Mattarella cerca di prenotare il riposo, ma non è detto che ci sia posto

            Che Sergio Mattarella abbia voglia di riposarsi per il gran lavoro procuratogli dal mandato quirinalizio è più che comprensibile. Di fatiche i partiti generalmente incapaci, per il loro stato generalmente liquido, di risolvere i problemi per la cui soluzione si sono tutti proposti agli elettori gliene hanno procurate in quantità industriale, direi.

Quella in corso, cominciata solo tre anni fa, è stata la legislatura repubblicana più anomala di tutte. E forse anche la più drammatica a causa della pandemia, che ha procurato più morti del terrorismo, col quale hanno dovuto fare i conti i predecessori di Mattarella: da Giovanni Leone a Sandro Pertini e a Francesco Cossiga.

Il povero Pertini si appoggiava alle bare delle vittime anche per non cadere, “straziato” com’era, e come mi confidò, dallo spettacolo  di uno Stato che a volte sembrava proprio non ce la facesse a venire a capo di quella tragedia. Alla quale si accompagnò peraltro un terremoto in Campania che scatenò la lingua del presidente della Repubblica contro il governo in carica, presieduto da Arnaldo Forlani, e quelli che lo avevano preceduto. Pertini era fatto così. E piaceva anche per questo agli italiani.

Titolo del Fatto Quotidiano

            Mattarella, dicevo, ha non buone ma ottime ragioni per sentirsi stanco e volersi riposare fra otto mesi, quando scadrà il suo mandato, come ha ricordato alla scolaresca che ieri è andato a trovare a Roma. Ma non è per niente detto che riuscirà a trovare il posto di riposo che ha cercato di prenotare con la sua sortita. Che peraltro ha prodotto politicamente l’effetto opposto a quello cui sembrava diretto se su un giornale non certamente sprovveduto come Il Riformista hanno addirittura attribuito a caratteri di scatola in prima pagina a Mattarella, sia pur con una “grande eleganza”, la voglia, la disponibilità e quant’altro a ricandidarsi: non importa se per un altro mandato intero o per una sua frazione, come capitò nel 2013 a Giorgio Napolitano. Che incorse nell’accusa del solito Marco Travaglio di avere trescato politicamente per quel risultato, e con una bravura tale da farsi pregare, in fila al Quirinale, da quasi tutti i partiti impantanatisi nella inutile ricerca di un successore.

Vignetta di Stefano Rolli
Vignetta di Sergio Staino

            Tra vignette, titoli e commenti Mattarella ha riscosso più insuccesso che successo, dal suo punto dichiarato di vista o di attesa. Il vecchio Sergio Staino sulla Stampa si è messo addirittura a rimpiangere la Monarchia per la stabilità apparentemente maggiore della Repubblica. Stefano Rolli sul Secolo XIX ha rimproverato allo stanco Mattarella la irresponsabilità, o quasi, di volerci “lasciare soli con quelli là”, cioè i partiti che in qualche modo proprio lui ha dovuto commissariare mandando Mario Draghi a Palazzo Chigi, dopo una crisi preparata e scritta con inchiostro giallo, diciamo così: tanto che ancora si parla di complotti e cose del genere.

            Pur sotto quel titolo un po’ grigio del “non eterno riposo”, e con quella esagerazione di “una decina d’anni” di lavori forzati al Quirinale per un uomo che sta per compierne 80, condivido col caffè di Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, la convinzione che per Mattarella “non sia ancora arrivato il momento di tirare i remi in barca”, perché “altrimenti sparisce la barca”, per quanto almeno un remo sia nelle mani di Draghi.

Gli avversari fanno bene a temere Il Salvini in felice versione pannelliana

Certo, l’iniziativa d’impannellarsi, diciamo così, cioè  di adottare la pratica referendaria di Marco Panella sulla strada di una radicale riforma della giustizia, inutilmente tentata da decenni, è stata tutta di Matteo Salvini. Che ha spiazzato persino i radicali nelle loro diverse anime o correnti, accorsi comunque alla richiesta di aiuto e di collaborazione del leader leghista. Ma lasciatemi pensare che il primo a compiacersene sia stato proprio Marco Pannella dall’aldilà, dove non avrà trovato -credo- il nulla che temeva e non ha smesso di seguire a suo modo la cosa che in vita seppe fare come pochi altri con quel misto di passione, di fantasia, di astuzia, di spregiudicatezza, di ostinazione che non gli preclusero neppure l’interesse e persino la simpatia di qualche Papa: la politica.

            Non mi si venga a dire, per favore, neppure da Emma Bonino, sorprendentemente espostasi al Senato a votare a favore dei processi contro l’ex ministro leghista dell’Interno per gli sbarchi ritardati degli immigrati clandestini soccorsi in mare nel 2019, che Pannella mai e poi mai si sarebbe affiancato o si sarebbe lasciato affiancare da uno come Matteo Salvini. Del quale pare che non si possa fare a meno di parlare sempre peggio senza perdere il diritto di appartenere ad una comunità civile.

