Beppe Grillo l’ha fatta grossa e non vuole neppure cercare di coprirla

Tutti ad occuparsi, o preoccuparsi, secondo gusti e convenienze, dell’imbarazzo procurato da Beppe Grillo al suo MoVimento -vecchio o nuovo che sia, restaurato o rifondato da Giuseppe Conte- col video-shok sulla vicenda giudiziaria del figlio Ciro e dei tre amici sotto indagini giudiziarie per un presunto stupro di gruppo nell’estate di due anni fa in Sardegna.

Pochi, fra i quali Davide Varì, ad occuparsi del processo mediatico attribuito dal comico genovese ad una stampa una volta tanto però contenuta nelle sue perverse abitudini, perché la quantità degli articoli pubblicati sulla vicenda è stata modesta, e per niente traducibile nella rappresentazione denunciata da Grillo del figlio stupratore “seriale”. Se si intendono per serie più fatti presunti contro più persone in più occasioni e non più fatti, sempre presunti, contro la stessa persona  in una sola circostanza.

Nessuno, dico proprio nessuno, neppure fra quanti hanno solidarizzato, fra i suoi, con Grillo “uomo” e “padre”, si è occupato e preoccupato dei danni che con la sua disinibita prestazione di genitore e difensore egli ha potuto procurare al figlio buttando praticamente tutta la vicenda in politica, pur senza  mai nominarla. L’ha buttata in politica, a sua stessa insaputa, dimenticando di essere un leader, per giunta più leader di un capo partito o movimento in quanto sopra di lui come “garante”, “elevato” e quant’altro, quando si è messo a giudicare tempi e modi delle indagini: per esempio, interpretando come legittima aspirazione all’archiviazione la rinuncia degli inquirenti e dei giudici all’arresto, magari solo domiciliare, dei giovani sotto indagine. Addirittura, se lo avessero disposto, Grillo avrebbe collaborato all’esecuzione dell’ordine spingendo a “calci in culo” suo figlio verso il carcere o la stanzetta destinatagli nell’abitazione.

Se fossi stato il figlio, sarei stato quanto meno tentato di irrompere nella sua postazione video e gli avrei tolto microfono, telecamera e quant’altro per evitare o contenere i danni di una simile prestazione para-forense. Avrei pensato, per esempio, alla situazione incresciosa in cui mio padre stava mettendo il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari a Tempio Pausania, esponendoli ai rischi, non solo quale più spiacevole dell’altro, di dover decidere a dispetto o su intimidazione.

Nella sua intemerata neppure garantista, con quella invocazione alle manette, Grillo ha buttato in caciara politica tutta la vicenda come uno qualsiasi dei personaggi che lui personalmente e i suoi sono soliti prendere di mira nelle loro esibizioni da giustizialisti. Ha fatto come un Formigoni qualsiasi, un Cosentino qualsiasi, un Pomicino qualsiasi, un Berlusconi qualsiasi, mi spingerei a dire senza spingermi a dargli anche dello “psiconano”.

Di una cosa comunque do atto volentieri a Grillo nella sua improvvida iniziativa: di averci risparmiato, come ciliegina sulla torta, dopo la colpa rimproverata alla presunta vittima di avere denunciato con otto giorni di ritardo sospetto l’accaduto, la contestazione dell’avvocato che la giovane ha assunto a sua difesa. Che è l’ex ministra leghista, quindi avversaria politica Giulia Bongiorno, per quanto leghisti e pentastellati si siano appena ritrovati insieme nello stesso governo e nella stessa maggioranza, come ai tempi del Conte numero uno.   Consentitemi, a conclusione di queste riflessioni, di esprimere i brividi che, senza volerlo, hanno percorso la mia schiena a pensare che per un bel pò di tempo, per quasi metà di questa specialissima legislatura, ad un movimento politico della cultura, delle abitudini, della sensibilità e non so cos’altro di quello fondato da Grillo, e tuttora da lui “garantito”, sia capitata la sorte di dirigere il Ministero della Giustizia. Col cui titolare, Alfonso Bonafede, ebbi l’occasione di scontarmi, quando era semplice deputato o portavoce, come amano chiamarsi gli eletti nelle liste delle 5 Stelle, per avere individuato durante una trasmissione televisiva nei giornalisti parlamentari, particolarmente quelli pensionati, la “lobby” più attiva nelle Camere in difesa dei vari interessi all’assalto di ogni legge di bilancio. Quando, presentandomi con la dovuta cortesia, glielo contestai mi sentii rispondere che non si sarebbe lasciata scappare occasione per ribadirlo. Spero, per quanto labilmente, ch’egli abbia cambiato idea, visto anche che nel frattempo, per la sopraggiunta pandemia, sbarcati dal famoso “Transatlantico” di Montecitorio, siamo un po’ diventati animali da cortile del palazzo, o corridoi.

