De Gregori nel Pantheon e Mattarella ancora al Quirinale

Per quanto prematura, con i suoi 70 anni felicemente compiuti in aprile, cinque in meno della Repubblica appena festeggiata nelle piazze d’Italia e al Quirinale, è meritatissima la destinazione di Francesco De Gregori al Pantheon nazionale simpaticamente assegnatagli dal Foglio. Che ha commentato con questa destinazione, appunto, il passaggio più suggestivo del discorso celebrativo di Sergio Mattarella: quello in cui il capo dello Stato ci ha esortati tutti, anziani e giovani, a riconoscerci nei versi scritti, tradotti in musica e cantati appunto da De Gregori ricordando che “la Storia siamo noi”.

            E’ la Storia, con la maiuscola, in cui nessuno deve sentirsi offeso o escluso “in questo prato di aghi sotto il cielo“, tra rumori e silenzi “duri da masticare”. O tra le false grida contro i “tutti che rubano nella stessa maniera”, lanciate giusto per “convincerti a restare chiuso quando viene la sera”, ben prima che altre grida, stavolta giustificate dalla pandemia e tradotte in tanto di decreti, ci obbligassero per un po’ di tempo al coprifuoco per proteggerci dai bombardamenti del Covid.

E’ la Storia che “dà torto o dà ragione”, magari non agli stessi che se li erano attribuiti intempestivamente. E’ la Storia di noi che “abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere”, anche quando cerchiamo di chiudere gli occhi, senza renderci conto che “quando si tratta di scegliere e di andare” ti ritrovi “la gente tutta con gli occhi aperti”, sapendo “benissimo cosa fare”. E via parlando e cantando.

            Il De Gregori scelto con arguzia dal capo dello Stato in quello che personalmente mi auguro – come spiegherò più avanti- non possa diventare davvero l’ultimo dei suoi pronunciati in carica per il compleanno della Repubblica, è il cantautore dei momenti o delle fasi ispirate all’ottimismo. E’ il De Gregori anche di “Viva l’Italia”, che commosse e piacque tanto a Bettino Craxi da farne, fra i mugugni e poi anche le proteste dell’interessato, la colonna sonora delle manifestazioni del Psi orgogliosamente autonomista, finalmente affrancato dalla paura, dalla soggezione e altro ancora nei rapporti col partito egemone della sinistra. Che era il Pci, preferito, o in cui comunque si riconosceva di più il cantautore prima che la Storia gli desse torto con la caduta del muro di Berlino. Per sottrarsi alle cui rovine alle Botteghe Oscure cambiarono nome e simbolo, e poi anche la sede.

            Il De Gregori scelto da Mattarella per commuovere e incoraggiare gli italiani non è il cantautore scoraggiato che nel 1976- dopo un anacronistico processo fattogli al Palalido di Milano dai collettivi studenteschi e dagli extraparlamentari rossi per rinfacciargli i soldi che guadagnava strumentalizzando, secondo loro, i concetti di sinistra che già allora esprimeva nelle sue canzoni- si propose di ritirarsi per protesta contro quelli che gli avevano appena risparmiato solo “l’olio di ricino”. Ma fu una protesta che per nostra fortuna durò pochissimo, perché egli tornò presto a scaldare il pubblico.

            Il De Gregori pessimista, che Mattarella sicuramente non ignora ma non ha giustamente citato in una ricorrenza festosa come il 2 giugno, è quello che nel 1989 previde come “regola del 2000” addirittura “la legalizzazione della mafia” e nel 1993 indicò nella tragedia del Titanic l’evento simbolico “del secolo”, che pure aveva già prodotto due guerre mondiali e in Italia anche gli anni di piombo in piena democrazia. Il De Gregori pessimista era anche quello che ci esortava a non comperare un’auto usata da un “ottimista” o da uno dichiaratamente, spavaldamente “moderno”. Ma chi di noi, del resto, non ha mai alternato momenti e occasioni di ottimismo e di pessimismo?

            Personalmente, per esempio, ritengo troppo ottimistico il proposito, il desiderio e quant’altro espresso recentemente da Mattarella ad una scolaresca romana di prendersi il meritato riposo “fra otto mesi”, quando scadrà il suo mandato presidenziale. Temo e al tempo stesso auspico un suo supplemento di fatica, un sacrificio come quello computo dal suo predecessore Giorgio Napolitano. Che nel 2013, in un Parlamento appena eletto ma bloccatosi nella scelta del suo successore al Quirinale, accettò con la rielezione offertagli in processione dai rappresentanti di un po’ tutte le forze politiche di rimanere al suo posto ancora due anni, sostituito nel 2015 proprio da Mattarella.

            Quest’ultimo sa bene, senza che glielo debba ricordare anche un giornalista modesto come me, la debolezza intrinseca di un altro presidente della Repubblica eletto l’anno prossimo da un Parlamento destinato l’anno dopo ad essere modificato numericamente, ridotto di più di un terzo dei seggi, e politicamente. E ciò per i tempi a dir poco infelici di una riforma imposta, pur a bicameralismo invariato, dai grillini prima ai leghisti e poi al Pd, alternatisi nell’alleanza di governo con le 5 Stelle. Formalmente sarebbe, per carità, un presidente legittimo, nel pieno dei suoi poteri dal primo all’ultimo giorno del mandato settennale, salvo il divieto di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio incarico.  Di fatto però sarebbe un presidente azzoppato, evitabile solo se generosamente Mattarella accettasse di aspettare anche lui l’elezione delle nuove Camere per prendersi il riposo e il laticlavio che gli spettano. La Storia, presidente, per dirla con De Gregori, è anche Lei.

