Si rendono sempre più distanti da Mario Draghi Pd e 5 Stelle

            E’ in corso una strana gara fra il Pd e il Movimento 5 Stelle, in ordine non della loro consistenza parlamentare ma di quella che si ricava da tutti indistintamente i sondaggi. I quali fanno apparire  sempre più nitidamente la sostanziale delegittimazione ormai del Parlamento in carica, come se non fosse bastato il colpo datogli dai grillini, con l’appoggio prima della Lega e poi dello stesso Pd, riducendo di pìù di un terzo i seggi complessivi delle Camere da eleggere nel 2023.

  Pertanto quelle attuali dovranno scegliere a febbraio prossimo il nuovo presidente della Repubblica, pur destinato a rimanere in carica sino al 2029, con un’autorevolezza, diciamo così, da Paperopoli.

Nessuno peraltro sembra preoccuparsi più di tanto di questa grave anomalia: neppure, a dire la verità, il presidente uscente Sergio Mattarella quando dice, sia pure ad una scolaresca di livello elementare, che non vede l’ora di riposarsi fra otto mesi. E si lascia così attribuire l’indisponibilità all’unica soluzione che potrebbe restituire una po’ di logica vera, non solo fittizia, alla prossima edizione della corsa al Quirinale. Sarebbe la rielezione dello stesso Mattarella proprio in attesa che il prossimo Parlamento, maggiormente legittimato, possa provvedere ad una vera e propria successione al vertice dello Stato. Che è pur sempre il vertice, appunto, chiamato sempre più frequentemente da un bel po’ di tempo a questa parte a supplire al vuoto, e niente di più, che riescono a produrre i partiti in crisi dichiaratamente identitaria.

Proprio in virtù di questa crisi tanto il Pd quanto il Movimento 5 Stelle faticano ogni giorno, o addirittura ogni ora di più a riconoscersi nel governo di emergenza di Mario Draghi, di cui hanno pur deciso di fare parte al termine dell’ultima crisi, dopo avere inutilmente tentato di riesumare il secondo e dimissionario governo di Giuseppe Conte con un sostanziale rimpasto. Scrivo così giusto per essere chiaro, e onesto, con chi legge, senza partecipare ad altre immaginarie e farlocche rappresentazioni dei fatti verificatisi fra novembre e febbraio scorsi, da quando Matteo Renzi prima col consenso del Pd e poi da solo rimise in discussione l’allora presidente del Consiglio sino a rovesciarlo.

Di “mugugni” nel Pd ha parlato giustamente Il Foglio ricordando i sostanziali schiaffi ricevuti da Draghi prima con la bocciatura -sempre per parlare chiaro- dell’aumento della tassazione sulle eredità proposto da Enrico Letta e poi con la correzione della proroga del divieto di licenziamenti predisposta dal ministro piddino del Lavoro Andrea Orlando fra le proteste della Confindustria.

Di “schiaffi ai 5 Stelle” ha parlato Il Fatto Quotidiano -e chi sennò?- riferendo delle nomine predisposte dal presidente del Consiglio alle Ferrovie dello Stato, alla Cassa Depositi e Prestiti e altrove. Ma sempre sul Fatto, in un editoriale del suo direttore, la pur autorevole Guardasigilli Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale, è diventata “la cosiddetta ministra” per essersi proposta di disciplinare diversamente la prescrizione ridotta ai minimi termini, quasi abolita, dal predecessore Alfonso Bonafede, e per non avere cambiato idea dopo avere incontrato lo stesso Bonafede alla guida di una folta delegazione pentastellata. Dare della “cosiddetta” ministra alla Cartabia è come dare del cosiddetto al governo Draghi. Almeno così sembra ad uno abituato da un bel po’ a seguire la politica italiana senza lasciarsi imbrogliare dai furbi di turno.

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E’ dovuto arrivare il Covid per fare arrestare “solo se necessario”…

Giuseppe Gargani, Peppino per gli amici, democristiano di origine controllata e mai davvero rassegnato alla fine della Dc, 86 anni da poco compiuti e meravigliosamente portati, dei quali 37 trascorsi da deputato fra la Camera e il Parlamento europeo, già sottosegretario alla Giustizia nella cosiddetta prima Repubblica, presidente di commissioni e commissario dell’Autorità di Garanzia nelle comunicazioni, purtroppo non quelle giudiziarie, di cui da garantista com’è sempre stato avrebbe fatto strage; Peppino, dicevo, ha appena aggiornato e riproposto per Lastaria Edizioni il suo fortunato libro del 1998  “In nome dei Pubblici Ministeri- Dalla Costituente a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate”.  Sbagliate  dalle maggioranze di turno in Parlamento non sapendo l’abuso cui si potevano prestare per fare uscire l’amministrazione della Giustizia dai binari voluti dai costituenti.

Temo tuttavia che qualcuno abbia giocato davvero sporco, legiferando male proprio perché avvenisse quello che è accaduto, cioè lo sconfinamento delle toghe e i danni inevitabili della loro autoreferenzialità o onnipotenza. Che si sta peraltro ritorcendo contro la stessa magistratura per il crescente discredito o -se preferite- per la decrescente credibilità e per un carrierismo che si è rivelato peggiore di ogni cattiva previsione.