Pubblicato sul Dubbio

Beppe Grillo inciampa rovinosamente nella vicenda giudiziaria del figlio

            Beh, sarei disonesto se non riconoscessi a Beppe Grillo il coraggio che ha avuto attaccando “giornalisti o giudici”, pur accomunati con un punto interrogativo che non so se più offensivo verso gli uni o gli altri, per il rischio che corrono il figlio e tre amici di essere processati per stupro. E ciò paradossalmente dopo avere subìto il torto, par di capire, di non essere arrestati due anni fa, quando furono accusati di stupro da una studentessa attardatasi troppo nella denuncia: otto giorni, pensate, non otto anni, risultati sufficienti o credibili in altri casi.

Ma per coraggio intendo non la “vergogna” gridatagli addosso a Grillo dagli onorevoli avversari politici, che hanno potuto permetterselo per quel poco di immunità parlamentare che è rimasta a proteggerli, bensì quella che il dizionario della lingua italiana definisce “sfacciataggine, imprudenza” per lo sconcerto che troppo coraggio può a volte suscitare per le circostanze in cui viene mostrato.

            Le circostanze nel caso di Grillo sono quelle della sua figura: un uomo certamente, un padre, un marito, un comico al quale può professionalmente sfuggire anche del “coglione” dato al figlio e agli amici protagonisti di una notte a dir poco sfortunata, ma anche -e per sua scelta, non per mia o per altri che dovessero condividere le mie opinioni- un leader politico. Che, pur lasciando ad altri nel suo MoVimento 5 Stelle -si scrive così- la carica formale di capo, o simile, gli rimane sopra come “responsabile”, “elevato” e non ricordo cos’altro gli sia sfuggito di dire per definirsi. Ed è un leader -purtroppo per lui, visto lo sfogo al quale si è abbandonato- che ha sempre reclamato il dovere civico, costi quel che costi, di nutrire fiducia nella magistratura. E, oltre a deridere gli imputati di turno, ha generalmente scambiato le critiche, gli attacchi ai magistrati per interferenze, intimidazioni e simili. Che è esattamente quanto l’ex ministra Maria Elena Boschi non ha avuto torto ad accusare Grillo di avere fatto questa volta “usando il suo potere mediatico e politico” così male da “imbarazzare” persino le cinque stelle disinvolte, come gli ha rimproverato persino Il Fatto Quotidiano.

            Non vorrei farmi illusioni, ma penso che questo infortunio politico –“suicidio”, ha titolato Il Giornale-  potrebbe risultare fatale a Grillo e al suo movimento,  che è stato la più clamorosa bolla prodotta dall’antipolitica. Grillo è politicamente cresciuto in Italia di più e più rapidamente di quanto non avesse fatto una ventina d’anni prima Antonio Di Pietro. La cui bolla politica si sgonfiò all’improvviso con lo spillo di una trasmissione televisiva nella quale Milena Gabanelli mise in fila fatti e numeri, peraltro già noti, della gestione patrimoniale del suo partito, chiamato Italia dei Valori, non solo bollati.  Egli fu steso politicamente così a terra da diventare inappetibile persino ai grillini, ai quali l’ex pubblico ministero aveva dato l’impressione, a torto o a ragione, di offrirsi senza ottenere nulla di più che sorrisi a qualche manifestazione pentastellata. Eppure Di Pietro poteva ben vantarsi di esserne stato un precursore.

            Se fossi nei panni di Giuseppe Conte, mi guarderei bene dal raccogliere quella specie di staffetta politica che gli ha offerto Grillo. Ma temo, per lui, che non lo farà perché a dargli questo consiglio, prima ancora che Grillo scivolasse sulla vicenda del figliolo, è stato in una intervista a Repubblica l’odiato Matteo Renzi. Il dispetto riesce ad essere a volte più forte della convenienza

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il fuoco lento su cui Enrico Letta cerca forse di mettere i grillini

            Quell’Enrico Letta multicolore, ad eccezione delle lenti sempre bianche, proposto ai lettori di Domani dal vignettista Dario Campagna a supporto di un’analisi fatta dal politologo Piero Ignazi, è un po’ un’esagerazione alla luce del merito che  lo stesso Ignazi ha attribuito al nuovo segretario del Pd. Che sarebbe quello di avere ristabilito, o di essere comunque deciso a farlo, il cosiddetto bipolarismo messo in crisi già nel 2013 e ancor più nel 2018 dai grillini, e dalla loro pretesa di non essere né di destra né di sinistra nel ruolo di forza centrale ottenuto dagli elettori.

            L’analisi di Ignazi sarebbe esatta se Letta avesse riproposto lo schema di Nicola Zingaretti di un centro sinistra tanto strutturalmente legato al Movimento 5 Stelle da riconoscere a Giuseppe Conte, non ancora nuovo capo dei grillini ma ad essi comunque riferibile, il ruolo di “punto di riferimento dell’area progressista”. Fu a quella scelta o definizione che Matteo Renzi volle inchiodare Zingaretti nell’autunno scorso aprendo contro Conte una lunga caccia conclusasi con la caduta del suo secondo governo e con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Che è sorretto da una maggioranza larghissima, in cui il peso dei pentastellati, già ridottosi di suo con la perdita di un centinaio di parlamentari, fra deputati e senatori, non è neppure paragonabile a quello avuto nelle precedenti combinazioni governative di questa diciottesima legislatura. Non a caso non passa giorno senza che un giornale come Il Fatto Quotidiano non contesti con titoli, vignette e articoli una specie di sudditanza politica di Draghi e del lamentoso Enrico Letta a Matteo Salvini. Che detterebbe l’agenda al governo, pur tra qualche insofferenza o rimbrotto del presidente del Consiglio.

