivo, essendo stata ed essendo quella radicale una consorteria nobilissima, al servizio di grandi cause civili e di diritti troppo a lungo negati o compressi, al netto naturalmente di tutti gli errori che possono essere stati compiuti da quelle parti e di tutte le opinioni contrarie.

            Ecco, visto che se n’è parlato e scritto prevalentemente bene, come si fa generalmente per e con i morti, in questo caso a soli 4 anni dalla dipartita, a avrei ben poco da aggiungere, è proprio un errore, il più clamoroso, di Pannella che vorrei ricordare per sottolineare anche in questo la diversità del personaggio rispetto alle abitudini della politica. Lui era capace di riconoscere i suoi sbagli e di scusarsene, per giunta in pubblico prima ancora che in privato.

            Contro Giovanni Leone, eletto al Quirinale alla fine del 1971 come soluzione di compromesso tra Amintore Fanfani e Aldo Moro, troppo forti nel proprio partito, la Dc, per scalare con successo il colle più alto di Roma, Pannella si impuntò molto curiosamente. Prima lo attaccò per Leone.jpegle abitudini scaramantiche, tutte della sua terra, che lo spingevano a proteggersi o a prevenire i guai facendo le corna con le dita, senza avere neppure l’astuzia di nasconderle, tanto l’uomo era spontaneo. Poi il leader radicale si unì, se non addirittura guidò una infame campagna diffamatoria: lui, poi, Marco che era un garantista dai capelli, sempre avuti in abbondanza, ai piedi. Quella volta, chissà perché, egli inciampò nella campagna mediatica avvolta nella carta di un libro di Camilla Cederna, poi condannata in tribunale: una campagna  cominciata e cresciuta per le  denunce dei redditi di Leone, per le grazie che concedeva e per i rapporti amichevoli con un collega professore universitario sfortunatamente rappresentante in Italia dell’americana Loockeed, indulgente con la pratica delle tangenti per vendere i suoi aerei di trasporto militare nel mondo.

            A quella campagna ad un certo punto decise di appendere gli interessi politici del suo partito Enrico Berlinguer, che dall’interno della maggioranza di solidarietà nazionale di cui faceva parteBerlinguer.jpeg reclamò e ottenne le dimissioni di Leone da capo dello Stato, peraltro a soli sei mesi di distanza dalla scadenza del suo mandato, e quindi con un effetto denigratorio raddoppiato. Il mio amico Marco, che pure non era uno sprovveduto, e non era neppure tenero con i comunisti, naturalmente ricambiato, una volta tanto non si insospettì. E gli capitò cosi di partecipare alla crocifissione politica di un presidente della Repubblica che nei 55 giorni della prigionia del povero Moro nelle mani dei sanguinari brigatisti rossi, aveva Moro  morto.jpegavuto il torto -agli occhi dei comunisti- di non  condividere la cosiddetta linea della fermezza, sino a predisporre, peraltro inutilmente, la grazia ad una terrorista compresa nell’elenco dei detenuti che quei criminali volevano scambiare col loro ostaggio. Dopo una ventina d’anni, tardi ma in tempo perché Leone potesse consolarsene nel suo rifugio alle Rughe, Pannella si scusò con lui trascinandosi appresso una volta tanto anche i comunisti.

 

 

 

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Si è aperta una fase 2 anche al Quirinale: elezioni anticipate in mascherina

            Il 4 maggio non è cominciata, nella solita confusione di idee e parole, ma sotto sotto anche con un pizzico di fiducia, la cosiddetta fase 2 dell’emergenza virale: non del governo, per Mattarella.jpegcarità, perché quella si è persa per strada col sopraggiungere del Codi 19, dopo essere stata programmata per la fine di gennaio. E forse non è stato neppure un male per Giuseppe Conte, perché le fasi 2 ai governi portano generalmente male.

Lunedì scorso, all’incirca, è maturato anche un altro approccio del sempre più preoccupato presidente della Repubblica al movimento o sommovimento dei partiti, di maggioranza e di opposizione, attorno all’esecutivo. Sergio Mattarella è passato -mi dicono, spiazzando anche alcuni suoi consiglieri- da un no secco ad un altrettanto secco sì all’ipotesi di elezioni anticipate in autunno, anche a costo di mandare gli elettori alle urne con la mascherina, e con le distanze di sicurezza definite addirittura “sociali” da molti senza rendersi conto dell’enormità di questo aggettivo. Cui sarebbe preferibile quello di “fisiche”.

Apparentemente contraddittoria, la linea del capo dello Stato è rimasta invece coerente, come vedremo, con la sua ostilità, nei tempi che corrono e che non sono molto luminosi, ad una crisi al buio, da aprire e affrontare come in una bisca.

Il 17 aprile scorso -segnatevi bene questa data- il quirinalista principe del nostro giornalismo, che è Marzio Breda, traduceva così sul Corriere della Sera lo stato d’animo del presidente dellaBreda del 17 aprile.jpeg Repubblica di fronte ai partiti che maramaldeggiavano più o meno esplicitamente per un’altra crisi estiva diretta questa volta con successo, contrariamente all’anno scorso, quando fu attivata da Matteo Salvini, verso la chiamata autunnale alle urne: “Prima di tornare al voto servono un referendum e una legge elettorale. Chi li farebbe? E anche per cambiare in corsa il capo del governo (se mai ci si riuscisse) occorrerebbero almeno due-tre mesi di consultazioni e negoziati. Una follia pensarci, mentre il virus infuria”.

