Zingaretti all’angolo per le elezioni regionali. Si sente assediato da Tafazzi

            La situazione di Nicola Zingaretti e del suo Pd si dev’essere aggravata se a preoccuparsene sono stati con interventi simultanei i due Stefani di Repubblica, Cappellini e Folli, in Repubblica 1ordine rigorosamente alfabetico Repubblica 2ma entrambi richiamati in prima pagina,  accomunati dalla preoccupazione che, specie dopo l’accordo raggiunto nel centrodestra sulle candidature ai vertici delle sei regioni in cui si voterà il 20 settembre, precipitino l’uno e l’altro: il segretario e il partito principale della sinistra.

          Le  sorti del Pd erano già a cuore del giornale fondato da Eugenio Scalfari quando la proprietà era ancora dei figli di Carlo De Benedetti e vi sono rimaste anche all’arrivo del nuovo proprietario, il giovane nipote del compianto Gianni Agnelli: John Elkann. Che ne ha cambiato immediatamente il direttore ma con la stessa simpatia, chiamiamola così, per il partito guidato da Zingaretti.

         E’ cambiato solo il grado di fiducia, un po’ ridottosi, verso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di cui non a caso anche Scalfari, autoproclamatosi garante dell’anima del giornale, pur continuando a considerare il presidente del Consiglio progressista, liberalsocialista e quant’altro, emulo contemporaneamente di Aldo Moro e di Camillo Benso di Cavour, ha cominciato ad avvertire e lamentare la debolezza. Che deriva dal fatto di doversi guadagnare “giorno per giorno” -ha scritto- l’appoggio dei suoi soci di governo, “soprattutto” dei grillini. Fra i quali, a parte lo stesso Grillo, che però è troppo “elevato”, diciamo così, per occuparsene davvero, e a tempo pieno, Conte sembra spesso creare più problemi e preoccupazioni che altro, specie da quando si è scoperto con qualche sondaggio che una sua lista personale alle prossime elezioni politiche porterebbe il Movimento 5 Stelle sotto il 10 per cento, dal 32 e rotti di due anni fa e dal 17 dell’anno dopo, in occasione del rinnovo del Parlamento Europeo.

         Lo stesso Zingaretti, sfogandosi su Facebook tra un impegno e l’altro come segretario del partito e presidente della Regione Lazio, accorso in questa veste a onorare con l’ambasciatore americano l’efficienza dimostrata dall’ospedale romano Spallanzani nell’emergenza virale, ha dato del Tafazzi – come riportato iManifeston prima pagina dal manifesto- a chi da destra e da sinistra, cioè da Matteo Renzi al reggente ed altri del movimento pentastellato, oppone resistenze ad accordi elettorali col Pd nelle regioni ed altre amministrazioni locali in palio a settembre. Una sconfitta del Pd equivarrebbe ad una disfatta, con conseguenze scontate sul governo e forse persino sulla legislatura, visto che le elezioni anticipate saranno precluse -a causa dell’ultimo e cosiddetto “semestre bianco” del mandato presidenziale di Sergio Mattarella- solo dall’estate dell’anno venturo.

          Pur se considera “ridicolo” che alleanze anche locali con le 5 Stelle, ammesso e non concesso che si rivelino praticabili, diano una natura “strategica” all’intesa di governo con i grillini, Zingaretti non si rende forse conto che è arrivato al pettine il nodo ambiguo di quell’intesa improvvisata nella scorsa estate per evitare elezioni anticipate scontatamente vinte da Matteo Salvini. A quell’accordo di governo lui era originariamente contrario. Vi si adeguò solo quando a proporlo fu anche Renzi, ancora nel Pd. Ma Renzi l’aveva proposto come soluzione emergenziale e provvisoria, scavalcato poi da Zingaretti in una prospettiva più lunga e stabile. Quando le cose nascono pasticciate non sono destinate a svilupparsi in modo lineare.  

 

 

 

 

 

 

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Anche il lupo della magistratura perde il pelo ma non il vizio

La “guerra per bande togate” -che è un’espressione forte usata non dal Dubbio di Carlo Fusi di fronte ai clamorosi sviluppi della vicenda di Luca Palamara ma dal Fatto Quotidiano  di Marco Travaglio, non certamente sospettabile di pregiudizio o animosità verso la magistratura- rimanda un po’ al vecchio proverbio sul lupo che perde il pelo ma non il vizio.

I peli nel nostro caso sono quelli dello stesso Palamara -appena espulso per violazione del codice eticoPalamara dall’associazione nazionale dei magistrati, di cui fu anche presidente prima di approdare al Consiglio Superiore nel Palazzo dei Marescialli- e degli altri uomini in toga che hanno partecipato con lui alla gestione correntizia delle carriere. Alcuni dei quali -una ventina- sono già sotto osservazione al Consiglio Superiore e potrebbero incorrere in guai disciplinari e persino giudiziari.

Il vizio, sempre nel nostro caso, è quello dell’associazione, o sindacato, dei magistrati di reclamare praticamente autoriforme della magistratura, quando ne esplodono i problemi, considerando quelle elaborate nella sola sede legittima, che è il Parlamento, una prevaricazione, una punizione, o una “resa dei conti”, come ha scritto Giancarlo Caselli, fra la politica che vuole riprendersi il primato perduto e le toghe che glielo hanno in qualche modo sottratto.