            In realtà, diversamente dal predecessore, il nuovo segretario del Pd quando parla di un nuovo centro sinistra non vi include i grillini, che considera solo alleati possibili di una combinazione ruotante attorno al Pd, di cui Enrico Letta si è proposto esplicitamente di riportare un uomo, o una donna, a Palazzo Chigi. Per Conte o chiunque altro al suo posto, vista la confusione permanente nel movimento grillino in via di rifondazione, non vi sarebbe più spazio alla guida del governo nella concezione lettiana del centro sinistra,  espressa bene su Domani da quelle lenti sempre bianche del segretario pur multicolore del Pd.

            In questo sì che sarebbe “bipolare” il quadro politico immaginato da Ignazi, con i grillini sostanzialmente subalterni al centro sinistra o al centro destra, se volessero tornare ad allearsi con i leghisti di Salvini. Con i quali del resto essi hanno già accettato di ritrovarsi nel governo Draghi: e non solo con loro, perché Luigi Di Maio e amici siedono in Consiglio dei Ministri anche con i forzisti del tanto odiato Silvio Berlusconi, lo “psiconano” degli spettacoli del comico genovese sospesi per la pandemia ma forse destinati a riprendere nel “rischio ragionato” delle riaperture appena assunto dal nuovo presidente del Consiglio.

Nessuno tuttavia può scommettere più di tanto sulla disponibilità dei grillini, per quanto siano malmessi, ad accettare così rapidamente la loro fine, cominciando col rinunciare, per esempio, ad usare i numeri di cui pure dispongono ancora in Parlamento nella partita quirinalizia fra meno di un anno. Alla quale proprio Il Fatto, quasi per suonare l’allarme, ha oggi iscritto d’ufficio ben sei giocatori del Pd: Walter Veltroni, Paolo Gentiloni, Romano Prodi, Dario Franceschini, David Sassoli e Pier Ferdinando Casini.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Braccia aperte della magistratura alla campagna elettorale di Matteo Salvini

            Povero Letta. Parlo naturalmente di Enrico Letta, il segretario del Pd tornato recentemente da Parigi a Roma per assumere il compito ottimisticamente dichiarato di portare il suo partito alla vittoria elettorale nel 2023, salvo anticipo di un anno, con un nuovo centro sinistra collegato stabilmente -ha appena spiegato- con ciò che nascerà dalla rifondazione del Movimento 5 Stelle, affidata da Beppe Grillo all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Solo così -ha spiegato il nuovo segretario piddino- sarebbe possibile quanto meno tentare con qualche possibilità di successo di strappare la vittoria elettorale al centro destra, ma più in particolare a Matteo Salvini: l’orco di cui la sinistra ha bisogno di ingigantire l’aspetto truce perché essa -si sa- non sa vivere senza un nemico da demonizzare.

Ciò è nella storia quasi genetica della sinistra, per quanto contraddetta dall’abitudine che essa ha poi preso di rivalutare e persino allearsi col nemico che dovesse ugualmente uscire vittorioso dallo scontro. Ricordo, come esempio, ciò che di bene l’ancòra Pci, prima di sciogliersi in altri nomi e simboli, riuscì a dire di Alcide De Gasperi dopo che Palmiro Togliatti nel 1948 si era proposto di cacciarlo dal governo “a calci in culo”, letteralmente. Alla rivalutazione -giusta, per carità- di De Gasperi è seguita ai tempi d’oggi, quella un po’ meno giusta, diciamo così, di Beppe Grillo e derivati, tutti operosi nel mercato politico italiano.

Povero Enrico Letta, dicevo. L’ex esule partendo da Parigi non aveva fatto i conti con la magistratura italiana. Che forse senza neppure volerlo -cosa che aggrava la situazione anziché alleggerirla- ha appena deciso a Palermo di regalare a Matteo Salvini la campagna elettorale e la vittoria con quel processo per sequestro di persona nel 2019 sulla nave Open Arms e rifiuto di atti d’ufficio che si aprirà il 15 settembre. Per le abitudini e i tempi della giustizia in Italia esso durerà tutto il tempo necessario, fra i tre gradi di giudizio, a coprire la campagna elettorale di Salvini sia nella versione breve, in caso di elezioni anticipate l’anno prossimo, sia nella versione lunga o ordinaria, nel 2023.