Il referendum di cui scriveva il quirinalista del Corriere è naturalmente quello sulla riduzione del numero dei parlamentari, già indetto per il 29 marzo ma  rinviato a data ancora da fissare per evitare di trasformarlo in un’occasione di contagio virale. La legge elettorale è quella naturalmente conseguente alla realtà di un Parlamento cambiato così radicalmente, a rischio di non poter più contenere la rappresentanza di parti consistenti del Paese applicando la legge elettorale oggi in vigore.

Ebbene, vediamo cosa lo stesso Breda, parlando al Quirinale con le stesse persone, cioè attingendo alle stesse fonti, ha scritto non più tardi del 6 maggio scorso: “Se poi davvero la deadlineBreda del 6 maggio.jpeg del governo Conte fosse a giugno, come si sostiene, Mattarella ci mancherebbe alle urne a settembre, nel quadro istituzionale che c’è adesso. Cioè con l’esecutivo dimissionario a traghettarci al voto. Con i sommovimenti tra i due fronti suggeriti dagli ultimi sondaggi, nessuno può dare per scontato come andrebbe a finire”.

Che cosa è accaduto fra il 17 aprile e il 6 maggio perché gli umori al Quirinale cambiassero così tanto? Che cosa è accaduto oltre all’apertura della già ricordata fase 2 dell’emergenza, in cui il virus ha perso forza, come dicono gli esperti, ma non si è certamente spento e non ha smesso di fare paura, essendo stati tutti gli allentamenti delle restrizioni  accompagnati con l’avvertimento che si potrebbe tornare indietro in qualsiasi momento? E’ accaduto che Mattarella si è sentito frainteso dai protagonisti e attori della politica, di maggioranza e di opposizione, ed ha reagito con la durezza di cui solo i calmi sono capaci quando si arrabbiano davvero.

Poiché il no alle elezioni anticipate, che dipendono -ricordiamolo- dalle valutazioni solo del presidente della Repubblica per esplicito dettato costituzionale, che lo obbliga solo a “sentire” prima i presidenti delle Camere per questioni, diciamo così, di galateo istituzionale, è stato interpretato da qualche parte -ripeto, di maggioranza e di opposizione- come licenza a giocare col governo come al pallone, mandandolo in porta e fuori porta, in tribuna o altrove, perché alla fine il presidente della Repubblica avrebbe sempre trovato il modo di venirne a capo senza elezioni, Mattarella ha cambiato, diciamo così, il suo schema di gioco. E in nome della chiarezza, che in un sistema parlamentare quale continua ad essere il nostro, pur nell’emergenza virale,  non può prescindere più di tanto dalla sovranità popolare, scritta anch’essa in Costituzione, ha avvertito i giocatori delle due squadre formalmente in campo che è pronto a mandarle negli spogliatoi. E poi se la vedono loro con gli elettori, pagando il prezzo che costoro decideranno.

Pazienza- sembra di capire, se quello di Mattarella è un colpo vero, come merita di essere interpretato per l’autorità del capo dello Stato, e non a salve- se il Parlamento uscito da elezioni anticipate nascerà comunque ammaccato e delegittimato, essendo destinato dopo qualche mese a sembrare superato dal dimagrimento prevedibile col referendum che dovrà svolgersi successivamente. A meno che gli umori popolari non cambino tanto da fare scoprire che quel dimagrimento farebbe più male che bene alla democrazia rappresentativa. Anche questo forse si potrebbe mettere nel conto del fantasma elettorale che si aggira adesso nei palazzi della politica.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 maggio

Ora Bonafede deve guardarsi soltanto da sorprese sul fronte giudiziario

            Gli amici, quelli veri, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, sono in ansia, per quanto lui sia saldo politicamente al suo posto: sostenuto, oltre che dal suo partito, dal presidente del Consiglio, dal Pd e dalla sinistra dei liberi e uguali, criticato nella maggioranza solo dai renziani. Che tuttavia, minacciosamente agitati già su migranti e altro, sembrano non volere votare o solo astenersi su una mozione di sfiducia individuale al guardasigilli che non fosse presentata da tutto il centrodestra. Dove però i forzisti di Silvio Berlusconi sono contrari per questione di principio, non avendo mai condiviso il ricorso a questo strumento adottato per la prima volta nel 1995 contro l’allora guardasigilli assai garantista Filippo Mancuso.

            La paura, in particolare, è che qualche magistrato possa cadere nella tentazione di considerare notizia di reato Di Matteo.jpegil racconto fatto in persona per la prima volta dal consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo, confermando notizie già diffusesi due anni fa, di avere ricevuto da Bonafede una strana offerta alla guida del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: strana perché subito ritirata in coincidenza con voci, rapporti, intercettazioni e quant’altro sulla decisa e minacciosa contrarietà dei boss mafiosi detenuti.

            “L’ultimo pubblico ministero della Procura di Guastalla ha un potere immenso. Può mettere sotto indagine il presidente del Consiglio, anzi il Papa. Chi ha il coraggio di dire qualcosa?”, ha dichiarato in una intervista, commentando Martelli.jpegproprio la sortita di Di Matteo, il generale dei Carabinieri in pensione Mario Mori. Che è sotto processo in appello a Palermo con gli altri imputati condannati in prima istanza per l’accusa, condotta dallo stesso Di Matteo, di avere trattato con la mafia fra il 1992 e il 1994. Lo scopo sarebbe stato di farla recedere dalle stragi, anche a costo di concorrere al reato, appunto contestatogli, di minaccia a corpo politico dello Stato.