Della permanenza di questo vizio, o tentazione, deve essersi accorto il vice presidente del Consiglio Superiore Davide Ermini, vice di Sergio Mattarella nel Palazzo dei Marescialli, se ha tenuto a ricordare nei giorni scorsi, in una intervista al Corriere della Sera, che “come azzerare il peso delle correnti all’interno del Csm è decisione che spetta al governo e al Parlamento”, non quindi all’associazione composta dalle correnti e convinta -par di capire- di avere fatto tutto il necessario e possibile espellendo Palamara: cosa che il già citato Caselli ha definito “colpo di reni”.

Temo  che a far maturare nel vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura il sospetto che ancora una volta le toghe pensino non a una riforma ma a un’autoriforma sia stata la fretta conPoniz la quale, mentre l’associazione espelleva Palamara, il presidente Luca Poniz le rivendicava il merito di essersi guadagnato il consenso del ministro della Giustizia a buona parte delle proposte da essa formulate. E ciò a cominciare, naturalmente, dal veto ad ogni forma di sorteggio per la designazione dei consiglieri togati, neppure per una preselezione di candidati da  sottoporre poi all’elezione di cui parla esplicitamente, e vincolativamente, l’articolo 104 della Costituzione, tanto decantato e difeso dagli organismi rappresentativi dei magistrati.

Purtroppo la forza delle resistenze ad una riforma vera della magistratura e, più in generale, del sistema giudiziario, capace di sradicare brutte abitudini e quant’altro, non sta solo nell’associazionismo correntizio e parapolitico quale è maturato negli almeno ultimi trent’anni, ma nel fatto che il Ministero della Giustizia, a dispetto della natura tutta o prevalentemente politica di chi lo guida di volta in volta, nella successione dei governi e delle relative maggioranze, è di fatto nelle mani dei magistrati. La burocrazia, o l’alta burocrazia di quel dicastero è tutta giudiziaria. E non vi è ministro che possa resisterle più di tanto.

Immagino già una smorfia di dissenso del guardasigilli in carica Alfonso Bonafede. Nei cui riguardi non mi fa velo- glielo assicuro- uno scambio, diciamo così, forte di opinioni avuto nella Bonafedescorsa legislatura, nel Transatlantico di Montecitorio ancora aperto alla stampa parlamentare, per avere egli sostenuto la sera prima in un salotto televisivo che noi giornalisti, specie quelli pensionati, fossimo dei “lobbisti”, in grado meglio di altri di rappresentare gli interessi di aziende, settori e quant’altri, fra le anticamere delle commissioni e dell’aula, nel traffico di emendamenti, sub-emendamenti e varie a leggi finanziarie e provvedimenti specifici. Non ci lasciammo nel migliore dei modi, in quell’occasione, perché l’allora semplice deputato Bonafede mi disse che avrebbe ribadito le sue convinzioni alla prima occasione che gli fosse capitata. Lui è fatto così: combattivo, diciamo.

Ebbene, con la mia purtroppo vecchia esperienza professionale e di rapporti personali, vorrei assicurare Bonafede di avere visto condizionati inconsapevolmente dalla burocrazia Vassalligiudiziaria del suo dicastero fior di ministri con esperienze universitarie e forensi alle spalle maggiori delle sue per ragioni quanto meno anagrafiche. Penso, per esempio, al compianto Giuliano Vassalli. Che da ministro della Giustizia, tra l’autunno del 1987 e i primi mesi del 1988, propose e fece approvare rapidamente dalle Camere una legge di disciplina Trtoradella responsabilità civile dei magistrati che vanificava di fatto la via libera a quella responsabilità data a larghissima maggioranza dagli elettori in un referendum promosso dai radicali e sostenuto con particolare vigore dal Psi -il partito dello stesso Vassalli- sull’onda della vicenda di Enzo Tortora. Che era stato sbattuto in galera, in una retata di centinaia di camorristi poi risultati più presunti che veri, ed aveva dovuto subire il supplizio di un processo destinato a restituirgli dopo anni l’onore ma non la salute. Egli morì di tumore proprio nel 1988, pochi mesi dopo l’approvazione della legge Vassalli, all’ombra della quale molti altri errori giudiziari sarebbero stati compiuti senza danni, o quasi, per  i loro responsabili.

 

 

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Centrodestra più unito, o meno diviso del solito, grazie alle regionali d’autunno

            Anche se per vederli davvero insieme bisogna riccorere a foto d’archivio, almeno da quando il più anziano e ormai meno votato dei tre si è arroccato in Provenza per difendersi meglio dal coronavirus, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, si sono accordati sulle candidature per le elezioni regionali d’autunno restituendo al centrodestra una unità che sembrava diventata più di facciata che di sostanza.

