L’informazione ha qualche problema di rapporto con la politica e i lettori

            Uno legge non il solito Fatto Quotidiano, secondo il quale al governo “stanno impazzendo” per contrasti, confusione e quant’altro, ma la più compassata Repubblica della nuova proprietà torinese con l’annuncio, sempre su tutta la prima pagina, di un Draghi che “chiede lealtà a Salvini”, e pensa a chissà quale crisi scongiurata all’ultimo momento. O ancora a rischio di esplosione, nonostante l’approvazione parlamentare del piano di ripresa, avvenuta peraltro al Senato con l’astensione e neppure il voto contrario della destra di Giorgia Meloni, pur critica nel dibattito.

Insospettito o allarmato, come preferite, il lettore cerca nelle cronache della stessa Repubblica il racconto di questo Draghi nervoso con Salvini, a dir poco, e non trova nulla, proprio nulla, neppure dieci parole virgolettate, o ancora meno, che possano documentare, diciamo così, la notizia sparata nel titolo. Trova solo l’imbarazzo di un Draghi che più volte nella sua replica a Palazzo Madama ha scambiato i senatori per deputati, scusandosene prontamente, non so se più con i senatori o con i deputati. E fra i senatori, particolarmente quelli della maggioranza, il presidente del Consiglio ha avuto la possibilità di sentirsi ringraziare da entrambi i Mattei accomunati in una rappresentazione movimentista -Renzi e Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico- per la restituita “autorevolezza” all’Italia. Da Salvini poi -come se non dovesse o potesse bastare la presenza fisica, a stretto contatto di gomito ai loro posti dello stesso Draghi e del ministro leghista dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti- è arrivato anche questo testuale annuncio, per quanto potrà essere risultato sgradito ad altri nella stessa maggioranza: “Non ci muoveremo dal governo”.

            Ma cos’è allora accaduto, magari dietro le quinte, più da retroscena che da scena, per indurre anche quelli del manifesto a titolare su un Salvini che “spacca il governo” pur continuando a tenervi i suoi bravi ministri e sottosegretari e a garantire che non ha nessuna intenzione di ordinare loro di dimettersi? E’ accaduto solo -pensate un po’ quanto gravemente, inaspettatamente, clamorosamente ed altro ancora- che la maggioranza ha concordato un ordine del giorno che impegna il governo, come aveva già annunciato peraltro il presidente del Consiglio, di riesaminare nell’ormai imminente mese di maggio il problema degli orari del cosiddetto coprifuoco, valutando i dati dell’andamento della pandemia.

            In coerenza con questo ordine del giorno, che certamente non esclude di accorciare il coprifuoco, i leghisti e i forzisti si sono astenuti su un ordine del giorno della destra meloniana, contribuendo quindi a farlo bocciare, non approvare, che voleva anticipare, anzi saltare la verifica di maggio e cambiare subito gli orari del tutti a casa. Mi chiedo dove sia lo scandalo, la gravità, lo sconquasso che possa spiegare o giustificare l’allarme di quei titoli su Draghi fuori dalla grazia di Dio, del tutti “impazziti” o in via di impazzimento e della spaccatura irrimediabile, per niente stuccata per cercare di nasconderla.

            Se questo è lo stato dell’informazione in Italia, speculare solo ai giochi o alle trame politiche per fare da sponda a questa o a quella parte che si riposiziona continuamente e cerca di smarcare le altre, i giornali sono messi francamente male: peggio della politica e degli attori che cercano di scimmiottare, più che raccontare.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it   

Franceschini sbotta contro Enrico Letta in difesa di Mario Draghi

            Nel giorno in cui Mario Draghi ottiene dalle Camere quella che il manifesto non ha esagerato a definire “una delega in bianco” sul piano della ripresa, di cui egli si è fatto personalmente garante con l’Unione Europea grazie al prestigio di cui gode a livello internazionale, non è casuale che dall’interno del Pd si sia levata una voce di richiamo alla realtà che ha investito anche il nuovo segretario del partito Enrico Letta. Alle cui recenti e insistite spinte a Matteo Salvini ad essere coerente con le sue contestazioni delle misure antipandemiche passando all’opposizione con Giorgia Meloni, il ministro Franceschini ha preferito tutt’altro auspicio. “Questo -ha detto al Corriere della Sera- è un governo di avversari per l’emergenza….di avversari che devono collaborare….Io sono convinto che non ci vorrebbe molto a mantenere da parte di tutti un atteggiamento costruttivo nell’interesse del Paese”.

            “Da parte di tutti” significa naturalmente anche Salvini, ma pure Enrico Letta, se non soprattutto lui, vista la funzione d’ariete che l’ex esule ha preferito assumere negli ultimi giorni contribuendo ad esasperare, quanto meno, quello scontro a dir poco spropositato su un’ora in più o in meno del coprifuoco. Che peraltro il segretario del Pd ha incautamente contribuito  a tradurre in un vantaggio politico del leader leghista per ammissione anche di altri avversari dell’”Infilitrato” Salvini.

