L’enfasi ormai abituale di Conte non lo aiuta a superare il gelo col Pd

            Con l’abitudine, e persino la mania, che ha di dare nomi troppo enfatici ai suoi progetti, provvedimenti e quant’altro, arrivando a chiamare, per esempio, “la madre di tutte le riforme” il decreto legge allo studio sulle “semplificazioni”, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se l’è un po’ cercata, cioè meritata, l’ironia di Stefano Rolli. Che nella vignetta di prima pagina sul Secolo XIX gli ha ricordato, diciamo così, che “il problema sono i padri” di quella e di tutte le altre leggi, o simili, all’esame del governo e della variegata maggioranza che lo sostiene, o dovrebbe sostenerlo in Parlamento.

            Conte si è meritata anche l’ironia del vignettista Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno, doveNico Pillinini.jpeg il professore cerca inutilmente di fare apparire ai suoi interlocutori o alunni di turno per semplice ciò che sulla lavagna risulta sin troppo chiaramente complicato, anzi ermetico.

            Il clima politico nella maggioranza, d’altronde, è quello che è. Ai rapporti sotterranei già insidiosi fra Conte e i grillini, che pure ne hanno sponsorizzato per due volte la guida del governo, prima con i leghisti e poi con le sinistre, si è aggiunto quello che  Repubblica e La Stampa hanno chiamato, rispettivamente, Titolo Repubblica“il grande freddo” e “il gelo” calato nei rapporti fra il presidente del Consiglio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti, ogni volta che  essi si  scambiano messaggi sulle questioni più calde della giornata. Dalle parti del Fatto Quotidiano, per esempio, notoriamenteTitgolo DStampa.jpeg sensibile agli umori dei grillini, si sono affrettati a tradurre in un no a Zingaretti “il nesso” che Conte ha appena escluso o negato in Parlamento “tra il Mes”, notoriamente sostenuto con forza dal Pd per investire nel potenziamento del servizio sanitario il credito a buon mercato di 36-37 miliardi disponibile col meccanismo europeo di stabilità, “e politiche di bilancio, spesa pubblica e tasse”. La spesa pubblica della sanità peraltro è particolarmente a cuore alle regioni dove si voterà il 20 settembre e il Pd rischia grosso, più dei grillini che non ne hanno alcuna da difendere a loro guida.

            Sugli aspetti elettorali del grande freddo o gelo fra grillini direttamente, stavolta senza l’intermediazione di Conte, e il Pd si è speso con un lungo editoriale Paolo Mieli, naturalmente sulTitolo Paolo Mieli.jpeg Corriere della Sera da lui due volte diretto, titolato sull’”audacia che manca” ai due partiti. Mieli 2 .jpegE quale sarebbe questa audacia? Quella di accordarsi, o quanto meno di tentare davvero un’intesa del tipo di quella prospettata dallo storico Marco Revelli. I grillini dovrebbero smetterla di contestare le candidature del Pd alla guida delle regioni interessate al voto di settembre in cambio della rinuncia di Zingaretti a contestare poi la conferma delle sindachesse grilline di Torino e di Roma, o di almeno una di esse.

            Eppure lo stesso Mieli in un passaggio del suo editoriale ha dovuto ammettere che i pentastellati “stanno Mieli 1.jpegattraversando un momento troppo complicato perché si possa pensare che sia sufficiente una scossa elettrica per ottenere da loro un qualsiasi cambio di linea” rispetto a quella ce c’è, o non c’è per niente per la loro confusione interna, incapaci come sono persino di misurarsi in qualcosa che assomigli ad un congresso.

            Più che sull’audacia che manca, ci sarebbe forse da interrogarsi sulla troppa che hanno avuto grillini  e Pd ad accordarsi per la formazione improvvisa, o improvvisata, del secondo governo Conte, visti tutti i nodi che stanno venendo al pettine anche con l’urgenza virale.

 

 

 

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Silvio Berlusconi cerca ancora il suo giudice a Berlino. Che non è la Merkel

            Approdata nell’aula della Camera con gli striscioni dei deputati di Forza Italia e con la loro richiesta a gran voce di una commissione parlamentare d’inchiesta, la vicenda della condanna definitiva di Silvio Berlusconi nell’estate del 2013 per frode fiscale -che gli costò la decadenza da senatore, seguita dai servizi sociali e  da una progressiva decadenza politica ed elettorale- è forse destinata a produrre più carta, stampata e bollata, che altro.

            Non aiuta certo la circostanza, non a caso cavalcata subito dal Fatto Quotidiano con la formula e il titolo in giallo del “Morto che parla”, della materiale impossibilità, intervenuta Il Fatto.jpegappunto per il suo decesso l’anno scorso, che Amedeo Franco confermi il vecchio audio registrato da Berlusconi. Al quale confessò di avere appena partecipato praticamente come giudice di Cassazione ad una condanna ingiusta, a dir poco. Che si sarebbe tradotta, per le premesse e gli sviluppi politici, in un colpo di Stato.

            La Cassazione si è affrettata a confermare la firma apposta dallo stesso Amedeo Franco, con gli altri quattro giudici della sezione “feriale” della Corte, a tutte le 207 pagine della sentenza penale, poi contraddetta peraltro da una sentenza civile riguardante uno dei tanti aspetti di quella vicenda chiusa ai danni di Berlusconi, peraltro mentre stavano per scadere i termini della prescrizione.