            Bonafede, insomma, appena definito impietosamente sulla prima pagina di Repubblica “un Folli in prima.jpegministro sbagliato”, per giunta Folli interno.jpeg“in un governo stanco” all’interno, potrebbe finire indagato, naturalmente con le procedure del cosiddetto tribunale dei ministri, per avere ceduto ai ricatti dei mafiosi: un’ipotesi “insinuante” alla quale il guardasigilli ha reagito con sdegno a vedersela formulare mediaticamente e politicamente sulla base del racconto fatto da Di Matteo. Che, dal canto suo, potrebbe rischiare un procedimento per calunnia

            Sdegnato com’è, Bonafede ha accolto non so se più il consiglio o la sfida televisiva di uno dei suoi predecessori, il socialista Claudio Martelli, preannunciando alla Camera un decreto legge per riportare in carcere le centinaia di detenuti di mafia e di  narcotraffico mandati ai domiciliari negli ultimi cinquanta giorni per ragioni di salute connesse anche ai rischi di contagio virale.

            Lo stesso Martelli ai suoi tempi, con Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, fece varare dal governo un decreto legge per rimandare in carcere detenuti di mafia Andreotti.jpegappena liberati Schermata 2020-05-07 alle 07.02.26.jpegper scadenza dei tempi della carcerazione preventiva dopo una pronuncia della Cassazione firmata da Corrado Carnevale, finito poi in un lungo tunnel giudiziario per uscirne assolto.

            Neppure quella muscolare iniziativa assunta dal governo, e ripetutamente rivendicata dall’interessato, risparmiò poi ad Andreotti l’accusa della Procura di Palermo, e relativi processi, di concorso esterno in associazione mafiosa.

           Si potrebbe dire, con i dovuti scongiuri -immagino- di Bonafede, che è sempre in agguato la legge del contrappasso di memoria dantesca.

 

 

 

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I paradossi interscambiabili di Alfonso Bonafede e Nino Di Matteo

            Tranquilli, signore e signori del fronte giustizialista come di quello garantista, entrambi attraversati dal brivido dell’imprevista lite a distanza fra il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede e quello GILETTI.jpegmancato, sempre sotto le cinque stelle, Nino Di Matteo.  E’ lo scontro, naturalmente, consumatosi domenica sera, a giornali ormai chiusi, in quella che Massimo Giletti non vuole chiamare “arena” televisiva, ma che spesso cerca e riesce a realizzare per tirare su gli ascolti e fare contento l’editore Urbano Cairo. Che il conduttore nomina ogni volta che è costretto a interrompere grida e insulti degli ospiti per far passare i lucrosi messaggi pubblicitari.

            Né Bonafede né Di Matteo, in ordine rigorosamente alfabetico, rimetteranno i loro posti, rispettivamente, di ministro della Giustizia e di consigliere superiore della magistratura: l’uno accusato dall’altro di avergli offerto quasi due anni fa la direzione di tutte le carceri italiane e di averci ripensato, ripiegando sulla proposta di fare il direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula, dopo le reazioni troppo forti  dei chissà come informati e comunque intercettati boss mafiosi in regime di detenzione durissima.

            Bonafede, sorpreso ancora dal rifiuto di Di Matteo di essere con lui quel collaboratore diretto e influente che Giovanni Falcone fu col guardasigilli socialista Claudio Martelli, rimarrà al suo Bonafede.jpegposto, per quanto spiazzato dalla delusione non ancora passata al magistrato più minacciato e protetto d’Italia. La sua difesa è per il presidente del Consiglio un’emergenza in qualche modo paragonabile, per intensità e pericolosità, a quella del coronavirus. Figuratevi se Giuseppe Conte potrà farsi influenzare dalle opposizioni o dalla solita dissidenza renziana nella maggioranza per mettere in discussione il capo addirittura della delegazione del maggiore partito della coalizione al governo. In soccorso del quale, peraltro, sono intervenuti più o meno rapidamente il capo reggente del movimento grillino Vito Crimi, il suo predecessore e ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il Pd per bocca del vice segretario, e predecessore dello stesso Bonafede al Ministero della Giustizia, Andrea Orlando. Che pure non aveva molto apprezzato, prima dell’emergenza virale, la tentennante e contraddittoria gestione della riforma del processo penale da parte del guardasigilli, una volta scattata il 1° gennaio la ormai miniprescrizione valida sino alla prima sentenza di giudizio.

            Di Matteo, dal canto suo, figuratevi se si lascerà tentare dall’idea delle scuse, o addirittura delle dimissioni dal Consiglio Superiore della Magistratura, con tutte le maiuscole Spataro.jpegdovute,  dopo  le critiche ricevute dai tre consiglieri “laici” delle 5 Stelle e La Stampa.jpegl’imbarazzo procurato anche ad un collega, per quanto ormai in pensione, del nome, dell’esperienza e del prestigio di Armando Spataro. Che di fronte alle uscite nuove e vecchie di Di Matteo “è rimasto senza parole” in una intervista alla Stampa. Che tuttavia il giorno dopo in “retroscena” molto simile a un’intervista ha messo a suo agio un Di Matteo “per niente pentito”. Contemporaneamente Repubblica ne ha a suo modo Repubblica.jpegcondiviso il malumore verso Bonafede titolando in prima pagina sulla “lista segreta” dei 376 fra mafiosi e narcotrafficanti trasferiti negli ultimi 50 giorni dal carcere a casa per ragioni di salute e rischio virale.