            Entrambi di provenienza democristiana, ma con Franceschini più allenato nel gioco delle correnti e, più in generale, nelle manovre interne di partito per consolidare gli equilibri esistenti o per crearne di nuovi all’occorenza, secondo le circostanze e le convenienze, i due leader del Pd non potevano dare rappresentazione più plastica delle tensioni politiche che investendo il partito pur più solido della maggioranza, sia rispetto ai grillini ormai allo sbando sia rispetto ai leghisti divisi -diciamolo pure- fra il ministro Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, l’uno dentro e l’altro fuori dal governo, sono il pericolo più insidioso dal quale si deve guardare ora il presidente del Consiglio. Che parla a suocera perché nuora intenda quando dice, come ha fatto in Parlamento, che questa del piano della ripresa con più di duecento miliardi di euro a disposizione è l’occasione che il Paese semplicemente non può perdere. E sulla quale lui personalmente ha scommesso avendo in fondo più stima dei connazionali di quanta essi non mostrino di meritare con certi atteggiamenti.

            In questo quadro ha un po’ del patetico anche il tono esasperato dell’opposizione della destra di Giorgia Meloni. Che si trova senza neppure accorgersene a competere curiosamente col Fatto Quotidiano sul se e come Draghi possa essere considerato diverso dal suo immediato predecessore. Alla Meloni sarà piaciuto il fotomontaggio del Fatto in cui oggi Draghi e Conte finiscono per avere lo stesso volto deformato.

Conte fra il buon pastore e il cane del gregge di Beppe Grillo

Chissà se sono fischiate le orecchie a Giuseppe Conte domenica scorsa, che è stata una doppia festa: civile per i 76 anni trascorsi dalla Liberazione, quella con la maiuscola dal nazifascismo, e religiosa per la figura del Buon Pastore evocata nel Vangelo secondo Giovanni con le parole di Gesù, che conosce le sue pecore e ne è riconosciuto.

            Più il sacerdote parlava di questo Vangelo della quarta domenica di Pasqua e più io pensavo, al limite della blasfemia, all’ex presidente del Consiglio Conte, appunto, a causa di ciò che avevo letto il giorno prima sul Corriere della Sera in una intervista di Romano Prodi. Che parlando del “magma di stato nascente” del Movimento 5 Stelle e della “implosione” secondo lui mancata perché ne sarebbe uscita solo “una minoranza estremista”, si era consolato sapendo ormai la maggioranza dei grillini affidata in buone mani per trovare finalmente “una coerenza e un equilibrio interni”.  

            “Con Conte?”, gli aveva chiesto Massimo Franco, non so se con più scetticismo o curiosità. E Prodi a sua volta: “E chi altro? Il cane pastore dei Cinque Stelle è lui”.

            Da fedele migliore o meno tentato di me dalla blasfemia, Prodi dunque non aveva scomodato Gesù e aveva paragonato Conte solo al “cane pastore” e suoi simili. Che -aveva spiegato il professore emiliano- “girano, vanno da una pecora, poi dall’altra. Ne mordono qualcuna riluttante al garetto per portarla dove c’è l’erba verde”.  Io invece ho avuto più riguardi di Prodi verso Conte e, piuttosto che paragonarlo a un cane, l’ho immaginato all’altezza di almeno un buon pastore al minuscolo, comunque diverso dal “mercenario” ricordato da Gesù nel Vangelo come quello che “non è pastore, al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, le abbandona e fugge”, per cui “il lupo le rapisce e le disperde”. Il cane lupo indicato da Prodi è invece solo l’animale del Buon Pastore, al maiuscolo, che lo aiuta a governare le pecore.

            Insomma, a conti fatti, anche evangelici, pensando a lui durante la predica del sacerdote io sono stato con Conte  più carino del suo pur amico politico Prodi, per quanto lo avesse promosso ad affidabile interlocutore, anzi alleato del suo Pd: suo, cioè di Prodi, nonostante le brutte sorprese riservategli in passato, specie nella corsa del 2013 al Quirinale, boicottato con impietoso successo da cento e più “franchi tiratori”. Che si erano evidentemente rivoltati alla scelta di Prodi come candidato per acclamazione, dopo l’insuccesso  già spiacevole del presidente del partito Franco Marini.

            Prodi ne rimase tanto scioccato, al di là delle risatine opposte agli amici come per rassicurarli, facendo loro credere che in fondo non aveva davvero creduto di potercela fare, che ha tenuto nella già ricordata intervista al Corriere a tirarsi fuori dalla prossima edizione della corsa al Quirinale. Cui invece alcuni giornali lo hanno già iscritto d’ufficio con un bel po’ di colleghi di partito come Walter Veltroni, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Davide Sassoli ed Enrico Letta: neppure una donna, come vedete, per quanto lo stesso segretario abbia recentemente sventolato la bandiera della parità di genere per cambiare entrambi i capigruppo parlamentari.