            I titoli dei giornali più o meno direttamente schierati per motivi politici o garantistici Il Giornalea favore del fondatore e Libero.jpegtuttora presidente di Forza Italia si sono naturalmente sprecati, come anche i silenzi sulle prima pagine dei cosiddetti “giornaloni”, intesi come quelli più diffusi. Dove tuttavia, in La Verità.jpegparticolare nei casi della Stampa e dell’ormai quasi consanguineo Secolo XIX, il buon Mattia Feltri ha potuto ugualmente esprimere la sua mancata sorpresa o incredulità, diciamo così. Che è anche la mia, perché dopo tutto quello che è venuto fuori sulle Il Quotidiano del Sud.jpegpratiche, abitudini e quant’altro di almeno una parte della magistratura dalla vicenda e dal telefonino Il Riformista.jpeg“troiano” dell’ex pubblico ministero, ex segretario del sindacato Il Tempo.jpegdelle toghe ed ex consigliere superiore della stessa magistratura Luca Palamara, tutto francamente ci può stare. Proprio tutto: anche Il Foglio.jpegla sostanziale congiura contro il Berlusconi tornato Il Foglio 2 .jpegpoliticamente in gioco e nella maggioranza di governo nel 2013, il “plotone di esecuzione”  cui il compianto Amedeo Franco accettò di partecipare addirittura come relatore, e tutto il resto.

            La credibilità della magistratura è ormai ridotta a condizioni, diciamo, di estrema precarietà. E solo la ormai provata miscela di incompetenza, faziosità, approssimazione  e persino incoscienza della nostra classe o casta politica -come la chiamano i grillini, che ormai vi partecipano tenendosi ben strette tutte le poltrone di governo e sottogoverno che hanno potuto occupare negli ultimi due anni- può spiegare come e perché non  sia stata già non dico proposta dal guardasigilli ma approvata dal Parlamento una radicale riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, con annessi e connessi.

            Berlusconi, come tanti altri in Italia, cerca il suo “giudice a Berlino”. Che non è naturalmente la cancelliera Angela Merkel. La quale da presidente di turno dell’Unione Europea è peraltro giudice di tante cose italiane per altri versi, fortunatamente non penali, ma non meno importanti per i nostri destini nazionali.

 

 

 

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Quel serpente obbligato di Zingaretti nel… paradiso terrestre di Palazzo Chigi

Emilio Giannelli, il vignettista del Corriere della Sera, ci ha scherzato sopra -beato lui- immaginando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte impensierito, anziché esultante, per tutta quella quantità di denaro che come un MESSIA -ma con la MES separata da SIA- il segretario del Pd Nicola Zingaretti gli cala giù dal Meccanismo di Stabilità Europea, o “fondo salva-Stati”. Dove sono disponibili dai 36 ai 37 miliardi di euro per le necessità italiane di potenziare il sistema sanitario, con ammessi e connessi, messo a dura prova dalla pandemia virale.

Tutti quei soldi, per quanto a buon mercato, con un risparmio d’interessi che il Ministro dell’Economia ha calcolato attorno ai 5 miliardi di euro in una decina d’anni, sono per Conte come la mela di Adamo ed Eva prima della cacciata dal Paradiso terrestre. Lasciarsene Conte .jpegtentare significherebbe per il presidente del Consiglio rompere con i grillini. Che, al pari dell’ex alleato leghista Matteo Salvini e della mancata alleata di destra Giorgia Meloni, considerano quel denaro come lo sterco del diavolo. E caccerebbero Conte da Palazzo Chigi, anche se a proteggerlo sul portone si mettesse il loro “garante”, “elevato” e quant’altro in persona.

Sembra incredibile, dopo tutta la riscrittura della storia di Conte fatta nell’ultimo anno: chi invitandolo alle feste dei veterani della Dc, chi paragonandolo, con la barba e l’autorità di Eugenio Scalfari, un po’ ad Aldo Moro, un po’ al liberalsocialista Carlo Rosselli e un pò persino al conte, al minuscolo, Camillo Benso di Cavour. Ma questa è la situazione in cui si trova in questa torrida estate il presidente del Consiglio.

Qualche retroscenista si è avventurato, non so francamente se a torto o a ragione, a descrivere la sorpresa e persino l’incredulità di Conte di fronte alla impazienza crescente di Zingaretti. Che pure lo aveva promosso a campione, o quasi, dell’area dei “progressisti” italiani, pur dopo averlo subito nella conferma a Palazzo Chigi, passando da una maggioranza all’altra, per il rifiuto energicamente opposto dai grillini alla richiesta di “discontinuità”.

Lungi da me l’idea, e tanto meno l’ambizione, di sostituirmi a qualche consigliere o informatore, ma qualcuno dovrebbe pur decidersi a spiegare al presidente del Consiglio che il Pd  è un partito complesso, nato dalla fusione o dall’amalgama pur mal riuscito di dalemiana memoria dei due maggiori partiti della cosiddetta prima Repubblica, uno più complesso dell’altro: la Dc e il Pci. Che erano considerate un po’ delle Chiese, alternative e al tempo stesso complementari, grazie ai cui scontri, confronti, convergenze studiate o occasionali, è nata e cresciuta a lungo la nostra Repubblica.