Senza neppure scomodare il pur significativo e vantaggioso, per Salvini, pronunciamento del tribunale di Catania su analoga vicenda della nave Gregoretti, dove la stessa accusa ha riconosciuto che non ci fu sequestro alcuno ma solo un rinvio dello sbarco per motivazioni politiche non sindacabili in sede giudiziaria, basta solo il tipo di reato, appunto, contestato all’allora ministro dell’Interno per la vicenda della Open Arms per immaginare lo “sconcerto” dell’opinione pubblica. Così lo ha appena definito Luigi Manconi, che è un ex parlamentare della sinistra non certamente sospettabile di indulgenza per i veri sequestratori di persone: lui che, fra l’altro, viene da una terra, la Sardegna, dove rapimenti e sequestri furono purtroppo di casa per un bel po’ di tempo.

Open Arms- lo ricordo agli sprovveduti- significa Braccia Aperte. Sono quelle che la magistratura e prolunghe hanno offerto a Salvini, lanciandolo su un’autostrada quale a questo punto è diventata la sua  campagna elettorale. Infatti l’uomo è felice come una Pasqua: quella in assoluto, non l’edizione appena trascorsa, il 4 aprile, fra le limitazioni e le paure imposte dalla pandemia.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Mario Draghi a “rischio ragionato” dal 26 aprile. In bocca al lupo…

            Mario Draghi ha dunque deciso di correre quello che ha definito il “rischio ragionato” di una data -il 26 aprile- da offrire in pasto alla speranza degli italiani per la “riapertura del Paese”, come gli ha attribuito enfaticamente la Stampa con un titolo su tutta la prima pagina, o per una “boccata d’aria”, come più prudentemente ha titolato Avvenire, il giornale dei vescovi. O per scatenare, suo malgrado, la fantasia dei nostalgici del suo predecessore a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, e farli scommettere su un fatale errore di calcolo per cercare di inchiodare il governo già il 27 aprile alla vignetta nella quale Stefano Rolli, sulla prima pagina del Secolo XIX, fa chiedere “Ora cosa mi invento?” a  Matteo Salvini. Che è considerato  il responsabile del coraggio datosi dal presidente del Consiglio sventolando la “bandiera gialla” messagli metaforicamente in mano dai giornali del gruppo Riffeser Monti.

            C’è solo l’imbarazzo di scegliere fra le varie rappresentazioni e interpretazioni dell’annuncio di Draghi. In nessuna delle quali -temo- si sarà riconosciuto questa mattina il presidente del Consiglio. Che a sua difesa non ha neppure il vizio o la virtù, come preferite, di un ormai lontano suo predecessore a Palazzo Chigi: Giovanni Leone. Il quale si riempiva tasche e taschini di amuleti scaramantici e, ciò nonostante, all’occorrenza si lasciava tentare dalle corna digitali, intese naturalmente non nel senso elettronico ma di mani protese a respingere o restituire -come lui diceva- il malocchio sempre in agguato. Draghi non mi sembra il tipo di ricorrere a questi mezzi.

            Eppure gliene hanno scritte e attribuite di tutti i colori in questa sortita vagamente ottimistica: persino di avere voluto sottrarre così agli “artigli” di Salvini il ministro della Salute Roberto Speranza troppo rigorista nel contrasto alla pandemia, come ha titolato Il Tempo”, o -al contrario- di segnare contro di lui “la rete decisiva”, come ha sospettato il Corriere della Sera immaginando una partita di “calcetto” con la partecipazione del presidente del Consiglio in funzione di attaccante contro la porta del suo ministro. Non parliamo poi del solito Fatto Quotidiano, che ha improvvisato non un campo di calcetto ma un ring col ministro leghista Giancarlo Giorgetti deciso a trattenere sul tappeto il collega di governo Speranza fra gli applausi o la soddisfazione, presumo, di Draghi in persona. “Duro scontro nella maggioranza: la Lega comanda, Speranza è isolato, il Pd tace e il M5S non ne può più”, racconta il giornale di Travaglio ai suoi lettori omettendo tuttavia di informarli, a proposito degli umori e delle abitudini dei pentastellati, che lo stesso Beppe Grillo ha appena definito “psicopatici” i suoi fans, portavoce e simili. E questo giusto per incoraggiare il povero Conte, visto che adesso è libero da impegni di governo, ad accelerare la rifondazione del MoVimento lasciatogli ancora da vivo in eredità.

            In queste condizioni mi sembra che con “rischio” anch’esso “ragionato” ci sia solo da augurare le migliori fortune a Draghi e ai suoi ministri, compreso quello delle Infrastrutture Enrico Giovannini, che ha appena proceduto a nominare finalmente 29 commissari per sbloccare 57 cantieri, 83 miliardi di euro e centomila posti di lavoro. Con i tempi che corrono, non mi  sembrano pochi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Enrico Letta senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione

Non so se più per lo stato di grazia, diciamo così, in cui si trovava il mio amico Paolo Mieli in veste di gatto contro il topo, o per le difficoltà obbiettive in cui si trovava e si trova, in generale, Enrico Letta alla guida di un partito complesso come il Pd lasciatogli in eredità da Nicola Zingaretti, lo spettacolo che i due hanno dato nel salotto televisivo di Corrado Formigli, su la 7, è stato succulento. E per niente scorretto, perché Mieli ad un certo punto, con l’esperienza che ha sulle spalle di direttore di giornali, e che giornali, dalla Stampa al Corriere della Sera, ha lealmente avvertito il suo interlocutore della posta in gioco. Che era quella di qualche titolo imbarazzante per la funzione che il segretario del Pd si è data, volente o nolente, di acrobata, o di uno costretto a correre senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione. Le temperature infatti sono tornate a salire, fortunatamente a scapito di quella carogna che continua ad essere il covid.