           Le divisioni politiche permangono, per carità, tanto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha cercato di sfruttarle invitando separatamente le componenti dell’opposizione a Palazzo Chigi per una coda degli Stati Generali dell’Economia da esse disertati nella troppo barocca, sotto tutti i sensi, Villa Pamphili. E con ciò ha compiuto un passo falso, per la solita eccessiva sicurezza o baldanza, costringendo di fatto i suoi interlocutori a reclamare e ottenere un incontro congiunto. Terminato il quale, c’è da giurarlo, esponenti maggiori e minori dei tre partiti, o movimenti, quali anch’essi preferiscono essere considerati, quasi al pari dei grillini, continueranno a suonare musiche diverse su temi non secondari, a cominciare dalla ormai dannata sigla del Mes: con Berlusconi convinto che siano un affare per l’Italia i 36 miliardi e rotti di euro che potrebbero venire dal meccanismo europeo di stabilità per potenziare il sistema sanitario messo a dura prova dall’epidemia virale e la Meloni e Salvini che continuano a diffidarne, al pari dei grillini all’interno della maggioranza giallorossa.

           L’accordo sulle candidature alle presidenze regionali in palio a settembre, e sulle altre cariche amministrative su cui la partita, in verità, è rimasta ancora aperta, è tuttavia un segnale positivo per il centro destra: il primo, direi, dopo una serie a dir poco di stonature e stecche che hanno fatto molte volte chiedere a più di un osservatore pur non prevenuto contro l’opposizione come facesse ancora il centrodestra a governare insieme regioni importanti, di vecchia o recente conquista, quali la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, la Liguria, l’Umbria, l’Abruzzo, la Basilicata, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna.

          Il terzetto appena ritrovatosi potrebbe  per forza quasi inerte aumentare le difficoltà della maggioranza giallorossa, che alle elezioni regionali andrà peraltro in ordine sparso.  Al suo interno non sono più soltanto i pentastellati e i renziani, da posizioni opposte, a procurare grattacapi al presidente del Consiglio un giorno sì e l’altro pure, ma anche i malumori crescenti nel Pd. Dove l’assistenza dell’eminenza grigia, o gialla per la terra asiatica dove viveGori molto di frequente, Goffredo Bettini  sembra non bastare più a proteggere come prima Zingarettiil segretario Nicola Zingaretti. Al quale qualcuno, e non solo il sindaco ex o post-renziano di Bergano Giorgio Gori, ha cominciato a ricordare la promessa di un congresso chiarificatore, d’identità e di linea politica, fatta prima che sopraggiungesse quel grande sedativo che è stato, per tanti versi, l’obbligato ricorso all’emergenza da coronavirus.

           Gli effetti delle crescenti tensioni nella maggioranza si sono già  avvertiti con la prospettiva ormai ridotta della sua durata: il traguardo è stato spostato dalla fine ordinaria della legislatura, nel 2023, all’elezione parlamentare del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, agli inizi del 2022, quando col mandato del presidente in carica scadrà anche quel semestre definito bianco per l’impossibilità di sciogliere le Camere in caso di crisi.

 

 

 

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In attesa dell’Italia “reinventata” da Conte, siamo alla guerra per bande togate

            In paziente attesa dell’Italia che, a conclusione dei poco gaudiosi Stati Generali dell’Economia a Villa Pamphili, Giuseppe Conte si è proposto addirittura di “reinventare”, evidentemente sicuro di poter durare abbastanza a Palazzo Chigi per realizzare una simile impresa, dobbiamo un po’ meno pazientemente rassegnarci a vivere in questa Italia malmessa. Dove allo stesso Conte è bastato prospettare una riduzione temporanea dell’Iva, finalizzata a incoraggiare l’aumento dei consumi, e quindi della produzione, per trovarsi contestato da più della metà del governo che guida, dove le idee sono evidentemente molto diverse dalle sue.

            Alle solite guerre per partiti e relative correnti sia della maggioranza sia dell’opposizione – i primi uniti nella difesa delle loro poltrone, di governo e sottogoverno, e gli altri solo nel rivendicare di essere ricevuti insieme nelle consultazioni del presidente del Consiglio per tornare a dividersi già al termine dell’incontro di turno, riferendone in modo diverso, o comunque spaccandosi anche nei comportamenti parlamentari non appena ne hanno l’occasione- si è aggiunta Il fatto sulle bande togatequella che lo stesso Fatto Quotidiano, non certo ostile alla magistratura, ha definito sulla prima pagina di oggi “la guerra per bande togate”. E ne ha previsto la fine “solo quando tutti diranno la verità”, evidentemente taciuta da una parte credo non piccola di una categoria sorpresa -si fa per dire- a spartirsi incarichi e carriere per meriti e logiche correntizie, cioè politiche. Ci vorrebbe davvero una faccia tosta per sostenere ancora, come qualcuno ancora fa, che le correnti sono solo “di pensiero”, di sensibilità e altre amenità del genere. Che possono essere state tali all’inizio, forse, ma sono diventate ben altro strada facendo, visto che un magistrato in pensione ma attivissimo sui giornali come Armando Spataro ha appena ricordato l’appello Virginio Rognoni  nel 2009 a “recuperare moralità civile, onestà e coscienza professionale” evidentemente perdute o compromesse già allora, dopo che l’ex ministro democristiano dell’Interno , fra il 2002 e il 2006, aveva affiancato come vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura  prima Carlo Azeglio Ciampi e poi Giorgio Napolitano.