Giuseppe Gargani

Giustamente Gargani ha riproposto già nella presentazione del suo libro -aggiornato con la prefazione di Mattia Feltri e con altri suoi interventi successivi al 1998, compresi alcuni articoli scritti per Il Dubbio- il fastidio avvertito nell’esplosione della cosiddetta Tangentopoli da “uno dei magistrati più intelligenti del pool di Milano”, Gherardo Colombo. Il quale si dolse del “ruolo politico di supplenza” assegnato alla magistratura con leggi malfatte, appunto, delegando “al magistrato la soluzione di questioni che non spettano alla giurisdizione” perché “politiche”.

In una prateria così spianata le toghe più politicizzate, a volte persino inconsapevolmente, tanto erano convinte di avere una missione purificatrice da svolgere,hanno potuto produrre una situazione dalla quale temo che non si possa uscire con la speranza ancora nutrita da Gargani di “un’autocritica fatta dai partiti di opposizione e da una magistratura che vuole essere “indipendente” per una pacificazione nazionale, per un chiarimento necessario alla giurisdizione: questo sì capace -ha scritto l’autore- di far prevalere la questione morale su quella penale”.

Temo che non verrà mai il momento considerato opportuno da tutte le parti in campo per procedere ad una riforma tanto condivisa quanto efficace. Se la politica non ritroverà il coraggio di riappropriarsi delle proprie competenze, con le buone o con le cattive, con nuove leggi o con l’abrogazione referendaria di quelle sbagliate, come sembra avere capito adesso anche la Lega di Matteo Salvini dopo avere partecipato con quel famoso cappio a Montecitorio all’ondata giustizialista e manettara dei primi anni Novanta, non se ne uscirà mai.

Giovanni Galloni

E’ purtroppo accaduto proprio alla sinistra, anche a quella democristiana da cui proviene Gargani, di partecipare con sofferenza o di assistere con impotenza, come per una maledizione, alla degenerazione dei rapporti fra la magistratura e la politica. Ricordo il compianto Giovanni Galloni, amico e collega di partito e corrente di Gargani, alla vice presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura mentre a Milano si faceva uso assai disinvolto, per esempio, delle manette sino a provocare suicidi, che venivano cinicamente liquidati come incidenti di percorso o, peggio ancora, come ammissioni finalmente di colpe.

Massimo D’Alema

Proprio contro quel fenomeno che grida ancora vendetta Gargani si mosse come presidente della Commissione Giustizia della Camera per rimediarvi con norme condivise “anche da parte del Pci”, come ha ricordato. Ma non si riuscì a concludere nulla perché -ricordo ancora fisicamente il malumore in Transatlantico del compianto deputato del Pds-ex Pci Giovanni Correnti- il capogruppo Massimo D’Alema non trovò quello il momento opportuno per intervenire, vista evidentemente la popolarità delle manette.

Il Procuratore Generale Giovanni Salvi

Con sarcasmo di stile manzoniano Gargani ha scritto che “abbiamo dovuto subire l’epidemia del coronavirus per ottenere un richiamo formale del Procuratore generale presso la Cassazione ai magistrati ad applicare la legge, e cioè arrestare solo se necessario”. Il Covid insomma è arrivato con una trentina d’anni di ritardo: un’osservazione tanto paradossale quanto tragica, al pari della speranza che possano essere almeno i cosiddetti vincoli derivanti dall’integrazione europea a quella riforma della giustizia che da soli non siamo riusciti a realizzare: una prospettiva che non a caso ha indotto il giustizialismo politico e mediatico italiano a collocarsi in questi giorni su posizioni di vecchio e svillaneggiato sovranismo.

Pubblicato sul Dubbio

Il sovranismo di ritorno è persino peggiore di quello di andata

Emanuele Macaluso
Gazebo del Pd

            Sapevo che prima o poi sarebbe avvenuto su quella giostra che è diventata la politica nel tempo dei partiti cosiddetti liquidi, apparentemente non più ideologici e neppure titolari di certi diritti che sembravano inalienabili per qualsiasi tipo di associazione, come avere degli iscritti e possederne le liste, e riservare a loro il diritto di scegliersi i dirigenti, senza affidarsi a “piattaforme” altrui o, con le primarie giustamente dileggiate dalla buonanima di Emanuele Macaluso, ai passanti davanti a un gazebo provvisti di un paio d’euro Ma non pensavo che lo scambio delle parti sulla giostra potesse avvenire così scompostamente, a dir poco, nella generale indifferenza.