            “Letta contro Draghi”, ha suggerito lo stesso Mieli ai colleghi di redazione in orario di chiusura dopo averli messi l’uno contro l’altro, per esempio, sul presidente turco Erdogan. Che il presidente del Consiglio, con una zampata apparsa a torto involontaria, essendo stata  voluta nella congiuntura appena apertasi con un suo viaggio sull’altra sponda del Mediterraneo, ha definito “dittatore” e il segretario del Pd soltanto “autarca”, riconoscendogli l’origine formalmente democratica del suo potere per l’esistenza di un Parlamento eletto. Mentre Draghi -aveva peraltro appena risposto Erdogan dandogli del “maleducato”- non è stato eletto. Ma -aggiungerei- quando viene fiduciato da un Parlamento eletto il presidente del Consiglio diventa indirettamente eletto pure lui, a meno che non si voglia sostenere che le nostre Camere siano ormai abusive, come d’altronde sostengono quelli che ne reclamano lo scioglimento anticipato un giorno sì e l’altro pure, durante e dopo la crisi di turno.

            Vedo peraltro che anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex capo politico dei grillini e non so a cosa destinato nel suo movimento dopo la rifondazione che ne avrà fatto Giuseppe Conte, in una intervista al Corriere della Sera non ha voluto dare a Erdogan del dittatore rivendicando la diplomazia cui è tenuto per funzioni di governo. E così, volente o nolente, si è meritato anche lui, nei rapporti con Draghi, il titolo malizioso suggerito contro il segretario del Pd ai giornali in quel momento – ripeto- di chiusura, in tempo quindi per cadere in tentazione. Così ci capitava  quasi ogni sera negli ultimi anni del mandato presidenziale di Francesco Cossiga, che dopo cena giocava come picconatore con le sue esternazioni per niente improvvisate. C’era del sadico nella sua scelta degli orari contro i giornali, gli dissi una volta procurandomi non delle scuse, ma una bella risata di soddisfazione.

            Sempre su quella lastra immaginaria di ghiaccio, e senza pattini, Enrico Letta ha dovuto prendere posizione, nella piazza pulita di Formigli, anche sul complotto addirittura internazionale che dall’interno del suo Pd Goffredo Bettini ha ripetutamente visto e indicato dietro la fine dell’esperienza a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte.  Che non sarebbe caduto su spinta di Matteo Renzi, ma “fatto cadere” da Renzi su spinta, a sua volta, di chissà quali e quanti poteri forti italiani e stranieri, non esclusi evidentemente quelli che invitano il senatore di Scandicci  a fare a pagamento conferenze e interviste all’estero. Non a caso si è ormai guadagnato il soprannome di Matteo d’Arabia.

            Di fronte ai comprensibili tentativi di Letta di sottrarsi al gioco del gattone travestito da giornalista, storico e quant’altro, mi è quasi mancato il fiato quando il segretario del Pd è stato invitato a dire chiaramente se avesse condiviso o no la decisione del presidente della Repubblica di chiudere quasi d’autorità una crisi che si trascinava da troppo tempo chiamando al Quirinale Mario Draghi. Sì, ho  condiviso, ha dovuto ammettere Enrico Letta. E l’altro: pienamente condiviso? Sì, pienamente, ha dovuto rispondere la “vittima”. E così Bettini, Conte e tutti gli altri interessati cultori espliciti o impliciti del colpo di Stato di turno nel nostro Bel Paese sono stati serviti con la parola della personalità politica di cui avrebbero maggiore bisogno non tanto per sostenere la tesi golpista quanto per trarne prima o poi gli effetti politici riparatori nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio.

            Vedete come riesce ad essere persino divertente la politica italiana? Purtroppo però fuori contesto, perché quest’ultimo non è affatto divertente, continuando tutti a vivere nelle emergenze -sanitaria, sociale ed economica- che hanno portato Draghi a Palazzo Chigi, e il generale Francesco Paolo Figliuolo nei dintorni, avvolto in quella tuta mimetica che indossa forse anche a letto e ha contribuito a far perdere la testa a qualche giallista, in pantaloni o gonna che sia.

Pubblicato sul Dubbio

Il Covid fregato da D’Alema, prima ancora che dal generale Figliuolo…

Non se l’abbia a male il generale Figliuolo né in abito civile, se mai ne indossa uno, né in alta uniforme, con quei 27 nastrini che un cronista gli ha contato addosso facendo rimediare un buco a tutti i colleghi distratti dalle medaglie, nè in quella tenuta mimetica che  lui mi sembra preferire negli spostamenti da commissario straordinario alla pandemia, e secondo me lo fa più goffo che marziale, procurandogli buona parte delle cattiverie che si scrivono o si dipingono a suo carico.  Non se l’abbia a male, ripeto, il generale Figliuolo ma, più ancora di lui, la certezza che questo maledetto Covid, una volta tanto con la maiuscola, non è invincibile e che farà la fine che merita me l’ha data un’esclusiva dell’informatissimo Tommaso Labate sul Corriere della Sera oggi. Al quale Massimo D’Alema ha confermato di essere risultato positivo a un controllo e di essere guarito a suo modo, cioè sbrigativamente.