Solo qualche giorno fa, concorrendo a celebrare in anticipo il quinto anniversario della morte di Pannella, Saverio Romano ha addirittura scritto sul Foglio -ripeto, Il Foglio libertario, garantista e quant’altro fondato da Giuliano Ferrara con l’aiuto di Silvio Berlusconi e di Marcello Pera e ora diretto da Claudio Cerasa- che Matteo Salvini è “un bullo e cazzaro mostruoso”, anche nella nuova versione incoraggiata dal già ricordato Pera e da Giancarlo Giorgetti di sovranista relativo, diciamo così, consapevole del nuovo, solidale corso adottato dall’Unione Europea di fronte ai guasti della pandemia virale.

            Pannella non faceva davvero sconti agli avversari di turno, li prendeva a parolacce più ancora di quanto avrebbe fatto dopo di lui Beppe Grillo, sino a scambiare per una “cupola mafiosa”, per esempio, la Corte Costituzionale dirimpettaia del Quirinale. Ma mai scambiava gli avversari per nemici da debellare, da erbaccia da estirpare, da gente da sbattere in galera buttando la chiave della cella nella prima fogna a portata di piede. Ed  era capace di ammettere i suoi errori e di scusarsene in pubblico, come fece col povero Giovanni Leone pur dopo vent’anni dall’avere concorso ad allontanarlo ingiustamente dal Quirinale dopo il compimento della tragedia di Aldo Moro. In soccorso del quale, per quanto inutilmente, l’allora presidente della Repubblica seppe e volle muoversi più dello stesso Pannella e di altri che pure contestavano la cosiddetta linea della fermezza, propedeutica all’assassinio dell’ostaggio come epilogo della mattanza della scorta compiuta 55 giorni prima in via Fani. E fu proprio il coraggio di mettersi di traverso contro quella linea che costò a Leone l’uso strumentale della campagna moralistica radicale contro di lui precedente al sequestro del presidente della Dc, sino a interromperne il mandato sei mesi prima della scadenza ordinaria, come se ne fosse stato indegno.

            Al netto di quello sciagurato abbaglio, ripeto, Pannella fu un professionista delle cause difficili, disposto ad allearsi pure col diavolo per raggiungere i suoi obbiettivi. Solo lui il 20 febbraio del 1982, quando ancora la politica discriminatoria del cosiddetto “arco costituzionale” teorizzata dalla sinistra democristiana e dal Pci faceva di Giorgio Almirante un appestato, col quale aveva paura di confrontarsi in televisione persino uno come Indro Montanelli, che delegava ad altri, compreso me, la rappresentanza del suo Giornale nelle tribune politiche:  solo lui, dicevo, poteva avere il coraggio di irrompere al congresso del Movimento Sociale raccogliendone compiaciuto gli applausi. Dopo tre anni lo imitò in qualche modo il presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi incontrando ufficialmente Alimirante a Montecitorio per sondarne la disponibilità a votare per il  Quirinale il vice presidente democristiano del Consiglio Arnaldo Forlani, alla scadenza del mandato di Sandro Pertini. Ma prevalse la soluzione di Francesco Cossiga, preferita da Ciriaco De Mita e sostenuta da Alessandro Natta per il Pci.

            Si deve a Pannella la funzione sorprendentemente riformatrice del referendum abrogativo, disciplinato nel 1970 – ben 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione- solo per contrastare l’innovazione del divorzio. A reclamare l’attuazione dell’istituto referendario fu infatti  la Dc come condizione per lasciare passare alla fine di quell’anno in Parlamento, col suo voto contrario, la legge sul divorzio promossa dai liberali e dai socialisti. La convinzione coltivata a Piazza del Gesù era che la maggioranza degli elettori la volesse abolire. Accadde invece il contrario. E da allora il leader radicale cavalcò il referendum, promuovendone a iosa, per fare avanzare il Paese e i partiti che ancora erano solidi, prima di diventare liquidi come oggi. Se anche Salvini lo ha capito, peraltro mentre Giuseppe Conte si è mobilitato con i “suoi” grillini contro la riforma del processo penale in cantiere nel Ministero della Giustizia, a me sta bene, come a Pannella da lassù. E pazienza per gli insulti che potrò guadagnarmi.