Della complessità del Pd fu affascinato ad un certo punto persino Grillo, che nell’estate del 2009, in ferie in Sardegna, pensò addirittura di iscriversi e di scalarne il vertice per troppo poco tempo rimasto nelle mani di Walter Veltroni e del suo vice Dario Franceschini.

Fu proprio dopo il rifiuto di Franceschini di farlo salire a bordo del Pd, agitandone troppo la crociera, che Grillo si mise in proprio esordendo in una piazza di Bologna  con invettive e parolacce come fondamenta del suo movimento

Zingaretti sarà pure -come dicono ingiustamente i suoi detrattori, fuori e dentro il partito lasciatogli in eredità indiretta da Matteo Renzi- il fratello meno fortunato del commissario Montalbano, ma non è per niente un politico sprovveduto. Egli ha avuto una sua storia, scalando la politica da funzionario di quello che era il Pci, e dimostrando anche un certo coraggio, volendocene ad assumere la guida di un partito uscito con le ossa rotte dalle elezioni del 2008. Come ce ne volle l’anno scorso, a crisi ormai aperta da un Salvini convinto di uscire coi “pieni poteri”  del vincitore da elezioni anticipate sull’onda di quella europee di fine maggio, a seguire quella primissima “mossa da cavallo” di Renzi -prima di cambiare scacchiera-  di allearsi con gli odiati grillini.

E’ proprio la crisi interna del movimento di Grillo, che vede la realtà italiana, europea e mondiale con i suoi particolarissimi occhiali, ad obbligare Zingaretti a puntare mani e  piedi per evitare che a pagarne gli effetti peggiori siano proprio lui e il suo partito. Che, non potendo contare sui grillini neppure per salvare le regioni che ancora guida, e nelle quali si voterà il 20 settembre, non può più permettersi un attimo di distrazione o di debolezza. Il Pd non è materialmente in grado, per la sua natura e per la storia che ha alle spalle, di rimanere senza i cosiddetti territori, che costituiscono una entità praticamente sconosciuta ai grillini. Ed  è proprio ai territori, guarda caso, per le competenze regionali della sanità scritte nella Costituzione e consolidate nell’esperienza, che quei miliardi del Mes servono. Servono -mi direte- anche ai territori – e che territori- amministrati dalla Lega guidata dal Salvini contrario al Mes. Ma anche per questo, guarda caso, Salvini non ha più la forza di prima, fuori e persino dentro il suo partito. E volete che Zingaretti sia tanto sprovveduto da non essersene accorto, come uno zingaretto qualsiasi della politica? E, per favore, non datemi adesso del razzista.

Qui gli unici o i più sprovveduti, credete a me, ripiegati su stessi, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto recentemente dei magistrati dopo la vicenda Palamara, sono proprio i grillini. E quanti ne temono persino gli starnuti dando per scontato quello che in politica non è mai stato tale: l’impossibilità dello scioglimento anticipato delle Camere.

Non parliamo poi delle complicazioni che potrebbero derivare al Pd e all’Italia nei rapporti con l’Unione Europea da una evoluzione contraria a quella che nella scorsa estate consentì proprio ai grillini di restare al governo e a Palazzo Chigi, accettando a scatola chiusa la designazione di Paolo Gentiloni al posto di commissario economico a Bruxelles.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Il governo Conte 2 fra le spine, le fiamme, i soldi ed altro del Mes

            Se il Mes fosse solo una marca di sigarette, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se ne fumerebbe a decine di pacchetti  in uno stesso giorno per fare contento il segretario del Pd Nicola Zingaretti e compagni, che ne fanno una questione di vita o di morte, si fa per dire, per il suo secondo governo a meno di un anno dalla sua formazione.

           Se fosse Punt e Mes .jpeguna variante o imitazione del famoso vermut Punt e Mes, Conte ne berrebbe a botti, anche a costo di essere portato di peso a casa dal portavoce Rocco Casalino, per dimostrare sempre a Zingaretti e cVauro sul Fattoompagni quanto ne vada pazzo anche lui.

           Se fosse il nome di uno spettacolo, come se l’è immaginato Vauro, il vignettista del Fatto Quotidiano molto caro e vicino al presidente del Consiglio, egli se lo andrebbe a godere in tutti i santi e profani giorni di programmazione per dimostrare la  fedeltà di spettatore.

            Purtroppo per Conte e per quanti tengono alla sua salute politica, o ne temono la caduta non sapendo o non avendo neppure il coraggio di pensare con chi e come sostituirlo, specie in questi tempi di perdurante epidemia virale, in cui sembrano ammesse solo elezioni amministrative e appuntamenti referendari, non elezioni politiche, il Mes è l’acronimo del meccanisno europeo di stabilità. Che è pronto a concedere all’Italia un credito a buon mercato dai 36 ai 37 miliardi di  euro con cui finanziare il potenziamento del servizio sanitario messo a dura prova dal coronavirus e dintorni: un fondo di cui le regioni, competenti in materia, Zingaretti e compagni, come da vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, vorrebbero dotarsi il più presto possibile. Ma che la componente maggioritaria, e pentastellata, del governo considera invece una infernale trappola dell’Unione Europea per farci morire tutti di fame, anziché di polmonite virale.

           Il povero Conte, che per soddisfare i grillini ha dovuto fare la faccia e la voce feroce anche alla cancelliera Angela Merkel in persona, non può neppure pensare, per uscire da questo guaio, di tornare all’alleanza di governo con i leghisti di Matteo Salvini, anch’essi contrari al Mes, perché nel frattempo, prendendo molto sul serio proprio lui, il presidente del Consiglio, con quell’attacco sferrato nell’aula del Senato nell’estate dell’anno scorso all’allora ministro dell’Interno, i pentastellati non ancora passati direttamente alla Lega non vogliono neppure sentirne parlare.