            “Sì. Sono stato fortunato -ha raccontato l’ex presidente del Consiglio cercando lodevolmente di non attribuirsene il merito ma di lasciarlo tutto al caso o, come vedremo, alla dabbenaggine del mostro- perché ho avuto una carica virale molto bassa. Sono rimasto in isolamento, mi sono curato con gli anti-infiammatori e dopo due settimane sono risultato negativo”. Mica come quel giovane veterano del Parlamento che è Pier Ferdinando Casini, costretto a ricoverarsi all’ospedale Spallanzani senza perdere neppure un etto di peso e uscendone in tempo per non perdersi un salotto televisivo -dico uno- in cui raccontare della sua gloriosa guarigione. Che -ci scommetto una pizza con chiunque voglia sfidarmi- non gli impedirà l’anno prossimo di entrare in un modo o nell’altro, anche di striscio, nelle cronache dell’ennesima edizione della corsa al Quirinale.

            D’Alema, che a quelle cronache -scommetto anche su questo- non si affaccerà neppure di straforo, ha anche raccontato di avere fatto “la prenotazione” del vaccino per la settimana prossima senza cercare di scavalcare nessuno, seguendo “le indicazioni destinate alla mia fascia d’età dalla regione Lazio, che tra l’altro -ha aggiunto, tanto per non perdere l’abitudine di dare i punti o le pagelle- si sta muovendo molto bene”. E ha dato il buon esempio assicurando che si farà iniettare qualunque fiala, di qualunque marca, gli capiterà di ricevere. Rimarrà così ben lontano anche   da quei ventilatori cinesi un po’ farlocchi  -sembra- che lui ha contribuito a fare arrivare in Italia trovando, grazie alle sue “buone relazioni internazionali”, l’associazione giusta per pagare tutto all’ordine, e non alla ricezione. Così sono stati praticamente anticipati i soldi al “governo italiano”, obbligato a pagare solo alla consegna. E’ inutile dunque  la curiosità attribuita da qualche giornale ai magistrati che vorrebbero sentirlo.

            Questo Covid, di nuovo con la maiuscola, dei miei stivali ha tentato -pensate un po’- di aggredire anche uno come D’Alema, che ha messo k.o. tutti quelli che hanno cercato di rottamarlo: a cominciare da Matteo Renzi. Cui in fondo -viste le dimensioni della sua ultima creatura politica e le sconfitte che l’hanno preceduta, dal referendum costituzionale del 2016 alle elezioni politiche del 2018- la guerra a D’Alema ha portato più sfiga che altro.

Ripreso da www,startmag.it e http://www.policymakermag.it

Bettini fa rima con Pasolini parlando di complotto contro Conte

Ogni tanto Goffredo Bettini mostra di avere capito di averla sparata grossa gridando al complotto contro Giuseppe Conte, non caduto -ha detto- ma fatto cadere da interessi più forti di lui, e a dispetto delle sue virtù salvifiche che i complottisti, appunto, non avrebbero voluto dargli il tempo di dimostrare pienamente. Per cui, poveretto, ora da nuovo Moro capace di scomporre e ricomporre equilibri malmessi egli è stato ridimensionato a un sostanziale vice di Beppe Grillo alle prese con la rifondazione di un movimento destinata, occhio e croce, al fallimento di tutte le altre rifondazioni politiche tentate in anni più o meno recenti, a cominciare da quella -ricordate?- del partito comunista.

            Ma ogni volta che Bettini cerca di correggersi finisce per ripetere le stesse cose in modo peggiore, più pasticciato e meno credibile. Eccovene l’ultima prova, che pure sembrava promettente per il riconoscimento, finalmente, di qualche fesseria politica effettivamente commessa da Conte almeno negli ultimi mesi del suo secondo governo: “C’erano degli interessi perché la campagna è stata sproporzionata agli errori e non mi pare che questo voglia dire che c’è stato un complotto”. Ah no? “Non esiste il complotto”, ha insistito l’oracolo spiegando però: “Renzi ha fatto cadere il governo Conte 2 ma credo che, al di là di Renzi, ci sia stato qualcosa di più grande che si è mosso”. Ma allora ci risiamo…col complotto.

            Eh, sì, ci risiamo perché sentite il proseguimento del discorso, misto di riconoscimento dei propri limiti investigativi e di imitazione della buonanima di Pier Paolo Pasolini: “Non sono uno 007, non sta alla politica portare prove. Do un’opinione e una lettura politica”.

            Sentite, anzi rileggete con me ciò che il 14 novembre 1974 Pasolini scrisse sul Corriere della Sera diretto da Piero Ottone a proposito non di colpi di Stato e stragi: “Io so ma non ho le prove, non ho nemmeno indizi. Io so perché sono intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa, o si tace, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero”.