Battiato faceva bene a diffidare dei salotti. Addio, Francuzzo

E’ stato persino lirico Marco Travaglio, che ne fu sicuramente e meritatamente amico, oltre che estimatore, come tantissimi altri a sinistra e a destra, in tutti i sensi, a descrivere gli ultimi anni e momenti di Franco Battiato, finalmente “libero” con la morte da tutti i lacci e limiti di una vita troppo angusta per contenere uno come lui: un “pazzo di Dio” e un “genio”, come lo ha felicemente definito Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

            Battiato si è liberato anche da quella specie di camicia di forza in cui da morto mi è sembrato di vederlo, magari a torto, nella rappresentazione quasi scenografica fattane nel salotto televisivo di Lilli Gruber, riproponendone la partecipazione ad una festa del Fatto Quotidiano, in pur simpatica esibizione canora con lo stesso Travaglio, intonato a dovere e comprensibilmente commosso nel rivedersi e risentirsi. Direi persino spiazzato dalla generosità della conduttrice. Ma ancora più spiazzato poi, nel collegamento dal suo ufficio, dalla collega del Sole 24 Ore Lina Palmerini. Che di tutte le cose dette in vita da Battiato ha preferito ricordare e condividere, parolacce a parte, quel “Parlamento di troie” sfuggitogli quando era anche assessore alla cultura della giunta regionale siciliana. Da cui si affrettò a dimettersi, avendo capito di averla detta troppo grossa per far finta di niente lasciando nei guai l’amico presidente Rosario Crocetta. Il quale, intervistato da Repubblica, ha assicurato di non avere fatto alcuna pressione per strappargli quelle dimissioni. E gli credo, permettendomi di avere di Battiato più considerazione, stima e ammirazione di quanti adesso lo piangono manipolandone spirito, idee, fantasia, poesia e musica.

            Capita purtroppo ai morti di essere persino casualmente abusati, o traditi, ancor più che da vivi per la loro irrimediabile incapacità di difendersi. Addio Francuzzo, come ti chiamavano gli amici, a cominciare naturalmente da Travaglio.

Pubblicato sul Dubbio

In memoria di Franco Battiato, e a dispetto dei suoi manipolatori…

Titolo di Libero
Titolo del Giornale

            Non credo che Lilli Gruber abbia reso un buon servizio all’indimenticabile Franco Battiato, capace con la sua musica, poesia, canto e quant’altro di piacere sia a sinistra sia a destra, schiacciandone ieri sera nella sua trasmissione su La 7 l’immagine e la memoria sotto Il Fatto Quotidiano. Del cui direttore Marco Travaglio, egli era sicuramente amico, per carità, lasciandosi chiamare come gli intimi “Francuzzo”, accettando una volta l’invito ad una festa del giornale e cantando persino con lui, “intonato” almeno nella musica. Ma da qui a farne, con la sceneggiatura del collegamento alla testata e il resto, una specie di sponsorizzatore di quel giornale che è il più politico fra tutti quelli che si stampano in Italia, impegnato in questi durissimi mesi di crisi identitaria a tenere accese le cinque stelle pur non più brillanti di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte, ce ne corre.

Titolo della Stampa

            Lo stesso Travaglio, d’altronde, con una onestà e un pudore di cui gli dò volentieri atto, ha chiuso l’editoriale dedicato a quell’”essere speciale” che fu sicuramente Battiato, come è stato definito anche da altri giornali nella loro titolazione, descrivendone così, quasi liricamente, gli ultimi anni e momenti di vita fiaccati dalla malattia: “Il suo spirito se n’era già andato da qualche parte, nomade in cerca degli angoli della tranquillità. L’altra notte li ha trovati tutti. Ora è finalmente libero”. Libero -mi permetto di aggiungere polemicamente- anche dall’anagrafe politica attribuitagli dalla Gruber e certificata imprudentemente dal Fatto con quel titolo su tutta la prima pagina ricavato dalla manipolazione di un disco e di un album celeberrimo di Battiato: “La voce del padrone”, diventata “La voce contro il padrone”. “Contro” -guarda caso- come il titolo del libro di Alessandro Di Battista, con l’aggiunta del punto esclamativo, appena pubblicato dal Fatto Quotidiano e reclamizzato proprio oggi accanto alla testata.

Vignetta sul Secolo XIX

            Spiace che, sempre nel salotto televisivo della Gruber, e neppure su iniziativa di Travaglio ma della giornalista del Sole 24 Ore ospite della serata, sia stata giustificata e difesa una delle poche cazzate -scusate la parolaccia- scappate in vita a Battiato, piaciuta probabilmente alla parte peggiore, più qualunquista del Paese e costatagli la carica di assessore regionale alla cultura assegnatagli pochi mesi prima dall’allora presidente Rosario Crocetta. Mi riferisco naturalmente alle famose “troie che stanno in Parlamento e farebbero qualsiasi cosa” per restarvi, disse Battiato. Mostrò peraltro di credervi nei mesi scorsi anche Conte cercando disperatamente al Senato i voti sostitutivi di quelli decisivi di Matteo Renzi mancatigli a rischio di elezioni anticipate. Così dicevano i contiani considerando Mario Draghi troppo “stanco” -aveva detto lo stesso Conte-  e per niente disponibile a fare il governo che invece è in carica.