            E’ bastato che Luca Palamara, sotto indagine alla Procura di Perugia, protestando contro l’espulsione dall’associazione nazionale dei magistrati facesse qualche nome per sostenere di non avere da solo gestito la spartizione correntizia degli incarichi giudiziari perché volassero La Verità sulle toghe sraccioquerele e toghe come stracci, per parafrasare il titolo su tutta la prima pagina della Verità. Ma potrebbe anche bastare il più misurato titolo di cronaca, diciamo così, del Corriere dela SeraCorriere della Sera sui “venti giudici” finiti sotto “verifica”, cioè indagini, da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, almeno per ora, se le loro vicende non approderanno in qualche Procura.

            E’ stata ricordata da qualche parte la curiosa circostanza della sinora mancata “rilevanza penale” delle tante cose -fra incontri, messaggi, richieste, solleciti, giudizi, promozioni ottenute o negate- emerse da quella bomba a mano che era diventato il telefonino di Palamara iniettato, o infettato, di “trojan”. Curiosa, davvero, questa circostanza in un Paese in cui tra l’entusiasmo degli stessi magistrati è stato introdotto il reato di “traffico di influenze illecite”, per cui anche per una raccomandazione si rischiano guai giudiziari, anche da 1 a 3 anni e mezzo di galera.

 

 

 

 

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Palamara espulso dal sindacato delle toghe come Chiesa dal Psi nel 1992

            Considerati il ruolo già rilevante assegnato loro dalla Costituzione e quello che si sono presi da soli sostituendosi ai politici in ritirata volontaria, o imposta da Procure e Tribunali che se ne occupavano spesso a ragione, per carità, ma altrettanto spesso anche a torto, i magistrati ne hanno preso tutti i difetti, addirittura peggiorandoli.

            All’indomani, o quasi, del monito opportunamente rivolto anche a loro, come ai politici, a non “ripiegarsi su se stessi”, i magistrati nel loro organismo associativo hanno cercato di risolvere sbrigativamente il problema delle loro pessime abitudini emerse dal caso di Luca Palamara, già presidente del sindacato delle toghe e consigliere superiore della magistratura, espellendolo. E negandogli anche il diritto alla difesa con i soliti cavilli regolamentari: quelli della sede in cui l’interessato avrebbe dovuto intervenire con la sua “memoria” peraltro già scritta. Egli avrebbe dovuto rivolgersi al collegio dei probiviri, promotore della espulsione, anziché al comitato direttivo, limitatosi a ratificarla.

            Pensare di risolvere il problema Palamara espellendone l’attore, con quello che il pensionato ma attivissimo Giancarlo Caselli, fra interviste e articoli, ha definito “un colpo di reni per tentare di raddrizzare una situazione da default”, ricorda l’errore compiuto dal mio amico Bettino Craxi nel 1992 cercando di liquidare il problema della cosiddetta Tangentopoli -la città delle tangenti affollatissima di gente Mario Chiesadi ogni partito, come poi avrebbe denunciato alla Camera- espellendo l’appena arrestato Mario Chiesa dal Psi e definendolo “mariuolo” in un comizio. E’ noto come poi sarebbe finita la storia: dalla loquacità dell’espulso con gli inquirenti alla fine del Psi, di tutti gli altri partiti al governo da più di 40 anni e della stessa, cosiddetta Prima Repubblica.

               Anche Palamara ha annunciato di non volere essere “il capro espiatorio” di una situazione di Palamara a Liana Milellacui sono responsabili anche quelli che lo hanno appena cacciato. Ed ha  cominciato a Palamara kamkaze sul Giornalefare nomi in dichiarazioni e interviste, fra le quali spicca senz’altro quella raccolta per Repubblica da Liana Milella. “Palamara kamikaze”, ha titolato La Verità su Palamarain rosso Il Giornale. “I giudici che mi hanno fatto fuori sono lì solo grazie alla politica”, ha titolato La Verità con le parole dell’interessato.

            So bene, senza che ce lo ricordi Caselli, che Palamara e simili non hanno trafficato in tangenti, essendo già caduta l’accusa rivolta all’ex presidente dell’associazione dalla Procura di Perugia di avere intascato non ricordo quante decine di migliaia di euro per la promozione di un collega, ma il traffico di posti, di incarichi, di carriere e di relative inchieste di cui gli interessati si erano occupati o erano destinati ad occuparsi, non è meno grave di un traffico tangentizio. Forse lo è ancora di più per gli effetti sociali e istituzionali. E’ assurdo non capirlo, o fingere di non capirlo.

            In questa situazione, senza volere mancare di rispetto personale ad Eugenio Scalfari e alla sua veneranda età, ho trovato strabiliante che il fondatore di Repubblica abbia preferito dedicare il suo abituale appuntamento domenicale con i lettori occupandosi con più di un anno Scalfari sul Colledi anticipo della cosiddetta corsa al Quirinale. Lo ha fatto anticipando la confidenza fattagli da Mattarella di non volersi fare confermare ed auspicandone la sostituzione con Giuseppe Conte per liberare, finalmente, Palazzo Chigi e consentirvi l’arrivo di Mario Draghi. Stavolta Scalfari non ha proprio azzeccato, diciamo così, l’attualità.