            “Non ho l’età, come cantava Gigliola Cinquetti: nel senso però che ne ho troppa, quasi 82 anni”, ha motivato Prodi la sua rinuncia a correre aggiungendovi tuttavia un altro motivo ancora: “Sono stato un uomo di parte, e in fondo lo sono ancora”, come per giustificare generosamente i franchi tiratori di otto anni fa. Ma, per favore, non credetegli più di tanto, specie nel passaggio canoro dell’età, perché gli 82 anni sulle spalle non impedirono nel 1978 l’elezione di un presidente della Repubblica che è stato probabilmente il più popolare tra quelli succedutisi al Quirinale: Sandro Pertini. Anzi, l’età fu paradossalmente tra gli elementi a favore della sua candidatura, avanzata dopo quelle tentate o fallite del suo compagno di partito Giuliano Vassalli e del suo ex compagno Antonio Giolitti, approdato da tempo fra i comunisti senza guadagnarsi tuttavia il perdono della sua origine.

            Il democristiano Flaminio Piccoli si lasciò scappare un rassegnato consenso a Pertini proprio per i suoi 82 anni, che avrebbero potuto statisticamente renderne breve il mandato. Pertini invece volle e seppe condurre regolarmente a termine il suo incarico, in forma quasi come il primo giorno, anzi con la voglia o la disponibilità neppure tanto nascosta di raddoppiarlo alla scadenza, se solo glielo avessero proposto. Al Quirinale egli avrebbe forse trovato l’adrenalina necessaria alla seconda missione. Atro che morire nel 1990, a 94 anni.

Pubblicato sul Dubbio

Mario Draghi fra la mancata brava gente dell’altro ieri e di oggi

            Mario Draghi, che il 25 aprile 1945, data simbolica della liberazione dell’Italia dal nazifascismo arroccatosi al Nord, non era ancora nato ma avrebbe poi appreso dai familiari, dai libri, dai giornali e da quant’altro abbastanza per poter dire a ragione ieri, e in prima persona  generosamente al plurale, che “non fummo tutti brava gente”. Che non tutti seppero o vollero scegliere la parte giusta. Che forse peggiori di quelli che scelsero la parte sbagliata furono gli indifferenti.

            Ben detto, naturalmente. Ma nello stesso giorno di così onesta e rude rievocazione del passato al povero presidente del Consiglio -che purtroppo non potrà dolersene pubblicamente per ovvie ragioni di diplomazia politica, diciamo così- è capitato di sentire un esponente importante dell’ampissima maggioranza che lo sostiene spingere un altro partito ad uscirne, pur sapendo che ciò indebolirebbe il governo d’emergenza voluto dal capo dello Stato e regolarmente fiduciato dalle Camere. Neppure oggi, quindi, pur fatte le debite proporzioni, per carità, siamo tutti brava gente come comunità politica.

            Chi spinge per la crisi, almeno con le parole, è il segretario del Pd Enrico Letta, pur insediatosi di recente al posto che fu di Nicola Zingaretti riconoscendosi pienamente nel governo Draghi, che sembrava invece essere stato più subìto che gradito al predecessore. Il quale tanto poco si era occupato, o così male, della squadra dei ministri da imbarcarvi o lasciarvi da dimenticarsi del tutto delle donne. Che il successore ha poi compensato in qualche modo mandandole ai vertici di entrambi i gruppi parlamentari.

            La componente del governo che non piace al nuovo segretario del Pd, come al vecchio, è quella leghista agli ordini politici di Matteo Salvini. Che, secondo Enrico Letta, vorrebbe essere di lotta e di governo insieme, come se le altre componenti, compresa quella del Pd, per non parlare dei grillini in corso di rifondazione sismica -scusate l’ossimoro- e perciò in pieno caos, fossero di cristallo governativo, non preoccupate pure loro di proteggere gli interessi veri o presunti dei loro elettorati dagli effetti della pandemia virale.

            Ciò di cui Enrico Letta ha mostrato di mancare con la sua sortita, che ha in qualche modo sorpreso anche la conduttrice televisiva che lo intervistava, Lucia Annunziata, è il realismo. Che pure egli ha insegnato a Parigi nei sei anni e più di esilio assegnatosi dopo essere stato in malo modo allontanato da Palazzo Chigi da Matteo Renzi. Parlo del realismo, per esempio, col quale un supercritico di Salvini come Giuliano Ferrara, che lo chiama “l’Infiltrato”, gli ha onestamente riconosciuto proprio oggi sul suo Foglio, grazie proprio agli errori di Enrico Letta e simili, che non ha vinto ma stravinto la battaglia per intestarsi i meriti delle cosiddette aperture nella gestione della pandemia e scaricare sugli altri i demeriti delle perduranti chiusure, o delle aperture mal fatto e peggio amministrate.