Rosario Crocetta

            “Io -ha raccontato Crocetta a Repubblica delle reazioni a quella clamorosa sortita di Battiato- volevo trattenerlo in giunta, me ne sarei fregato. Quelli che l’attaccavano ce l’avevano con me più che con lui. Non ne volle sapere. Mi disse: “Io me ne vado perché non puoi governare con il contrasto del Senato, della Camera e del Parlamento europeo”. L’addio alla giunta fu un atto d’amore. Me ne dispiacqui molto”. “Si dimise. Ci sono gli atti formali”, ha aggiunto Crocetta rispondendo ad una domanda sulle “cronache” di quei giorni, secondo le quali era stato lui a “cacciarlo”. Grande, grandissimo Battiato anche nelle sue ingenuità e negli errori cui sapeva rimediare,  a dispetto dei suoi manipolatori postumi.

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Il coprifuoco di Enrico Letta può restare alle ore 22 in funzione anti-Salvini

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

            Chissà se il segretario del Pd Enrico Letta per rimanere fedele alla sua linea antisalviniana di difesa del cosiddetto coprifuoco continuerà anche domani a non uscire da casa, o a rientrarvi, alle ore 22 rinunciando alla riduzione appena decisa da Draghi. Che ormai sul Fatto Quotidiano viene rappresentato per dileggio col mojto del leader leghista dei mesi del “Papete” di due anni fa. Magari, il segretario piddino continuerà a rispettare il “suo” coprifuoco alle 22 anche dopo il 7 giugno, quando per gli altri si accorcerà di un’altra ora per essere soppresso il 21, sempre del mese prossimo. “Io resto a casa”, potrebbe scrivere l’ex esule parigino su un cartello appeso con tanto di foto al portone  del palazzo nel quartiere di Testaccio dove abita a Roma.

            Mi è apparsa francamente incredibile questa “ossessione” di Letta, come la chiama non a torto Salvini commentando le sue quotidiane uscite contro di lui. L’ultima delle quali, in difesa delle riforme, particolarmente quella della giustizia, che la Lega non vorrebbe sostenere in Parlamento preferendo la via breve dei referendum abrogativi di memoria pannelliana, è stata appena smentita clamorosamente -e ancora una volta- dal nuovo ma non ancora insediato leader pentastellato Giuseppe Conte. Che, dopo avere affondato la candidatura di Nicola Zingaretti al Campidoglio per rilanciare quella della sindaca uscente Virginia Raggi, ha deciso di silurare anche la riforma in cantiere del processo penale, e della cosiddetta prescrizione breve introdotta dall’ex ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede.

            La notizia del sostanziale altolà di Conte l’ha appena data Repubblica con un titolo in prima pagina raccontandola così all’interno con la firma di Liana Milella: “Di domenica per la prima volta Conte incontra Bonafede e i deputati della commissione (Giustizia della Camera). Sul tavolo l’elenco delle lamentele….che vanno dalla prescrizione all’appello. Conte suggerisce di chiedere un incontro alla Guardasigilli: un “bilaterale, come viene definito durante la riunione, che metta sul tavolo le proposte che il Movimento 5 Stelle ritiene inaccettabili. E tra queste ci sono sia la prescrizione che l’inappellabilità delle sentenze: una riforma che, per il Movimento, sa tanto di Berlusconi”. Che pure è l’uomo col quale il segretario del Pd vorrebbe stringere accordi più stretti per isolare nella maggioranza Salvini così tanto da indurlo ad uscire spontaneamente, o a cacciarlo via.

            In questa ossessione antisalviniana non vorrei che il segretario del Pd sorridesse compiaciuto anche davanti alla vignetta del Foglio di oggi, che scherza -diciamo così- sull’ambizione ormai dichiarata da Giorgia Meloni di superare Salvini nella scalata a Palazzo Chigi. Dove Benito Mussolini lavorò per un po’ a suo tempo come ministro degli Esteri e la sorella dei Fratelli d’Italia potrebbe invece arrivare dopo un fortunato turno elettorale, ordinario o anticipato che sia, come “Ducia”. Avremmo così anche la prima donna finalmente alla guida del governo italiano, dopo che Letta è riuscito a portare due donne solo alla guida dei gruppi parlamentari del Pd, alla Camera e al Senato. La causa della parità di genere con Giorgia a Palazzo Chigi sarebbe completa: completissima, se si potesse dire, anche con l’attuale guardasigilli Marta Cartabia al Quirinale per sottrarla all’assedio di Conte al Ministero di via Arenula.   