Pubblicato sul Dubbio del 4 giugno

Cresce la voglia di una conferma pur provvisoria di Mattarella al Quirinale

Il testo completo della poesia e canzone di Francesco De Gregori citata da Mattarella al Quirinale

            Volente o nolente, a dispetto del bisogno di riposo che ha avvertito e comunicato recentemente davanti ad una scolaresca romana in vista della fine del suo mandato al Quirinale, fra circa 8 mesi, il quasi ottantenne Sergio Mattarella nel discorso celebrativo dei 75 anni della Repubblica non è proprio sembrato ieri un presidente in scadenza. E ha fatto forse crescere in molti la voglia di vederlo rieletto a febbraio, come d’altronde accadde già nel 2013 all’anziano suo predecessore Giorgio Napolitano. Che non vedeva pure lui il momento di riposarsi, tanto da avere già imballato l’occorrente per il ritorno a casa, peraltro a poche centinaia di metri dal Quirinale, ma dovette realisticamente e responsabilmente piegarsi al sacrificio chiestogli dai rappresentanti di un po’ tutte le  forze politiche, in fila davanti al suo ufficio. Egli accettò una conferma pur non dichiaratamente provvisoria dopo la bocciatura di entrambi i candidati proposti dal Pd: prima Franco Marini e poi Romano Prodi. Si sarebbe dimesso definitivamente due anni dopo.

            Allora ci fu un vuoto da coprire o da evitare. La prossima volta ci potrà essere da scongiurare un settennato, quanto dura il mandato del presidente della Repubblica, delegittimato in partenza dalla riforma costituzionale quanto meno intempestiva imposta praticamente dai grillini ai loro alleati di governo in questa stranissima legislatura. Essa riducendo le prossime Camere, da eleggere nel 2023, di più di un terzo dei suoi seggi renderà sostanzialmente superato o poco rappresentativo, a dir poco, un nuovo capo dello Stato eletto l’anno prima da quelle uscenti. E con equilibri politici sicuramente diversi da quelli maturati nei tre passaggi di governo succedutisi dopo le elezioni generali del 2018.

Sarebbe pertanto logica e utile sul piano politico o istituzionale, e generosa sul piano personale, la disponibilità di Mattarella, oggi mancante ma maturabile, ad una conferma per il tempo necessario all’elezione piena di un successore da parte del Parlamento rivoluzionato dai tagli, peraltro confermati con un referendum. Potrebbe  rivelarsi anche più realistica la staffetta ideale evocata da Mattarella nel discorso di ieri fra le vecchie e le nuove generazioni, all’insegna di un ottimismo che potrà forse essere stato avvertito come eccessivo da qualcuno, ma  onestamente dovuto da un presidente della Repubblica. Il quale lo ha felicemente rafforzato con un felice richiamo alla suggestiva poesia “La storia siamo noi” scritta e cantata da Francesco De Gregori. Letta nel suo testo integrale, essa sembra anche spiegare come meglio non si potrebbe la logica della larga ed emergenziale maggioranza di governo voluta da Mattarella mandando Mario Draghi al Quirinale dopo l’esaurimento del secondo governo di Giuseppe Conte, di orientamento opposto al primo.

La targa su Ciampi sbagliata a Roma

            I nostalgici di Conte al Fatto Quotidiano hanno deciso forse non a caso di ignorare completamente Mattarella e il suo discorso sulla prima pagina di oggi. Dove invece si può trovare un mezzo rimprovero al capo dello Stato di non avere corretto neppure lui, come i suoi predecessori, un comunicato quirinalizio del 1989 su un’udienza al “governatore della Banca d’Italia Carlo Azelio Ciampi”, con la g saltata come nella targa del Largo di Roma predisposta in suo onore sotto la sindacatura  dell’uscente e sfortunata Virginia Raggi.

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I così mal portati 75 anni della nostra pur cara Repubblica

La vignetta di Repubblica

            Di forte e intenso, diciamo la verità, restano solo o soprattutto il rumore delle frecce che svettano per la festa della Repubblica e il colore dei fumi con cui viene riprodotta in cielo la bandiera nazionale. Per il resto bisogna ammettere che la Repubblica italiana si porta maluccio, se non proprio male, i 75 anni che simbolicamente compie oggi nel ricordo del referendum del 2 giugno del 1946. Col quale gli italiani archiviarono una monarchia che aveva dissipato nel ventennio fascista i meriti acquisiti nella costruzione dell’unità d’Italia.

La vignetta del Corriere della Sera

Ci sono generalmente settantacinquenni, o quasi coetanei della Repubblica che portano assai meglio la loro età. Per rendersene conto basta guardare, sentire e leggere il presidente del Consiglio Mario Draghi, che compirà a settembre 74 anni. E che -mi azzardo a pensare- avrà incluso anche i 75 anni mal portati dalla Repubblica quando ha indicato come primo “pilastro” della ripresa “l’innovazione”, seguita dalla “coesione sociale” e dalla “competizione”.