            Imbarazzato dalle polemiche, l’amico comune dei due protagonisti e direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio se l’è cavata applicando ad entrambi il nome di uno di loro astutamente Travaglio su buona fede .jpegseparato: Buona fede. E liquidandoTravaglio .jpeg invece il giorno dopo come “malafede” la difesa di Di Matteo da parte dei forzisti dei “mafiosi”- ha scritto-  Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

 

 

 

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La “ripartenza” accolta con sollievo, a parte le solite stecche o ironie….

            A parte quel “po’ di paura” avvertita nel titolo di Repubblica, ma ancor più da Vauro in quella Repubblica.jpegvignetta del Fatto Quotidiano in cui il povero Giuseppe Conte è stato riproposto nei panni Corriere.jpegtragici di Amleto alle prese col coronavirus, l’avvio della “fase 2” o “ripartenza” sulla strada emergenziale Messaggero.jpegimpostaci dall’epidemia è stato registrato generalmente con Il Foglio.jpegsollievo dai giornali. Chi più e chi meno ha tirato un sospiro di sollievo, sino a spingersi, come Il Foglio, a parlare in rosso di “ottimismo”, pur “trascurabile” forse per scaramanzia.

             Non sono mancati naturalmente i pessimisti, diciamo così, istintivi che hanno esasperato le indubbie incertezze e confusioni anche del secondo di chissà quanti tempi ancora di questa partita virale La Verità.jpegper gridare la propria protesta. Penso, per esempio, alla “pagliacciata in mascherina” gridata dalla Verità di Maurizio Belpietro, come in un Carnevale ormai fuori stagione.

            Un po’ di sollievo, anzi di vera e propria fiducia, per la ripartenza è stato manifestato da un pur vecchio imprenditore come l’ingegnere Carlo De Benedetti. Che proprio ieri, a 85 anni compiuti nello scorso autunno, e quindi in marcia verso gli 86, ha annunciato la fondazione Carlo De Benedetti.jpegnella “sua” Torino, naturalmente, di una nuova società – Domani- propedeutica ad un omonimo giornale quotidiano. Che egli ha deciso di fare uscire a settembre,  dopo essere rimasto orfano di Repubblica, venduta dai figlioli a Jhon Elkann, il nipote del compianto avvocato Gianni Agnelli. Di cui l’ingegnere è stato collaboratore e poi concorrente, e che concorrente.

            Alla presidenza della nuova società Carlo De Benedetti, che almeno per ora ne è l’unico azionista, ha chiamato l’amico senatore del Pd Luigi Zanda.jpegLuigi Zanda, dimessosi proprio per questo da tesoriere del partito di Nicola Zingaretti e da esponente della Stefano Feltri.jpegcommissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario. Alla direzione del nuovo giornale, che si propone di essere un po’ corsaro, per ora di sole ma dense otto pagine, è stato designato il giovane Stefano Feltri, già vice direttore del Fatto Quotidiano e particolarmente ferrato in materia economica e finanziaria.

            Con ben poca eleganza, vista anche la provenienza del suo direttore designato, sul nuovo giornale si è già rovesciato, ben prima di affacciarsi nelle edicole o solo di sfornare i primi cosiddetti numeri Il Fato contro Domani.jpegzero, lo scherno, anzi la “cattiveria” vera e propria, come si chiama la rubrichetta di prima pagina che se n’è occupata, del Fatto di Marco Travaglio. Che non gli ha certamente dato il benvenuto declassandolo da Domani all’Altroieri: questione di stile, di gusto, o di educazione. Messa a confronto Domani.jpegcon questa presunta spiritosaggine, appaiono di altissima società l’evidenza e la neutralità dell’annuncio riservatogli da Repubblica, che pure dovrebbe subirne la maggiore e dichiarata concorrenza d’opinione, visti i propositi quasi di rivincita dichiarati espressamente dall’editore.

             Chi si riempie la bocca, solo la bocca purtroppo, dei valori della Costituzione cui si ispirò Il Fatto Quotidiano nascendo sotto la direzione di Antonio Padellaro -una Costituzione che nell’articolo 21 garantisce a tutti “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni mezzo di diffusione”- dovrebbe apprezzare, non deridere, la nascita di un nuovo giornale, specie in un momento così critico per l’editoria. Auguri, pertanto, al vecchio ingegnere, per quante critiche mi sia capitato di rivolgergli dai giornali in cui ho lavorato, e a quanti gli daranno una mano in questa sfida, anche familiare.

 

 

 

 

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Due schieramenti -di maggioranza e opposizione- ugualmente divisi e gassosi

Si fa presto a parlare, anche dopo gli ultimi dibattiti parlamentari sull’emergenza virale gestita dal governo Conte, ed entrata adesso in una nuova fase, di maggioranza e di opposizione. O di opposizioni al plurale, secondo la generalità delle rappresentazioni, come se differenze e contrasti non attraversassero pure la maggioranza.

Ebbene, entrambi gli schieramenti hanno una destra, un centro e una sinistra, anche se solo uno si chiama formalmente centrodestra. Ed è quello naturalmente a trazione leghista, che avrebbe probabilmente vinto le elezioni anticipate d’autunno se il presidente della Repubblica le avesse permesse e non fosse stato invece esentato dalla formazione improvvisata ed emergenziale della maggioranza giallorossa. Essa fu promossa a sorpresa nella scorsa estate da Matteo Renzi, ancora nel Pd, per evitare i famosi “pieni poteri” chiesti agli elettori dall’altro Matteo, cioè Salvini.