           Come Travaglio sul Mes.jpegsi fa allora ad uscire da questo fuoco, tra vignette, titoli di giornali, allusioni e insulti, come quei  “”Me statori” gridati sul Fatto Quotidiano dal direttore Marco Travaglio in La Repubblica.jpegpersona a Zingaretti e compagni? A saperlo. Il guaio è e che a questo punto, anche Silvio Berlusconi, disposto a dare in qualche modo una mano a Conte nella gestione di Nessaggero.jpegquesto incendio, si è fatto prendere da altri problemi o urgenze, come il trasferimento del suo quartier Gazzetta sul Mes.jpeggenerale romano da Palazzo Grazioli nella villa dell’Appia Antica, o quasi, già goduta dallaBepietro sul Mes.jpeg buonanima di Franco Zeffirelli. Schermata 2020-06-30 alle 07.24.44.jpegMajora premunt anche per l’uomo di Arcore, specie ora che della sua condanna in Cassazione per frode fiscale nell’estate del 2013 stanno venendo fuori cose da colpo di Stato, o quasi. Ciò potrebbe restituire al Cavaliere tante stelle inimmaginabili, oltre che sgradite, persino per Grillo.

 

 

 

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I peggiori nemici di Vittorio Sgarbi sono purtroppo i suoi adoratori

            Pierluigi Magnaschi nel riprendere amichevolmente sulla sua ItaliaOggi i mei graffi su Vittorio Sgarbi a commento della  recentissima espulsione dall’aula della Camera, dove il famoso critico d’arte si era lasciato andare più del solito alle sue  intemperanze, li ha titolati così: “Purtroppo il principale nemico di Sgarbi è lui stesso”. Mi sono riconosciuto in quella sintesi, ma Sgarbi sulGiornale.jpega leggere poi l’articolo che lo stesso Sgarbi si è dedicato sul Giornale e l’intervista rilasciata alla Verità per Sgarbi alla Veritàdifendersi dalle critiche ricevute -e  tornare a insolentire, fra l’altro, la “stridula” collega di partito Mara Carfagna, che da presidente della seduta ne aveva ordinato l’espulsione- mi sono reso conto che i peggiori nemici di Sgarbi sono i suoi più sfegatati sostenitori.

              Costoro, peggiori anche La Deposizione del Raffaello.jpegdei giornalisti televisivi che ne hanno fatto quasi l’ospite fisso delle loro trasmissioni, lo hanno sommerso di messaggi di solidarietà paragonando addirittura La deposizione della Carfagna.jpegquelle foto dei commessi di Montecitorio che lo sollevano di peso per portarlo fuori dall’aula alla “deposizione di Cristo” dipinta, indifferentemente, dal Caravaggio esposto nei Musei Vaticani o dal Raffaello esposto alla Galleria Borghese.

            Compiaciuto da simili paragoni di “menti gentili e coltivate”, Sgarbi ha metaforicamente gonfiato il petto sino a farlo esplodere in articoli e interviste grondanti già nei  titoli di prima pagina rivelatori del contenuto: “Sono diventato un’opera d’arte tra Raffaello e Caravaggio”, naturalmente nell’esercizio, a suo modo, dell’”opposizione in aula”. Dove i suoi colleghi di Forza Italia e, più in generale, del centrodestra sarebbero capre, o quasi.

            Nella presunzione di essergli e di rimanergli amico, anche al netto di tutti gli insulti di cui vorrà gratificarmi, voglio contestare, in particolare, due passaggi almeno del suo lungo articolo sul Giornale.

            Il primo passaggio è quello in cui Vittorio se l’è presa con gli stenografi e resocontisti della seduta della Camera, che gli avrebbero attribuito a torto della “troia” rivolta ad una collega dissidente, essendosi lui limitato sgarbi 4 .jpega gridare “trojan” per riferirsi al sistema di infiltrazione adottato dagli inquirenti per acquisire tutto il traffico del telefonino di Luca Palamara: il magistrato che ha in qualche modo certificato quello che Ernesto Galli della Loggia ha appena definito sul Corriere della Sera “l’intrallazzo correntizio” e “collusivo con la politica” delle carriere giudiziarie. Su cui potrebbe ben starci anche un’inchiesta parlamentare, purché chiesta senza preventive condanne di massa per mafia. In verità, quando ne era stata disposta e annunciata l’espulsione, Sgarbi aveva già smesso di parlare di Palamara e del suo telefonino. E quella parolaccia ben si addice alle abitudini verbali dello Sgarbi furioso più del famoso Orlando.

            Il secondo passaggio dell’articolo che mi ha francamente infastidito è quello in cui Sgarbi si è vantato di non avere Sgarbi 3.jpegvoluto fare di quella della Camera “l’aula della menzogna”. Beh, caro Vittorio, consentimi di ricordarti che a questo già provvidero ai loro tempi Giacomo Matteotti col famoso discorso Craxi a Montecitorio.jpegsui brogli elettorali dei fascisti che gli sarebbe costatato la vita, Aldo Moro contestando l’esagitato deputato dell’estrema sinistra che reclamava processi “in piazza” alla Dc e Bettino Craxi quando sfidò nel silenzio assoluto i suoi critici ed avversari a smentire di non avere fatto ricorso anche loro al finanziamento illegale della politica.

