La candidatura sprecata in Campidoglio si chiama Vittorio Sgarbi

Per quanto l’insospettabile e saggio Biagio De Giovanni abbia appena rimproverato al “centro-sinistra”, sul Riformista di Piero Sansonetti, di essersi fatto praticamente fregare dal “centro-destra”, entrambi col trattino, nella preparazione alle elezioni politiche aspettando “come Godot” l’ultima edizione di Giuseppe Conte, impegnato a “raccattare pezzi dei 5 stelle dispersi a destra e a manca”,  dubito che l’alleanza tra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, stia facendo davvero del suo meglio per vincere la partita finale. O almeno per vincerla con le sue sole forze, senza contare sull’autorete degli avversari.

            I dubbi mi sono venuti assistendo prima alla troppo affannosa ricerca delle intese sulle candidature a sindaco nelle grandi città in cui si voterà in autunno, facendo addirittura scommettere Nicola Zingaretti su una specie di miracoloso e vincente cappotto del Pd, e poi alla pasticciata partenza e gestione del progetto di federazione del centro-destra. Che anche io scrivo ora col trattino, pur essendo nato senza di esso nella cosiddetta seconda Repubblica, perché il suo stesso promotore Berlusconi ha voluto praticamente metterlo rivendicando la cosiddetta centralità della sua Forza Italia, anche dopo averla riconosciuta alla Lega per il sorpasso subìto ad opera di Salvini nelle elezioni del 2018. E ben prima che un altro sorpasso, stavolta di Giorgia Meloni su Salvini, possa produrre un’alleanza a trazione meloniana, appunto.

            Mi direte che, a parte il perdurante pasticcio della federazione, a seguirne i cui sviluppi si perde il conto delle frenate o delle accelerazioni ora di Salvini e ora di Berlusconi, il centro-destra ha appena risolto i problemi delle candidature a sindaco di Torino e di Roma, lanciando rispettivamente l’imprenditore Paolo Damilano e la coppia Enrico Michetti-Simonetta Matone, in ordine questa volta non alfabetco ma gerarchico, essendo la seconda destinata ad essere davvero la vice del primo.

            Non so francamente a Torino, ma a Roma, dove personalmente abito e voto, francamente non scommetterei sulla coppia del centro-destra, pur con tutto il rispetto, per carità, che meritano entrambi i candidati: l’uno avvocato amministrativista, professore, espertissimo di problemi legali dei Comuni, tribuno radiofonico che non ho mai avuto la fortuna di ascoltare, l’altra magistrata più nota- mi sembra- di Michetti per le sue apparizioni televisive.

            A leggere le prime interviste di Michetti, cui peraltro Il Fatto Quotidiano ha subito riservato il solito trattamento giustizialista presentandolo come inseguito dalla Guardia di Finanza per presunti danni di oltre 800 mila euro procurati alla regione Lazio, a parte la solidarietà che merita per questo tipo di accoglienza ricevuto dal giornale che sostiene la conferma della sindaca grillina uscente Virginia Raggi, non mi sono francamente entusiasmato. Non credo che gli basti “il buon paio di scarpe” che ha annunciato di avere comperato per girare per Roma, dove servono piuttosto gli scarponi, e anche i canotti, per le condizioni alle quali la città è ridotta. E piuttosto che offrirsi di accompagnarlo di persona, presumendo evidentemente di conoscere meglio strade, piazze e quartieri, La Meloni secondo me avrebbe fatto meglio a candidarsi lei direttamente a sindaco. Se non lo ha fatto ritenendo il Campidoglio di secondo ordine rispetto al pur vicino Palazzo Chigi, ha commesso un errore inutilmente segnalatole di recente da un “animale politico” quale io considero Giuliano Ferrara. Che contemporaneamente auspicava la candidatura di Salvini a sindaco di Milano, senza che ciò potesse precludere all’una e all’altro, al momento opportuno, la guida di un governo. Il compianto Jacques Chirac fu sindaco di Parigi prima di approdare all’Eliseo come presidente della Repubblica francese.

            Un’ammissione della debolezza politica della coppia lanciata dopo tanti rinvii dal centro-destra per il Campidoglio l’ho trovata nel “tridente” vantato da Salvini proponendo come salvifica la nomina di Vittorio Sgarbi ad assessore alla cultura. Ma allora, scusatemi, pur nativo di Ferrara, e già sindaco di San Severino Marche, di Salemi e ora di Sutri, perché non spendere un nome e un uomo così prestigioso, pur al netto della sua imprevedibilità,  direttamente per il vertice dell’amministrazione capitolina?

Non si può onestamente pensare che uno come Sgarbi sia meno noto e capace di guadagnarsi voti oltre le logiche e i confini degli schieramenti tradizionali dell’avvocato, professore e tribuno Michetti o della giudice Matone. Né pensare che Sgarbi, compiaciuto del “tridente” inventato da Salvini, o addirittura da lui stesso suggerito al leader leghista, si sarebbe sottratto alla candidatura a sindaco di Roma se gliel’avesse offerta Giorgia Meloni.  Che a questo punto avrebbe avuto almeno il beneficio di accompagnare in giro il candidato per la “sua” Roma facendosene spiegare o addirittura scoprendo bellezze e tesori artistici. Poi il “suo” avvocato Michetti avrebbe ben potuto aiutare Sgarbi a sbrigare gli affari amministrativi della città con la sua esperienza di fondatore, peraltro, della “Gazzetta Amministrativa” così ingiustamente sottovalutata dal Foglio col titolo che gli ha dedicato di candidato “Ajo, ojo e Campidojo”.

Pubblicato sul Dubbio

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