            E’ proprio delle ultime ore lo scontro fra un sottosegretario grillino all’Interno e la ministra forzista dei rapporti con le regioni: il primo smanioso di vedere multati e denunciati da stasera quanti saranno sorpresi per strada alle ore 22 e un minuto, la seconda -sostenuta a Palazzo Chigi, se non ho capito male- disposta a lasciare ai reduci dalla cena il tempo per tornare a casa. E Salvini naturalmente gode politicamente: “l’irreversibile” Salvini, secondo il titolo viola del giornale Domani.

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Decisivo il “fattore Draghi” nel varo del piano per la ripresa fra i dubbi europei

Nel convulso finale della gestazione governativa del piano della ripresa, plasticamente rappresentato dai rinvii delle sedute del Consiglio dei Ministri cui anche Mario Draghi ha dovuto ricorrere scusandosene, c’è solo da decidere, o scegliere, dov’è la notizia di quella che il Corriere della Sera ha definito nel titolo di prima pagina la “prova di forza con l’Europa”. E’ nella “strigliata di Ursula” gridata dal Fatto Quotidiano, con relativo fotomontaggio della presidente della Commissione europea col dito sull’orologio al polso e un braccio sulla spalla di un mortificato presidente del Consiglio italiano? O è nel “rispetto” per il nostro Paese reclamato al telefono, con la stessa Ursula Von der Layen, da un Draghi in grado, diversamente dal suo predecessore Giuseppe Conte, di concludere la discussione su contenuti, tempi e modalità di attuazione del piano dicendo “Garantisco io”, senza sentirsi rispondere con una risata?

            Non so voi come la pensiate, ma a me sembra che la notizia sia la seconda, con buona pace di quanti ancora rimpiangono il precedente inquilino di Palazzo Chigi e si ostinano a negare l’evidenza di quello che chiamerei “il fattore Draghi”. Su cui non a torto ha scommesso il presidente della Repubblica, con un largo consenso del Parlamento, e dello stesso Conte espresso in piazza, fra Palazzo Chigi e la Camera, in un improvvisato monologo davanti alle telecamere, e i microfoni appoggiati su un banchetto.  

            Ora Conte, grazie a Dio, più ancora che a Matteo Renzi, messosi in competizione con tutti per attribuirsene il merito, è alle prese con altri problemi che penso più consoni al suo imprevisto esordio politico direttamente da presidente del Consiglio, tre anni fa. Sono i problemi dei grillini lasciatigli in eredità da Grillo in persona. Il quale adesso, preso com’è anche da problemi familiari, diciamo così, non avrebbe né la voglia, né il tempo di affrontare e risolvere, prigioniero anche del groviglio dei rapporti gestiti in passato con Casaleggio padre prima e con Casaleggio figlio poi. Il quale -se non ho capito bene leggendo le ultime cronache sotto le cinque stelle- reclama dopo il “divorzio” dal MoVimento una liquidazione di circa mezzo milione di euro, alla cui raccolta pare stia provvedendo nella sua veste di rifondatore, e non so cos’altro, lo stesso Conte.

            Poi dei grillini o di quel che ne rimarrà politicamente, fra piazze, Camere e urne, staremo tutti a vedere, col fiato più o meno sospeso, a cominciare -credo- dal nuovo segretario del Pd Enrico Letta. Ma tenendoci intanto ben stretto il già ricordato “fattore Draghi”, specie in questo giorno di festa della Liberazione in cui molti celebrano in anticipo di 24 ore anche un’altra liberazione, sia pure parziale e un po’ pasticciata- bisogna ammetterlo- dalle restrizioni pandemiche. Fra le quali c’è un coprifuoco rimasto ancora per un po’ sulla carta, per il suo inizio, alle ore 22 ma con la precisazione appena fornita dalla ministra forzista dei rapporti con le regioni, Mariastella Gelmini, che non sarà multato, e tanto meno denunciato, chi dopo quell’ora -e presumo almeno sino alle ore 23 reclamate inutilmente da Matteo Salvini- sarà colto in flagranza, diciamo così, di ritorno a casa.  