            Chissà quante volte nei suoi primi cento giorni trascorsi a Palazzo Chigi l’ex presidente della Banca Centrale Europea, e di tutto il resto delle sue esperienze pregresse, si sarà reso maledettamente e silenziosamente conto di come sarebbe più facile, più veloce l’azione di governo senza i limiti e le contraddizioni di una Costituzione ancora troppo ottimisticamente chiamata da qualcuno “la più bella del mondo”. Essa più che inapplicata, come qualcun altro sostiene, va davvero riformata. E se precedenti tentativi sono falliti -l’ultimo fra le mani e i piedi di un Matteo Renzi che aveva incautamente personalizzato il progetto distorcendolo agli occhi di tanti elettori, accorsi alle urne referendarie del 2016 per dire no più a lui che alla riforma sottoposta al loro voto-  un altro deve essere ancora compiuto per non lasciare appesa per aria la ripresa che pure avvertiamo in una pandemia non ancora sconfitta.

Tanto più è imposta questa riforma organica della  Costituzione  da quella parziale che è stata permessa ai grillini prima dalla Lega e poi dal Pd, nella staffetta che si sono passata alleandosi con i pentastellati, fra il 2018 e il 2019, per ridurre consistentemente il numero dei parlamentari lasciando invariate le competenze delle due Camere. Che a ranghi ridotti potranno solo aggravare, non ridurre i danni del bicameralismo “perfetto” sperimentato dal 1948. I grillini prima o poi capiranno anche questo. E qualcuno magari si scuserà, come ha appena fatto Luigi Di Maio per la pratica della gogna degli avversari certamente non inventata dalle sue parti, dove però l’hanno praticata più e peggio di tutti i predecessori.

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Nella confusione o “liquidità” politica favorite anche dal mancato adeguamento della Costituzione a tutto ciò che è cambiato nella società in questi 75 anni dovremmo addirittura scaldarci, come forse si aspettano sotto le 5 stelle e dintorni, per il ring offertoci oggi dal Fatto Quotidiano. Sul quale Giuseppe Conte avrebbe sferrato il pugno decisivo a Davide Casaleggio per prendere finalmente e veramente il comando politico del MoVimento di ancora maggioranza relativa in Parlamento. Beppe Grillo glielo ha affidato come in un lascito ereditario in vita, alla faccia o a causa di quell’articolo della Costituzione, il quarantanovesimo, che troppo genericamente prescrive “il metodo democratico” ai partiti. Nei quali i cittadini possono “associarsi liberamente” per “concorrere a determinare la politica nazionale”. E’ incredibilmente scritto proprio così: incredibilmente per la realtà invece in cui siamo.   

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Vecchie e nuove affinità elettive di Luigi Di Maio, da Andreotti a Fini

Non vorrei che Luigi Di Maio, generosamente paragonato addirittura a Giulio Andreotti dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana all’indomani delle elezioni politiche del 2018, quando sommò le cariche di capo politico del Movimento 5 Stelle, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, non in un unico dicastero ma in due, pur non avendo mai la buonanima di Andreotti cumulato tante cariche insieme, ma solo per qualche affinità, diciamo così, elettiva con lo scomparso leader democristiano; non vorrei, dicevo, che Luigi Di Maio  si fosse sentito sminuito dal paragone che Davide Varì, il direttore del Dubbio, ha fatto fra lui e Gianfranco Fini dopo le scuse del ministro degli Esteri  all’ex sindaco  piddino di Lodi Simone Uggetti. appena assolto in appello dall’accusa di turbativa d’asta. Ma più delle scuse conta naturalmente la svolta di tipo garantista che  esse hanno comportato, o comunque contribuito ad attribuire al ministro degli Esteri.

Fini a Gerusalemme

            Trovo il paragone appropriato perché le distanze politiche del Di Maio giustizialista e un po’ manettaro del 2016, quando da capo dell’ufficio enti locali del movimento grillino andò personalmente a Lodi per reclamare le dimissioni del sindaco  appena arrestato e partecipare a quella “gogna disdicevole” ammessa la settimana scorsa nella lettera inviata al Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore, e il Di Maio delle scuse e dell’impegno conseguente di far maturare il movimento 5 Stelle anche sul terreno della giustizia, sono un po’ come quelle tra il Fini scelto personalmente da Giorgio Almirante alla guida del Movimento Sociale, illuminato o riscaldato dalla fiamma che simulava un po’ a quella pur elettrica davanti alla tomba di Benito Mussolini, e il Fini recatosi a Gerusalemme per unirsi alla deplorazione dell’antisemitismo. E’ stato un paragone, ripeto, appropriato sul piano politico anche alla luce delle reazioni: da una parte quelle di Alessandra Mussolini e di Francesco Storace contro il Fini di Gerusalemme e dall’altra quelle dei vari Nicola Morra, Alessandro Di Battista, Barbara Lezzi ed altri ancora al Di Maio delle scuse a Uggetti,  considerato ancora dal Fatto Quotidiano “reo confesso”. Pertanto il ministro degli Esteri si è guadagnato la diagnosi di un malato della “sindrome di Stoccolma” improvvisata da Marco Travaglio.

            Ma questo è, o è stato, solo l’inizio. Cui chissà cos’altro seguirà contro il Di Maio che, volente o volente, con la sua svolta personale ha indotto molti- si vedrà se a torto o a ragione- a consideralo tornato anche nel gioco della successione all’ormai scadutissimo reggente Vito Crimi. E ciò in concorrenza pur con quella specie di “unto dal Signore” che può considerarsi l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte per l’incarico affidatogli personalmente  nei mesi scorsi da Beppe Grillo, in un incontro a Roma davanti ai resti del Fori Imperiali, di rifondare e guidare il MoVimento 5 Stelle, senza escludere neppure un cambiamento di nome, di simbolo e di colore.

