Mario Draghi for ever, tra Palazzo Chigi e Quirinale…

Marco D’Aliberti

            Claudio Cerasa, il direttore del Foglio, lo ha presentato ai lettori come “l’uomo che sussurra a Draghi”, essendone il consigliere più stretto e fidato del presidente del Consiglio, o fra i più stretti e fidati. E lo ha descritto fisicamente a mezza strada fra Corrado Passera e Sabino Cassese. E’ il professore di diritto amministrativo -non a Cassino e a contratto come il candidato del centrodestra al Campidoglio Enrico Michetti, ma all’Università La Sapienza di Roma- Marco D’Aliberti. Al quale Cerasa ha strappato non un’intervista, pur avendogli fatto pervenire un elenco di temi da trattare e ricevuto per risposta un lungo documento scritto, ma una “chiacchierata” in cui scavare di più e capire meglio gli oracoli che potevano rischiare di essere o apparire parti estrapolate di quel testo ricevuto da Palazzo Chigi.

            Da questa “chiacchierata”, farcita di riferimenti a Seneca, Leopardi, Gaetano Filangieri, Manzoni e l’ancor vivo Giuliano Amato, si è capito che Draghi si era tenuto un po’ stretto dicendo qualche giorno fa a Giorgia Meloni, ricevuta a Palazzo Chigi con una cordialità sconosciuta a Giuseppe Conte nei rapporti con le opposizioni al suo secondo governo, che “qui abbiamo tanto da fare sino al 2023”, cioè sino alla scadenza ordinaria della legislatura. Il che bastò e avanzò per supporre una preferenza del presidente del Consiglio a rimanere al suo posto, piuttosto che lasciarsi prendere dalla tentazione di succedere a febbraio a Sergio Mattarella al Quirinale, dove qualcuno vorrebbe cercare di mandarlo non so, francamente, se più per imbalsamarlo, ammesso che uno come Draghi possa essere impagliato, o per affidargli in custodia uno e anche più successori a Palazzo Chigi, con o senza un passaggio di elezioni anticipate.

            Di lavoro da fare alla guida del governo sulla base delle cose già impostate da Draghi riformando, semplificando, accelerando e via con altri gerundi, il buon D’Aliberti ne ha viste sino alla fine del 2026, al termine cioè dello scadenziario trimestrale fissato dalla Commissione Europea per finanziare via via il famoso piano della ripresa mandato da Roma a Bruxelles.

            Non so se facendo il finto tonto o il furbo, lasciando cioè aperte a Draghi sia la strada del Quirinale sia la conferma alla guida del governo in buona parte anche della prossima legislatura, Cerasa ha scritto, e concluso il resoconto della sua chiacchierata con D’Aliberti, che “presto a Palazzo Chigi dovranno provare a chiedersi quale sia il modo migliore e il palazzo migliore su cui scommettere per far sì che la parentesi di oggi possa chiudersi il più tardi possibile”. E’ una parentesi, poi, per modo di dire, perché D’Aliberti l’ha più correttamente definita “una stagione di riforme”. Che non significa poi una stagione di chissà quante leggi, o quanto lunghe, perché un sistema per funzionare, e per difendersi dall’insidia della disonestà  avvertita anche da Seneca, ha bisogno di poche e semplici regole. Non di proclami, aggiungerei, come quella legge addirittura “spazzacorrotti” di cui fanno a gara a vantarsi l’ex presidente del Consiglio Conte e l’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Che ne profittarono per mettervi dentro come una supposta una prescrizione così breve da poter produrre l’imputato a vita.   

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La candidatura sprecata in Campidoglio si chiama Vittorio Sgarbi

Per quanto l’insospettabile e saggio Biagio De Giovanni abbia appena rimproverato al “centro-sinistra”, sul Riformista di Piero Sansonetti, di essersi fatto praticamente fregare dal “centro-destra”, entrambi col trattino, nella preparazione alle elezioni politiche aspettando “come Godot” l’ultima edizione di Giuseppe Conte, impegnato a “raccattare pezzi dei 5 stelle dispersi a destra e a manca”,  dubito che l’alleanza tra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, stia facendo davvero del suo meglio per vincere la partita finale. O almeno per vincerla con le sue sole forze, senza contare sull’autorete degli avversari.

            I dubbi mi sono venuti assistendo prima alla troppo affannosa ricerca delle intese sulle candidature a sindaco nelle grandi città in cui si voterà in autunno, facendo addirittura scommettere Nicola Zingaretti su una specie di miracoloso e vincente cappotto del Pd, e poi alla pasticciata partenza e gestione del progetto di federazione del centro-destra. Che anche io scrivo ora col trattino, pur essendo nato senza di esso nella cosiddetta seconda Repubblica, perché il suo stesso promotore Berlusconi ha voluto praticamente metterlo rivendicando la cosiddetta centralità della sua Forza Italia, anche dopo averla riconosciuta alla Lega per il sorpasso subìto ad opera di Salvini nelle elezioni del 2018. E ben prima che un altro sorpasso, stavolta di Giorgia Meloni su Salvini, possa produrre un’alleanza a trazione meloniana, appunto.