 

 

 

 

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L’Italia che soffre con Zanardi e quella surreale dell’avanspettacolo politico

            E’ bello che per un giorno, fatte poche eccezioni, i quotidiani si siano trovati davvero in sintonia con la gente comune, e non con i soliti palazzi del potere e sottopotere, nello scambio sordido e abituale di messaggi politici per gli addetti ai lavori. Sulle prime pagine ha dominato il dramma del popolarissimo campione paralimpico Alex Zanardi. Che è finito contro un camion con la sua handibike e lotta contro la morte tenendo col fiato sospeso un Paese che gli vuole bene per le tante prove che ha saputo dare della sua forza e generosità. Dai, Alex, siamo tutti con te. Insegnaci ancora una volta a vivere, a sapere trasformare in opportunità anche i momenti più difficili: da una pandemia a un terremoto devastante, da una disgrazia ad un errore.

           E’ l’opposto di quanto ancora una volta ha mostrato di non saper fare la politica, con la dovuta minuscola, scannandosi nell’aula del Senato per un infortunio in cui sono incorsi il governo e la sua variopinta maggioranza-  doveva capitare prima o poi- con l’abuso dei ricorsi alla fiducia, naturalmente palese, per accelerare i percorsi dei provvedimenti e scansare i rischi delle votazioni  a scrutinio segreto. O pure di quelle a voto palese su emendamenti e quant’altro, ugualmente pericolosi per i margini ristretti che ogni coalizione ha ormai a Palazzo Madama anche per i limiti di un sistema elettorale rivelatosi sempre peggiore di quello via via modificato da una trentina d’anni a questa parte.

          La confusione e l’animosità fra i senatori costretti, per un calcolo sbagliato delle presenze, a ripetere da un giorno all’altro la votazione di fiducia, appunto, per la conversione del Il Fatto su Casellatidecreto legge sulle elezioni d’’autunno, abbinate al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, sono state tali che alla presidente del Senato in persona, Maria Elisabetta Alberti Casellati, è scappata una “bestemmia” evidenziata Caselati in aulasulla prima pagina del Fatto Quotidiano con tanto di foto della signora rivolta ai destinatari della sua protesta. “Per Dio, siete qui come pupazzi o volete parlare?”, è sbottata la presidente mentre i senatori degli opposti, ma a volte anche degli stessi schieramenti, se ne dicevano di tutti i colori e riprendevano lo spettacolo, o avanspettacolo , coi loro telefonini multiuso.

          Una delle più agitate, in aula, era la vice presidente grillina dell’assemblea Paola Taverna, già distintasi in passato per espressioni di una certa vivacità all’altezza involontaria del Tavernasuo cognome, ma indispettita questa volta dalla circostanza in qualche modo sottolineata dalla presidente di essere La Russastata lei il giorno prima a presiedere la seduta nella votazione risultata poi irregolare. No, la colpa -ha gridato l’ìnteressata, lasciando sospettare un agguato  tesole dalla destra- è di Ignazio La Russa, che le aveva chiesto di sostituirla in quell’occasione. Ma il fratello d’Italia di Giorgia Meloni non se l’è tenuta ed ha ricambiato a suo modo, dando praticamente della smemorata alla rivale perché la richiesta di sostituzione alla vice presidenza della seduta risaliva a giorni precedenti, quando non si poteva prevedere quello che sarebbe accaduto.

          A seguire Giannelli su Mattarellala seduta del Senato dal suo ufficio del Quirinale al povero presidente della Repubblica deve essere venuta davvero la tentazione del mattarello attribuitagli per altri versi da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera. Una cosa comunque rimane certa, o confermata: il governo non se la passa bene, fra Roma e Bruxelles, viste anche le difficoltà a livello europeo.

 

 

 

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L’amaro Quirinale…servito da Mattarella alla politica e alla magistratura

            Tutto sembrava congiurare al Quirinale contro Giuseppe Conte e i ministri che l’accompagnavano per il consueto incontro col presidente della Repubblica alla vigilia di appuntamenti importanti come il Consiglio Europeo. Le stesse distanze di sicurezza e gli stessi gesti imposti dall’emergenza virale sembravano funzionali  al disagio che avverte il capo dello Stato di fronte all’oggettiva debolezza del governo e, più in generale, del quadro politico.

            Protetto della mascherina e dalla sanificazione appena praticata presumibilmente alle mani unite in un saluto solo accennato, il presidente Sergio Mattarella sembrava nascondere a distanze sicuezza al Quirinalemalapena una sua amarezza. E ciò non tanto per il carattere scontatamente e ancora interlocutorio del vertice europeo per la definizione delle quantità e modalità degli interventi finanziari, economici e sociali imposti dagli effetti dell’epidemia virale, quanto per la deludente prova appena data dallo stesso governo e dalle opposizioni nel confronto svoltosi in Parlamento su questi problemi.