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Il destino da pecore profetizzato da Romano Prodi per i grillini con Conte

            Manca solo la cinematografica “polvere di stelle” all’elenco delle definizioni della crisi dei grillini dopo l’ultimo scontro fra l’associazione di Davide Casaleggio intitolata a Rousseau, che ha messo in cassa integrazione i dipendenti, e il vertice ormai anonimo del movimento maggiormente rappresentato in Parlamento dalle elezioni del 2018. Vi offro solo alcune delle parole o immagini offerte dai titoli e dalle cronache dei giornali: transizione, rottura, strappo, divorzio, distacco, bancarotta, addio, big bang, agonia, funerale. A pensarci bene, oltre alla polvere di stelle, manca anche il naufragio, ma solo per non fare confusione -credo- con quello vero e proprio appena scoperto al largo della Libia con più di cento morti e finito giustamente su tutte le prime pagine dei giornali fra le solite grida di dolore, proteste, polemiche e palleggi di responsabilità nella gestione di questa continua  tragedia di migranti.

            Come una sibilla ambrosiana, dai suoi uffici milanesi  Davide Casaleggio ha emesso frasi aperte a ogni tipo di interpretazione e scenario. “Noi siamo movimento”, ha detto omettendo l’articolo al sostantivo, per cui si può immaginare ma anche scartare la scissione. L’articolo invece compare in quest’altra fase:“Il movimento è dov’è chi ne rispetta i principi”, per cui si potrebbe addirittura pensare che il giovanotto consideri ormai abusivo tutto ciò che è fuori dalla sua associazione pur in crisi di sopravvivenza con quella foto di piazza sul blog delle stelle  e il riconoscimento scritto che “oggi siamo a terra” e la certezza, non speranza, che “ci rialzeremo”, si vedrà in che modo ed eventualmente in quanti movimenti, al plurale.

            Immagino lo sconcerto di Giuseppe Conte, forse costretto a rinviare ancora, spinto anche dagli sviluppi di alcune vertenze giudiziarie alle quali ne stanno sopraggiungendo altre, il debutto da “rifondatore” annunciato per il 29 aprile. E continuo a pensare che l’ex presidente del Consiglio sia sotto sotto tentato dalla rinuncia, trattenuto solo dal desiderio di fare un dispetto a quel rompiscatole di Matteo Renzi avventuratosi a prevederla, o consigliarla.

            L’unico incoraggiamento a Conte, per quanto relativo, è arrivato in una intervista al Corriere della Sera dall’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che temeva di peggio da quello che ha definito “il magma di stato nascente” del Movimento 5 Stelle, cioè la “implosione”. A me, in verità, essa sembra evidente ma non a Prodi, che probabilmente se ne intende di più con la sua pur sfortunata esperienza con i  movimenti che non hanno mai fatto durare i suoi governi più di 19 mesi: 17 il primo- fra il 1996 e il 1998-  e 19, appunto, il secondo dieci anni dopo

            Evidentemente convinto che Casaleggio non abbia munizioni per un suo eventuale progetto davvero scissionistico, Prodi sostiene che dal “magma” grillino sia “uscita solo una minoranza estremista” e che quelli rimasti “trovino una coerenza e un equilibro interni” grazie a quel “cane pastore dei Cinque Stelle” che sarebbe Conte. “Un po’ esitante”, gli ha fatto notare l’intervistatore. “Ma i cani pastore girano, vanno da una pecora, poi dall’altra”, ha risposto olimpicamente Prodi. Che ha insistito, sempre parlando dei cani pastore alle prese con le pecore: “Ne mordono qualcuna riluttante al garretto per portarla dove c’è l’erba verde. E poi, quelle riluttanti sono già andate via: per ora meno del previsto, in realtà”. Ma, appunto, “per ora”, caro il mio professore.

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La sottosegretaria che sorpassa Grillo richiamata dalla ministra Cartabia

            Non credo, o almeno mi auguro che non sia stata solo la mancanza del dovuto “riserbo su un caso giudiziario aperto” ad essere stata rimproverata dalla guardasigilli Marta Cartabia alla sottosegretaria grillina alla Giustizia Anna Macina. Che è intervenuta sulla vicenda, appunto, giudiziariamente aperta del figlio di Beppe Grillo con una intervista al Corriere della Sera per spingersi dove neppure il padre si era avventurato nel suo clamoroso video di attacco a “giornalisti o giudici” che avrebbero fatto del suo Ciro e dei tre amici indagati a Tempio Pausania degli “stupratori seriali”. E non solo dei “coglioni” divertitisi quasi due anni fa in Sardegna “col pisello” in libertà su due coetanee “consenzienti”. Una delle quali ci avrebbe poi ripensato presentando una denuncia col ritardo sospetto di otto giorni, pensate un po’, pur avendo peraltro a disposizione un anno, concessole da una legge del 2019 voluta anche dai grillini contro lo stupro e altre violenze sulle donne.