 

 

 

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Scalfari elimina Conte a sorpresa dalla corsa al Quirinale

            Sarà una debolezza, ma non mi faccio mancare di domenica, oltre alla messa e all’omelia non sempre felice del sacerdote di turno, l’appuntamento di Eugenio Scalfari con i suoi lettori sullaScalfari.jpeg Repubblica, da lui stesso fondata nel 1975 e passata via via di mano da un editore all’altro, sino ad arrivare al nipote di quello che lo stesso Scalfari definì una volta “l’avvocato di panna montata” Gianni Agnelli.

            In questa tredicesima domenica liturgica del tempo ordinario, vigilia peraltro della festività tutta romana dei Santissimi Pietro e Paolo, mi è sembrato che Scalfari abbia pagato il suo terzo prezzo al cambiamento ultimo di proprietà, dopo il commiato dall’amico Carlo Verdelli, felicemente tornato come editorialista al Corriere della Sera, e l’accoppiamento del suo editoriale in prima pagina con quello del nuovo direttore Maurizio Molinari, pur rispettosamente collocato graficamente sotto il suo.

             Il terzo prezzo è una certa, maggiore distanza presa da Giuseppe Conte, sui cui “futuro” il don Eugenio Titolo Scalfaricrocianamente inteso si è interrogato nello stesso titolo dell’editoriale per assegnargliene praticamente uno, abbastanza modesto, di prosecutore chissà sino a quando e come nel suo  scomodo ruolo di presidente del Consiglio. Non ne ha più scritto, come qualche domenica fa, come di un possibile successore di Sergio Mattarella al Quirinale, magari per lasciare finalmente Palazzo Chigi al forse più attrezzato Mario Draghi.

            Vuoi per un certo deterioramento in corso dei rapporti col Pd di Nicola Zingaretti, che lo Il Tempo su Conte.jpegvorrebbe più “concreto” e tempestivo nelle decisioni, vuoi per le ricorrenti, anzi crescenti voci di una mezza liaison politica con Silvio Berlusconi o qualche suo ambasciatore, vuoi per il recentissimo scontro a distanza con la cancelliera tedesca Giannelli su Cionte e Merkel.jpegAngela Merkel, di cui il presidente del Consiglio italiano non ha gradito la sollecitazione a usare il finanziamento del sistema sanitario italiano con i fondi del cosiddetto Mes ancora odiato nella maggioranza dai grillini, e non solo da Matteo Salvini e Giorgia Meloni nell’opposizione, il cronista o veggente di tante corse al Quirinale ha tolto improvvisamente dalla gara il povero Conte, trovandolo “persona non caratterizzata ad una carica di quel tipo”. Che si renderà libera, come si sa, non domani, non nel prossimo autunno, quando le gare saranno altre, di tipo elettorale e referendario, neppure l’anno prossimo, ma a febbraio del 2022.

            La ragione di questa improvvisa retrocessione, pur occultata dalla omissione delle precedenti Salfari 2 .jpegsponsorizzazioni, l’ha spiegata  lo stesso Scalfari scrivendo che “Conte Scalfari 1 .jpegha il pregio dell’intelligenza ma il difetto di una limitata volontà”, e dedicandogli “la canzone di un’antica reclame: canto quel motivetto/ che mi piace tanto/ e che fa dudu-dudù/ dudù- dudu”. Che poi, per caso, molto per caso,  è anche il nome di un cagnolino bianco col quale ha giocato per qualche tempo Berlusconi con l’allora fidanzata Francesca Pascale.

            Otre a cancellarlo dalla sua lista dei candidati al Quirinale, Scalfari ha tolto dall’ immaginario Pantheon di Conte la buonanima di Aldo Moro.jpegMoro, pur lasciandovi “De Gasperi, Saragat, Ciampi e soprattutto Einaudi”. Moro, con la famosa “Balena Bianca” dedicatagli da Giampaolo Pansa, non più. Forse Scalfari deve limitarsi a partecipare alla festa odierna di Libero, con tanto di foto in prima pagina, per il ritorno della “Foca monaca” nelle acque dell’isola di Capraia. Di balena bianca, manco a parlarne.

 

 

 

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Miracolo sotto le 5 stelle. Riparte la caccia alla “casta” degli ex parlamentari

            Miracolo sotto le 5 stelle, e dintorni misti di demagogia e populismo. Mentre il movimento grillino perde pezzi di elettorato e di gruppi parlamentari, in preda ad una crisi identitaria che gli impedisce persino una parvenza di congresso, e mette in crescenti difficoltà il “suo” presidente del Consiglio Giuseppe Conte nei rapporti con gli alleati di governo in Italia e Il Fatto su vitalizi.jpegi suoi interlocutori in Europa, irrompe sulla scena l’unico tema in grado ricomporne unità e combattività. E’ la caccia, o ricaccia, come preferite, alla “casta” degli ex parlamentari. Che, fra le proteste e le derisioni del solito Fatto Quotidiano, ma Nazione su vitalizianche dei meno soliti giornali del gruppo Monti Riffeser, dopo il pronunciamento della prima commissione interna del cosiddetto “contenzioso” del Senato possono tornare a sperare di riprendere i vitalizi nella misura originaria, tagliata sino all’ottanta per cento con le forbici festeggiate due anni fa sulle piazze tra brindisi e sventolii di striscioni e bandiere.