            Ci hanno messo in croce in questa ma anche nelle precedenti legislature con la storia del cosiddetto sovranismo, equivalente al male assoluto. Dare del sovranista e anti-europeista a Matteo Salvini poteva e doveva bastare e avanzare per dirgli e dargli ben altro: “cazzaro”, “truce”, “autoritario” e via insultando. E da quando, sfiancato anche da questa caccia, e non solo per ragioni di ravvedimento, sincero o opportunistico, il capo della Lega ha cominciato a parlare diversamente dell’Europa, o ha cambiato le sue letture o frequentazioni, persino trovandosi d’accordo con un uomo di potere come Mario Draghi o con un filosofo come Marcello Pera, tutti stanno a lì a misurarne passi e parole, o a prendergli la temperatura come si fa in questi tempi di pandemia a chi entra in un ambulatorio o in un  negozio.

            Tra i diffidenti del passaggio di Salvini dal sovranismo all’europeismo, o a qualcosa che in qualche modo possa assomigliargli, c’è anche -fra un rimpianto e l’altro di Giuseppe Conte- il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che però, pur prendendosela questa volta più direttamente con Draghi e il “regimetto” che starebbe instaurando in Italia, non a caso dandola vinta nella dialettica della maggioranza più a Salvini che ad Enrico Letta, ha voluto cominciare a gridare anche lui che bisogna smetterla di andare appresso all’Europa.

Con un fanatismo del resto frequente nei casi di conversione, egli ha scritto ieri, o avvertito, come preferite, che i partiti hanno tutto il diritto di piantare e sventolare le loro “bandierine”. “Se troveranno buoni compromessi per le famose “riforme”, bene. Sennò si saluteranno, manderanno Draghi al Quirinale o dove vuole lui, e torneranno a votare per chi pare a noi. Non alla fantomatica “Europa”, che fra l’altro non ha fra i suoi compiti quello di insegnarci a votare”. Ben arrivato fra i sovranisti, o alla loro guida, visto il tradimento di Salvini e simili, caro il nostro direttore del Fatto Quotidiano.

Fra un anatema e l’altro il nuovo sovranista ha insinuato anche il timore che a furia di inseguire l’Europa sulla strada della “deregulation” si moltiplicheranno in Italia “stragi tipo Morandi e Mottarone”: il ponte crollato a Genova per la presunta sete di guadagni, o risparmi, dei Benetton, e la funivia che era appena costata la vita a 14 persone. Ma il giorno dopo, cioè oggi, povero il nostro sovranista, lo stesso Fatto Quotidiano ha dovuto correggere il suo direttore titolando in prima pagina che almeno la tragedia della funivia potrebbe essere stata causata da un errore umano, per un freno non guasto, o malamente mantenuto, ma non attivato. L’Europa con la sua “deregulation” e i soliti cretini che la inseguono, almeno stavolta non c’entra, grazie a Dio.

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Il petto di Enrico Letta rischia di esplodere di orgoglio…fiscale

            Non vorrei che il petto di Enrico Letta si gonfiasse sino ad esplodere nel vedere tanti economisti, oltre che politici dichiaratamente di sinistra, che ridono quanto più pensano di potere far piangere i ricchi, accorrere in suo soccorso nella campagna che ha intrapreso per aumentare i prelievi fiscali sulle successioni. Ultimi, in ordine di tempo, sono arrivati oggi su Repubblica, che non sembrava originariamente molto convinta della sortita del segretario del Pd in una intervista al supplemento 7 del Corriere della Sera, i professori bocconiani Tito Boeri e Roberto Perotti.

Costoro hanno persino scritto di un “tabù” finalmente rotto dal successore di Nicola Zingaretti al Nazareno, anche a costo di procurarsi una infastidita reazione del presidente del Consiglio Mario Draghi, convinto che non sia ancora il momento di chiedere di più, anziché di dare agli italiani: un Draghi che anche per questo si è procurato per dileggio l’abbigliamento di un Re Sole, comprensivo della parrucca, su un giornale che ancora lo considera come un mezzo usurpatore, succeduto ingiustamente a Palazzo Chigi al benemerito Giuseppe Conte. Che ora, poveretto, è stato destinato a regolare il traffico dei grillini fuori e dentro il MoVimento 5 Stelle.

            I due bocconiani in un impeto di obbiettività, dopo tanti riconoscimenti dottrinari e politici al nuovo segretario del Pd, considerato di buona scuola einaudiana, hanno riconosciuto che “vi sono grossi ostacoli tecnici” sulla sua strada come “la disparità dei valori catastali tra diverse zone d’Italia, il problema della possibile liquidità degli eredi, il trattamento delle donazioni fatte in vita per eludere la tassa, e ovviamente l’evasione”, per non parlare del rischio di “impedire ai piccoli imprenditori di lasciare l’azienda ai figli”. “Ma sono problemi che, se si vuole, si possono superare. Ed ani una tassa si successione fornirebbe un ulteriore incentivo ad attivarsi per risolverli”, hanno scritto Boeri e Perotti. Che è un po’ come pensare e dire che una malattia può essere anche un affare perché attiva il medico a curarla, anziché starsene a giocare a carte.