            E’ apparso sin troppo evidente a tutti, e non solo per gli articoli di “retroscena” comparsi su vari giornali, peraltro senza smentite degli interessati, almeno sino al momento in cui scrivo, l’imbarazzo nel quale si è trovato Conte -fra uno studio e l’altro dei vari problemi statutari e legali che gli impediscono il reale e non solo verbale o sostanziale esercizio della guida del MoVimento 5 Stelle- di fronte alla improvvisa e non preannunciatagli sortita, svolta e quant’altro di Di Maio. Cui l’ex presidente del Consiglio ha reagito prima con una generica  ma poi con una più articolata condivisione, come si dice in questi casi: tanto articolata però da non apparire più una vera e propria condivisione.

            In particolare, Conte ha confermato la volontà di partecipare a “un importante processo di maturazione collettiva” del movimento ma senza smentire “la forza e il coraggio delle sue storiche battaglie per cambiare il Paese”. “Saremo una forza aperta, accogliente ma anche intransigente”, ha detto Conte mettendosi su una pista già vista da chi si occupa di politica: quella di Walter Veltroni alla guida del Pd appena fondato nel 2007   unendo i resti del Pci, della sinistra democristiana, dell’ambientalismo e quant’altro con una formula che i critici definirono ironicamente del “manchismo”, inteso appunto come “ma anche”. Se ne sono visti i risultati deludenti,  se dopo avere cambiato in così pochi anni tanti segretari il Pd è ancora quel partito in perenne ricerca o crisi d’identità, meno vistoso ma non meno profondo del movimento pentastellato: una ricerca o crisi che potrebbe creare problemi anche ad un governo di così larga maggioranza, ed emergenza, come quello realizzato da Mario Draghi dopo una crisi dipinta di giallo, visto che è stato appena stampato un libro sui “misteri del Conticidio”. Che è risultato di così ambivalente lettura da avere fatto arruolare d’ufficio uno come Massimo D’Alema sia fra i difensori dell’ex presidente del Consiglio sia fra i congiurati.

            Le sorti politiche della svolta di Di Maio e forse dello stesso Di Maio, ora che si è esposto così tanto, sono legate a quella del movimento cui si è proposto di far battere strade davvero nuove. La pur apprezzabile svolta di Fini non si concluse purtroppo con una vittoria, vista la scomparsa dell’interessato dallo scenario politico. Solo per questo forse Di Maio potrebbe ragionevolmente temere, o non gradire, il paragone con l’ex presidente della Camera ed ex ministro degli Esteri, cioè uno dei suoi predecessori alla Farnesina. Ma sotto altri aspetti meno politici la zavorra di Di Maio potrebbe risultare meno pesante di quella di Fini.

Pubblicato sul Dubbio

Ora si litiga anche su chi dovrebbe intestarsi la ripresa certificata da Bankitalia

            Scambiare per una brutta notizia la conferma della ripartenza e della ripresa arrivata dalle “considerazioni finali” del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, convinto anche che potrà essere di oltre il 4 per cento l’aumento del prodotto interno lordo nel biennio 2021-2022, sarebbe una follia in un paese normale. Ma l’Italia notoriamente non lo è, o non è ancora tornata ad esserlo, per cui all’ombra della relazione di Visco si sta sviluppando un dibattito tutto politico e strumentale su chi avrebbe il diritto di intestarsi questa svolta in tempi ancora di pandemia, in cui ogni giorno dobbiamo ancora contare morti e contagiati, sia pure in curva discendente.

            I “soli” cento giorni trascorsi dalla nascita del governo di Mario Draghi, secondo i nostalgici di Giuseppe Conte, sotto le 5 Stelle e dintorni, compresa una parte del Pd, non darebbero al presidente del Consiglio in carica il diritto di vantarsi della piega che stanno prendendo le cose, e tanto meno di cantare vittoria. Essa spetterebbe invece al suo predecessore, allontanato a febbraio da Palazzo Chigi, secondo i racconti dei suoi amici e sostenitori, proprio per sottrargli la raccolta dei frutti seminati col suo secondo governo. E’ uscito in questi giorni addirittura un libro giallo, anche nel colore della copertina, sui “segreti del Conticidio” raccontati, cioè rivelati, dal solito Marco Travaglio. E da chi sennò?

            All’omicidio, per sua fortuna solo politico e non anche fisico, avrebbero partecipato i soliti “poteri forti” italiani ed europei, ma forse anche più estesi ancora, al servizio dei quali si sarebbe messo con le sue azioni di disturbo risalenti già ai primi mesi del secondo governo Conte il pur promotore di quella creatura: Matteo Renzi. La cui azione di pronta destabilizzazione e rapido rovesciamento del professore sarebbe stata rallentata solo dalla pandemia virale scoppiata -presumo- anche per fare dispetto al guastatore. Che alla fine però sarebbe riuscito lo stesso a realizzare la congiura, o quasi, in tempo per impedire l’incoronazione di Conte come uomo della Provvidenza, e magari anche la sua promozione a presidente della Repubblica alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella.