Il centro del centrodestra – non me ne voglia Berlusconi, che lo reclama- è della Lega per la sua consistenza elettorale, per quanto in arretramento secondo gli ultimi sondaggi. La destraSalvini.jpeg è naturalmente quella di Giorgia Meloni, che ne è orgogliosa, come se l’avesse pazientemente gestita e partorita come una figlia dopo la sostanziale scomparsa di Gianfranco Fini dalla scena. E la sinistra -non il centro, ripeto- è rappresentata inusualmente dal Cavaliere per la suaBerlusconi.jpeg obiettiva vicinanza maggiore, su tanti temi, a cominciare dai rapporti con l’Unione Europea, a larga parte, diciamo così, dell’altro schieramento: non tutto, però, perché i grillini, come vedremo, fanno storia a sé. Della linea di Berlusconi si  appena compiaciuto in una intervista alla Stampa Enrico Letta, del Pd, che pure a Palazzo Chigi lo aveva perduto come alleato nell’autunno del 2013.

L’altro schieramento è formato da un centro identificabile nel Pd di Nicola Zingaretti, ora anche per ragioni numeriche, dandolo i sondaggi più avanti del Movimento 5 Stelle uscito invece elettoralmente più forte, e perciò centrale, dalle urne del 4 aprile 2018. La posizione di destra spetta a Renzi, uscito dal Pd per denunciare ogni volta che può la vera o presunta sudditanza del Pd ai grillini.  Che egli classifica non a torto a sinistra quando denuncia gli sperperi prodotti dal loro cosiddetto reddito di cittadinanza e quelli che potrebbe procurare il reddito “universale”, proposto da Beppe Grillo in persona quando è insorta l’emergenza virale e se ne sono profilate le conseguenze economiche e sociali.

Ma i grillini non sono sempre e certamente individuabili a sinistra. Sono frequentemente anche a destra: quella sovranista, per esempio, della loro ostilità o diffidenza verso il meccanismo europeo di stabilità economica, o fondo salva-Stati, in concorrenza o nuova simbiosi con la Lega, scelta del resto come alleata di governo subito dopo le elezioni politiche di due anni fa.

I grillini si ritrovano a destra, almeno quella classica, anche nella concezione del carcere dove il secondino potrebbe gettare la chiave della cella in cui ha appena chiuso il detenuto di turno. E se Bonafede.jpegun magistrato ne tira fuori qualcuno perché le sue condizioni sanitarie lo hanno portato più vicino alla morte che alla vita, sono guai. Sotto questo profilo – me lo lasci dire senza malanimo personale l’interessato, ora anche capo della delegazione pentastellata al governo- il guardasigilli Alfonso Bonafede è finito a destra tanto rigorosamente quanto forse inconsapevolmente. per istinto. Avrà letto, spero, l’intervista dell’avvocato Franco Coppi al Dubbio.

Di fronte ad uno scenario del genere, con due schieramenti -ripeto- entrambi divisi, il meno che si possa lamentare della situazione politica è, diciamo così, il suo stato gassoso. Che, specie con l’aggravante dell’emergenza virale sopraggiunta alla stregua di una guerra, o un uragano, come preferisce dire il Papa, comporta confusione o addirittura marasma. E toglie giustamente il sonno anche al presidente della Repubblica. La cui loquacità in questo periodo, in termini di messaggi, appelli e quant’altro, dimostra da sola quanto egli sia preoccupato, e non ritenga forse sufficienti, o sufficientemente “chiari”, gli indirizzi e quant’altro del governo e del premier, prodigo di conferenze stampa, interviste e dichiarazioni, oltre che di decreti. Il cui acronimo una volta noto solo agli addetti ai lavori –dpcm– è entrato di prepotenza nelle cronache e negli stessi titoli dei giornali.

Alle prese con una realtà di questo genere, con i due classici schieramenti parlamentari e politici così divisi al loro interno, Aldo Moro si sarebbe messo probabilmente a lavorare per scomporli e ricomporli in altro modo, secondo le sue abitudini, accostando ulteriormente i più vicini su certi aspetti o problemi più urgenti di un programma di governo, e allontanandoli dagli opposti. Ma Moro è morto, peraltro in una maniera che più tragica non poteva essere, ben 42 anni fa. E, per quanti sforzi faccia spesso Eugenio Scalfari da qualche tempo di indicare Conte come un suo corregionale erede o emulo, accostandolo domenica scorsa su Repubblica anche a Cavour e persino a Papa Francesco, il paragone continua a sembrami temerario.

Va detto tuttavia, a beneficio di Conte, che la situazione politica attuale è terribilmente più complessa di quelle pur difficili gestite da Moro ai suoi tempi. Che avevano Conte.jpegcomunque  partiti Enrico Letta.jpegben strutturati e certezze internazionali, scomparse con la caduta del muro di Berlino e con la fine del cosiddetto mondo bipolare modellato a Yalta. “Un abisso ci può inghiottire”, ha osservato Enrico Letta aggiungendo: “La politica non è lacerata, è proprio a coriandoli”.

Non c’è adesso qualcosa di paragonabile all’extraparlamentarismo di sinistra prodotto dalla contestazione sessantottina, che spinse per forza di cose il Pci verso il centro, non certamente al centro, e consentì a Moro quell’apertura ai comunisti passata alla storia come “strategia dell’attenzione”, pur con tutti i suoi inconvenienti sfociati nel terrorismo che costò la vita allo stesso Moro. Cui i brigatisi rossi non perdonarono di volere “imborghesire” il Pci di Enrico Berlinguer.