            Il governo, come si sa, è ancora una volta ricorso all’escamotage della comunicazione trasformata in “informativa” per evitare un voto, sino a procurarsi la censura a Palazzo Madama di una riserva della Repubblica quale dovrebbe essere ritenuto l’ex presidente del Consiglio ma senatore a vita Mario Monti. Che ha denunciato in questo espediente una violazione alla legge che disciplina l’azione del governo nel rapporto con l’Unione Europea.  Anche l’’opposizione, dal canto suo, si è confermata incapace, per le divisioni che l’attraversano, di indicare una linea alternativa: per esempio, di netta e chiara accettazione dell’irripetibile occasione di aiuto offertaci dall’Europa nel campo sanitario col famoso meccanismo di stabilità, inviso nella maggioranza ai grillini e nell’opposizione ai leghisti e ai fratelli e sorelle d’Italia di Giorgia Meloni.

            Il richiamo  alla necessità di “scelte rapide”  fatto da Mattarella valeva quindi sia per Conte e i suoi ministri ospiti al Quirinale sia per l’opposizione assente ma sempre pronta a coinvolgerlo, a volte molto maldestramente, nei suoi Mattarella ai magistratiassalti parlamentari e di piazza al governo. La politica, a questo punto, deve essere apparsa a Mattarella “ripiegata su se stessa” come la magistratura, del cui stato di crisi egli ha parlato nello stesso giorno e nello stesso Palazzo del Quirinale partecipando alla celebrazione di sei magistrati uccisi da terroristi e mafiosi,

          La politica e la magistratura ripiegate in se stesse nel medesimo momento di crisi del Paese, e di un cambiamento epocale di stili addirittura di vita imposto da un’epidemia più volte paragonata anche da Mattarella per dimensioni ed effetti, o per entrambi, ad una guerra mondiale, erano e sono francamente il peggio che, nella loro combinazione, potesse e possa abbattersi sulla Titolo Giornalecollettività nazionale. A none e per conto della quale parla e soffre il capo dello Stato come un Marzio Bredaprofeta inascoltato, simile non tanto al “picconatore” Francesco Cossiga evocato dal Giornale quanto a Luigi Einaudi -il primo vero e proprio presidente dopo l’esperienza “provvisoria” di Enrico De Nicola- passato alla storia anche per le sue “prediche inutili”. Cui probabilmente si è ispirato sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda attribuendo anche a Mattarella il no alla pratica di “prendere tempo per perderlo”.

 

 

 

 

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Tra indigestioni di voti di fiducia e fughe dagli appuntamenti difficili

Sarà forse per la frustrazione procuratami dallo stato di animale da cortile -ripeto- in cui sono stato ridotto a Montecitorio, insieme con i colleghi della stampa parlamentare, dalla nuova distribuzione degli spazi e dei locali della Camera per l’emergenza virale, con lo storico Transatlantico trasformato da anticamera in appendice dell’aula in cui maggioranza e opposizioni si confrontano discutendo e votando, mi sono perso il conto delle volte in cui il governo, tra la stessa Camera e il Senato, è ricorso in questa legislatura, ma più particolarmente negli ultimi nove mesi, alle cosiddette questioni di fiducia. E mi risparmio la fatica di fare bene i conti, d’altronde facili a chiunque navigando in rete e consultando i siti giusti, per non deprimermi più di quanto già non sia nella doppia veste di cittadino e di giornalista.

E’ ormai una indigestione quella che il governo sta facendo delle fiducie parlamentari, pur sapendo che la loro frequenza è storicamente proporzionale alla sfiducia potenziale derivante dalle turbolenze, dalle divisioni, dagli umori delle componenti della maggioranza, mobili come le donne dell’immortale Rigoletto di Giuseppe Verdi.

Più dei tempi, più delle difficoltà di gestione dei lavori parlamentari intervenute con le distanze ed altre misure di sicurezza o di cautela imposte dai rischi di contagio virale, più delle manovre dilatorie e persino ostruzionistiche, per quanto legittime, delle opposizioni, conta sui ricorsi alla fiducia da parte del governo, con le consuete decisioni e comunicazioni all’aula da parte del ministro dei rapporti col Parlamento o di altri competenti del contenuto del provvedimento all’esame dell’assemblea, la paura di perdere il controllo della situazione a voto sia segreto sia palese.

Col voto segreto i dissidenti non rischiano naturalmente nulla, col voto palese, obbligatorio per la fiducia, rischiano le sanzioni dei loro gruppi. Che quanto meno limitano la tentazione Aula Montecitorioall’indisciplina o all’autonomia, garantita dalla norma costituzionale sulla mancanza del cosiddetto vincolo di mandato, perché alla fine della legislatura il dissidente può anche perdere la ricandidatura. O deve cercare di guadagnarsela altrove, cioè sotto altre insegne o bandiere. E questa è una fatica diventata più difficile del solito in un Parlamento destinato la prossima volta ad avere molti meno seggi di adesso, salvo l’assai improbabile bocciatura referendaria, in autunno, della legge che ne ha disposto la fortissima dieta dimagrante grazie al prezzo disinvoltamente  pagato ai grillini dal Pd per subentrare ai leghisti nel governo e nella maggioranza nella scorsa estate.