            Di quelle forbici il fantasioso vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno Nico Pillinini ha fatto una specie di croce per metterla sulle spalle di Luigi Di Maio, deciso a portarla in giro Pillinini su vitalizi.jpegper l’Italia non per finirvi crocifisso, di certo, ma per inchiodarvi sopra, alla fine della partita riapertasi a Palazzo Madama, i malcapitati ex senatori che hanno osato rialzare la cresta. E che hanno messo in imbarazzo -va detto- persino la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, affrettatasi a rammaricarsi del “momento” in cui la partita si è riaperta e ad avvisare che nel successivo grado di giudizio o giustizia interna a Palazzo Madama i tagli potranno ben essere ripristinati. E l’armonia sociale tornare intatta, si fa per dire, nel Paese già messo a dura prova dagli effetti sanitari, economici e d’ogni altro tipo dell’epidemia virale.

            Le dimensioni del fenomeno consistono in un risparmio, per il bilancio del Senato, di meno di tre milioni di euro su 500. Ma -mi direte- i numeri in questo campo contano poco. Conta di più la cosiddetta percezione politica e sociale del problema. La casta è casta, e per quanto composta ormai da poche centinaia di ex senatori, fra cui molti ultraottantenni, con un piede più nella fossa che altrove, non può e non deve sfuggire alla punizione che le spetta. Non parliamo poi degli ex deputati, ancora più numerosi degli ex senatori, e che vorrebbero farsi sentire pure loro ma non osano neppure affacciarsi alla finestra per evitare rimanere stecchiti.

            Contemporaneamente c’è un’altra casta, questa volta non di ex ma di operatori in servizio permanente effettivo, e molto più numerosa, quella dei magistrati, che può tirare un sospiro di sollievo pur dopo il “fango” che per ammissione di molti dei suoi stessi esponenti gli è caduto addosso con la vicenda di Luca Palamara: la vicenda cioè delle carriere spartite fra le correnti al telefono. L’annunciata, promessa, minacciata, come preferite, riforma della giustizia, o quanto meno dell’elezione e del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, che è l’organismo di autogoverno delle toghe per metterle al riparo dalle violenze, prepotenze e quant’altro della politica, è ormai scomparsa dalle urgenze del Paese. Si è dimenticato -avevo pensato- di parlarne il segretario del Pd Nicola Zingaretti in una lunga intervista al Foglio. Ma l’esperto o “responsabile” dei problemi della giustizia del Pd, Walter Verini, ha spiegato che su certi temi la fretta è sconsigliabile. Bisogna che le soluzioni maturino, e siano naturalmente le più condivise possibili. Anche dalla casta interessata, evidentemente.

 

 

 

 

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Ma quanto corre a cavallo Matteo Renzi per sfuggire con i grillini alle elezioni

A Matteo Renzi piace la mossa del cavallo. Lo abbiamo capito. L’ha usata anche come titolo del suo ultimo libro, per adesso, in cui è ricorso al gioco degli scacchi anche per spiegare, anzi rivendicare il merito della svolta impressa nella scorsa estate al Pd, di cui faceva ancora parte, non lasciando più solo il povero Dario Franceschini a sostenere un’intesa di governo con gli odiati grillini.

Oltre a stancarsi, forse, di mangiare la quantità industriale di pop corn ordinata dopo le elezioni politiche del 2018 per godersi all’opposizione lo spettacolo dei pentastellati al potere, Renzi si spaventò all’idea di elezioni anticipate vinte a mani basse dall’altro Matteo, cioè Salvini, e spinse per un capovolgimento delle alleanze. Cui diede come obiettivo supplementare al mancato scioglimento anticipato delle Camere l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale nel 2022. Non si spinse oltre.

Fu quando si accorse che il segretario Nicola Zingaretti cominciava a scavalcarlo nel progetto, indulgendo alla natura addirittura “strategica” del nuovo rapporto con i grillini, che Renzi uscì dal partito e ne improvvisò uno tutto suo per sorvegliare che le cose non precipitassero in quella direzione, e rimanessero nei confini di un’esperienza a tempo.

Da vecchio cronista di vicende democristiane, che sono poi le stesse in cui era cresciuta la famiglia di Renzi, ebbi addirittura la tentazione -qui, sul Dubbio– di paragonare il giovane leader di Italia Viva ad Aldo Moro. Che, diversamente dalla rappresentazione ormai comune che se ne fa per le circostanze in cui fu prima rapito e poi ucciso dalle brigate rosse contrarie al cosiddetto imborghesimento  del Pci, aveva concepito l’accordo di maggioranza con i comunisti come provvisorio. E quando si accorse che il suo pur amico Benigno Zaccagnini come segretario della Dc e Giulio Andreotti come presidente del Consiglio erano tentati da una prospettiva più forte e stabile, si mise di traverso. Egli impedì, per esempio, all’uno e all’altro di pagare come prezzo del passaggio del Pci dall’astensione al voto di fiducia l’esclusione dal governo monocolore democristiano dei ministri Antonio Bisaglia e di Carlo Donat-Cattin. Le cui teste erano state chieste da Berlinguer per la loro forte esposizione, all’interno della Dc, nel contrasto agli sviluppi della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale. Lo stop di Moro fu tale che Zaccagnini gli preannunciò riservatamente le dimissioni da segretario e nel Pci crebbe una rivolta fermatasi solo di fronte al tragico sequestro di Moro proprio la mattina del giorno della fiducia al governo.