Lo stesso capo dello Stato  ci avrebbe messo del suo a impedire una simile successione smontando gli equilibri politici realizzatisi nella tarda estate del 2019 e creandone di nuovi: quelli di oggi, con Renzi sempre in maggioranza ma stavolta in compagnia anche dell’”altro Matteo”, Salvini, e di Silvio Berlusconi. Dai quali naturalmente Draghi si lascerebbe dettare la linea più ancora che dal Pd ora guidato da Enrico Letta e da quel che rimane in Parlamento -ancora tanto, comunque- del MoVimento 5 Stelle guidato sulla parola di Grillo, non di più né di meno, da un Conte miracolosamente sopravvissuto all’omicidio, ma attardato stavolta nei suoi movimenti non da Renzi, bensì dalle stesse truppe affidategli dal comico genovese.

Quelli che ci siamo abituati a chiamare grillini sono divisi, confusi  e quant’altro anche sulla prospettiva di un nuovo capo come Conte, insidiato ancor prima di potersi insediare da un Luigi Di Maio, per esempio, che lo ha aggirato e scavalcato nella promessa “maturazione” del MoVimento sul percorso, diciamo così, più sensibile, insidioso e vistoso come quello della giustizia. Dove peraltro fatti, incarcerazioni, scarcerazioni, assoluzioni, condanne, scuse, espropri ben remunerati e altro ancora si inseguono ogni giorno, anzi ogni ora,  attizzando un fuoco destinato probabilmente a non spegnersi mai.

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Il ritorno alla normalità in bicicletta, e forse anche sul predellino di un’auto

            Non so a voi, ma a me, abituato da ragazzo a seguirne le tappe -allora alla radio, prima dell’arrivo della televisione- e a farmi qualche chilometro di strada a piedi per vederne i partecipanti, e campioni, quando il percorso passava nelle vicinanze di casa, diciamo così, la notizia della conclusione di questa 104.ma edizione del giro ciclistico d’Italia, improvvisamente comparsa su qualche prima pagina di giornale, è stato un po’ il segno di un ritorno alla normalità. O quasi, in questi tempi di pandemia: più ancora di quei “soli” 44 morti e 2949 contagiati di giornata, che sono pure tanti, a pensarci bene.

Il vincitore colombiano del Giro d’Italia

            Di questa edizione del giro d’Italia in bicicletta, vinta dallo sconosciuto -almeno a me- colombiano ventiquattrenne Egan Arley Bernal Gomez, nella speranza di non averne trascritto male il nome, seguito in classifica generale dal “sorprendente” italiano di Ragusa di 33 anni Damiano Caruso, una qualche traccia visiva e acustica, fra notiziari televisivi e radiofonici, mi aveva raggiunto solo in occasione di un omaggio dei corridori in memoria delle 14 vittime della sciagura della funivia del Mottarone, visto il percorso del giro progettato nelle vicinanze. Una sciagura, quella del Mottarone, che giustamente continua ad occupare le prime pagine dei giornali, nelle ultime ore -in verità- più che per lo strazio nel ricordo delle vittime, per la “sorpresa” procurata a tanti improvvisati garantisti, evidentemente, dalle divergenze di vedute e di scelte fra gli uffici dei pubblici ministeri e dei giudici.

Il titolo del Fatto contro Di Maio

            E’ inutile, sotto sotto la maggioranza di questa nostra Italia rimane un po’ manettara, a dispetto del recente ravvedimento di Luigi Di Maio -che ha moltiplicato la confusione già esistente nel suo movimento stellare 5procurandogli la derisione del Fatto Quotidiano, tornato anche oggi a rimproveragli le scuse all’ex sindaco di Lodi assolto- e della scoperta dell’utilità e bellezza dei referendum di Marco Pannella sui temi della giustizia da parte di Matteo Salvini. Il cui partito, la Lega, è pur quello che partecipò nell’aula di Montecitorio -con quel cappio sventolato contro gli inquisiti- alle feste del giustizialismo alimentate ogni giorno dagli arresti o dai soli avvisi di cosiddetta, cioè falsa garanzia sulla cui strada si inseguivano ormai le Procure della Repubblica. Che si guadagnò per questo il giusto soprannome della Repubblica delle Procure, a senso invertito rispetto alla Costituzione in vigore pur dal lontano 1948.

            Ora il neo-garantismo, oltre al neo-europeismo, del partito non più di Umberto Bossi -che pure era diventato di casa ad Arcore dopo un inizio tempestoso dei rapporti di cosiddetta alleanza col padrone della Villa San Martino- ma del suo successore ed ex vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, sembra avere a tal punto convinto Silvio Berlusconi da fargli venire la voglia di unire la sua ormai declinante Forza Italia alla Lega. Ciò consentirebbe peraltro a Salvini di liberarsi dall’incubo del sorpasso, all’interno del centrodestra, da parte dell’arrembante Giorgia Meloni col seguito del Fratelli d’Italia. L’anticipazione, chiamiamola così, è stata fatta sulla sua Verità da Maurizio Belpietro evocando l’avventura, non del tutto felice per il fallimento che ne seguì, del Pdl inteso come partito unico di berlusconiani e finiani. L’operazione fu lanciata dallo stesso Berlusconi sul predellino di un’auto a Milano. Dove tutto in questo Paese sembra politicamente dover nascere, ma anche morire.  

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Il Foglio s’offre al pentito Luigi Di Maio ma un pò ne soffre….