            Mi direte che, a parte il perdurante pasticcio della federazione, a seguirne i cui sviluppi si perde il conto delle frenate o delle accelerazioni ora di Salvini e ora di Berlusconi, il centro-destra ha appena risolto i problemi delle candidature a sindaco di Torino e di Roma, lanciando rispettivamente l’imprenditore Paolo Damilano e la coppia Enrico Michetti-Simonetta Matone, in ordine questa volta non alfabetco ma gerarchico, essendo la seconda destinata ad essere davvero la vice del primo.

            Non so francamente a Torino, ma a Roma, dove personalmente abito e voto, francamente non scommetterei sulla coppia del centro-destra, pur con tutto il rispetto, per carità, che meritano entrambi i candidati: l’uno avvocato amministrativista, professore, espertissimo di problemi legali dei Comuni, tribuno radiofonico che non ho mai avuto la fortuna di ascoltare, l’altra magistrata più nota- mi sembra- di Michetti per le sue apparizioni televisive.

            A leggere le prime interviste di Michetti, cui peraltro Il Fatto Quotidiano ha subito riservato il solito trattamento giustizialista presentandolo come inseguito dalla Guardia di Finanza per presunti danni di oltre 800 mila euro procurati alla regione Lazio, a parte la solidarietà che merita per questo tipo di accoglienza ricevuto dal giornale che sostiene la conferma della sindaca grillina uscente Virginia Raggi, non mi sono francamente entusiasmato. Non credo che gli basti “il buon paio di scarpe” che ha annunciato di avere comperato per girare per Roma, dove servono piuttosto gli scarponi, e anche i canotti, per le condizioni alle quali la città è ridotta. E piuttosto che offrirsi di accompagnarlo di persona, presumendo evidentemente di conoscere meglio strade, piazze e quartieri, La Meloni secondo me avrebbe fatto meglio a candidarsi lei direttamente a sindaco. Se non lo ha fatto ritenendo il Campidoglio di secondo ordine rispetto al pur vicino Palazzo Chigi, ha commesso un errore inutilmente segnalatole di recente da un “animale politico” quale io considero Giuliano Ferrara. Che contemporaneamente auspicava la candidatura di Salvini a sindaco di Milano, senza che ciò potesse precludere all’una e all’altro, al momento opportuno, la guida di un governo. Il compianto Jacques Chirac fu sindaco di Parigi prima di approdare all’Eliseo come presidente della Repubblica francese.

            Un’ammissione della debolezza politica della coppia lanciata dopo tanti rinvii dal centro-destra per il Campidoglio l’ho trovata nel “tridente” vantato da Salvini proponendo come salvifica la nomina di Vittorio Sgarbi ad assessore alla cultura. Ma allora, scusatemi, pur nativo di Ferrara, e già sindaco di San Severino Marche, di Salemi e ora di Sutri, perché non spendere un nome e un uomo così prestigioso, pur al netto della sua imprevedibilità,  direttamente per il vertice dell’amministrazione capitolina?

Non si può onestamente pensare che uno come Sgarbi sia meno noto e capace di guadagnarsi voti oltre le logiche e i confini degli schieramenti tradizionali dell’avvocato, professore e tribuno Michetti o della giudice Matone. Né pensare che Sgarbi, compiaciuto del “tridente” inventato da Salvini, o addirittura da lui stesso suggerito al leader leghista, si sarebbe sottratto alla candidatura a sindaco di Roma se gliel’avesse offerta Giorgia Meloni.  Che a questo punto avrebbe avuto almeno il beneficio di accompagnare in giro il candidato per la “sua” Roma facendosene spiegare o addirittura scoprendo bellezze e tesori artistici. Poi il “suo” avvocato Michetti avrebbe ben potuto aiutare Sgarbi a sbrigare gli affari amministrativi della città con la sua esperienza di fondatore, peraltro, della “Gazzetta Amministrativa” così ingiustamente sottovalutata dal Foglio col titolo che gli ha dedicato di candidato “Ajo, ojo e Campidojo”.

Pubblicato sul Dubbio

Conte, il designato capo 5 Stelle, già richiamato dalla voce del padrone

            Diavolo di un uomo, Giuseppe Conte ci aveva appena promesso di stupirci come capo pur in attesa di insediamento nel MoVimento 5 Stelle e ci ha già fatto trovare davanti a una notizia per niente sorprendente. Egli è stato richiamato da quella che il compianto Franco Battiato avrebbe chiamato, come uno dei suoi album o una vecchia casa discografica, “la voce del padrone”. Che sotto le 5 Stelle, ed eventuali aggiunte, è naturalmente quella di Beppe Grillo.

Il comico avrà i suoi problemi familiari ma non ha evidentemente smesso di occuparsi della sua creatura politica, di cui d’altronde è considerato dallo stesso Conte un garante “insostituibile”. La sua è stata e resterà quindi l’ultima parola nella compagnia. E l’ultima, nella scabrosissima materia di due mandati e non di più da permettere a chi viene proposto agli elettori ed eletto, è la conferma di questa regola, per quanto essa sia ormai troppo stretta a chi i due mandati li ha già avuti -a cominciare, per esempio, da Luigi Di Maio- e non intende cambiare quello che è ormai è diventato il suo mestiere: la politica ad alto livello, in Parlamento e possibilmente al governo, senza scendere di livello.