Ora c’è un amalgama mal riuscito- direbbe Massimo D’Alema-  di pulsioni e confusioni di ogni tipo.  Persino Moro forse si sarebbe messo le mani fra i capelli e avrebbe faticato ad uscirne. Persino lui, ripeto, pensando peraltro anche a Sergio Mattarella, approdato alla politica dopo la morte di Moro ma moroteo come il padre, e poi il fratello ucciso dalla mafia.

 

 

 

Parzialmente pubblicato sul Dubbio

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Nella fase 2 dell’emergenza tra l’ansia del governo e l’ottimismo sulle strade

            La cosiddetta fase 2 dell’emergenza da coronavirus si è aperta col fiato sospeso del governo, condiviso o ispirato dalle centinaia di tecnici che in vario modo lo consigliano, ma con l’ottimismo Sanremo festosa.jpegdella gente comune. Così almeno sembra guardando tre foto prese in prestito dai giornali che le hanno pubblicate sulle loro prime pagine per dare un’idea del clima in cui è stata vissuta perBari festosa.jpeg strada la vigilia, cioè l’ultima domenica della prima fase. Sono le foto di Ponte Milvio, affollato di romani in mascherina, sul Messaggero, di una pista ciclabile a Sanremo sul Secolo XIX e del lungomare di Bari sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Con una certa buona volontà potremmo inserire o attribuire al clima di ottimismo o fiducia anche la vicenda, rivelata dal Fatto Quotidiano, di un pranzo “di lavoro” con musica e risate festose svoltosi il 1° maggio su un terrazzo romano con la partecipazione di un collaboratore del Il fattaccio sul Fatto.jpegsegretario del Pd Nicola Zingaretti, di un altro della ministra piddina Paola De Micheli e di una consigliere regionale del Lazio, sempre del Pd, interrotto dalla polizia su segnalazione dei vicini di casa. Tutto si è concluso con una multa di 400 euro ciascuno dopo un’animata discussione nella quale è volata  la solita frase imprudente e comica di qualcuno del “non sa chi sono io”. Che è stata aggravata dalla circostanza invocata dall’interessato 160 decreti in 100 giorni.jpegdi avere contribuito più o meno direttamente a stendere almeno una parte dei 160 decreti di divieti e altre limitazioni emessi in tutta Italia in cento giorni, e contati con lodevole pedanteria su Repubblica da Sergio Rizzo.

            Per tornare alla fase 2 dell’emergenza virale finalmente cominciata anche con le visite ammesse ai “congiunti”, non ancora agli amici, gli esperti valutano in 4 milioni e mezzo gli italiani che tornano al lavoro, disponendone ancora per fortuna dopo le prime misure. Chissà quanti altri però sono destinati a perderlo, il loro lavoro, per gli effetti prodotti dall’epidemia nata, secondo le Pompeo .jpeginformazioni rilanciate dal segretario di Stato americano Mike Pompeo, nel laboratorio cinese di Whuan a causa di errori di ricerca pervicacemente nascosti dal governo di Pechino. Che “ne risponderà”, ha assicurato il ministro degli Esteri del pugnace Donald Trump.

            Contemporaneamente il segretario alla Difesa americano Mark Esper in una intervista alla Stampa ha avvertito gli italiani, cioè il governo di Giuseppe Conte, che la stessa Cina e i russi con gli aiuti prontamente concessi per fronteggiare l’epidemia approdata da noi stanno cercando di condizionare un Paese che, non foss’altro per la sua collocazione geografica, non è certamente fra i minori dell’Alleanza Atlantica.

            “Guerra fredda sul contagio”, ha scritto su Repubblica il nuovo direttore Maurizio Molinari, che è uno Guerra fredda.jpegspecialista di politica estera con le sue esperienze di corrispondente dagli Stati Uniti e da Israele, prima di arrivare alla direzione della Stampa e di essere trasferito a Roma dall’editore ora comune dei due giornali, John Elkann.

            Alla “guerra fredda” di Molinari si unisce quella “di carta”, come l’ha definita Il Giornale della famiglia Berlusconi anticipando in prima pagina la notizia dell’uscita imminente di un nuovo quotidiano ad opera dell’ormai Guerra di carta.jpegex editore di Repubblica Carlo De Benedetti, ancora furente con i figli per averla venduta al nipote di Gianni Agnelli. Il nuovo giornale dovrebbe chiamarsi Domani ed essere diretto, salvo smentite, da Lucia Annunziata. Ma ad organizzare minutamente l’impresa sarebbe stato incaricato un giovane talento scoperto dall’ingegnere tra le sue residenze in Italia e nella Svizzera.

 

 

 

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Nuovo soccorso del Papa a Conte fra le polemiche sulla fase 2 dell’emergenza

            Anche se parlava dei “governanti” di ogni livello, comprendendovi esplicitamente i presidenti delle regioni e i sindaci, coinvolti nelle polemiche e nelle tensioni per la gestione dell’emergenza virale, mi sembra francamente impossibile che il Papa non pensasse direttamente al Sam Gennaro.jpegpresidente del Consiglio nell’omelia dedicata alla crisi pandemica, durante la messa mattutina di sabato nella sua residenza in Vaticano. Dove ha richiamato il proverbio della sua terra, l’Argentina, per sostenere che” il cavallo non va cambiato mentre si attraversa il fiume”. Anche San Gennaro ci ha messo poi del suo replicando il miracolo del proprio sangue sciolto nel Duomo di Napoli.