In quella lettura dei fatti del 1978 e dell’autunno del 2019 fui portato non solo a capire ma anche a condividere entrambe le mosse del cavallo di Renzi, intraviste ancora nell’intervista recentissima dell’ex segretario del Pd al direttore del Dubbio Carlo Fusi. Ma evidentemente non avevo messo nel conto la estrema mobilità del cavallo di Renzi. La cui imprevedibilità rischia l’ossimoro della prevedibilità.

In una intervista appena pubblicata da Repubblica ho visto che Renzi ha allungato la prospettiva dell’intesa di governo con i grillini, con o senza Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, cui comunque ha riconosciuto di avere aperto “una nuova fase” nei rapporti con Italia Viva. L’ha allungata anche oltre la scadenza del Quirinale del 2022, quando dovrà essere evitata l’elezione di un presidente della Repubblica sovranista: una specie di copia italiana del premier ungherese Viktor Orban.

Scongiurata anche questa evenienza, Renzi ha posto sul tappeto “un patto di maggioranza” Renzi a Repubblica.jpegcon i grillini assegnandogli “il traguardo della legislatura”. Che dovrà pertanto arrivare alla scadenza ordinaria del 2023: cosa senz’altro utile, per carità, sia ai grillini che ai renziani, accomunati dalla circostanza di essere, diciamo così, sovrarappresentati nell’attuale Parlamento. I primi, per quanti deputati e soprattutto senatori abbiano già perduto per strada, portando ormai a Palazzo Madama la maggioranza sotto ogni livello di guardia, come ha appena dimostrato la bocciatura, nella sede opportuna, dei tagli apportati trionfalisticamente nel 2018 ai vitalizi degli ex parlamentari, continuano ad essere la forza politica più consistente delle Camere. I renziani, senza voler condividere lo sprezzo di quanti li accusano di avere più seggi parlamentari che voti, non riescono a tradurre nei sondaggi la loro pur notevole visibilità politica, con lo stesso Renzi a cavallo ogni giorno, in cifre consone al ruolo di protagonisti o di ago della bilancia che si sono proposti. Vedremo cosa succederà nelle elezioni regionali del 20 settembre prossimo, in cui il partito di Renzi potrebbe giocare anche in campo diverso dal Pd.

Ditemi quello che volete, mi facciano pure le dovute lezioni i costituzionalisti del principe, ma con i problemi che ha il Paese, peggiorati dagli effetti della pandemia virale, non credo salutare per la democrazia italiana la prosecuzione ad ogni costo, anche oltre la delicata scadenza del Quirinale, di un Parlamento in cui i rapporti di forza non riflettono più la realtà politica del Paese. E la cui legittimità, salvo altre sorprese, risulterà ulteriormente indebolita in autunno col referendum che ne ridurrà di  molto i seggi.

Tutto, per amor del cielo, si può fare nel rispetto formale delle leggi ordinarie e delle norme costituzionali, ma a tirare troppo la corda si rischia di spezzare anche quella che sembra la più solida.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

No, non è stato il “solito” Vittorio Sgarbi, ma qualcosa di più, anzi di troppo

            Ammesso e non concesso che sia ancora possibile scrivere serenamente del mio amico Vittorio Sgarbi dopo quello che è riuscito a combinare nell’aula di Montecitorio – portato via di peso dai commessi su ordine della collega di parte che presiedeva la seduta, Mara Carfagna-  debbo dire che, per fortuna sua e dei potenziali clienti che avrebbe potuto procurarsi fra chi lo stima e gli vuole bene, egli ha preferito Carfagna in aula.jpegfare il critico d’arte e non l’avvocato. In veste forense egli avrebbe portato tutti i patrocinati alla condanna, anche quelli più chiaramente innocenti, per eccesso di difesa, diciamo così, facendo una grande e sistematica confusione fra pubblico ministero e giudice, entrambi insultati. Così è fatto Vittorio, fedelissimo al cognome che porta suo malgrado, bisogna ammetterlo, perché non poteva materialmente iscriversi da solo all’anagrafe più di 68 anni fa.

            Quando il suo cognome gli prende la mano e la lingua Vittorio diventa incontenibile. E dalla parte della ragione, dove spesso si trova, non passa ma precipita nella voragine del torto. E’ come lo scorpione che punge la rana in groppa5 alla quale galleggia, anche a costo di affogare insieme, perché questa è la sua natura. Non ho mai assistito, francamente, a tanto spreco Sgarbi 2della propria intelligenza. E lo scrivo con amicizia, ripeto, anche a costo di perderla fra chissà quali e quanti improperi, come quelli di cui ha coperto, anche con insinuazioni personali che poteva risparmiarsi, le deputate della sua stessa parteSgarbi 3 .jpeg politica che hanno cercato di contenerne la furia contro i “mafiosi” che sarebbero un po’ tutti i magistrati, generalizzando il mercato correntizio delle carriere giudiziarie emerso dalla vicenda personale di Luca Palamara. E ciò proprio nel giorno in cui il Procuratore Generale della Cassazione avviava la procedura disciplinare contro lo stesso Palamara e altri nove magistrati coinvolti nei suoi metodi e nella sua logica.