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Silvio Berlusconi ha un pò trovato un giudice a Strasburgo…

            Se non a Berlino, rileggendo Bertolt Brecht o Enrico Broglio, secondo altri, Silvio Berlusconi ha trovato un giudice a Strasburgo leggendo più modestamente oggi sul Corriere della Sera Giovanni Bianconi. Che riferisce della decisione presa pur con molto comodo dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo di non ritenere infondato il ricorso presentato nel 2014 dai difensori dell’ex presidente del Consiglio contro la condanna definitiva per frode fiscale. Che gli aveva procurato l’anno prima la pratica dei servizi sociali, sostitutiva di tre anni di detenzione, e la decadenza da senatore, per non parlare delle implicazioni politiche. Esse furono la spaccatura del Pdl nel governo di Enrico Letta, l’indebolimento della maggioranza faticosamente formatasi all’inizio della legislatura e nel 2014 la crisi azionata dal nuovo segretario del Pd Matteo Renzi. Che peraltro succedendo a Letta non avvertì alcun imbarazzo a concordare col “pregiudicato”, decaduto e quant’altro Berlusconi un percorso di riforme addirittura costituzionale ed elettorale.

            Nel togliere la polvere dal fascicolo giudiziario del 2014, a dimostrazione -dirà qualche magistrato contrario alla riforma del processo penale- che i tempi della giustizia non sono troppo lunghi solo in Italia, la Corte di Strasburgo ha chiesto al governo italiano di rispondere entro il 15 settembre a dieci domande per chiarire bene se Berlusconi ebbe più di sette anni fa un processo davvero giusto, col rispetto di tutti i diritti della sua difesa, e non subì invece forzature o violazioni funzionali alla sua condanna. Fra cui, per esempio, il rifiuto di alcune testimonianze, il mancato riconoscimento dell’impedimento a partecipare ad alcune udienze che pertanto dovevano essere rinviate, con effetti sulla prescrizione, e altro ancora.

            Non dimentichiamo infine che sulla credibilità, diciamo così, della sentenza definitiva di condanna emessa da una sezione feriale -cioè estiva- della Cassazione, pesa una confessione registrata del giudice relatore, il compianto Amedeo Franco, di una decisione presa praticamente per partito preso.

            Forse, per carità, a metà settembre il governo Draghi e, più in particolare, la Guardasigilli Marta Cartabia risponderanno alla Corte di Strasburgo difformemente da quanto si aspettino i difensori di Berlusconi, ma è ugualmente significativo, a dir poco, che alla Corte europea siano sorti quanto meno dei dubbi sul trattamento riservato all’ex presidente del Consiglio, nel frattempo “riabilitato”, eletto al Parlamento europeo e partecipe della maggioranza di governo in Italia, preferito dal Pd e forse persino dai grillini ad altri partner come Matteo Salvini.

            Ironia della sorte, questa “svolta”, come l’ha definita il Corriere riferendo del giudice trovato dal Cavaliere a Strasburgo, è stata “bucata” -come si dice in gergo tecnico- sulla prima pagina del Giornale di famiglia nel giorno in cui, accomiatandosi dalla direzione perché attirato da altre avventure professionali, Alessandro Sallusti ha espresso la convinzione che “prima o poi la storia riconoscerà a Berlusconi i meriti” che gli spettano “in tutti i campi” in cui si è cimentato come “uno dei due o tre straordinari uomini che il nostro secolo ci ha regalato”. Che poi sarebbero due: il Novecento e il Duemila, durante i quali l’unico errore commesso da Berlusconi, secondo la sua sondaggista di fiducia Alessandra Ghisleri in una intervista al Fatto Quotidiano, sarebbe quello di non avere “definito una successione”, tanto si ritiene unico nel suo “carisma”.

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I successi nella lotta alla pandemia spiazzano i nostalgici di Conte

            Ora che l’Istituto Superiore della Sanità -non il portavoce del nuovo presidente del Consiglio, in carica da tre mesi, o del  nuovo commissario straordinario per la pandemia virale, in carica ancora da meno- ha annunciato “il crollo dei contagi”, come ha titolato il Corriere della Sera, precisando che 35 giorni dopo la somministrazione della prima dose del vaccino i ricoveri in ospedale sono diminuiti del 90 per cento e i decessi del 95, chi glielo va a dire agli amici di Giuseppe Conte? Che sembrava l’uomo della Provvidenza ignobilmente allontanato da Palazzo Chigi con un complotto, o qualcosa del genere, e ora è appeso nel vuoto all’incarico conferitogli da Beppe Grillo di rifondare un MoVimento appeso a sua volta al forziere -si fa per dire- di Davide Casaleggio. Che, a corto ormai di soldi, si tiene stretto l’elenco degli iscritti come l’ultimo tesoro rimastogli.