            Non a torto è stata generalmente considerata significativa la scelta del giornale fatta da Luigi Di Maio ancora una volta per lanciare le sue svolte all’interno e all’esterno del MoVimento 5 Stelle: non Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che ormai lo considera affetto dalla “sindrome di Stoccolma”, ma Il Foglio di Giuliano Ferrara fondatore e Claudio Cerasa direttore, il più lontano dall’altro sui temi della giustizia. Tanto è giustizialista e manettaro il primo quanto è garantista il secondo, cui Di Maio deve avere pensato come al mezzo migliore per annunciare con la maggiore credibilità, e il maggiore aiuto possibile, il ripudio della lunga pratica della gogna dell’avversario politico, cavalcandone anche il più modesto dei problemi giudiziari. Come fu quello, ingigantito in piazza nel 2016, del sindaco di Lodi, il piddino Simone Uggetti, arrestato, costretto alle dimissioni e assolto in appello dopo cinque anni dall’accusa di turbativa d’asta perché “il fatto non sussiste”.

            Il Foglio, che per sua fortuna vive più di citazioni che di copie, più letto nei palazzi che venduto  nelle edicole, ce l’ha messa tutta per soddisfare le attese di Di Maio e ripagarlo della scelta. Quelle due colonne in prima, delle sei su cui si sviluppa il giornale, dedicate alla lettera di scuse di Di Mai a Uggetti e famiglia, con un titolo dipinto di rosso per attirare di più l’attenzione, parlavano da sole venerdì scorso. Come parlava da sola anche l’unica, modesta colonna dedicata il giorno dopo, sempre in prima pagina, ad un’altra lettera sullo stesso tema, scritta questa volta dal leader Matteo Salvini, chiamato in causa da Di Maio come partecipe della “disdicevole gogna” riservata a Uggetti nel contesto di una campagna elettorale amministrativa cui erano interessate vaste zone del Paese, e si giocava quindi una grossa partita.

            Eppure il leader leghista, definito abitualmente “truce” da Giuliano Ferrara e collaboratori, oltre a condividere le scuse chieste da Di Maio, precisando anzi di averlo preceduto con l’interessato senza vantarsene, ha posto sul piatto del dibattito politico una posta ancora più grossa della svolta verbale del ministro degli Esteri: la messa in prova dell’autenticità di questa svolta partecipando alle campagne referendarie in allestimento con i radicali sui temi della giustizia,  utili anche a stimolare i partiti dormienti.

            Eppure la proposta di verifica della svolta di Di Maio avanzata da Salvini, per quanto considerata nella titolazione la metà del valore dell’altra, non mi sembra per niente in contrasto con la prudente e breve risposta di Cerasa ad una lettera di quasi entusiasmo del solito, immancabile Goffredo Bettini sulla sortita del ministro degli Esteri. “E’ una svolta -ha scritto il direttore del Foglio- che dovrà essere misurata sui fatti. E il primo sarà l’approvazione in Parlamento di una riforma che permetta all’Italia di superare la stagione della gogna a vita imboccata due anni fa con la prescrizione modello Bonafede”.

            Non meno prudenti, se non diffidenti, del direttore Cerasa sono stati sul Foglio Carmelo Caruso irridendo, praticamente, sui grillini così disinvoltamente passati “da Robespierre a Cesare Beccaria” e Salvatore Merlo dilungandosi sul tema dell’”arte di scusarsi”, più per “furbizia” che altro. Non so a questo punto se Di Maio stia più stretto o più largo al giornale considerato a lungo come una bandiera del garantismo.

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Il passato manettaro di cui Luigi Di Maio cerca di liberarsi

            Sono state tanto rumorose quanto galeotte le scuse del ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’ex sindaco piddino di Lodi, Simone Uggetti, per i cinque anni trascorsi nella gogna, e un po’ anche in galera, per il presunto scandalo delle piscine. Che fu cavalcato in piazza, imitato dal leghista Roberto Calderoli, dallo stesso Di Maio, allora responsabile degli enti locali del MoVimento 5 Stelle. “E’ vera svolta?”, si è chiesto prudentemente sulla Stampa Massimo Panarari.

La vignetta di Makkox

            Anche Uggetti, del resto, appena assolto in appello a Milano dall’accusa di turbativa d’asta, che gli aveva procurato nel 2016 l’arresto e le dimissioni da sindaco, e nel 2018 la condanna in primo grado a 10 mesi, pur col riconoscimento di avere agito nell’”interesse pubblico”, qualche dubbio sulle scuse di Di Maio lo coltiva se le ha accolte con riserva,. “Spero che il ravvedimento sia sincero”, ha detto commentando la lettera inviata al Foglio, e pubblicata con tanto di titolo rosso in prima pagina, dal ministro degli Esteri. Che grazie anche alla durezza praticata come responsabile degli enti locali si era guadagnato poi la promozione a capo politico del movimento grillino cercando di scalare addirittura Palazzo Chigi. Dove dovette rassegnarsi dopo le elezioni politiche del 2018 ad avere un ufficio solo come vice presidente del Consiglio.

            Ora Di Maio non è più capo del Movimento 5 Stelle, o di quel che ne rimane, né vice presidente del Consiglio e pluriministro, come nel primo governo di Giuseppe Conte, ma “soltanto”, si fa per dire, titolare della Farnesina. Dove divide il suo tempo, in realtà, fra due lavori. Uno naturalmente è quello istituzionale di ministro degli Esteri, l’altro è quello meno visibile, più discreto ma forse politicamente più concreto di rimanere in palla, diciamo così, nel movimento affidato pur sulla parola da Beppe Grillo all’ex presidente del Consiglio Conte.