            Conte invece, proprio pensando a Luigi Di Maio e altri nelle sue condizioni, aveva intenzione di lasciare la questione appesa per aria, magari confermando a parole la regola ma riservandosi da capo, con qualche appendice alla stessa regola, di permettere deroghe di qualità, diciamo così, cioè per merito.

Titolo del Messaggero

            Il richiamo di Grillo a Conte sarebbe avvenuto in un incontro nella villa al mare del comico: la stessa, a Marina di Bibbona, nella quale era stata programmata la designazione dell’ancora presidente del Consiglio a rifondatore e capo del MoVimento. Cui però all’ultimo momento fu preferito un altro scenario o un’altra cornice: il solito albergo romano frequentato in trasferta da Grillo, con vista mozzafiato sui resti dei Fori Imperiali. Fu peraltro una designazione propedeutica alla conferma, anzi al rafforzamento della scelta di governo a favore di Mario Draghi. Dalle cui decisioni invece Conte si dice ora “disorientato” reclamando “svolte” che in politica si sa come cominciano, se cominciano, ma anche come finiscono: generalmente con una crisi, sempre a causa di qualche “lealtà” tradita lungo la strada. E “leale” appunto è il “sostegno” che Conte ha promesso a Draghi pur contestandone la linea, secondo lui troppo condizionata da Matteo Salvini e da Silvio Berlusconi.

Dal Riformista
Titolo del Fatto

            Il segretario del Pd Enrico Letta, che recentemente ha assicurato di tenere più all’”agenda” di Draghi che a quella sua personale portata da Parigi, mostra di non avvertire rischi. Egli ha appena programmato un viaggio elettorale insieme a Conte in Calabria. Ma un richiamo gli è appena venuto da sinistra con un articolo dell’anziano filosofo Biagio De Giovanni. Il quale sul Riformista ha scritto che, per quanto non felicissimo- a mio avviso- nelle scelte dei candidati alle elezioni amministrative d’autunno, “il centro-destra è in reale, effettivo movimento, in un dibattito ancora confuso e dagli esiti incerti, tuttavia sta lavorando sulla propria fisionomia, come una coalizione che si appresta a governare”. E “invece il centro-sinistra appare una “forza” acefala, sempre in attesa di qualcosa”. In particolare “oggi è il Pd in attesa di Conte che sta provando a raccattare pezzi dei 5 stelle dispersi a destra e a manca”.

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Conte promette di “sorprendere” chi considera finiti i grillini

            In attesa dell’investitura formale a capo già designato da Beppe Grillo in persona, mancando ancora una quindicina di giorni alla votazione elettronica degli iscritti, Giuseppe Conte si è offerto alle telecamere de la 7, ospite di Giovanni Floris, per promettere di “sorprendere” quelli che danno in perdurante crisi e rissa interna, anche sotto la sua guida, il Movimento 5 Stelle. O come diavolo vorrà o gli permetteranno di chiamarlo, sicuramente con un richiamo all’”Italia 2050”, come si dice da tempo, ma forse anche col suo cognome inserito nel titolo, magari staccato: Con te. Anche di questo si sente parlare fra i grillini. Ma lui si è guardato bene dal dirlo, anche perché nessuno glielo ha chiesto nel salotto televisivo. Dove invece di suo egli ha preferito annunciare una certa voglia di spersonalizzare la politica promuovendo una riforma costituzionale finalizzata a rafforzare “il sistema”. Per farlo diventare presidenziale? Gli è stato chiesto. “Non mi faccia anticiparlo”, ha risposto con una certa ambiguità.

            Certo, se fosse presidenziale anche nel sistema cui pensa Conte conterebbe eccome la persona, ma non quella che capeggia partiti o formazioni del “2 per cento”, ha spiegato alludendo chiaramente a Matteo Renzi. Cui il professore, “mai stato sereno” con lui, è tornato ad attribuire la responsabilità di aver fatto cadere il suo secondo governo.

Più che il complotto o addirittura il “Conticidio” lamentato dai sostenitori maggiormente contrariati dal suo allontanamento da Palazzo Chigi, l’ex presidente del Consiglio si è mostrato rassegnato al fatto che “la democrazia parlamentare funziona così”. Quando ti manca l’appoggio di una forza pur piccola ma decisiva, e non riesci a sostituirla lungo la strada con un’altra, devi buttare la spugna. A meno che non si cambino le regole.

            Di Salvini e del suo ritorno sulla scena con Draghi, che il capitano leghista sembra appoggiare con maggiore convinzione e peso dei grillini, Conte non ha preferito parlare. Ne ha solo criticato il proposito di riformare la giustizia con l’arma pannelliana del referendum abrogativo continuando a trattare sugli stessi temi con le altre componenti della maggioranza per arrivare a soluzioni parlamentari. “I referendum sono una cosa seria”, ha detto con l’aria di considerarli non seri se maneggiati da altri come forma di pressione sui gruppi parlamentari, o di sostituzione se non dovessero riuscire ad accordarsi.