            Ma di che cosa stiamo parlando, esimi e cari professori? Di quale proposta di Enrico Letta, in particolare, vogliamo discutere? Si continua infatti bellamente a ignorare, anche a questo livello di accademia e competenza, che il segretario del Pd ha cominciato a mettere sul piatto politico della bilancia una maggiore tassazione su un valore patrimoniale superiore a un milione di euro, pari a un paio di appartamenti o poco più, per poi parlare o lasciar parlare i suoi interpreti di cinque milioni di euro, cioè cinque volte tanto. Che non sono ovviamente la stessa cosa, anche in termini di possibile copertura per l’ambizioso progetto che il segretario del Pd si è dato di garantire una “dote” di diecimila euro a testa a circa la metà dei diciottenni, nella presunzione che l’altra metà non ne abbia bisogno, o non ne sia meritevole per ragioni sociali.

            Qui si continua a fare politica, a discutere, a mettere e a togliere le famose bandierine di cui si parla con un certo fastidio a Palazzo Chigi e al Quirinale, nella più completa indeterminatezza o confusione, scommettendo sulla possibilità più di prendere in giro che di convincere gli interlocutori. Che non è un modo serio di comportarsi, anche se si prestano a ragionarvi sopra fior di professori, emeriti e non.

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Escono dagli archivi gli abbagli americani sulle “mani pulite” italiane

Attratto dal titolo sulle “origini e aporie”, cioè contraddizioni, della cosiddetta seconda Repubblica, tali da indurre a dubitare che essa sia veramente esistita in Italia, per quanto molti parlino e scrivano anche di una terza Repubblica già trascorsa o di una quarta incipiente, un libro appena uscito per Rubbettino a  cura di Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi e Andrea Spiri, tre storici e docenti universitari coi fiocchi, mi ha fatto sobbalzare. Vi ho trovato la conferma, stavolta documentata a dovere, della disinformazione e approssimazione della diplomazia americana alle prese in Italia agli inizi degli anni Novanta con l’esplosione di Tangentopoli.

L’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma
Il Consolato Generale Usa a Milano

            Il merito dell’approccio documentatamente approssimativo della diplomazia americana operante in Italia, attivissima nel mandare rapporti e quant’altro a Washington, si deve in particolare ad Andrea Spiri. Che ha potuto consultare tantissimi documenti non del tutto desecretati, a dire la verità, perché egli ha trovato alcuni omissis che impediscono, per esempio, di fare bene i nomi e i cognomi dei magistrati milanesi contattati dagli americani per ottenere anticipazioni, confidenze, previsioni e quant’altro e informarne i superiori, a cominciare da quelli dell’ambasciata a Roma. Dove via via -a dispetto di una iniziale prudenza, causata anche da un invito al sostituto procuratore Antonio Di Pietro negli Stati Uniti reso noto benché ancora riservato- si lasciarono prendere la mano scaricando duramente un leader politico come Bettino Craxi. Cui pure gli Stati Uniti dovevano moltissimo nella vittoria della guerra fredda contro l’Urss, nonostante lo scontro diretto per telefono, e interposto interprete, tra lo stesso Craxi e  il presidente Ronald Reagan nella famosa notte di Sigonella del 1985. Durante la quale i reparti speciali degli Usa, cercarono di sostituirsi alle forze armate italiane per consegnare alla giustizia americana, sottraendoli a quella italiana, i responsabili del dirottamento della nave Achille Lauro nelle acque del Mediterraneo. Dove i terroristi palestinesi avevano ucciso e buttato a mare un paralitico di nazionalità americana e religione ebraica, ma prima ancora sequestrato passeggeri ed equipaggio di una nave battente la nostra bandiera.

            Se Craxi prima da partecipe decisivo della maggioranza di governo e poi da presidente del Consiglio non avesse reso operativo in Italia il potenziamento delle difese missilistiche della Nato, neutralizzando così il vantaggio conseguito dai sovietici schierando oltre cortina i loro SS 20 contro le capitali europee, la partita con l’Urss non si sarebbe certamente chiusa  nei tempi e modi passati alla storia a favore dell’Occidente. Eppure Craxi apparve subito ai diplomatici americani, fra Milano e Roma, un uomo degno di ogni sospetto, e forse anche di quel linciaggio d’aprile del 1993 a poche centinaia di metri da Montecitorio. Dove la sera prima i deputati avevano osato contestare a scrutinio segreto almeno alcune delle accuse di corruzione e altro formulate contro l’ex presidente del Consiglio dalle Procure che ormai si inseguivano nel dargli la caccia.

            Solo dopo il suicidio in carcere, a Milano, del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari ma soprattutto l’offensiva aperta nel 1994 dalla Procura milanese contro il neo presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, imprevisto beneficiario elettorale del terremoto giudiziario di “Mani pulite”, si cessò di pensare all’ambasciata americana che “i magistrati -si legge in un documento scovato da Spiri- seguono solo la via giudiziaria, i martelletti delle loro decisioni sono risultati efficaci come pistole….Hanno intrapreso un processo di cambiamento che non possono controllare o guidare completamente…..ma come giudici la loro responsabilità è di assicurarsi che giustizia sia fatta, non tracciare linee politiche per stabilire quando se ne ha abbastanza” perché “questo è un lavoro che spetta ad altri”.