            Distratto, diciamo così, dalle vertenze interne al movimento, che stanno mettendo a dura prova anche le sue competenze professionali di avvocato e professore universitario di diritto, Conte si è fatto precedere -o “spiazzare”, come ha titolato la Repubblica-  da Di Maio in un passaggio importante o significativo come quello delle scuse all’ex sindaco di Lodi, propedeutiche ad una svolta. Egli è riuscito a parlare solo di rimessa, in seconda battuta, per ripetere con Di Maio che “alimentare la gogna mediatica per contrastare gli avversari a fini elettorali contribuisce all’imbarbarimento dello scontro politico”: una pratica del passato alla quale il Movimento 5 Stelle, o come diavolo si potrà o dovrà chiamare dopo la rifondazione in corso nell’abitazione privata di Conte e dintorni, dovrebbe rinunciare. Ma chissà se questa svolta potrà più facilitare o danneggiare la scalata di Conte. Al quale II Fatto con la solita tempestività, e disinvoltura, ha ricordato che Uggetti è “reo confesso”, per quanto assolto perché “il fatto” -quello giudiziario- “non sussiste”.

            C’è tuttavia sotto le stelle anche un dissidente come Stefano Buffagni che ha proposto di offrire a Uggetti quella candidatura comune di Pd e grillini a deputato, inutilmente tentata con Conte, alle elezioni suppletive d’autunno a Siena per la sostituzione del deputato piddino dimissionario ed ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, che ha preferito l’Unicredit alla Camera.  I “locali” del Pd stavolta potrebbero starci per compensare in fondo un compagno di partito che cinque anni fa meritava di essere sostenuto orgogliosamente, come non avvenne.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Un D’Alema a sorpresa in fase autocritica tra manifesto e vigneti

La partecipazione ad uno degli eventi celebrativi dei 50 anni del manifesto, il “quotidiano comunista” orgogliosamente sopravvissuto sia all’espulsione dei suoi promotori dal Pci sia alla fine dello stesso Pci dopo il crollo del muro di Berlino, ha dato a Massimo D’Alema l’occasione di una tardiva ma pur sempre significativa ammissione autocritica sul versante dei rapporti col Psi. Che fu uno dei temi  del dissenso a sinistra di cui viveva il giornale degli “eretici”. I quali non condividevano la supponenza -chiamiamola come meritava- del Pci verso il Psi persino ai tempi di Francesco De Martino, prima che arrivasse a guidarlo col garofano in mano quell’”intruso” come veniva considerato Bettino Craxi. Di cui infastidì i comunisti anche il fatto che fosse riuscito a strappare alla Dc nei rapporti di alleanza politica ciò che De Martino ammise poi di non avere osato neppure immaginare di poter chiedere: la guida socialista di un governo di coalizione.

            Alla buonanima di Luigi Pintor che nel 1983, scrivendo della voglia di chi militava a sinistra di “non morire democristiani”, esortava i comunisti a cambiare musica col Psi da 7 anni ormai a direzione craxiana, D’Alema ha riconosciuto di avere ragione, e torto lui a “indignarsi” nel leggerlo.

            Ma ciò avvenne anche più avanti, in quelli che Andrea Carugati, sempre sul manifesto, ha definito “gli anni della transizione post-Pci”. Che furono intossicati dai propositi di annessione intravisti, a torto o a ragione, dai comunisti nella prospettiva  dell’”unità socialista” lanciata da Craxi dopo il crollo del muro di Berlino e dalla voglia irrefrenabile, persino scomposta, di difendersene cavalcando le difficoltà giudiziarie, a dir poco, del Psi alle prese con Tangentopoli. Di cui il sindaco non poteva che essere socialista, vista la direzione preferenziale assunta dalle indagini giudiziarie.

Nei rapporti estremamente conflittuali fra i due partiti maggiori della sinistra, in cui Achille Occhetto usò come una clava la “questione morale”, D’Alema ha riconosciuto con gli amici o compagni del manifesto che “i torti non erano tutti di una sola parte”. Ma lui, obiettivamente, quando decise di sostituire Occhetto alla segreteria del Pds-ex Pci non fece gran che per migliorare le cose. Gli venne addirittura attribuita una volta, a commento di uno dei tanti tentativi dei socialisti di tornare con le proprie forze in Parlamento, la battuta che non bisognasse fargliene tornare la voglia o l’abitudine.

            Magari non sarà stata vera, come tante altre battute al vetriolo attribuite a D’Alema e da lui smentite, a cominciare dalla liquidazione di Romano Prodi e Walter Veltroni come “flaccidi imbroglioni”, ma molti la presero almeno per verosimile conoscendo gli umori dell’uomo.  

            Il fatto è che, a parte gli “eretici” del manifesto all’esterno, per molto tempo gli unici fra i comunisti e post-comunisti a consentirsi un linguaggio e uno stile non esasperato nei rapporti con i socialisti furono i cosiddetti “miglioristi”. Che anche per questo erano considerati la minoranza d’obbligo del partito, non qualificata a guidarlo neppure quando, caduto il comunismo, furono cambiati nome e simbolo della formazione politica.