            Massimo Giannini sulla Stampa -accusato recentemente proprio dall’ex presidente del Consiglio di fare un tifo smodato per Draghi sfidando anche i consigli storici di Charles Maurice de Talleyrand alla moderazione nel servaggio- ha realisticamente esortato a “mettersi l’anima in pace i nostalgici che nei palazzi e nei giornali ancora si ostinano a osservare il presente con gli occhiali del passato e a ripetere ogni volta “quando c’era Conte”. A costoro adesso non rimane che sognare ad occhi aperti la crisi del governo Draghi per effetto della guerra di carta in corso fra il segretario del Pd Enrico Letta e il leader della Lega Matteo Salvini: una guerra aperta non si sa bene da chi -anche se a me sembra da Letta per dare sostanza alla segreteria vuota del partito ereditata da Nicola Zingaretti-ma quotidianamente riproposta dai giornali come se Roma fosse Gerusalemme e l’Italia lo Stato di Israele. “La sporca guerra”, ha chiamato ieri, sempre sulla Stampa, Lucio Caracciolo quella riesplosa in Medio Oriente. Stento tuttavia a identificare Enrico Letta con Benjamin Netanyahu  e Matteo Salvini con Isma’hil Hanijel, leader di Hamas, anche perché persino sulla tragedia mediorientale il segretario del Pd sé è fatto scavalcare dal capo leghista nella difesa di Israele. E penso che per lui sarà difficile rimontare pure su questo versante.

            Guerra per guerra, sia pure per fortuna di tono e contenuto diverso, lasciatemi rivolgere un pensiero di gratitudine al tanto bistrattato -dai nostalgici di Conte- generale Francesco Paolo Figliuolo. Alle cui decorazioni per dileggio il vignettista del Fatto Quotidiano aveva aggiunto caciocavalli e polli arrosto scommettendo su un epilogo tragicomico della sua avventura.

            Non so se anche il generale, come il presidente del Consiglio, ha accettato l’incarico rinunciando al compenso. In caso contrario spero che gliene abbiano attribuito uno all’altezza non tanto dei suoi gradi quanto del valore delle sue prestazioni, diversamente da come Massimo D’Alema ha lamentato che abbiano fatto con lui i compagni della federazione culturale dei socialisti europei. Che dopo averlo pagato così male come presidente e conferenziere gli hanno pure chiesto mezzo milione di euro indietro facendogli a Bruxelles una causa in fondo emblematica della ingloriosa fine del comunismo di casa nostra. Casa, ripeto, non Cosa, di cui si occupa ormai come un segugio Michele Santoro, avendone perso le tracce.

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Quei 210 chilometri (soltanto) che separano Catania da Palermo

La vignetta di Makkox sul Foglio

            I duecentodieci chilometri che separano Catania da Palermo corrono naturalmente nella stessa regione e nello stesso Stato, ma non per la Giustizia, al maiuscolo. Vi corrono solo per la giustizia al minuscolo, com’è quella cui è stata ridotta dai nostri legislatori di certo, con codici, norme e quant’altro prodotte e pubblicate con tutti i timbri dovuti, ma ancor più dai magistrati che le applicano nel tempo che rimane a loro disposizione nei tribunali, dopo quello che impiegano per curare le proprie carriere e sgambettarsi a vicenda secondo moduli ormai tristemente noti. Che fanno notizia, e scandalo, più degli imputati dei loro processi.

Il Consiglio della Magistratura di Superiore, con la maiuscola voluta dalla Costituzione, ha soltanto il nome. E lo scrivo non con compiacimento o per denigrare l’istituto presieduto dal capo dello Stato, ma solo con rammarico, e perché indottovi dalle cronache che lo investono sempre di più come una barca malandata.

Il titolo di prima pagina della Verità

            Per quanti sforzi potranno o vorranno fare gli esperti o i sacerdoti dell’attuale sistema giudiziario -di cui solo a reclamare una profonda e vera riforma si rischia il linciaggio, o si viene scambiati per sovversivi- nessuno potrà mai riuscire a spiegare alla gente comune perché da uno stesso fatto contestato in uffici distanti appunto 210 chilometri, non dico un  ex ministro, com’è nel nostro caso Matteo Salvini, ma un imputato qualsiasi possa essere prosciolto -o farla franca, come direbbe un magistrato che ora ha  qualche problema più personale di cui occuparsi- o indifferentemente essere rinviato a giudizio, e magari essere condannato come un sequestratore di poveri disgraziati trattenuti sadicamente a bordo di navi, peraltro regolarmente assistite e rifornite, per il tempo necessario a definirne pratiche e destinazioni in un continente di cui condividiamo i confini meridionali.

            Lo stesso Fatto Quotidiano, che non può certamente essere considerato un giornale prevenuto contro magistrati e Magistratura, pur con caratteri simili a quelli di un bugiardino che troviamo nelle confezioni dei medicinali, ha commentato così in prima pagina il processo che l’ex ministro leghista dell’Interno ha evitato a Catania e quello che lo aspetta invece a settembre a Palermo per questioni di migranti a bordo di navi condotte verso i porti italiani: “Sequestro Gregoretti (nave della Marina): Salvini prosciolto a Catania. Per Open Arms (nave privata) invece è a processo. Ma sarebbe stato più logico il contrario”. Peraltro, le due navi si erano mosse con i loro carichi nello stesso anno e nella stessa stagione estiva: 2019.

