Centrodestra più unito, o meno diviso del solito, grazie alle regionali d’autunno

            Anche se per vederli davvero insieme bisogna riccorere a foto d’archivio, almeno da quando il più anziano e ormai meno votato dei tre si è arroccato in Provenza per difendersi meglio dal coronavirus, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, si sono accordati sulle candidature per le elezioni regionali d’autunno restituendo al centrodestra una unità che sembrava diventata più di facciata che di sostanza.

           Le divisioni politiche permangono, per carità, tanto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha cercato di sfruttarle invitando separatamente le componenti dell’opposizione a Palazzo Chigi per una coda degli Stati Generali dell’Economia da esse disertati nella troppo barocca, sotto tutti i sensi, Villa Pamphili. E con ciò ha compiuto un passo falso, per la solita eccessiva sicurezza o baldanza, costringendo di fatto i suoi interlocutori a reclamare e ottenere un incontro congiunto. Terminato il quale, c’è da giurarlo, esponenti maggiori e minori dei tre partiti, o movimenti, quali anch’essi preferiscono essere considerati, quasi al pari dei grillini, continueranno a suonare musiche diverse su temi non secondari, a cominciare dalla ormai dannata sigla del Mes: con Berlusconi convinto che siano un affare per l’Italia i 36 miliardi e rotti di euro che potrebbero venire dal meccanismo europeo di stabilità per potenziare il sistema sanitario messo a dura prova dall’epidemia virale e la Meloni e Salvini che continuano a diffidarne, al pari dei grillini all’interno della maggioranza giallorossa.

           L’accordo sulle candidature alle presidenze regionali in palio a settembre, e sulle altre cariche amministrative su cui la partita, in verità, è rimasta ancora aperta, è tuttavia un segnale positivo per il centro destra: il primo, direi, dopo una serie a dir poco di stonature e stecche che hanno fatto molte volte chiedere a più di un osservatore pur non prevenuto contro l’opposizione come facesse ancora il centrodestra a governare insieme regioni importanti, di vecchia o recente conquista, quali la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, la Liguria, l’Umbria, l’Abruzzo, la Basilicata, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna.

          Il terzetto appena ritrovatosi potrebbe  per forza quasi inerte aumentare le difficoltà della maggioranza giallorossa, che alle elezioni regionali andrà peraltro in ordine sparso.  Al suo interno non sono più soltanto i pentastellati e i renziani, da posizioni opposte, a procurare grattacapi al presidente del Consiglio un giorno sì e l’altro pure, ma anche i malumori crescenti nel Pd. Dove l’assistenza dell’eminenza grigia, o gialla per la terra asiatica dove viveGori molto di frequente, Goffredo Bettini  sembra non bastare più a proteggere come prima Zingarettiil segretario Nicola Zingaretti. Al quale qualcuno, e non solo il sindaco ex o post-renziano di Bergano Giorgio Gori, ha cominciato a ricordare la promessa di un congresso chiarificatore, d’identità e di linea politica, fatta prima che sopraggiungesse quel grande sedativo che è stato, per tanti versi, l’obbligato ricorso all’emergenza da coronavirus.

           Gli effetti delle crescenti tensioni nella maggioranza si sono già  avvertiti con la prospettiva ormai ridotta della sua durata: il traguardo è stato spostato dalla fine ordinaria della legislatura, nel 2023, all’elezione parlamentare del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, agli inizi del 2022, quando col mandato del presidente in carica scadrà anche quel semestre definito bianco per l’impossibilità di sciogliere le Camere in caso di crisi.

 

 

 

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