            Non fece in tempo, Pasolini, se mai ne avesse avuto i titoli, a partecipare ad un concorso per magistrati. Lo avrebbe vinto di sicuro, visti anche certi pubblici ministeri e giudici in circolazione, fra i quali -grazie a Dio- ogni tanto c’è qualcuno che mostra di ravvedersi, com’è appena accaduto -per giunta sul Fatto Quotidiano- a Henry John Voodcock  in polemica con Gian Carlo Caselli. 

            Per fortuna, all’età che ha, e col solo diploma di maturità scientifica che ha avuto il tempo e la voglia di prendere, possiamo risparmiarci l’approdo di Bettini dalla politica alla magistratura.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quegli equilibri politici inutilmente difesi a spese di Aldo Moro

Guido Bodrato è l’unico superstite dello Stato Maggiore democristiano che partecipò alla gestione del drammatico sequestro di Aldo Moro. Le risposte che lui ha fornito a Walter Veltroni in una lunga intervista al Corriere della Sera su quel passaggio sotto molti aspetti ancora oscuro della storia repubblicana, e non solo per le reticenze degli assassini, meritano perciò grandissima attenzione.

            E’ toccante il ricordo che Bodrato ha fatto dell’ultima, onestissima lettera scritta dall’ormai ex segretario della Dc Benigno Zaccagnini alla moglie Anna nel 1989 dall’ospedale in cui si stava avvicinando alla morte: “Tra poco incontro Aldo per abbracciarlo…Mi sono chiesto tante volta se potevo fare qualcosa di più….Qualcosa di onesto….Se Aldo fosse stato con noi avremmo trovato una strada che io non ho trovato”.

            Ma Moro, pur prigioniero dei suoi carnefici, onorevole Bodrato, non vi lasciò soli. Vi scrisse lettere che, per quanto da molti liquidate come estorte dai carcerieri, riflettevano limpidamente il suo modo di pensare, e anche di fare politica. Vi aveva chiesto, fra l’altro, di convocare gli organi collegiali del partito, a partire dal Consiglio Nazionale che, certamente, lui non avrebbe potuto presiedere, ma che poteva pur discutere in sua assenza anche delle sue lettere, senza con questo diventare uno strumento delle brigate rosse.

Rapito il 16 marzo, Moro riuscì  poi a sapere della convocazione della direzione del partito solo per il 9 maggio. E le brigate rosse non le diedero neppure il tempo di discutere perché si era ormai fatto troppo tardi per le loro esigenze e i loro contrasti interni, essendo a quel punto diventato Moro anche per loro più utile da morto che da vivo, come per alcuni suoi avversari,  esterni  e forse anche interni, volenti o nolenti, alla Dc.

So bene, onorevole Bodrato, che queste sono parole dure da leggere, oltre che da scrivere, ma Lei sa che sono anche vere. E ne trovo un riscontro anche in questo passaggio dell’intervista a Veltroni in cui si parla della “filosofia molto particolare di Andreotti”. Il quale, ritenendo che “in fondo siamo tutti peccatori, non era un personaggio votato all’intransigenza, e aveva un’idea del potere che coincideva con la sua celebre definizione: il potere logora chi non ce l’ha”. E ha ragione, onorevole Bodrato, ad aggiungere che “una delle principali ragioni che ha incrinato la credibilità della Democrazia Cristiana”, oltre all’infortunio del referendum sul divorzio nel 1974, “è stata proprio quella di affidare al potere il compito di riprodurre se stesso”. Eppure Andreotti fu in quel passaggio di una intransigenza assoluta, per quanto sicuramente dolorosa.

In parole povere, onorevole Bodrato, la vita di Moro valeva bene, secondo me, anche una crisi di governo: una crisi peraltro che si era appena composta solo formalmente, perché in realtà era rimasta irrisolta a tal punto, come Lei stesso ha giustamente ricordato, che senza il sequestro di Moro quel 16 marzo il Pci di Berlinguer sarebbe tornato a riservare al governo la vecchia astensione, e non la fiducia faticosamente concordata con lunghe trattative sul programma.

Ho ricordi diversi da quelli pur importanti, per carità, di Bodrato sulle ragioni della insoddisfazione dei comunisti. Che non mi risultava motivata dall’assenza nella lista portata alla fine da Andreotti al Quirinale, dopo un incontro alla Camilluccia con i vertici del partito, di “alcuni ministri indicati dagli indipendenti di sinistra per rendere esplicito -ha detto Bodrato- che dal governo delle astensioni si faceva un passo verso una presenza più significativa delle sinistra”: cosa sulla quale “una parte della Dc non era d’accordo”, per cui “la crisi restò aperta”.

L’ipotesi dei ministri scelti fra gli “indipendenti di sinistra” eletti nelle liste del Pci era stata già rimossa dalle trattative proprio da Moro, in difformità dalla disponibilità di Zaccagnini e Andreotti a parlarne. La lista di governo sorprese, a dir poco, il Pci di Berlinguer rispingendolo verso l’astensione perché conteneva la conferma di due ministri democristiani di cui i comunisti avevano chiesto l’esclusione. Essi erano Carlo Donat-Cattin e Antonio Bisaglia, in difesa dei quali Moro alla Camilluccia disse con fermezza che la Dc non poteva fare selezionare i suoi dirigenti da un altro partito, fosse pure il Pci.