            Quello del Papa è stato il secondo, sotto certi aspetti clamoroso, soccorso in pochi giorni a Conte, dopo l’obbedienza raccomandata ai vescovi Il Fatto.jpegitaliani in agitazione, diciamo così, per il perdurante divieto delle messe aperte al pubblico manifesto.jpeganche in questa cosiddetta fase 2. Che al Fatto Quotidiano hanno definito di “semilibertà” dopo gli “arresti domiciliari” della fase 1 e al manifesto “scoprifuoco”, con visite ammesse ai congiunti e derivati.

            Si sarà sentito sollevato il presidente del Consiglio sapendo che per lui, peraltro recentemente Scalfari.jpegricevuto in Vaticano, prega Scalfati su Conte.jpegin permanenza Papa Francesco in persona, e non solo suo zio. Che è un frate francescano. Ma prega a suo modo, laicamente, anche Scalfari su Repubblica scrivendone tutto il bene possibile e paragonandolo ora a Moro, ora a Cavour, ora alloDiamanti su Conte.jpeg stesso Papa felicemente regnante. E pazienza se i sondaggi di Demos lo danno in calo di gradimento in un mese, per quanto di 13 punti più avanti del secondo in classifica, che è il governatore leghista del Veneto Luca Zaia a quota 51.

            Eppure, anche dopo il secondo soccorso papale a Conte un cattolico come Pier Ferdinando Casini, così a lungo e orgogliosamente impegnato in politica, prima nella Dc e poi in varie formazioni da lui stesso promosse per non tradire l’eredità dello scudo crociato, senza lasciarsi ingabbiare più di tanto prima nel centrodestra e poi nel centrosinistra, rieletto al Senato due anni fa da indipendente nelle liste del Pd apertegli dall’allora segretario Matteo Renzi, è tornato a sospettare della volontà di Conte di favorire attorno al suo governo qualche forma vera o credibile di unità nazionale. Che anche il Pontefice ha raccomandato dicendo che essa “è più forte del conflitto”. 

        Ospite pur remoto della rete 4, in collegamento esterno, l’ex presidente della Camera si è appellato alla Casini.jpegindulgenza del compianto Giulio Andreotti per chi “pensa male ma indovina” dubitando delle formali aperture del presidente del Consiglio alle opposizioni. Che troppo spesso  sarebbero più provocate che cercate da Conte, nel timore che larghe intese siano propedeutiche alla formazione, prima o poi, di un governo diverso anche nella conduzione.

           In questa posizione di diffidenza Casini è stato spalleggiato, sempre in collegamento esterno, dalla capogruppo di Forza Italia alla Camera Mariastella Gelmini. Che ha lamentato la mancata accettazione da parte di Conte di tutte Gelmini.jpegle proposte formulate dal partito di Berlusconi, e dallo stesso Berlusconi in persona, nell’esercizio di una forma “costruttiva” di opposizione pur riconosciuta e apprezzata, a parole, dal presidente del Consiglio. Su cui evidentemente pesa nella maggioranza -ha sostenuto la Gelmini- il forte condizionamento di un movimento inadatto al governo come quello grillino.

           Mi chiedo se e chi ha voglia di spiegare tutto questo al Papa, ma anche all’anziano e generoso Scalfari.

 

 

 

 

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I giudizi di Gustavo Zagrebelsky a giorni alterni sui decreti virali di Conte

            Bettino Craxi parlando una volta criticamente del suo ex sottosegretario Giuliano Amato -ormai diventato Amato con Craxi.jpegsu sua stessa designazione presidente del Consiglio agli inizi della stagione giudiziaria e politica di “Mani pulite”- coniò la formula del “professionista a contratto” per chi mette o solo lasciava mettere le sue competenze, e il suo stesso prestigio, al servizio della causa o del committente di turno.

            Il mio amico Giuliano, cui Craxi non perdonava, in particolare, di averne appena parlato al passato come uomo politico, pur essendo ancora egli in vita, e neppure trasferito definitivamente nella sua residenza tunisina, ci rimase Amato con D'Alema.jpegcomprensibilmente male. La frattura non si ricompose più. Anzi, si aggravò alla vigilia della morte di Craxi, quando l’ormai ex presidente del Consiglio e ministro in carica di un governo di Massimo D’Alema gli mandò in Tunisia una lettera chiamandolo “caro presidente”, anziché caro Bettino, forse pensando di onorarlo riservandogli una carica perduta tanto tempo prima.

            Ebbene, temo che abbia rischiato di apparire un “professionista a contratto” anche il professore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky con quell’intervista al Fatto Quotidiano pubblicata e vistosamente richiamata in prima pagina nel numero del 1° maggio, del valore doppio di uno normale perché destinato a durare non uno ma due giorni per la pausa di stampa della festa del lavoro.

“Macché Costituzione violata. Non sanno di cosa parlano”, gridava il titolo dell’intervista non forzando più di Il Fatto con Zagrebelsky.jpegtanto il pensiero di  Zagrebelsky sui pur “tanti” decreti presidenziali dell’emergenza virale emessi dal capo del governo e contestatigli duramente anche da parti della maggioranza, come quella di Matteo Renzi. Che vi ha visto uno “scandalo costituzionale” e uno sconfinamento nei “pieni poteri”. Che pure erano stati chiesti agli elettori l’anno scorso dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini fra i rimproveri, nell’aula del Senato, dello stesso Conte già impegnato a fronteggiare la crisi in arrivo scaricando la Lega e assumendo al suo posto la sinistra.