Temo che non saranno molti quelli come me tentato dal no referendario alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori per lo spirito antiparlamentaristico della riforma, voluta dai grillini allo scopo dichiarato di risparmiare quella parte pur infinitesimale della spesa pubblica in ballo, lasciando invariate tutte le anomalie e inutili duplicazioni del cosiddetto bicameralismo perfetto voluto più di 70 anni fa dai costituenti. Ma forse -non scandalizzatevi- finirò per votare anch’io a favore solo per togliermi il gusto di favorire l’autorete politica del Movimento delle 5 Stelle. Che, pur interessato com’è dalla sua crisi interna, di voti e di identità, a far durare questa legislatura sino alla scadenza ordinaria del 2023, quando sarà ben difficile che potrà tornare a prendersi più del 30 per cento dei voti e ancor più dei seggi, finirà per delegittimare ulteriormente l’attuale sovraffollatissimo Parlamento. E lo delegittimerà già nella scadenza o nel principale compito che lo attende nel 2022, quando dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica, o confermare quello in carica, se mai Sergio Mattarella si lascerà tentare dalla rielezione. Che è riuscita nei 74 anni della Repubblica solo a Giorgio Napolitano nel 2013 per circostanze credo irripetibili, contrarie alla sua stessa volontà, nonostante gli astuti piani attribuitigli allora dal solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

Non meno bizzarra o inquietante del frequente ricorso del governo alla fiducia per la paura di perderla con un voto meno vincolato o vincolante, anche a costo di smentire sfacciatamente le aperture verbali Conte alla Cameraalle opposizioni, trovo l’altra abitudine che esso ha preso, questa volta con la complicità piena dei presidenti delle Camere, di trasformare le sue comunicazioni al Parlamento in “informative”. E ciò solo per precludere una votazione al termine della discussione relativa a materie o problemi su cui la maggioranza è divisa.

Questa è un’abitudine che, senza voler mancare di rispetto personale al presidente del Consiglio, credo gli nuoccia come politico, come professore e come avvocato. E mi risulta -anche a costo di rischiare smentite o precisazioni- non molto apprezzata, quanto meno, dalle parti del Quirinale, dove pur si riconosce la questione di esclusiva competenza parlamentare, da regolamento o prassi più che da legge ordinaria o costituzionale.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

L’opposizione attacca ma si spacca e finisce per soccorrere il governo

            Prima il blocco e poi le restrizioni imposte dall’epidemia virale agli spettacoli di qualsiasi tipo, dal cinema al teatro, dai circhi alle arene, hanno forse fatto perdere la testa ai politici, o almeno a quelli che hanno moltiplicato i loro, di spettacoli, all’aperto e al chiuso, fuori e dentro il Parlamento.

            D’altronde, la politica era già diventata spettacolo ai tempi dei congressi -peraltro veri- dei partiti della trapassata prima Repubblica. Lo era diventata ancora di più con l’arrivo o la discesa in campo, come in uno stadio, di quelli che Eugenio Scalfari non ancora tanto avanti negli anni chiamava “impresari” della cosiddetta seconda Repubblica, pensando naturalmente a Silvio Berlusconi e poi a tutti i suoi imitatori. Ma il massimo del divertimento, o dello sconcerto, secondo i gusti, si è avuto con l’irruzione di un comico come Beppe Grillo, riuscito in una decina d’anni a fare del suo movimento 5 Stelle il più votato e/o rappresentato in Parlamento, soppiantando quelle forze centrali -non necessariamente di centro- che erano state a lungo nella storia della Repubblica la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

            Ora, a dire la verità, anche o persino il movimento grillino mostra segni di stanchezza o di ripiegamento sul piano dello spettacolo perché è scoppiata al suo interno una crisi che gli impedisce di esibirsi in raduni, stati generali e cose del genere. Prevalgono riti da partiti di vecchio stampo, fra progetti di politburo di tipo sovietico o sedute attorno al “caminetto”, peraltro fuori stagione, come facevano spesso i capicorrente dello scudo crociato incontrandosi in una villa di cui il partito disponeva alla Camilluccia per corsi di formazione poliica, neppure paragonabili a quelli comunisti alle Frattocchie, dall’altra parte di Roma.

            Sotto la regia personale di Matteo Salvini, intervenuto al Senato sulla cosiddetta “informativa” del Salvini al Senatopresidente del Consiglio in vista del Consiglio d’Europa, i leghisti hanno dato il loro spettacolo di uscita dall’aula, particolarmente avvertita alla Camera, per protestare contro il trattamento poco rispettoso del Parlamento da parte del governo. Che, a dire il vero, si presta ad attacchi di questo tipo con l’espediente di chiamare “informativa” ogni comunicazione delicata allo scopo di evitare una votazione alla quale la troppo variegata e contraddittoria maggioranza giallorossa non è preparata per uscirne indenne.