            Pur deciso a voler  piacere anche ai “moderati”, Conte ha mostrato di continuare a sperare nella possibilità, oltre che volontà, di recuperare oltranzisti usciti, o disiscritti, dal movimento come quel bravo e generoso “ragazzo” che sarebbe Alessandro Di Battista, col quale conta di confrontarsi al ritorno dalla Colombia, dove l’ex deputato andrà a ricaricare le sue batterie crollate con la decisione dei grillini di partecipare al governo Draghi. Cui Conte ha però garantito “grande lealtà”, pur se “disorientato” dalle sue scelte, come aveva spiegato in una intervista al Corriere della Sera, non o non ancora quindi al punto di provocare una crisi.

            D’altronde, “se non fossimo al governo -ha spiegato al Fatto Quotidiano l’esaurito reggente Vito Crimi- non potremmo difendere i nostri temi e le nostre battaglie, e combattere certe derive. Se uscissimo cosa faremmo: dei sit-in?”. E anche sull’essere “ormai un’altra cosa”, come lamentato dall’intervistatore, il vice ministro Crimi ha frenato dicendo: “Non abbiamo cambiato le nostre idee, ma i modi di esprimerle”.   

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Draghi dopo l’attacco di Conte ostenta i suoi buoni rapporti con Salvini

Salvini all’arrivo a Palazzo Chigi

La risposta di Mario Draghi all’intervista problematica, diciamo così, di Giuseppe Conte in veste di quasi capo del MoVimento 5 Stelle, a poche centinaia di metri ormai dal traguardo dopo la rimozione degli ostacoli di Davide Casaleggio e affini, è stata immediata e significativa, da uomo di poche parole e del fare com’è il presidente del Consiglio. Il suo incontro a Palazzo Chigi  con Matteo Salvini, già programmato prima di quell’intervista, è durato mezz’ora in più del previsto. “Abbiamo perso di vista l’orologio”, ha detto il leader leghista all’uscita, spiegando ai cronisti di avere parlato con Draghi “d’Italia e non dei partiti”: neppure del suo e di quello di Silvio Berlusconi, entrambi al governo, impegnati nell’accidentato percorso di un patto federativo su cui evidentemente il presidente del Consiglio non ha avvertito la curiosità o l’interesse di saperne più di quanto non si scriva sui giornali.

            L’incontro con Draghi è stato “bello e utile”, ha commentato ancora Salvini preannunciandone altri in una prospettiva certamente di non breve durata del governo, visti gli “ottimi risultati” raggiunti sinora sia per superare le emergenze dalle quali esso è nato sia per garantire la ripresa e la crescita.

Titolo del Fatto Quotidiano

Se qualcuno, sotto le 5 Stelle e dintorni, pensa non solo di “farsi sentire di più”, come grida un titolo del Fatto Quotidiano all’intervista della ministra grillina Fabiana Dadone, compiaciuta dell’intervista di Conte al Corriere, ma di uscire anche dalla maggioranza per recuperare i voti, i parlamentari e altri ancora allontanatisi dal movimento, a cominciare da quel bravo “ragazzo” Alessandro Di Battista, come l’ha chiamato l’ex presidente del Consiglio, né Draghi né Salvini probabilmente si strapperanno i vestiti e andranno nudi per strada.

Credo che non si dispererà neppure il presidente della Repubblica. Il quale, pur privo nel suo ultimo semestre di mandato del diritto di sciogliere anticipatamente le Camere e mandare immediatamente gli italiani alle urne, saprà trovare il modo per far proseguire il lavoro di Draghi. Nelle Camere elette nel 2018, pur essendovi entrati come la forza di maggioranza relativa, i grillini sono diventati molto meno “centrali”, come si vantavano assumendo le formule e le parole della scomparsa Democrazia Cristiana. Il governo Draghi potrà proseguire con altri numeri per il tempo che si rivelerà opportuno o possibile, con Sergio Mattarella o un suo successore al Quirinale. A scegliere il quale peraltro i grillincontiani -altro effetto della loro crisi- potranno risultare meno decisivi delle loro attese o pretese.

            Oltre a non intimidire Draghi col disagio e quant’altro denunciato di fronte alle scelte sinora compiute dal governo, Conte non sembra riuscito neppure a raccogliere l’interesse che forse si aspettava fra i dissidenti, i “disiscritti”, come si definisce Casaleggio, e gli espulsi dal MoVimento dello scaduto reggente Vito Crimi. Da quelle parti non sono arrivati segnali di ripensamento. Non saranno insomma le parole di Conte, pur minacciose o ambigue, come le ha trovate Massimo Panarari sulla Stampa, per nulla convinto del “sostegno” garantito a Draghi pur contestandone le scelte, a cambiare le cose sotto le 5 stelle. Ci vorrà quanto meno il ritiro della “delegazione” dal governo. Vasto programma, direbbe un redivivo De Gaulle in vacanza in Italia.

