Enrico Letta senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione

Non so se più per lo stato di grazia, diciamo così, in cui si trovava il mio amico Paolo Mieli in veste di gatto contro il topo, o per le difficoltà obbiettive in cui si trovava e si trova, in generale, Enrico Letta alla guida di un partito complesso come il Pd lasciatogli in eredità da Nicola Zingaretti, lo spettacolo che i due hanno dato nel salotto televisivo di Corrado Formigli, su la 7, è stato succulento. E per niente scorretto, perché Mieli ad un certo punto, con l’esperienza che ha sulle spalle di direttore di giornali, e che giornali, dalla Stampa al Corriere della Sera, ha lealmente avvertito il suo interlocutore della posta in gioco. Che era quella di qualche titolo imbarazzante per la funzione che il segretario del Pd si è data, volente o nolente, di acrobata, o di uno costretto a correre senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione. Le temperature infatti sono tornate a salire, fortunatamente a scapito di quella carogna che continua ad essere il covid.

            “Letta contro Draghi”, ha suggerito lo stesso Mieli ai colleghi di redazione in orario di chiusura dopo averli messi l’uno contro l’altro, per esempio, sul presidente turco Erdogan. Che il presidente del Consiglio, con una zampata apparsa a torto involontaria, essendo stata  voluta nella congiuntura appena apertasi con un suo viaggio sull’altra sponda del Mediterraneo, ha definito “dittatore” e il segretario del Pd soltanto “autarca”, riconoscendogli l’origine formalmente democratica del suo potere per l’esistenza di un Parlamento eletto. Mentre Draghi -aveva peraltro appena risposto Erdogan dandogli del “maleducato”- non è stato eletto. Ma -aggiungerei- quando viene fiduciato da un Parlamento eletto il presidente del Consiglio diventa indirettamente eletto pure lui, a meno che non si voglia sostenere che le nostre Camere siano ormai abusive, come d’altronde sostengono quelli che ne reclamano lo scioglimento anticipato un giorno sì e l’altro pure, durante e dopo la crisi di turno.

            Vedo peraltro che anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex capo politico dei grillini e non so a cosa destinato nel suo movimento dopo la rifondazione che ne avrà fatto Giuseppe Conte, in una intervista al Corriere della Sera non ha voluto dare a Erdogan del dittatore rivendicando la diplomazia cui è tenuto per funzioni di governo. E così, volente o nolente, si è meritato anche lui, nei rapporti con Draghi, il titolo malizioso suggerito contro il segretario del Pd ai giornali in quel momento – ripeto- di chiusura, in tempo quindi per cadere in tentazione. Così ci capitava  quasi ogni sera negli ultimi anni del mandato presidenziale di Francesco Cossiga, che dopo cena giocava come picconatore con le sue esternazioni per niente improvvisate. C’era del sadico nella sua scelta degli orari contro i giornali, gli dissi una volta procurandomi non delle scuse, ma una bella risata di soddisfazione.

            Sempre su quella lastra immaginaria di ghiaccio, e senza pattini, Enrico Letta ha dovuto prendere posizione, nella piazza pulita di Formigli, anche sul complotto addirittura internazionale che dall’interno del suo Pd Goffredo Bettini ha ripetutamente visto e indicato dietro la fine dell’esperienza a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte.  Che non sarebbe caduto su spinta di Matteo Renzi, ma “fatto cadere” da Renzi su spinta, a sua volta, di chissà quali e quanti poteri forti italiani e stranieri, non esclusi evidentemente quelli che invitano il senatore di Scandicci  a fare a pagamento conferenze e interviste all’estero. Non a caso si è ormai guadagnato il soprannome di Matteo d’Arabia.

            Di fronte ai comprensibili tentativi di Letta di sottrarsi al gioco del gattone travestito da giornalista, storico e quant’altro, mi è quasi mancato il fiato quando il segretario del Pd è stato invitato a dire chiaramente se avesse condiviso o no la decisione del presidente della Repubblica di chiudere quasi d’autorità una crisi che si trascinava da troppo tempo chiamando al Quirinale Mario Draghi. Sì, ho  condiviso, ha dovuto ammettere Enrico Letta. E l’altro: pienamente condiviso? Sì, pienamente, ha dovuto rispondere la “vittima”. E così Bettini, Conte e tutti gli altri interessati cultori espliciti o impliciti del colpo di Stato di turno nel nostro Bel Paese sono stati serviti con la parola della personalità politica di cui avrebbero maggiore bisogno non tanto per sostenere la tesi golpista quanto per trarne prima o poi gli effetti politici riparatori nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio.

            Vedete come riesce ad essere persino divertente la politica italiana? Purtroppo però fuori contesto, perché quest’ultimo non è affatto divertente, continuando tutti a vivere nelle emergenze -sanitaria, sociale ed economica- che hanno portato Draghi a Palazzo Chigi, e il generale Francesco Paolo Figliuolo nei dintorni, avvolto in quella tuta mimetica che indossa forse anche a letto e ha contribuito a far perdere la testa a qualche giallista, in pantaloni o gonna che sia.

Pubblicato sul Dubbio

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