  L’amministrazione della giustizia italiana, sempre al minuscolo, non riesce quindi a soddisfare neppure la “logica” di un giornale come quello diretto da Marco Travaglio, dove il solo termine “garantista” fa rizzare i capelli, o farli cadere a chi li ha ancora. O solo a sentir parlare di referendum sui temi e problemi della Giustizia, con la maiuscola, che il Parlamento non riesce da decenni a risolvere, si è tentati di correre in montagna per impugnare le armi contro gli invasori, Che vogliono andare alle urne solo per rispondere con una matita sì o no a domande che non possono essere stampate sulle schede senza cinquecentomila richieste e il consenso finale della Corte Costituzionale, dopo quella della Corte di Cassazione. Povera giustizia, per quanto già minuscola.

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Il Draghi uber alles che accentua la crisi di Conte anche fra i grillini

Ciò che dovrebbero fare i magistrati -parlare per atti- e invece non fanno scambiandosi messaggi più o meno cifrati, sta dimostrando di volere e saper fare il presidente del Consiglio Mario Draghi. Il quale, anziché inseguire o rintuzzare quanti gli contestano, per esempio, di avere preso il posto di Giuseppe Conte solo per imitarlo, prepara le sue decisioni di cosiddetta discontinuità in silenzio e le annuncia solo quando le adotta. Parla insomma per atti.

            Così egli fece con Domenico Arcuri rimuovendolo da commissario straordinario per l’emergenza pandemica e sostituendolo col generale degli alpini Francesco Paolo Figliuolo e così ha appena fatto rimuovendo il prefetto, generale e non so cos’altro Gennaro Vecchione dal vertice dei servizi segreti -o più precisamente dal Dis, acronimo della direzione delle informazioni e della sicurezza- e sostituendolo con l’ambasciatrice Elisabetta Belloni.

            L’idea di provocare “l’ira di Conte” o di dargli “uno schiaffo”, come ha titolato a torto o a ragione qualche giornale, non ha minimamente trattenuto il presidente del Consiglio. Che si è preoccupato solo di assicurarsi il consenso del capo dello Stato e di informare il presidente del comitato parlamentare per la sicurezza. Né lo ha trattenuto la paura del prevedibilissimo racconto  del Fatto Quotidiano, il giornale custode, diciamo così, della buona memoria del precedente governo Conte. Che in prima pagina -senza spararla, debbo riconoscerlo, più di tanto, limitandosi ad un richiamino- ha scritto di “favore ai 2 Matteo”, intesi come Salvini e Renzi, ma propendendo più per una “vittoria della Lega” che di Italia Viva. E. in più, ha lamentato che al Dis “Mancini resta e Vecchione salta”, pur essendogli stato rinnovato l’incarico nello scorso mese di novembre per altri due anni.

            Questa storia di Mancini che resta, con le sue funzioni che non sono certamente di un semplice 007, dev’essere risultata particolarmente indigesta a quanti hanno gridato allo scandalo per quel filmato diffuso da Report, su Rai 3, dello stesso Mancini a colloquio con Renzi nel piazzale di un’Autogrill sotto Natale, non certo per consegnarli una scatola di biscotti, come ha cercato di spiegare l’ex presidente del Consiglio. Che ha minimizzato, diciamo così, la circostanza che in quei giorni egli fosse alle prese con l’ancora presidente del Consiglio Conte anche per come gestiva direttamente, senza delegare niente a nessuno, proprio i servizi segreti.

            Il fatto è, questa volta al minuscolo lasciando la maiuscola all’omonimo giornale, che il Marco Mancini in così buoni rapporti con Renzi, sfortunatamente ripresi entrambi da un’attrezzata spettatrice di Report costretta ad una sosta dai bisogni fisiologici del padre, non sembra proprio un agente infedele al capo del governo di turno. Eh no, se uno che di servizi s’intende come Carlo Bonini ha appena rimproverato su Repubblica all’ex presidente del Consiglio di avere perduto tempo proprio appresso a Mancini. Così almeno ho capito -e se ho capito male, mi scuso subito con entrambi- leggendo a commento del cambio di guardia appena deciso al Dis che questo è “il momento in cui il Mediterraneo torna ed essere l’epicentro di imprevedibili nuovi rapporti di forza e il nostro Paese è chiamato a recuperare il tempo perduto negli anni in cui, a Palazzo Chigi, si è perso più tempo a dare udienza a Marco Mancini, a dare la caccia alle “infedeltà politiche” negli apparati, piuttosto che ad occuparsi di cosa diavolo avessero in mente Vladimir Putin e Recep Tyyp Erdogan sulla Libia”. E meno male -aggiungo, sempre che abbia capito bene- che il momento è arrivato e Draghi non se l’è lasciato scappare

            Non ha avuto probabilmente torto Massimo Franco a scrivere sul Corriere della Sera, sempre a commento dell’avvicendamento deciso al vertice dei servizi segreti, che “chi continua a teorizzare la continuità fra l’attuale governo e quello presieduto da Conte da ieri faticherà un po’ di più”. Ma temo che faticheranno non meno quanti ancora nel Pd, più in particolare da Enrico Letta a Goffredo Bettini, continuano a scommettere sulla stabilità, affidabilità e quant’altro dei rapporti col movimento grillino perché finito nelle mani sicure di Conte. Che mi sembrano invece ogni giorno meno sicure, e non solo per le vertenze giudiziarie o d’altro tipo con Davide Casaleggio e la sua associazione. Il cui maggiore o più ambito patrimonio è addirittura l’elenco degli iscritti che Conte non sa più a chi chiedere. O pensa di poter ottenere solo grazie ad un‘Autorità di garanzia che non ha potuto non prendersi tutto il tempo necessario anche ad essa per venire a capo di quel ginepraio improvvisato dal comico genovese.