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Più tattica che strategia nel progetto federativo di Berlusconi e Salvini

Su Libero, uno dei giornali di riferimento del centrodestra, è stato addirittura definito “patto d’acciaio” quello immaginato, pur come federativo, tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, o viceversa.

Titolo del Dubbio
Ricolfi sul Messaggero

A chi sia venuta per primo l’idea  è stato controverso sino a quando il bravo Luca Ricolfi non ha recuperato e riproposto sul Messaggero un commento di Silvio Berlusconi ai risultati delle elezioni europee del 2019, quando la Lega di Salvini allora al governo da solo con i grillini, conquistò il 34 per cento dei voti e la sua Forza Italia meno del 9. “Forza Italia -disse allora Berlusconi ai suoi che ancora si riunivano a Palazzo Grazioli, a Roma- è destinata a stare con la Lega o attraverso un’alleanza o con una fusione. Con Salvini sono in costante contatto”.

Quasi due anni dopo Maurizio Belpietro, frequentatore certificato della quasi Real Casa di Arcore e direttore della Verita, ha attribuito sempre a Berlusconi il progetto di un “Predellino 2”: una specie di riedizione del predellino dell’auto su cui l’ex presidente del Consiglio montò nel 2007 in Piazza San Babila, a Milano, per prospettare non la federazione ma l’unificazione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Che prima reagì parlando di “comiche” ma poi ne scoprì una doppia utilità. Una era quella di non doversi più contare elettoralmente da solo, dopo una serie di arretramenti elettorali della destra ex o post-missina, l’altra era di poter scalare dall’interno di uno stesso partito, che fu chiamato Popolo della libertà, il vertice scommettendo sul logoramento del Cavaliere, fisico e  giudiziario.

Ora che Fini politicamente non c’è più, logorato più e prima del suo ex alleato, ad avvicendarsi nell’operazione Predellino è la Lega, completamente estranea all’avventura del 2007. L’estraneità stavolta è della destra post-finiana, contro la quale anzi, al di là delle smentite formali, sarebbe nato il nuovo progetto, almeno guardando alle convenienze di Salvini. Che, appoggiandosi alle pur ridotte truppe elettorali di Berlusconi, pensa di evitare il sorpasso perseguito ormai con spietata franchezza da Giorgia Meloni, propedeutico ad un centrodestra a trazione non più leghista, oltre che non più forzista.

Hiter e Ciano dopo la firma del Patto d’acciaio

Di acciaio tuttavia in questa operazione- mi spiace per quelli di Libero, che è appena tornato a scrivere di “asse” nel titolone di prima pagina-  si vede ben poco per le difficoltà subito incontrate da entrambi i protagonisti. Essi continuano, per carità, a telefonarsi per incoraggiarsi a vicenda, ma  nei loro rispettivi partiti crescono resistenze, malumori e quant’altro. D’acciaio, del resto, c’era francamente poco anche nell’omonimo patto del 1939, che il ministro degli Esteri di Mussolini, il genero Costanzo Ciano, andò a firmare a Berlino scrivendo tuttavia sui suoi diari di crederci poco, anzi per niente. E tutto finì con un disastro per entrambe le parti, più quella giapponese intervenuta in un secondo momento.

La citazione del patto d’acciaio su Libero

Non foss’altro per scaramanzia, visto l’epilogo del patto d’acciaio storicamente e sinistramente più noto, al progetto federativo della parte del centrodestra attualmente al governo dovrebbero essere risparmiati certi incauti richiami.  Se ne dovrebbe parlare nei termini più modesti e propri di un’operazione tattica nella quale conta forse capire non chi ci potrebbe guadagnare di più ma  chi potrebbe rimetterci di meno, avendo ragione Giorgia Meloni quando ricorda che la somma di due partiti non equivale per forza a quella dei loro elettorati.

Il banchetto improvvisato da Conte a favore di Draghi

Sembra un paradosso che il centrodestra soffra pur essendo sistematicamente in vantaggio nei sondaggi sul centrosinistra abbozzatosi  per strada fra Pd e ciò che resta o resterà del MoVimento 5 Stelle, e comunque già al governo della maggior parte delle regioni. Ma il paradosso è ormai diventato sistemico nella politica italiana, comune tanto al centrodestra quanto al centrosinistra. Dove, per esempio, si esulta per l’incoronazione finalmente più vicina di Conte nel movimento grillino liberatosi di quella che era diventata una zavorra,  non più la mitica Associazione Rousseau. Ma non si capisce, o si finge di non capire che il Conte voluto, designato personalmente da Grillo una domenica mattina a Roma davanti ai resti dei Fori Imperiali è già diventato un altro. Non è più il Conte del banchetto improvvisato davanti a Palazzo Chigi per annunciare la resa all’arrivo di Draghi e la  generosa disponibilità a dargli la mano, secondo le indicazioni di Grillo, ma il Conte investito già di un’altra, diversa missione: quella  appena confermata in una intervista al Corriere della Sera di protestare contro le ultime decisioni del governo  e correggerne la rotta, secondo l’auspicio, dichiamo così, formulato il giorno prima dal Fatto Quotidiano.  