          Ma ad una votazione non erano e non sono preparati neppure i leghisti. Che, contrari all’uso del cosiddetto meccanismo europeo di stabilità per potenziare a buon mercato il sistema sanitario messo duramente alla prova dall’epidemia virale, dovrebbero scontrarsi nel centrodestra col partito di Berlusconi, favorevolissimo a quel tipo di finanziamento, e ritrovarsi con una parte non si sa ancora bene quanto consistente degli ex alleati grillini della stagione gialloverde.

          La confusione del e nel centrodestra si è toccata con mano vedendo i forzisti di Berlusconi fermi ai loro posti, diversamente dai leghisti e dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, pur attaccando duramente il presidenteBrunetta a Montecitorio del Consiglio. Al quale Renato Brunetta nell’aula di Montecitorio ha dato dell’”Azzeccacarbugli” di manzoniana memoria: non proprio il massimo per un avvocato e un professore di diritto, che pure, sotto sotto, spera di poter ricevere prima o poi un soccorso dal cerchio più o meno magico del Cavaliere. I cui ambasciatori frequentano un po’ tutte le chiese politiche di Roma.  

La scommessa dell’eminenza gialla del Pd su Conte “gigante” e Grillo “autorevole”

            Visto che non si avverte neppure l’ombra di elezioni anticipate, per quanto richieste a gran voce dalle opposizioni di centrodestra e minacciate dallo stesso presidente della Repubblica in caso di crisi “al buio”, che in Italia è la regola perché manca nella nostra Costituzione l’istituto della cosiddetta sfiducia costruttiva impostasi dai tedeschi, ogni volta che Giannelli su Grillola maggioranza giallorossa vacilla, magari per uno starnuto di Matteo Renzi o per qualcuna delle scosse sismiche che si ripetono fra i grillini, tutti sperano giocoforza sulla tenuta del Pd. Lo fanno, sotto sotto, anche quelli che se ne dichiarano avversari e ne dicono peste e corna in pubblico, consapevoli invece che costituiscono per ora l’unico elemento stabilizzatore, specie nella crisi economica e sociale destinata ad aggravarsi dopo i danni già procurati dall’epidemia virale.

            Anche fisicamente, con quel passo deciso e petto in fuori da fratello del commissario Montalbano mentre cammina per strada, e col piglio verbale delle richieste di “concretezza” e di “svolta” al presidente del Consiglio, pensando ai problemi che Giuseppe Conte ha col suo partito quanto meno Repubblica su grillinidi riferimento, che è il non partito delle 5 Stelle studiato proprio oggi da Carlo Galli su Repubblica, il segretario del Pd Nicola Zingaretti cerca di darsi e dare coraggio pure a chi non lo vota. Ma quando si pensa, o altri ricordano a chi non ci pensa, o svelano a chi non sa, che a reggere in realtà il Pd da molto lontano, visto che trascorre buona parte dell’anno nella lontana e gialla Thailandia, dove ha casa, servitù e quant’altro, ora trattenuto più a lungo a così grande distanza per le complicazioni dei collegamenti aerei e d’altro tipo in tempi di coronavirus, la fiducia comincia a vacillare. E aumenta la paura.

             Mi riferisco naturalmente a Goffredo Bettini, che manda continuamente messaggi per telefono, l’ultimo dei quali è stato appena affidato al Fatto Quotidiano. Dove nel richiamo dell’intervista Il Fattosu Bettiniin prima pagina è stato indicato ai lettori come “l’eminenza grigia” Chi è di Bettinidel Pd, di cui ha allevato un po’ di segretari, è stato segretario capitolino, scopritore di sindaci, fra i quali i fortunati Francesco Rutelli e Walter Veltroni ma anche lo sfortunato Ignazio Marino. Ma nella pagina interna, dove lo spazio era maggiore per descriverlo, è diventato “il grande vecchio”. Che è un po’ un torto ai suoi, in fondo, soltanto 68 anni -se ho contato bene quelli trascorsi dal 1952 assegnato alla sua nascita-  e un po’ uno spettro, visto ciò che durante gli anni di piombo si intendeva appunto per “il grande vecchio”: quello che tirava i fili del terrorismo e ci faceva vivere peggio di quanto non stia facendo adesso la paura del contagio virale. Allora si moriva davvero ammazzati.

            Quel “gigante” dato da Bettini a Conte, con tutto il rispetto -per carità- dovuto al professore, avvocato e quant’altro, mi è parso francamente esagerato. Non vorrei che Bettini pensasse Conte gigantedi destinarlo, il più le tombe dei gigantitardi possibile naturalmente, alle “tombe dei Giganti”, con la maiuscola, della Sardegna nuragica. E poi, scusatemi, mi è sembrato non meno esagerata quella scommessa di Bettini -sentite, sentite- sull’”autorevolezza”, oltre Bettini su Grilloche sull’”intuito e la volontà unitaria” di Beppe Grillo. Di cui tanto valeva allora poco più di 10 anni fa, quando Bettini era già sul mercato politico a dispensare consigli, direttive e quant’altro,  accettare la richiesta di iscrizione al Pd ad Arzachena e il diritto reclamato di partecipare alla competizione per la successione a Walter Veltroni, o al reggente Dario Franceschini, come segretario. Ci saremmo risparmiato il Movimento 5 Stelle, annessi e connessi.

 

 

 

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