Il titolo dell’intervista a 7 del Corriere della Sera fra i suoi vigneti

  Lo stesso arrivo del migliorista Giorgio Napolitano al Quirinale nel 2006 avvenne per decisione più esterna che interna ai democratici di sinistra, per impedire che vi giungesse proprio D’Alema, al quale sembrò ad un certo punto che fosse disposto a dare una mano persino Silvio Berlusconi, consigliato in quella direzione da Giuliano Ferrara ma sottrattosi alla tentazione all’ultimo momento con una telefonata di spiegazione al “caro Massimo”. Tuttavia – un po’ diversamente da come l’ha appena raccontata lo stesso D’Alema in una intervista a Tommaso Labate per il supplemento 7 del Corriere della Sera- a impedirne la candidatura fu di fatto l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini muovendosi fra i moderati per spianare la strada appunto a Napolitano. Che da presidente della Repubblica non smentì quella specie di sensibilità diversa nei riguardi dei socialisti manifestata già nel 1976, quando si avviò l’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale e lui non condivise la condizione posta dal Pci per aderirvi: che il governo da appoggiare, senza potervi partecipare, fosse “monocolore” democristiano, per escludervi i socialisti prima di tutti gli altri ex alleati dello scudo crociato.

            Fu con Napolitano che nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi ad Hammamet partì dal Quirinale alla vedova Anna la lettera in cui si riconosceva che l’azione anche giudiziaria contro il leader socialista per la pratica generalizzata del finanziamento illegale della politica fu di una durezza “senza uguali”. D’Alema poco più di dieci anni prima si era limitato a incoraggiare telegraficamente un Craxi appena operato in condizioni disperate firmandosi impersonalmente, con la sola qualifica di presidente del Consiglio.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.policymakermag.it il 30 maggio

La danza che piange e quella che ride e festeggia, fra il teatro e la politica

Luigi Brugnaro e Giovanni Toti

            Se la danza alla quale siamo abituati a pensare di più e meglio, di teatro o palcoscenico, piange per la scomparsa della sua regina indiscussa, Carla Fracci, quella politica, molto meno nobile e apprezzata, sembra addirittura in festa per la nascita dell’ennesima formazione, che si è data come nome, non a caso, un sinonimo della Forza Italia inventata a suo tempo e tuttora presieduta da Silvio Berlusconi. Si chiama, come in un altro grido da stadio, Coraggio Italia e si è potuta costituire in un gruppo di 24 deputati, quattro più del minimo richiesto dal regolamento di Montecitorio, grazie a 11 provenienti appunto da Forza Italia. Dove si sono subito levate voci di protesta, anzi di indignazione, per il tradimento, il trasformismo e quant’altro rappresenterebbe l’iniziativa assunta, in ordine quanto meno alfabetico, dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e dal governatore della Liguria Giovanni Toti. Che hanno goduto entrambi della simpatia, della fiducia e persino della dipendenza -nel caso di Toti- da Berlusconi. Verso il quale essi si dicono ancora “grati” per il ruolo politico svolto per tanto tempo creando, guidando e poi partecipando ad un centrodestra che molti avevano auspicato e nessuno aveva saputo realizzare nella cosiddetta “Prima Repubblica”, prima che egli scendesse in campo e sostituisse, praticamente, i vecchi partiti di governo travolti dalla piena di Tangentopoli, o “Mani pulite”. Così fu chiamata la storica indagine giudiziaria cominciata a Milano sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che spesso -non sempre- l’accompagnò.

Michela Biancofiore
Vignetta del Foglio

            A dispetto delle proteste e dell’indignazione per danze compiute senza la grazia, lo stile, la scuola della scomparsa regina del palcoscenico, la nuova formazione non è nata uscendo dal centrodestra ma per rimanervi, augurabilmente -nei propositi dei promotori- con risultati migliori di quelli che potrebbe garantire da solo o da protagonista Berlusconi, affaticato -a dir poco- da molti problemi, purtroppo anche di salute, più che naturali a 84 anni compiuti a fine settembre, e con tutti gli imprevisti che l’ex presidente del Consiglio ha dovuto fronteggiare, compresi quelli più recenti della pandemia virale. Non sarà stata molto felice, anzi per niente, l’ormai ex fedelissima Michaela Biancofiore dicendo che “lui non c’è più”, ma certamente c’è qualcosa in Forza Italia che appunto “non c’è più” e spinge tanti parlamentari ad uscirne, peraltro dopo che ne sono andati via molti elettori o votando per altri partiti dello stesso schieramento, o oltrepassandone i confini o semplicemente andando a ingrossare, o ingrassare, il partito dell’astensionismo. Ci sarà pur stata qualche carenza di Berlusconi.

            E’ paradossale che le difficoltà del centrodestra, a dir poco, espresse anche col rito delle riunioni incomplete, o rinviate, o eternamente interlocutorie sul tema, per esempio, delle candidature nelle grandi città dove si voterà in ottobre di quest’anno, non del prossimo, esplodano nonostante il ruolo dello stesso centrodestra nella maggioranza di emergenza formatasi attorno al governo di Mario Draghi sia talmente forte ed evidente da aver fatto perdere spesso la testa, e altro ancora, sia al Pd, prima di Nicola Zingaretti e poi di Enrico Letta, sia al MoVimento 5 Stelle. O di quel che ne rimane, di cui l’ex premier Giuseppe Conte non riesce a prendere o assumere davvero la guida affidatagli a parole dal “fondatore, responsabile, elevato” e quant’altro Beppe Grillo, afflitto da problemi come e forse più ancora del tanto odiato o “psiconano” Berlusconi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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