Braccia aperte della magistratura alla campagna elettorale di Matteo Salvini

            Povero Letta. Parlo naturalmente di Enrico Letta, il segretario del Pd tornato recentemente da Parigi a Roma per assumere il compito ottimisticamente dichiarato di portare il suo partito alla vittoria elettorale nel 2023, salvo anticipo di un anno, con un nuovo centro sinistra collegato stabilmente -ha appena spiegato- con ciò che nascerà dalla rifondazione del Movimento 5 Stelle, affidata da Beppe Grillo all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Solo così -ha spiegato il nuovo segretario piddino- sarebbe possibile quanto meno tentare con qualche possibilità di successo di strappare la vittoria elettorale al centro destra, ma più in particolare a Matteo Salvini: l’orco di cui la sinistra ha bisogno di ingigantire l’aspetto truce perché essa -si sa- non sa vivere senza un nemico da demonizzare.

Ciò è nella storia quasi genetica della sinistra, per quanto contraddetta dall’abitudine che essa ha poi preso di rivalutare e persino allearsi col nemico che dovesse ugualmente uscire vittorioso dallo scontro. Ricordo, come esempio, ciò che di bene l’ancòra Pci, prima di sciogliersi in altri nomi e simboli, riuscì a dire di Alcide De Gasperi dopo che Palmiro Togliatti nel 1948 si era proposto di cacciarlo dal governo “a calci in culo”, letteralmente. Alla rivalutazione -giusta, per carità- di De Gasperi è seguita ai tempi d’oggi, quella un po’ meno giusta, diciamo così, di Beppe Grillo e derivati, tutti operosi nel mercato politico italiano.

Povero Enrico Letta, dicevo. L’ex esule partendo da Parigi non aveva fatto i conti con la magistratura italiana. Che forse senza neppure volerlo -cosa che aggrava la situazione anziché alleggerirla- ha appena deciso a Palermo di regalare a Matteo Salvini la campagna elettorale e la vittoria con quel processo per sequestro di persona nel 2019 sulla nave Open Arms e rifiuto di atti d’ufficio che si aprirà il 15 settembre. Per le abitudini e i tempi della giustizia in Italia esso durerà tutto il tempo necessario, fra i tre gradi di giudizio, a coprire la campagna elettorale di Salvini sia nella versione breve, in caso di elezioni anticipate l’anno prossimo, sia nella versione lunga o ordinaria, nel 2023.

Senza neppure scomodare il pur significativo e vantaggioso, per Salvini, pronunciamento del tribunale di Catania su analoga vicenda della nave Gregoretti, dove la stessa accusa ha riconosciuto che non ci fu sequestro alcuno ma solo un rinvio dello sbarco per motivazioni politiche non sindacabili in sede giudiziaria, basta solo il tipo di reato, appunto, contestato all’allora ministro dell’Interno per la vicenda della Open Arms per immaginare lo “sconcerto” dell’opinione pubblica. Così lo ha appena definito Luigi Manconi, che è un ex parlamentare della sinistra non certamente sospettabile di indulgenza per i veri sequestratori di persone: lui che, fra l’altro, viene da una terra, la Sardegna, dove rapimenti e sequestri furono purtroppo di casa per un bel po’ di tempo.

Open Arms- lo ricordo agli sprovveduti- significa Braccia Aperte. Sono quelle che la magistratura e prolunghe hanno offerto a Salvini, lanciandolo su un’autostrada quale a questo punto è diventata la sua  campagna elettorale. Infatti l’uomo è felice come una Pasqua: quella in assoluto, non l’edizione appena trascorsa, il 4 aprile, fra le limitazioni e le paure imposte dalla pandemia.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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