            Ciò che Grillo si era  risparmiato di gridare nel suo video lo ha aggiunto, sorpassandolo, la sottosegretaria nell’intervista di solidarietà umana e politica in cui ha attaccato l’avvocato difensore della giovane denunciante per il suo doppio, anzi triplo ruolo di legale della presunta vittima, di senatrice della Lega e di avvocato di Matteo Salvini nei processi evitati o in corso per sequestro di persone e altro come ministro dell’Interno nell’azione di contrasto all’immigrazione clandestina. Sarebbe stata lei -ha insinuato la sottosegretaria rimediando dall’interessata, Giulia Bongiorno, l’annuncia di una querela e da altri la richiesta di dimissioni o rimozione dalla carica di governo- a riferire a Salvini delle informazioni ancora riservate sulle indagini dei magistrati sardi per consentirgli di partecipare alle polemiche scatenate da Grillo col suo intervento in difesa del figlio.

            Per fare valutare dai lettori il comportamento, oltre che di Grillo padre, della moglie e del figlio fiero della difesa dei familiari, anche della sottosegretaria -ahimè- alla Giustizia e della Guardasigilli limitatasi sinora ad un richiamo, che è sempre meglio di niente, per carità, ma anche meno -a mio avviso- della opportunità o necessità, credo che bastino e avanzino i fatti nei termini appena adoperati. Che non mi sembrano francamente arbitrari, esagerati e quant’altro. Sono i fatti nella loro semplicità e durezza.  

           La motivazione ufficiale dell’intervento della Guardasigilli si è peraltro prestata ad una campagna subito aperta dal Fatto Quotidiano, e condivisa dal debenedettiano Domani, contro il doppio mandato di parlamentare e di avvocato. E’ una materia incandescente, a dir poco, che complica ulteriormente la vicenda Grillo nella doppia dimensione, a sua volta, familiare e politica. Se era questo, in previsione di un rinvio a giudizio del figlio, l’obbiettivo perverso perseguito con la sua sfuriata telematica dal “garante”, “responsabile” e quant’altro del Movimento 5 Stelle in corso di rifondazione, bisogna ammettere che con l’aiuto della fedele sottosegretaria Macina, di nome e di fatto, esso è stato raggiunto. Chapeau.

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Tutti attaccano Salvini gonfiandogli la campagna elettorale continua

E’ davvero curiosa la gara in corso fra magistratura e stampa -o, se preferite, fra certa magistratura e certa stampa- su chi assalta di più Matteo Salvini per procurargli non danni, come magari si propongono pure con convinzione, ma vantaggi facilitandone la perenne campagna elettorale nella quale il leader leghista si trova all’esterno e all’interno della maggioranza di governo in cui è appena rientrato. All’esterno, per esempio, dovendosi difendere dalla concorrenza che su certi temi, chiamiamoli così di destra, gli fanno i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, astutamente rimasti all’opposizione del governo di Mario Draghi proprio per contendere a Salvini , come leader del partito più votato, la guida della coalizione di centrodestra operante nella maggior parte delle regioni e di sicura riedizione nelle prossime elezioni politiche. All’interno della maggioranza per strappare consensi, sugli stessi temi, ai grillini, al Pd e ai forzisti di Silvio Berlusconi.

Questi ultimi, peraltro, diversamente dai pentastellati e dai piddini, che gliene fanno e gliene dicono di tutti i colori per difendersi, e magari anche per provocarne reazioni inconsulte, sino alla crisi, debbono fare buon viso a cattivo gioco perché a tutto sono disposti fuorché a ripudiare il centrodestra inventato dal Cavaliere al tramonto della cosiddetta prima Repubblica, o all’alba della seconda. E’ una formula che senza la Lega semplicemente non esisterebbe, come Berlusconi provò sulla sua pelle perdendo le elezioni anticipate del 1996 e ricucendo perciò pazientemente con Umberto Bossi, che lo aveva fatto governare la prima volta per meno tempo di una gravidanza: dal 10 maggio al 22 dicembre 1994.

I magistrati, in particolare quelli di Palermo, hanno appena rinviato a giudizio Salvini addirittura per sequestro di persona offrendogli, per l’obiettiva esagerazione dell’accusa, la copertura di un lungo processo, con i soliti tre gradi di giudizio, lungo tutto il percorso elettorale che va dalle amministrative del prossimo autunno al rinnovo delle Camere, anticipato o ordinario che potrà rivelarsi. Sequestrare più di cento persone, con rifornimenti e assistenza assicurati su una nave il cui comandante, armatore e non so cos’altro ha deliberatamente rifiutato altri approdi o rotte col proposito neppure nascosto di sfidare le autorità preposte ai porti italiani, è una cosa che nessun tribunale riuscirà mai a fare apparire agli occhi della gente comune, cioè degli elettori, diversa dalla bizzarria, a dir poco.

I giornali dichiaratamente ostili alla Lega e, più in particolare, al suo “capitano”, strizzando ogni tanto l’occhio ai subordinati, si sono appena inventati, rappresentandola con cronache, retroscena e quant’altro, una guerra, una sfida, un boicottaggio su un’ora in più o in meno del coprifuoco pandemico che semplicemente non c’è stato.