Correggere la rotta del governo Draghi, ritenuta troppo di destra, significa semplicemente lavorare per la sua caduta, non a caso già attribuita ai calcoli di Conte da qualche retroscena.  Ma per  fare questo bastava -altro paradosso- lasciare il Movimento 5 Stelle, o 5 Schegge, come l’ha chiamato sulla Stampa Massimo Panarari, nell’anarchia prodotta dalla lunga reggenza di Vito Crimi, restituendo Conte alla docenza e alla professione forense, e lasciando di lui ai nostalgici il ricordo di un buon presidente del Consiglio, ingenerosamente rovesciato col solito, presunto complotto. “Conticidio”, lo ha chiamato il giallista che più ne ha sofferto.

Pubblicato sul Dubbio

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Conte va alla guerra per una svolta di governo, e forse anche per una crisi

            Giuseppe Conte stavolta non ha perso tempo; non ha rinviato decisioni, come soleva fare spesso a Palazzo Chigi; non ha atteso l’incoronazione al vertice del MoVimento 5 Stelle già affidatogli da Beppe Grillo, destinato comunque a rimanere garante semplicemente perché “insostituibile”, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio in una intervista al Corriere della Sera. Ora che il divorzio da Davide Casaleggio è consumato, l’elenco degli iscritti non è più chiuso a chiave come un tesoro nella cassaforte dell’associazione Rousseau e si potrà finalmente eleggere formalmente il nuovo capo, Conte ha chiesto un appuntamento a Mario Draghi anticipandogli però, nella già ricordata intervista, le sue doglianze. Che esporrà con “la voce alta e forte” di un movimento non più paralizzato.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Il contenzioso di Conte è significativamente lo stesso strillato oggi in un titolo di prima pagina dal solito Fatto Quotidiano con questo titolo: “Prime sfide a Draghi: licenziamenti, green e Anac”, l’acronino dell’Autorità anticorruzione che sarebbe stata svuotata dalle nuove competenze assunte dal ministro berlusconiano della pubblica amministrazione Renato Brunetta. “Alcune decisioni -ha spiegato Conte al Corriere– hanno scontentato i cittadini e suscitato perplessità. Penso al sostegno alle imprese, ad alcuni indirizzi in materia di tutela dell’occupazione e di transizione ecologica. Disorientamento hanno provocato anche il condono fiscale e adesso l’emarginazione dell’Autorità anticorruzione. E’ normale che il disagio dei cittadini si ripercuota anche sulla forza che conserva la maggioranza relativa in Parlamento”, pur avendo perso pezzi per strada.

            Una “correzione di rotta del governo” aveva reclamato ieri Marco Travaglio sul Fatto commentando l’avvicinamento di Conte alla guida effettiva del MoVimento 5 Stelle -o come diavolo finirà per chiamarsi, non avendo lo stesso Conte escluso nella sua intervista un cambiamento di none- e correzione di rotta sarà la richiesta dell’ex presidente del Consiglio al suo successore. Che spera così anche di recuperare qualcuno dei duri che se ne sono andati di recente, a cominciare da quel bravo “ragazzo” che sarebbe Alessandro Di Battista, ora in partenza daccapo per il Sud America—ha spiegato lo stesso Conte- e destinato a trovare al suo ritorno chissà quale nuovo scenario politico: magari, un passaggio del MoVimento all’opposizione durante il cosiddetto semestre bianco, quando Mattarella non potrà sciogliere le Camere.

Testo del Messaggero
Titolo del Messaggero

            Sulla prospettiva dell’uscita dei grillini dalla maggioranza ha titolato Il Messaggero mostrando di avere informazioni stavolta anche migliori, o maggiori, del Fatto. Il cui direttore, d’altronde, aveva già detto qualche sera fa in televisione di non credere che l’attuale governo Draghi, con la sua maggioranza estesa dai grillini a Salvini, che fanno pure rima, fosse davvero l’ultima spiaggia della legislatura prodotta dalle urne del 2018.

            A sostegno delle previsioni di una crisi provocata da Conte Il Messaggero ha riportato una recente dichiarazione del deputato grillino Angelo Tofano, molto vicino al professore. Secondo il quale “c’è sicuramente ancora molto da fare” per “mettere in sicurezza il Paese”, come Mattarella ha chiesto a Draghi, “ma la luce in fondo al tunnel si inizia a vedere e credo sia doveroso chiedersi -ha detto Tofano- se sia ancora realmente necessario sostenere il governo. Porrò questo tema a Conte e ai ministri del M5S”. Fra i quali magari ce ne saranno di contrari, come Luigi Di Maio, ma ormai l’ultima o penultima parola -dopo Grillo- spetterà a Conte.