            Tutto è a posto, ha spiegato il professore ammettendo che “i giuristi”, lui compreso quindi, riescono a “rendere meravigliosamente oscure persino le questioni chiare” ma allo stesso tempo condividendo le spiegazioni appena fornite alle Camere dal presidente del Consiglio.  Quei decreti, per quanto in numero forse eccessivo, sono tutti contemplati da un decreto legge del 6 febbraio scorso regolarmente convertito in legge dalle Camere.

            In verità, anche il premier ungherese Viktor Orban si è fatto dare i pieni poteri, fra le proteste di mezzo Orban.jpegmondo, con un voto dal Conte.jpegParlamento. Che è finito o apparso pure in Italia -ha ammesso Zagrebelsky- un po’ “marginalizzato”, ma sempre in grado di intervenire, se e quando lo volesse davvero. D’altronde a sgonfiare i  decreti presidenziali, anche se Zagrebelsky si è dimenticato di ricordarlo, basterebbe un ricorso accolto dal Tar.

            Al di là comunque di queste e di altre osservazioni possibili sulla materia, il giudizio minimalista o di copertura affidato da Zagrebelsky al giornale maggiormente schierato a favore di Conte contrasta con l’aggettivo applicato dal professore ai decreti presidenziali in un articolo ancora fresco di stampa su Repubblica: “stupefacenti”. Che nel dizionario della lingua italiana  di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli equivale a qualcosa che “desta stupore” e si applica come sostantivo a sostante che “usate di continuo provocano assuefazione e dipendenza con conseguenze deleterie su piano psichico e somatico”, o istituzionale e politico nel nostro caso.

 

 

 

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Giuseppe Conte va su nei sondaggi, per ora, ma giù in Parlamento

            Sarà pure cresciuto il suo gradimento per telefono, nei sondaggi che lo danno in crescita di consenso personale e lo hanno forse un po’ troppo imbaldanzito, pur giurando l’interessato di non temere l’impopolarità, ma Giuseppe Conte non può non avere avvertito il fossato che si è allargato in Parlamento fra lui e quanti compongono la sua maggioranza giallorossa. Non  parliamo poi di quello più fisiologico fra il presidente del Consiglio e i parlamentari delle opposizioni di centrodestra, che hanno reagito compatti contro la sua “informativa” su ciò che sta per cambiare dal 4 maggio col nuovo decreto presidenziale sulla strada dell’emergenza virale.

            Le distinzioni tra Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, appena rinnovate con l’occupazione leghista delle aule parlamentari criticate a distanza dal Cavaliere ricordando che “noi siamo diversi”, sono scomparse dopo il discorso del presidente del Consiglio. Quanto a durezza negli interventi, i forzisti -Roberto Occhiuto alla Camera e la capogruppo Anna Maria Bernini al Senato- non sono stati inferiori a Claudio Borghi e a Salvini in persona per i leghisti, e a Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, sempre fra Camera e Senato. Lo stesso Berlusconi dal suo rifugio in Provenza, mentre salivano a Roma le proteste e Iole Santelli.jpegminacce del governo contro la governatrice forzista della Calabria Iole Santelli, che aveva anticipato dalle sue parti la riapertura dei bar, ha sentito il bisogno di “twittare” la sua delusione. “Capisco bene molte ragioni di scontento dei nostri alleati. Il governo ha ignorato fin qui le nostre proposte. I nostri alleati compiono scelte non concordate ma in nessun caso mettono in discussione il valore del centrodestra né la solidità dell’alleanza”, ha scritto o avvertito Berlusconi, per nulla trattenuto dal dotto e imprevisto richiamo di Conte all’”epistome” di Platone, e non di Rocco Casalino,  da cui si lascerebbe ispirare a Palazzo Chigi

            Aveva evidentemente ragione, annusandone l’aria,  il professore Giovanni Orsina, editorialista della Stampa,  a liquidare Orsina su FI.jpeggià prima del dibattito parlamentare in una intervista come “fantapolitica” uno scenario d’intesa vera di Berlusconi con Conte chiedendosi “perché Forza Italia dovrebbe puntellare questo governo Renzi al Senato.jpegche è evidentemente debolissimo”: tanto debole da avere poi ricevuto dal socio di maggioranza Matteo Renzi in persona nell’aula del Senato un “ultimo” avvertimento a non forzare ulteriormente la mano con la Costituzione e con gli alleati. “Non abbiamo negato i pieni poteri a Salvini per darli Il Fatto su Renzi.jpega un altro”, ha gridato ad un certo punto l’ormai quasi socio ricordando come fosse stato lui stesso nella scorsa estate a promuovere la formazione del governo in carica, e pur esagerando con quel richiamo da “sciacallo” -come gli ha gridato Il Fatto Quotidiano- ai morti di coronavirus.

            Dal Pd non sono stati espliciti e duri come l’ex segretario ma l’impazienza è stata avvertita nettamente. Alla Camera, per esempio, il vice segretario del partito Andrea Orlando ha criticato l’abuso dei decreti presidenziali e ha detto: “Non mi rassegno all’idea che non si possa collaborare con l’opposizione”.

            Immagino, in questo “Primo Maggio Repubblica.jpegdel Corriere su Mattarella.jpeglavoro perduto” lamentato da Repubblica, quanto sia aumentata “l’ansia” del capo Breda su Mattarella.jpegdello Stato avvertita alla vigilia del dibattito parlamentare dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda. Che aveva concluso il suo articolo soffermandosi sulle previsioni dei sostenitori della crisi su un Conte infine incapace di “arginare” il malcontento. E ciò “indipendentemente dal Quirinale, com’è ovvio”.

 

 

 

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