A parte la sproporzione fra una guerra, e simili, e un’ora di coprifuoco su sette, i tre ministri della Lega non solo non hanno votato contro il provvedimento in gioco a Palazzo Chigi, come pure qualcuno era stato portato a credere con la rappresentazione del “rifiuto” opposto da Salvini fuori dal Consiglio dei Ministri, ma non si sono neppure astenuti, come è stato invece gridato nei titoli, sottotitoli e cronache di praticamente tutti i giornali fuorché la Stampa. Di cui due cronisti si sono presi la briga di consultare le fonti, diciamo così, scoprendo che i tre minstri della Lega erano risultati semplicemente assenti, sapendo bene naturalmente che “in politica la forma è sostanza”.

Ciò è sacrosantamente vero, anche se hanno fatto finta di ignorarlo sia Salvini continuando a parlare come se i suoi ministri avessero fatto chissà che cosa contro il troppo rigore pandemico degli altri partiti della coalizione, sia il buon Mario Draghi facendo trapelare il suo malumore per la “gravità” di quanto sarebbe accaduto. E lasciandosi interpretare da qualche improvvisato sostenitore ad ore -ancora in gramaglie per la fine dell’esperienza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi- come uno sprovveduto che si è finalmente accorto di chi è davvero Salvini, l’uomo irrimediabilmente del Papete e del mohito.E’ inutile che vi faccia il none di un così raffinato e stellare analista perché ve lo siete già immaginato da soli, con la dimestichezza che vi attribuisco alle prese con le cronache politiche, ben immunizzati peraltro col vaccino nella nostra testata: Il Dubbio.

Ciò che più inquieta comunque di quell’analisi politica stellare, ripeto, è la scommessa su quanto potrà ancora durare questo “giochino” del doppio gioco di Salvini uomo di lotta e di governo. Il termine è stato indicato nel “semestre bianco”, quando si potrà giocare alla crisi di governo senza correre il rischio delle elezioni anticipate per la impraticabilità dello scioglimento prematuro delle Camere negli ultimi sei mesi, appunto, del mandato dell’attuale presidente della Repubblica: da agosto e febbraio.

Pubblicato sul Dubbio

Che spreco di munizioni sui giornali per quell’ora di discordia nel coprifuoco

            Mamma mia, che spreco di aggettivi, sostantivi, sdegno e quant’altro sull’ora della discordia, o sulla discordia per un’ora in più o in meno, leggendo titoli, commenti e resoconti dell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri, peraltro brevissima. Dove  i rappresentanti della Lega si sono astenuti -non votato contro, ma semplicemente astenuti- sulla scelta confermata dal presidente Mario Draghi di lasciare prudentemente alle 22 l’inizio del cosiddetto coprifuoco pandemico, senza spostarlo ancora alle 23.

            “Strappo”, ha gridato il Corriere della Sera contro Matteo Salvini. “La prova del fuoco”, ha sparato il manifesto. “Sabotaggio”, ha urlato Il Foglio quasi ordinando al plotone di esecuzione di procedere, come si fa in guerra con i sabotatori, appunto. “Alta tensione”, ha stampato in rosso il Giornale della famiglia Berlusconi commentando, all’unisono stonato col Fatto Quotidiano, che “così non può continuare”. “Salvini sfida Draghi”, ha titolato Il Secolo XIX omettendo di riferire nella titolazione, come hanno invece preferito fare alla Repubblica, dello stesso editore torinese, “il doppio no” oppostogli dal presidente del Consiglio senza particolari e tanto meno rovinose conseguenze. Infatti la Lega ha incassato senza neppure “uscire un po’ dalla maggioranza”, come ha ironicamente messo tra parentesi nel titolone di prima pagina il Riformista.

            Lo “strappo” gridato dal Corriere, cui su Repubblica il prudente Stefano Folli ha preferito “uno screzio”, è il termine -pensate un po’- col quale il compianto Armando Cossutta definì, scandalizzato dal suo punto di vista, quello che avrebbe compiuto nel secolo scorso il segretario del Pci Enrico Berlinguer dichiarando in televisione “esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione comunista d’ottobre”. Quello sì che si poteva scambiare per “strappo”: solo scambiare, per carità, perchè  Berlinguer, pur essendosi spinto a considerare la Nato un ombrello utile a proteggere anche l’autonomia del Pci da Mosca, preferì uscire dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale piuttosto che accettare il riarmo missilistico dell’Alleanza Atlantica. Che pure era mirato a contrastare il vantaggio acquisito dai sovietici con la postazione degli SS20, dietro alla cortina di ferro, contro le capitali dell’Europa occidentale.