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I debiti di Conte sulla strada finalmente spianata di capo delle 5 Stelle

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Davide Casaleggio

            Ora che il divorzio fra il Movimento 5 Stelle e Davide Casaleggio sembra finalmente e veramente consumato col passaggio dell’elenco degli iscritti e col debito “onorato”, secondo l’annuncio di Giuseppe Conte, nella misura per lui obiettivamente conveniente della metà, da circa 500 mila e 250 mila euro riconosciuti all’Associazione Rousseau, c’è da vedere se e in quale misura l’ex presidente del Consiglio in attesa della corona destinatagli da Beppe Grillo vorrà o riuscirà pagare il debito politico. Che è quello non tanto di sostenere il suo successore a Palazzo Chigi, come sembrava essere nelle aspettative di Grillo, quanto di “correggere la rotta del governo”, almeno secondo le aspettative, le indicazioni, le interpretazioni e quant’altro di quell’impegnato sostenitore come Marco Travaglio.

            Non sembra tuttavia che il direttore del Fatto Quotidiano sia molto sereno: non più di quanto intendesse dire Matteo Renzi nel 2014 all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mentre si accingeva ad allontanarlo da Palazzo Chigi. “Non sappiamo- ha prudentemente scritto Travaglio, particolarmente letto sotto le 5 Stelle ma non sempre o quasi mai ascoltato, si è doluto qualche sera fa in un collegamento televisivo con Lilli Gruber- se Conte, che da neofita ha offerto buone prove come premier, sarà all’altezza anche alla guida del M5S”, perché “come leader politico è ancora tutto da scoprire”. E se non si dimostrasse all’altezza sarebbero guai per ciò che resta o resterà del movimento, dato che “all’orizzonte non si vede nessuno che possa riuscirci meglio di lui”. ha scritto ancora il direttore del Fatto Quotidiano.

            Nella missione affidatagli di “correggere -ripeto- la rotta” di un governo  condizionato dagli odiati Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, ora per giunta impegnati a federarsi per contare ancora di più nella maggioranza, e non solo per difendersi all’interno del centrodestra dalla scalata alla leadership della giovane Giorgia Meloni, il povero Conte rischia di perdere la sponda del segretario del Pd Enrico Letta. Il cui antisalvinismo sembra essersi un po’ ridotto nella sostanza, al di là dell’intransigenza verbale. Nel Pd vanno infatti crescendo dubbi e preoccupazioni sul nuovo segretario, specie da quando le iniziative referendarie di Salvini con i radicali sui temi della giustizia hanno indotto anche uno come Goffredo Bettini a raccomandare di non mettersi troppo di traverso sulla strada del contenimento della confusione ed esondazione della magistratura.

            La guardasigilli Marta Cartabia, peraltro, difficilmente ridurrà l’impegno riformatore scambiando i referendum per atti ostili, come vorrebbero molti sotto le cinque stelle, dove hanno cominciato un pò a lusingarla mostrando attenzione ad una sua possibile candidatura al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella, in febbraio. All’ex presidente della Corte Costituzionale non manca certo l’ambizione, anche di essere la prima donna a salire così in alto, ma neppure la coerenza, né il senso del realismo in una situazione fluida come questa, in cui al presidente uscente della Repubblica tutti alla fine potrebbero chiedere il sacrificio di ritardare il riposo di un anno per consentire alle nuove Camere di eleggere nel 2023 un successore più legittimato.

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I calcoli della federazione proposta da Salvini e accettata da Berlusconi

            Per stare al gioco implicito del titolo del manifesto sulla prospettiva proposta da Matteo Salvini ed accettata da Silvio Berlusconi di una federazione fra i loro partiti, con quell’accento sull’e dei legami conseguenti, proviamo a ragionare su chi, dei due, potrà risultare il più vincolato, o meno favorito. Che è un po’ come ragionare su una complessa operazione variamente definita dai giornali vicini ad entrambi i partiti: dalla “Rivoluzione Centrodestra” del Giornale della famiglia Berlusconi al “Matteo e Silvio sposi (per Colle e governo” di Libero”.

            Anticipata la settimana scorsa sulla sua Verità da Maurizio Belpietro come una riedizione del “Predellino” da cui era tentato Silvio Berlusconi, che nel 2007 dal predellino, appunto, di un’auto a Milano, in Piazza San Babila, aveva lanciato l’unificazione della sua Forza Italia e dell’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini in un solo partito destinato a chiamarsi Pdl, acronimo di Popolo delle libertà, l’operazione è diventata decisamente opposta. “Il predellino di Salvini” ha titolato laRepubblica. Che suppone quindi il leader leghista promotore e Berlusconi in qualche modo costretto a seguirlo, a costo -nella nuova versione dei fatti anche di Belpietro- di “spiazzare anche i suoi”. Fra i quali non sono infatti mancate riserve esplicite, preoccupazioni di “annessione”, allarmi, nuovi esodi e quant’altro.  Salvini invece potrebbe adesso difendersi meglio da Giorgia Meloni, minacciato com’è ormai da mesi di sorpasso elettorale, propedeutico ad una corsa ormai esplicita della giovane leader dei Fratelli d’Italia a Palazzo Chigi in caso di vittoria del centrodestra nelle prossime elezioni politiche.