            Mi spiace che l’esibizione di Vittorio in occasione dell’esame del decreto legge sulla riapertura dei tribunali dopo l’emergenza virale abbia non tolto ma dato di fatto ragioni di resistenza -la solita, nefasta resistenza- ad una riforma radicale del Consiglio Superiore della Magistratura imposta dalle degenerazioni delle correnti delle toghe che hanno letteralmente disonorato lo spirito costituente del cosiddetto autogoverno della magistratura.

            Degli eccessi di Sgarbi e dei danni che procurano alle sue stesse cause siamo un po’ responsabili tuttavia anche noi giornalisti, specie televisivi, assecondandoli con una ospitalità francamente esagerata, mirata più agli ascolti che ai contenuti di trasmissioni che finiscono per diventare per Vittorio una tentazione irresistibile al protagonismo e, in fondo, al baracconismo, come ha scritto Michele Serra su Repubblica scrivendo ch’egli meriterebbe di più, e di meglio.

            Bisogna dare una mano a Sgarbi non a farlo uscire o cacciare da un ordine -come ha appena fattoaula Camera.jpeg Vittorio Feltri da quello dei giornalisti per sottrarsi alle sostanziali condizioni di vigilato speciale in cui si trova per le licenze che si concede nell’esercizio del suo pur legittimo dissenso da quasi tutto e tutti-  ma a farlo rimanere. E a ritrovare il confine tra l’esercizio di una professione o di un mandato e lo spettacolo fine a stesso, giustamente contestatogli dalla presidente di turno della seduta della Camera: uno spettacolo dolorosamente necessario per interromperne un altro per niente necessario. Che, temendosi lontano dal Parlamento, si e ci ha per fortuna risparmiato Beppe Grillo.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it, http://www.policymakermag.it e ItaliaOggi del 27 giugno

Il segretario del Pd dimentica fra le urgenze la riforma della giustizia

            E’ curioso che il segretario del Pd Nicola Zingaretti, lasciatosi amichevolmente intervistare dal Foglio contro “l’agenda Tafazzi” che starebbe danneggiando il governo, e forse ancora di più Foglio su Zingaretti.jpegil suo partito, che ne è il baricentro pur disponendo in Parlamento di una rappresentanza di molto inferiore a quella dei grillini, abbia eliminato dall’elenco delle urgenze, o dei dossier “aperti da troppo tempo”, le due che pure minacciano di più la tenuta e le prospettive della maggioranza giallorossa. Una è quella, da lui stesso denunciata nei giorni precedenti, della impossibilità non certo casuale di questa maggioranza di proporsi nel passaggio elettorale del 20 settembre per il rinnovo di importanti amministrazioni regionali e comunali, cui invece il centrodestra si presenterà unito. L’altra urgenza, a dispetto dei temi economici e della cosiddetta semplificazione che dominano sulle prime pagine dei giornali, è quella della giustizia. O, se preferite, della magistratura, la cui riforma è imposta ormai per decenza dal traffico correntizio di carriere, altro che d’influenze, emerso dalla vicenda di Luca Palamara, appena espulso dell’associazione nazionale delle toghe.

            Si moltiplicano gli incontri, i colloqui, le telefonate del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, impegnatosi a portare al più presto in Consiglio dei Ministri la riforma almeno dell’elezione e del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, ma con lo strano effetto di moltiplicare, a loro volta, i problemi controversi.

            Eppure Palamara, deciso per sua stessa dichiarazione a non fare il “capro espiatorio” di Palamara alRiformistaun traffico di carriere non certo inventato da lui, né quando era presidente dell’associazione delle toghe né quando era consigliere superiore della magistratura, ha appena rilasciato una intervista al Riformista per spiegare “com’è nato il partito dei Pm”, cioè dei pubblici ministeri, cui lui è appartenuto. Oltre agli enormi poteri di cui dispongono nelle indagini e nei processi,  costoro di fatto -ha spiegato o testimoniato Palamara- sono decisivi nella gestione delle carriere dei giudici, che dovrebbero invece essere terzi fra l’accusa e la difesa in un processo. Non a caso a presiedere l’associazione delle toghe sono generalmente dei pubblici ministeri.

            Tuttavia c’è ancora molta gente, fuori e dentro l’associazione dei magistrati, e fra i politici, contraria alla separazione delle carriere nel timore -solo teorico e per niente  provato- che essa si traduca in una dipendenza dei pubblici ministeri dal governo di turno. Lo ha appena ribadito in una intervista al Dubbio la presidente grillina della commissione Giustizia della Camera Francesca businarola.jpegFrancesca Businarola. Che è andata controcorrente, diciamo così, rispetto alle posizioni associative e a quelle maturate, di conseguenza, dal suo collega di partito al vertice del Ministero della Giustizia, solo sul tema del sorteggio, da lei preferito, per la designazione dei membri togati, e maggioritari, del Consiglio Superiore della Magistratura. Essi potrebbero pure continuare Giulia Bongiorno su Csm.jpegad essere eletti, come prescrive la Costituzione, ma fra candidati sorteggiati, e non designati dalle correnti cui poi finiscono per obbedire. E magari sorteggiati, come ha praticamente proposto la leghista e avvocato di grido Giulia Bongiorno, fra i magistrati arrivati alla fine della loro carriera, esenti quindi dalla tentazione di precostituirne gli sviluppi. Buona idea, mi pare.

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