L’ambasciatore Bartholomew

            Solo l’8 dicembre 1994, festa della Immacolata Concezione, impressionato dal trattamento riservato anche a Berlusconi, l’ambasciatore americano a Roma Reginald Bartholomew si decise a riconoscere e a scrivere: “In passato non siamo riusciti a raccogliere sufficienti elementi di prova che confermassero l’accusa rivolta ai giudici di agire per fini politici”.  Ma ora – riferì l’ambasciatore al Dipartimento di Stato americano- si capisce bene “la preoccupazione crescente fra i cittadini che l’operato dei magistrati possa rispondere a scopi di natura politica”, nonostante “uno status di quasi sanità che li ha sottratti alla possibilità di critica da parte della classe politica”. “Ci vorranno probabilmente diversi anni prima che si stabilisca un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato e che i rappresentanti eletti riacquistino più forza” concluse l’ambasciatore.

Barttholomew  morì a New York nel 2012, a 76 anni, senza avere neppure potuto intravvedere quel “nuovo equilibrio” in Italia che d’altronde stiamo ancora tutti aspettando. E per il quale si dovrà forse tornare a scommettere più che sui partiti ridotti come sono, sulla democrazia diretta referendaria. Che potrebbe finalmente sollevare anche le toghe dal discredito in cui sono finite pure loro, come ha appena rilevato con i suoi modi lo stesso presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura nel ventinovesimo anniversario  della strage mafiosa di Capaci, costata la vita a Giovanni Falcone, la moglie e la scorta.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 maggio

Un 23 maggio maledetto, come quello di 29 anni fa a Capaci

            In una domenica che doveva essere in qualche modo la festa della riapertura, o ripartenza, l’Italia ha dovuto piangere di fronte alle immagini di una tragedia appena consumatasi, viste quasi in diretta con i soccorsi ormai in grandissima parte inutili, e di un’altra, riproposta da giornali e televisioni, di 29 anni fa. Sono due stragi che ti mozzano il fiato e il ricordo: i 14 morti, sinora, della funivia del Mottarone, sul Lago Maggiore, e i 5 morti della strage del 23 maggio 1992, studiata e attuata dalla mafia a Capaci per uccidere il magistrato che temeva di più: Giovanni Falcone. Col quale morirono la moglie e tre agenti della scorta.

            Quella del 23 maggio sembra proprio una data maledetta: dal Nord al Sud, e viceversa. Tanto diverse fra di loro, le due tragedie segnano ugualmente un Paese che 29 anni fa attendeva l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica e ieri doveva festeggiare, ripeto, la riapertura o ripartenza.

            Sembra francamente anacronistico occuparsi, in questa sinistra coincidenza, delle solite cronache politiche, dei soliti messaggi più o meno criptici fra partiti, correnti, movimenti e quant’altri, dei soliti sondaggi che dovrebbero segnare gli umori degli elettori alimentando spesso solo nuove tensioni o polemiche fra  chi si contende un primato comunque effimero, tanto ormai è frazionato il quadro politico pur in presenza di una larga, anzi larghissima maggioranza di emergenza raccoltasi attorno al governo di Mario Draghi. Vadano in malora le chiacchiere almeno per un giorno.

            Pur nel comprensibile sgomento, sconforto o quant’altro lasciatemi tuttavia dire che trovo troppo politico, nel senso peggiore della parola, quel titolo del Giornale che, anche contro la tradizione ottimistica e fiduciosa del suo editore reale, che è l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha gridato su tutta la prima pagina quel titolo più da menagramo che da cronaca. Esso dice: “Così precipita l’Italia”. No. Così precipita solo la speranza. E non credo che lo scrittore inglese Arnold Bennett avesse ragione quando scriveva che il pessimismo, una volta che ti ci abitui, è piacevole quanto l’ottimismo.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il Pd trucca la partita delle eredità cambiando la proposta di tassarle di più

            Solo il manifesto, con le minuscole eleganti della testata del “quotidiano comunista” esibite orgogliosamente da 50 anni, ha continuato a tenere in prima pagina, accentuandone anzi l’evidenza, la campagna di Enrico Letta per l’aumento delle tasse di successione, con un’addizionale progressiva, per finanziare una dote di diecimila euro ai diciottenni meno abbienti. Tra titolo di copertina –Di Letta e digoverno– e titolo interno – Enrico il barricadero: “Solo in Italia la tassa sui ricchi è eresia”- il giornale più a sinistra d’Italia ha incoronato il segretario del Pd in concorrenza solo con una vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX. In cui a Letta che chiede, incredulo, se “adesso il Pd non può dire cose di sinistra” l’intervistatore risponde: “E’ che non siamo abituati…”.