            Per tornare ai più modesti tempi di oggi, per quanto impegnati in una guerra forse ancora più insidiosa come quella della pandemia, lasciatemi dire che trovo stupefacente, a dir poco, il ruolo da piromani che i giornali, volenti o nolenti, svolgono in questa fase di pur dichiarata emergenza che ha imposto al presidente della Repubblica la terapia del governo guidato da Mario Draghi, e regolarmente fiduciato dal Parlamento. Per cui solo la fantasia etilica di qualche personaggio peraltro marginale della politica può seriamente vedere il frutto di un colpo di Stato, o di una congiura di ambigui interessi internazionali. E con altrettanta fantasia etilica si può scambiare per sabotaggio  il dissenso su una sola ora di “coprifuoco” di un partito della maggioranza, peraltro indicato sino al giorno prima dagli stessi avversari come la forza motrice, o prevalente, o prepotente della maggioranza.

Mi chiedo perché anche noi giornalisti -mi ci metto pure io, per carità- non ci diamo una calmata e non la smettiamo di aizzare anzicché informare i nostri lettori, facendo loro così soltanto del male, e senza peraltro vendere chissà quante copie in più dei nostri giornali nelle edicole non a caso sempre meno frequenti.

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Il movimento grillino affondato prima che Conte potesse rifondarlo

            Per una volta mi sento di spendere una parola in difesa di Giuseppe Conte da quel “ruggito del coniglio” col quale il Riformista ha voluto liquidare il dissenso espresso dall’ex presidente del Consiglio di fronte all’incredibile uscita di Beppe Grillo contro magistrati e giornali. Che avrebbero trasformato il figlio Ciro da indagato a “stupratore seriale” per una notte, diciamo così, sfortunata di quasi due anni fa in Sardegna con tre amici.

            Che cosa poteva fare di più l’ex presidente del Consiglio dopo avere praticamente solidarizzato con la presunta vittima dello stupro, allo stato delle indagini, pur nel contesto di una comprensione espressa per un padre che dà in escandescenze contro un figlio “coglione”?  Che lo stesso Grillo ha ammesso di aver voluto e potuto spingere “a calci in culo” in galera o chiudere a chiave in casa se gli inquirenti  ne avessero disposto l’arresto a suo tempo, anziché prendersela con comodo e alimentare la convinzione, o speranza, del padre che il figliolo e gli amici non l’avessero fatta così grossa come raccontato e denunciato dalla presunta vittima dello stupro.

            Certo, Conte avrebbe potuto sin da ieri trarre le conseguenze da quel dissenso rinunciando all’incarico affidatogli da Grillo in persona di rifondare e capeggiare il MoVimento 5 Stelle in crisi dichiarata d’identità. Che equivale ad uno stato confusionale nel quale si inserisce coerentemente anche la sortita di Grillo, del quale è quanto mai esagerato scrivere, come si fa ancora da qualche parte, come del “leader spirituale” di una forza politica che dal 2018, per quanto abbia perduto un bel po’ di deputati e senatori per strada, è ancora la più rappresentata in Parlamento. Dove non a caso in meno di tre anni si sono succedute maggioranze non diverse ma opposte: con i grillini prima alleati con la Lega, poi col Pd contro la Lega e infine rimasti al governo con Lega e Pd insieme, più Forza Italia di Silvio Berlusconi e cespugli vari di sinistra e di centro.

            Ma la rinuncia all’incarico ricevuto da Grillo, o concessogli da Grillo per disperazione politica, prima che diventasse disperazione anche d’altro tipo per vicende familiari all’esame della magistratura, probabilmente destinate a sfociare in un processo che avrà il suo percorso, con tutte le deviazioni e sovrapposizione mediatiche consentite dai grillini nella loro azione di governo; la rinuncia di Conte, dicevo, all’incarico di rifondatore e capo di un MoVimento intanto già affondato dal suo fondatore è nelle cose. Prima o dopo verrà anch’essa, la rinuncia cioè, avendo peraltro già provveduto l’ex presidente del Consiglio a mantenersi ben stretta la cattedra universitaria di Firenze ripresa dopo la fine della sua esperienza di governo.

            Se non succederà, se cioè Conte dovesse continuare nel suo tentativo rifondatore di una cosa affondata dal fondatore -scusate il bisticcio continuo delle parole- sarà peggio per lui. La sua posizione in questo caso sarà come quella penosa dei comunisti e loro amici che all’arrivo della perestroika, glashnot e quant’altro di Michail Gorbaciov si illusero che il comunismo potesse essere riformabile o rifondabile. Si è visto come è finito: come aveva previsto a Mosca l’allora ambasciatore Sergio Romano rimettendoci il posto per non essere riuscito a convincere della sua opinione l’allora presidente del Consiglio italiano Ciriaco De Mita, giuntovi in visita ufficiale con la speranza che si potesse aprire per il comunismo una nuova stagione.

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