La lettura dell’operazione da parte di Repubblica, tutta favorevole più a Salvini che a Berlusconi, è in fondo condivisa dal sommario del titolo già ricordato del manifesto, centrato sulle reazioni negative in Forza Italia, enfatizzate anche nel titolo del Riformista sul “predellino di Berlusconi” sì, tuttavia col suo partito in “rivolta”. A sedare la quale temo che non basterà il vantaggio tutto personale, e peraltro assai improbabile, di Berlusconi prospettato dal  titolo già citato di Libero sulla destinazione di Salvini a Palazzo Chigi e di Berlusconi al Quirinale, del cui titolare il mandato scadrù fra meno di otto mesi.  Immaginare che possa essere eletto Berlusconi al posto di Mattarella in questo Parlamento, con i grillini in crisi, per carità, ma ancora provvisti della maggioranza relativa, mi sembra francamente azzardato, a dir poco.

E allora, dei due chi potrà risultare dall’operazione più legato all’altro? Mi sembra Berlusconi sul piano personale, anche se sul piano politico può avere ragione lo storico e politologo Giovanni Orsina sulla Stampa a sottolineare “la svolta al centro del capitano” leghista. Del cui merito potrebbe vantarsi Berlusconi, anche a costo di deludere e allarmare i fedelissimi, ai quali è stata attribuita di recente questa specie di massima opposta alla defezione di tanti forzisti verso la neonata “Coraggio Italia”, leghisti e meloniani: “Meno siamo e meglio stiamo”.

Certo, se l’epilogo fosse davvero questo, di Berlusconi si potrebbe dire che a furia di montare e smontare eredi o delfini in casa, cioè dentro la sua Forza Italia, egli ha finito per doverne cercare o subire uno da fuori. Del resto, a 85 anni da compiere a fine settembre egli non  ha più l’età per i giochi di prima.  

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Mario Draghi si sfila dalla corsa al Quirinale, se mai vi è davvero entrato

Titolo del Foglio

            Per niente intimidito dal “lavoraccio” che gli ha attribuito in prima pagina il manifesto alla guida del governo, fra le preoccupazioni europee per le dimensioni del debito pubblico italiano, pur con prospettive concrete adesso di ripresa economica, e una maggioranza troppo larga per essere davvero compatta, come del resto non lo era, o lo era ancor meno quella più ristretta delle due edizioni del predecessore a Palazzo Chigi, Mario Draghi ha detto a Gorgia Meloni nel proprio ufficio di presidente del Consiglio che “qui c’è tanto da fare fino al 2023”. Cioè, fino alla conclusione ordinaria della legislatura cominciata nel 2018, senza scioglimenti anticipati  sognati o temuti, secondo i gusti, da chi pensa sotto sotto che proprio Draghi, succedendo a Sergio Mattarella a febbraio, possa o addirittura voglia poi rinnovare subito le Camere per creare nel nuovo Parlamento, dimagrito e riequilibrato rispetto a quello eletto più di tre anni fa, una maggioranza forse meno larga di oggi ma più coesa.

            Le parole rivolte in più di un’ora di incontro con la rappresentante dell’unica opposizione dichiarata e praticata al suo governo, compiaciuta peraltro di avere trovato nel presidente del Consiglio “un interesse reale e attento”, ben diverso da quello riservato al centrodestra da Giuseppe Conte nei mesi precedenti alla sua caduta, equivalgono ad un chiaro sfilamento di Draghi dalla corsa al Quirinale. E ciò ammesso e non concesso ch’egli vi abbia davvero pensato di parteciparvi, come forse gli hanno attribuito solo i giornali e gli interessati, politicamente, più a imbalsamarlo sul colle più alto di Roma che a promuoverlo.

            La rimozione di una reale candidatura di Draghi alla successione a Mattarella potrebbe tanto facilitarne una non so se più di fantasia o di coraggio come quella di Marta Cartabia, l’attuale guardasigilli che sarebbe poi la prima donna a presiedere la Repubblica, quanto rendere ancora più stringente il pressing in corso su Mattarella, nemmeno tanto dietro le quinte, perché accetti con una rielezione sostanzialmente a termine un supplemento di fatica. Che permetterebbe al sistema una più solida e realistica successione non in un Parlamento ormai in scadenza ma nel nuovo, che risulterà per forza di cose tanto più diverso da quello attuale, fra una sostanziosa riduzione dei seggi, tanto alla Camera quanto al Senato, e la ormai scontata fine della cosiddetta “centralità” del Movimento 5 Stelle. O comunque esso si chiamerà dopo la rifondazione affidata da Beppe Grillo in persona a Conte. Non si ripeterà di certo il successo del 2018, quando i grillini conquistando la maggioranza relativa, come la Dc ai suoi tempi, diventarono il perno di tutte le combinazioni possibili di governo.

            La prospettiva di elezioni anticipate è smentita anche dall’interesse ora concreto e personale sia di Conte sia del segretario del Pd Enrico Letta  alle elezioni politiche suppletive in arrivo in autunno con le amministrative  per sostituire, rispettivamente, a Roma la deputata grillina Emanuela Del Re, in uscita verso incarichi all’estero, e a Siena il senatore piddino ed ex ministro Pier Paolo Padoan, designato alla presidenza di Unicredit. Non avrebbe francamente senso ambire ad un seggio parlamentare della durata di qualche mese, anziché del quasi anno e mezzo residuo della legislatura.

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