            Nonostante tanta insistenza reclamizzata dal manifesto e dal vignettista del giornale ligure della catena di Repubblica con epicentro ormai a Torino, gli altri quotidiani hanno ignorato la lotta del segretario del Pd dandola evidentemente per persa o scaduta di attualità di fronte alla tranciante liquidazione del presidente del Consiglio Mario Draghi. Secondo il quale in questo periodo di crisi, epidemica e di altro tipo ancora, si debbono “dare e non chiedere soldi” agli italiani. Non se n’è occupato neppure il giornale della Confindustria Il Sole 24 Ore, i cui lettori, oltre che proprietari, dovrebbero essere pur considerati particolarmente interessati alla questione.

Il fotomontaggio del Fatto

            C’è qualcosa che evidentemente non ha funzionato e non funziona nella gestione mediatica e politica di questa faccenda che sembrava avere creato due giorni fa un clamoroso conflitto tra Letta e Draghi, o viceversa, solo apparentemente attenuato da una “cordiale” e “lunga” telefonata fatta dall’uno all’altro compromettendone un’agenda fitta di appuntamenti alquanto importanti. E’ accaduto che al manifesto per ragioni politiche, di orario o non so cos’altro non hanno voluto o potuto accorgersi della partita nel frattempo truccata dal segretario del Pd, e non dal Draghi travestito sul Fatto Quotidiano da prestigiatore. La soglia del valore patrimoniale di un milione di euro inizialmente indicata da Letta per proporre una maggiore e progressiva tassazione sull’eccedenza è stata spostata a cinque milioni di euro: direi anche ragionevolmente spostata, perché con la nuova soglia è forse più giusto parlare dei “ricchi”, come li ha definiti il segretario del Pd, ai quali poter chiedere qualcosa di più.

Cesare Damiano
Massimiliano Fedriga

            Quando questo ripiegamento, chiamiamolo così, è stato fatto notare nel salotto televisivo di Veronica Gentili, su Rete 4, dal presidente leghista della Regione Friuli- Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, l’ex ministro piddino del Lavoro Cesare Damiano ha cercato inutilmente di smentire, negare e quant’altro. Ma Fedriga, spalleggiato da Daniele Capezzone e dalla stessa conduttrice, che come collaboratrice del Fatto non mi sembra giusto classificare a destra, è stato implacabile nel documentare l’intervenuta correzione di rotta della sinistra riscoperta, riabbracciata e non so cos’altro ancora da Enrico Letta. Del quale forse si potrebbe quanto meno sospettare che si pieghi senza spezzarsi. O, come diceva il compianto sindacalista socialista Fernando Santi del collega di partito Francesco De Martino alle prese con la Dc a destra e col Pci a sinistra: “Resiste fino a un momento prima di cedere”.

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Di cordiali solo i saluti nella telefonata di Enrico Letta a Mario Draghi

Titolo del manifesto

            Apprendo da buona fonte che di “cordiale”, come hanno annunciato al Nazareno, ma un pò  anche a Palazzo Chigi per ragioni di comprensibile diplomazia, la “lunga” telefonata di Enrico Letta a Mario Draghi -lunga, peraltro, a dispetto anche dei molti impegni di giornata del presidente del Consiglio, alle prese con l’ospite Ursula von der Leyen a Roma- ha avuto solo i saluti d’inizio e fine chiamata. Per il resto è stata una conversazione difficile, con ciascuno degli interlocutori fermo sulle sue posizioni nello scontro consumatosi in pubblico, sia pure a distanza, sull’aumento delle tasse di successione per finanziare una “dote” ai diciottenni bisognosi: una cosa che il segretario del Pd considera molto di sinistra e fortemente “identitaria” per il suo partito, già in enorme difficoltà per la convivenza con i leghisti nella maggioranza di emergenza creatasi attorno al governo.

            Nessuna difficoltà invece sembra avvertire il partito di Enrico Letta per la confusione, a dir poco, in cui si trova il partito ancora maggiore della coalizione, cioè il MoVimento 5 Stelle affidato da Beppe Grillo a un Giuseppe Conte che non riesce ancora ad avere neppure l’elenco degli iscritti. Ormai quella sembra essere avvertita al Nazareno come una confusione “ordinaria”, di “assestamento”: una “transizione”, come la chiamava lo stesso Conte quando era ancora a Palazzo Chigi e cercava di puntellare il suo secondo governo in ogni modo, inseguendo uno per uno i senatori del gruppo misto ed altri di cui via via aveva bisogno per l’uscita dei renziani dalla maggioranza.

            Terrorizzato, a quanto sembra, dalla paura di fare la fine di Pier Luigi Bersani, che nel 2013 perse le elezioni, o mancò la vittoria, come preferì dire, per avere sostenuto troppo un altro governo di emergenza, ch’era quello tecnico o simil-tecnico di Mario Monti, il segretario del Pd avrebbe chiesto a Draghi di essere almeno più discreto nel contestare proposte considerate intempestive o persino dannose. Ma questa maggiore discrezione  varrebbe solo per il Pd, non anche per la Lega, che andrebbe invece contrastata sino alla provocazione, apparendo ormai il partito di Salvini come il regolo della combinazione di governo imposta dalla pandemia e dalle emergenze ad essa collegate.