Ricordo tutto questo non per puntiglio polemico ma solo per sottolineare la profondità di quella crisi per niente risolta. E che chissà in quale direzione avrebbe portato la politica italiana, come ha riconosciuto lo stesso Bodrato, se il dissenso del Pci non fosse rientrato per l’emergenza intervenuta col sequestro di Moro. Torno a chiedermi: valeva la pena sacrificare una vita -e per giunta             quella di Moro- in difesa di un equilibrio politico già così compromesso?

D’altronde, la cosiddetta “linea della fermezza”, che funzionò almeno come pretesto perché le brigate rosse potessero completare la strage cominciata in via Fani la mattina del 16 marzo, era stata contestata prima ancora che dal Psi di Bettino Craxi, all’interno della maggioranza, dal presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il quale convocò apposta al Quirinale il segretario della Dc Zaccagnini per comunicargli personalmente il suo dissenso, come poi mi avrebbe raccontato anche nei dettagli in una intervista pubblicata sul Foglio nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro. E pagò- poveretto- con dimissioni praticamente impostegli, dopo la conclusione della tragedia, quell’iniziativa tradottasi poi in una grazia predisposta motu proprio per  Paola Besuschio, presente nella lista dei 13 “prigionieri” con cui i terroristi volevano scambiare l’ostaggio.

Non fece in tempo, Leone, a firmare quella grazia perché preceduto la mattina del 9 maggio dai brigatisti rossi, chissà come e da chi informati con tanta tempestività di quanto stesse accadendo a rischio della loro disumana unità interna.

I soliti indignati speciali, sotto le stelle, per i vitalizi di Formigoni e Del Turco

Divisi ormai su tutto, anche sul modo di continuare a vivere da separati in casa, per cui è ripreso il conto alla rovescia verso la scissione, mentre Giuseppe Conte studia e ristudia anche da avvocato le carte della rifondazione del movimento consegnatogli personalmente da Beppe Grillo, i pentastellati ritrovano la loro unità solo contro i vitalizi degli altri.

            Ora si sono mobilitati di nuovo gridando vergogna e quant’altro contro la decisione appena presa non da qualche passante ma all’unanimità da un organismo della giustizia interna del Senato, chiamato Commissione Contenziosa, per restituire il vitalizio all’ex presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni, cui era stato evidentemente sospeso in modo arbitrario.

            Ma ancor più che contro i settemila euro mensili restituiti a Formigoni con gli arretrati, i grillini di ogni tendenza, anima e quant’altro si sono levati contro i cinquemila euro che a questo punto ha riacquistato il diritto di ricevere anche Ottaviano Del Turco, pure lui ex senatore ed ex presidente di regione. Ma che, rispetto a Formigoni, ha l’aggravante politica di essersi sempre sentito e dichiarato socialista, almeno sino a quando un bel po’ di malattie, fra cui l’Althzeimer, non ne hanno compromesso l’attendibilità. E socialista, si sa, per un certo tipo di politici e di pubblico significa ladro, corrotto e simili.

            Uniti nel solito fotomontaggio di prima pagina come ricercati sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano, con didascalie laterali, diciamo così, tradotte in soldoni dal casellario giudiziario, i due pensionati praticamente più pericolosi d’Italia sono stati liquidati anche come “il lombardo” e “l’abruzzese” di origini evidentemente controllate e forse anche biasimevoli.

            L’argomento giuridico opposto alle proteste dal presidente della Commissione senatoriale, disgraziatamente forzista, meritevole quindi anche lui di biasimo pregiudiziale, è stato ignorato dai grillini per la loro ormai provata incompatibilità, ignoranza e quant’altro in materia di norme di legge, comprese quelle ch’essi stessi hanno approvato, voluto e quant’altro. E’ il caso della norma che nella legge istitutiva del cosiddetto reddito di cittadinanza -quello che doveva abolire la povertà in Italia, secondo l’annuncio di Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi affacciato su Piazza Colonna- consente di intervenire sul trattamento pensionistico solo dei condannati in via definitiva per reati di terrorismo e di mafia, di cui Formigoni e Del Turco non sono stati ancora neppure accusati. Ed anche per gli altri condannati, come appunto i due “ricercati” dal Fatto Quotidiano, non si può intervenire se non sono latitanti o evasi: condizioni in cui non si trovano né l’uno né l’altro dei mostri di giornata.

            Qui la “vergogna”, per ripetere il grido di sdegno della vice presidente grillina del Senato Paola Taverna, è solo di chi non conosce la legge o non vuole applicarla: una vergogna pari solo a quella dell’ex accusatore di Del Turco, imprenditore privato della sanità abruzzese, appena condannato in via definitiva  per truffa alla regione, e confiscato di beni per più di trenta milioni di euro.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