Anche nel passaggio delicato ai vertici del Dis il povero Conte è rimasto solo nella sua ira o delusione attribuitegli dai giornali, vista la fretta con la quale il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il reggente del movimento 5 Stelle Vito Crimi hanno espresso il loro compiacimento: il primo anche per la possibilità offertagli di piazzare un fedelissimo al posto di Segretario Generale della Farnesina.

Pubblicato sul Dubbio

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L’evoluzione di stile tutto grillino del Ministero della Giustizia

            Per chi aveva cominciato a rifarsi piacevolmente gli occhi, diciamo così, associando il Ministero della Giustizia -dopo il passaggio quasi triennale di quell’eterno spettinato Alfonso Bonafede– alla figura sempre ordinata ed elegante di Marta Cartabia sta diventando a dir poco sgradevole la rappresentazione adottata da qualche giorno dal Fatto Quotidiano. Nella cui redazione evidentemente si rimpiange al Ministero di via Arenula Bonafede come a Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Che rispetto all’altro ha almeno dalla sua parte -lo riconosco- una certa eleganza d’abbigliamento ed anche una foto di commiato persino toccante, con quel personale affacciato alle finestre sul cortile che applaudiva il presidente uscente con la fidanzata, sino a far piangere il portavoce Rocco Casalino. Di cui tutto francamente immaginavo, dopo averne lette tante sul suo stile di lavoro, fuorché il cedimento all’emozione in una circostanza di quel genere.

            Oggi, venerdì 14 maggio 2021, il giornale dove ancora riescono a ritrovarsi, in tutti i sensi, quasi tutte le anime, tendenze, correnti, umori e quant’altro  del MoVimento 5 Stelle, uscito dalle elezioni politiche del 2018 come una volta capitava alla Dc, cioè da forza di maggioranza relativa, il Ministero della Giustizia è associato  nella vignetta di prima pagina a tre mignotte, come vengono chiamate a Roma quelle donne succinte, diciamo così, che rappresentano nella immaginazione di Riccardo Mannelli “Grazia, Graziella, Grazialcazzo e Giustizia”. Speriamo adesso che nessun lettore di Travaglio, prendendolo in parola e perdendo la testa, non irrompa assatanato nel palazzo di via Arenula a cercare di far loro la festa.

            Due giorni prima, mercoledì 12 maggio, lo stesso Mannelli aveva offerto o proposto -dite voi- ai lettori del giornale più letto sotto le cinque stelle un’altra rappresentazione volgarotta, a dir poco, della “Giustizia strafatta”, inventandosi una tavola numero 22 dell’Enciclopedia illustrata di Italypedia. Che fantasia e che gusto, con quella bilancina della giustizia appesa a quell’obbrobrio di donna bendata che grida ai quattro venti non so se più il suo godimento o il suo schifo! E’ la satira, bellezza.

Per niente triviale, per carità, ma altrettanto polemica era stata il giorno prima, martedì 11 maggio, la rappresentazione del Ministero della Giustizia, della sua nuova titolare e dei suoi progetti di riforma offerta ai lettori del Fatto Quotidiano con titolo, fotomontaggio e sommario. Per fortuna era mancato il contributo vignettistico di Mannelli.

            Il titolo gridava: “(In)giustizia- Riesumate due leggi ad personam del Caimano- La svolta Cartabia è quella di Berlusconi”. Il sommario spiegava così i “processi à la carte” coltivati dalla guardasigilli: “Su pressione di Forza Italia, Lega e Italia Viva la ministra ricicla la Pecorella (bocciata dalla “sua” Consulta) sull’appello dimezzato e le “priorità” dei reati decise dal Parlamento”. Ripeto: dal Parlamento, non dal Governo, o dal ministro, o da un posteggiatore abusivo tratto a sorte. Il fotomontaggio, infine, proponeva la guardasigilli in accenno festoso di danza, come in un cabaret, fra il solito Berlusconi in doppiopetto e l’altrettanto solito Salvini in maniche di camicia.

            Consentitemi a questo punto un pensiero di comprensione e di solidarietà al presidente del Consiglio Draghi per le prospettive che lo aspettano alle prese con i grillini delle varie tendenze sui temi della giustizia.

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