            Deciso a non deporre l’elmetto metaforicamente infilatosi con la proposta di far piangere finalmente anche i ricchi, come da sinistra una volta fu chiesto ad un governo di Romano Prodi, il segretario del Pd si sarebbe riservato di descrivere meglio a Draghi in un incontro i contenuti della sua proposta tanto decisiva per le sorti del partito. Dove peraltro è tutta da verificare l’esistenza di una reale maggioranza sul progetto in questione. A meno che -si sussurra al Nazareno- la franchigia del milione di valore del patrimonio da tassare maggiormente non salga almeno a cinque per colpire davvero i ricchi, e non quelli che sembrano tali.

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Lo “scontro finale” mancato nella prigione di Moro per liberarlo

Del senatore Luigi Zanda, già capogruppo del Pd e tesoriere del partito, è nota come leggendaria la riservatezza. Cui è stato allenato in famiglia dal padre, il mitico prefetto Efisio Zanda Loy, e in politica da Francesco Cossiga. Di cui fu consigliere, portavoce, amico, confidente, quasi un secondo figlio sia a Palazzo Chigi sia al Viminale, peraltro nei lunghi, terribili 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, sequestrato dalle brigate rosse la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue della scorta, decimata come in un mattatoio, e ucciso pure lui il 9 maggio, mentre stavano maturando le condizioni per cercare di liberarlo con le buone o le cattive maniere.

L’intervista a Repubblica

            Non poteva pertanto che fare notizia la decisione presa dal senatore di parlare in questi giorni  a Repubblica di quel sequestro, e di altri eventi successivi, come l’attentato a Papa a Roma e quello ad Enrico Berlinguer in Bulgaria, legati da un filo rosso quale può essere considerato il terrorismo nazionale e internazionale di quei tempi.

            Proprio per effetto di quel filo, per venire a capo del quale giustamente Zanda ha scommesso in qualche modo sugli storici e sui ricercatori degli archivi ancora segreti, si sono levate contro l’intervista voci perplesse e critiche: di chi si aspettava qualcosa di più specifico, magari col sospetto che il senatore abbia voluto trattenere per sé chissà cosa e chissà quanto per coprire chissà quali responsabilità, statuali o personali.

            “Eh no, senatore Zanda, noi non ci stiamo”, gli ha gridato dal Fatto Quotidiano l’ex senatrice Sandra Bonsanti, aggiungendo: “Non è che si possa chiudere i conti con il passato senza mai parlare di responsabilità, rinviando la verità solo agli archivi internazionali……come se le cose in Italia fossero avvenute solo sotto l’influsso magico e mefitico di uno scontro internazionale perenne. La Guerra Fredda è stata terribile, certo, dentro quel quadro si sono dispiegate dinamiche intrigate e ancora in parte oscure, ma stiamo all’Italia e all’assassinio di Aldo Moro: c’era una classe dirigente che ha fatto o non ha fatto delle scelte”. Sulle quali, sempre secondo Sandra Bonsanti, ma par di capire anche per un collega del giornale La Verità, non si può calare un velo evocando “una fantomatica pista sovietica”.

            Trovo personalmente queste reazioni alquanto esagerate e ingenerose di fronte allo strappo fatto da Zanda alla sua -ripeto- leggendaria riservatezza parlando, per esempio, proprio della vicenda sulla quale più lo ha tallonato, diciamo così, la mia amica Sandra: la vicenda Moro.

            A quest’ultimo proposito, vorrei riproporvi un passaggio della lunga intervista di Zanda a Repubblica rispondendo alla domanda su cosa ricordasse di quel sequestro: “Appresi la notizia dell’attentato, ancora molto confusa, appena varcata la soglia del Viminale. Dopo un paio d’ore, verso le 11, mi mandò a chiamare Cossiga, che era già stato in via Fani e dal presidente del Consiglio. “Da questo momento dimenticati della mia vita politica perché politicamente sono finito”. Poi mi avrebbe affidato un documento da conservare in cassaforte. Era la lettera di dimissioni da ministro del’Interno, ma su alcuni fogli a parte ne variò l’incipit: nel caso in cui Moro fosse stato ucciso, liberato, liberato ma ferito nello scontro finale”.

            Quel “poi” mi sembra significare non qualche momento o ora successiva al primo incontro con Cossiga reduce da via Fani e dall’ufficio del presidente del Consiglio Giulio Andreotti,a Palazzo Chigi. Mi sembra riferirsi, piuttosto, ad eventi anche di parecchio successivi, quando ancora Moro era in vita e, per quanti errori, disguidi e altro si fossero verificati nelle indagini e nelle ricerche, si pensava ancora possibile quello che Zanda ha definito “scontro finale”. Che altro non poteva essere evidentemente se non l’assalto alla prigione di Moro che, secondo recentissime rivelazioni dell’allora colonnello dei Carabinieri Antonio Cornacchia, il generale dell’Arma Carlo Alberto dalla Chiesa aveva individuato attendendo inutilmente l’autorizzazione all’assalto con un gruppo specializzato di una trentina di paracadutisti alloggiati in via Aurelia.

            Di quella rilevazione, riferita su queste colonne, Stefano Andreotti, figlio del compianto presidente del Consiglio chiamato in causa da Cornacchia, si è con me doluto, in comprensibile difesa della memoria del padre, chiedendosi e chiedendomi perché mai l’allora capo dell’ufficio  investigativo dei Carabinieri a Roma non avesse parlato quando l’ormai ex capo del governo era ancora in vita, e in grado quindi di replicargli.

            Ora, Andreotti o non Andreotti, Cornacchia o non Cornacchia, dall’onesto racconto di Zanda si può dedurre che uno “scontro finale” ad un certo punto della vicenda era effettivamente diventato, o quanto meno, apparso possibile. Vi sembra poco? A me no, per niente. E sono grato al senatore Zanda per avermi dato quanto meno un concreto motivo di riflessione. Che sarebbe ancora più utile e produttivo se condiviso, adoperato e quant’altro dai tanti -forse troppi, a questo punto- che scrivono e si occupano della peggiore tragedia della politica italiana.

Pubblicato sul Dubbio

Altro che Salvini o Conte, il problema di Draghi è diventato Enrico Letta

            Dario Franceschini, ancora capo della delegazione del Pd al governo, se qualcuno al Nazareno non lo ha rimosso senza dirci nulla, ha provato inutilmente nelle settimane scorse a ridurre la conflittualità del nuovo segretario del partito Enrico Letta con Matteo Salvini, ricordandogli che la coalizione guidata da Mario Draghi è speciale, di emergenza, fatta di avversari che si debbono sopportare per il bene del Paese, e non strattonarsi ogni giorno perché uno dei due caschi dal banco o dal palco.

Titolo di Repubblica

            Poiché  Enrico Letta ha finto di non capire e non sentire ed ha continuato nella sua linea comunemente chiamata di sinistra, secondo i vecchi schemi politici accantonati al Quirinale da Sergio Mattarella mandando Draghi a Palazzo Chigi, è dovuto intervenire abbastanza infastidito lo stesso presidente del Consiglio. Che ha liquidato pubblicamente la proposta del segretario del Pd, fatta apposta per inseguire la pur nebulosa, ormai, del Movimento 5 Stelle, di aumentare progressivamente, sino al 20 per cento, le tasse di successione sui patrimoni sopra il milione di euro per finanziare una “dote” di diecimila euro ad almeno una metà dei diciottenni. Molti dei quali dovrebbero pagarsi questa dote come eredi di genitori non abbienti che passano a miglior vita, e non possono certo pagare loro la maggiore imposta dall’aldilà.

Vignetta del Foglio
Fotomontaggio del Fatto

            Un milione di euro sembra tantissimo, ma -se ci pensate su con un po’ più giudizio di Enrico Letta- capirete subito che bastano due appartamenti in città e un conto in banca di cento o duecentomila euro per entrare nel pollaio dove il segretario del Pd vorebbe fare entrare una volpe assatanata del fisco. Draghi, che i conti sa farli appunto meglio di Letta, e non è certamente quel Re Sole ridicolmente vestito e imparruccato dal Fatto Quotidiano sulla prima pagina di oggi, ha liquidato come inopportuna, quanto meno, la proposta del segretario del Pd in un momento in cui il governo si è proposto di dare e non togliere soldi agli italiani colpiti dalla pandemia e dal resto. Più rudemente, ed efficacemente, il vignettista del Foglio, Makkox, ha tradotto così la risposta del presidente del Consiglio: “Enrico, questo è il momento di consolare i coglioni, non di romperli”.

Presumo che Enrico, appunto, non abbia gradito, visto che gli è stata attribuita questa replica dalla Stampa ed altri giornali: “Io guido la sinistra”. Cioè, vorrebbe guidare la sinistra scavalcando i suoi ex compagni di partito usciti ai tempi di Matteo Renzi al seguito di Pier Luigi Bersani. Che ancora ieri sera, a Piazza Pulita, ospite di Corrado Formigli, si lasciava sbeffeggiare sorridendo da Alessandro Di Battista. Il quale ormai sta al Movimento 5 Stelle affidato da Grillo alle ambizioni di Giuseppe Conte come lo stesso Bersani al Pd del già citato Renzi.

            Peccato che non ve ne possa fare il nome per vincoli di riservatezza violando i quali non riceverei più confidenze da nessuno, ma un signore abbastanza autorevole del Pd mi ha parlato di Enrico Letta come certi cardinali nel 1978 parlavano fra di loro dell’appena eletto Papa Luciani per le stranezze che, secondo loro, diceva riuscendo pericolosamente, sempre secondo loro, a piacere a molti fedeli. Il Papato Luciani durò, come si sa, solo 32 giorni, che Letta ha tuttavia felicemente superato, essendo stato eletto segretario del Pd il 14 marzo scorso, cioè più di due mesi fa. La notizia di una “cordiale” telefonata intervenuta in giornata con Draghi non ha francamente chiarito granché della posizione del segretario del Pd.

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