L’incursione di Draghi nei servizi segreti della stagione di Conte

            Nelle cronache dell’avvicendamento appena disposto da Mario Draghi al vertice dei servizi segreti fra il rimosso prefetto Gennaro Vecchione e l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, già Segreteria Generale del Ministero degli Esteri, non si trova una parola -dico una- di Giuseppe Conte a giustificazione dell’”ira”, dello “schiaffo ricevuto” e altro ancora che i titoli dei giornali gli hanno attribuito. L’ex presidente del Consiglio è rimasto zitto, avvolto in tutti i problemi che ha alla fantomatica testa dell’ancor più fantomatico MoVimento 5 Stelle affidatogli da Beppe Grillo, con tutte le grane giudiziarie nel frattempo aumentate per le resistenze di Davide Casaleggio addirittura a consegnare l’eletto degli iscritti. Al suo posto, sono giunte dalle parti che pure  Conte dovrebbe rappresentare gli auguri calorosi ad Elisabetta Belloni del ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio, fiero del prestigio riconosciuto al Corpo Diplomatico, e del pur contestato, scaduto e non so cos’altro “reggente” del movimento Vito Crimi.

            Ma l’ira -ripeto- di Conte è in qualche modo accreditata dal modo in cui un giornale come Il Fatto Quotidiano ha rappresentato in prima pagina l’operazione appena compiuta da Draghi: “Il favore ai 2 Matteo”, cioè Renzi e Salvini, entrambi in effetti entusiasti. “Ha rivinto la Lega”, ha insistito il giornale di Marco Travaglio sottolineando che al Dis -acronimo della direzione generale delle informazioni e sicurezza- “resta Mancini e Vecchione salta”.

            Mancini è quel dirigente dei servizi -Marco- ripreso sotto Natale scorso con Renzi nel piazzale di un autogrill mentre maturava la crisi del secondo governo Conte anche per effetto delle accuse che lo stesso Renzi rivolgeva al presidente del Consiglio ancora in carica di gestire troppo a modo suo, diciamo così, i servizi segreti disponendo dell’amico prefetto Vecchione, generale della Guardia di Finanza.

            Eppure Mancini non poteva né potrebbe essere scambiato per un congiurato nei riguardi di Conte se è vero ciò che ha scritto oggi su Repubblica un esperto della materia come Carlo Bonini. Secondo il quale è finalmente arrivato il momento di “recuperare nel Mediterraneo, tornato ad essere l’epicentro di imprevedibili nuovi rapporti di forza”, il tempo perduto a Palazzo Chigi andando appresso “a Marco Mancini, a dare la caccia alle infedeltà politiche negli apparati, piuttosto che ad occuparsi di cosa diavolo avessero in mente Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan sulla Libia”, così importante per gli interessi italiani.

            Severo sul Corriere della Sera è stato anche Giovanni Bianconi scrivendo del rapporto di Conte con Vecchione come “diretto e costante”, aggravato dalla “mancata nomina, fino agli ultimi giorni della sua permanenza a Palazzo Chigi, dell’autorità delegata ai servizi”. Finisce così “una stagione sciagurata -per tornare a Bonini su Repubblica– di cui Conte era stato l’ostinato e goffo regista: quella che aveva confuso il governo dell’Intelligence, del suo capitale d’informazioni riservate, con un giro di nomine nelle municipalizzate, in una logica di occupazione tarata sulla fedeltà amicale al leader del governo”. Di “stagione finita dei veleni”  scrive infine  Il Foglio commentando l’uscita da “Piazza Dante”, la sede dei servizi segreti, di “Gennaro Vecchione amicissimo di Giuseppi”, come Donald Trump alla Casa Bianca  chiamava al plurale di Brooklyn l’allora presidente del Consiglio Conte.

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Il Fatto lancia l’offensiva di Di Battista e ospita Conte come per riparare

            In coincidenza forse riparatrice con la pubblicazione di un libro di Alessandro Di Battista dal significativo titolo Contro!, inteso anche nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio arresosi alla formazione del governo di Mario Draghi, ”nauseante” per il suo passato e, a dir poco, preoccupante per il presente e per il futuro, Il Fatto Quotidiano ha improvvisato un forum con Giuseppe Conte per metterlo a suo agio. E per difendersi, pur senza mai nominarlo direttamente, al pari dei suoi intervistatori, dal contestatore operante nella nebulosa, ormai, delle 5 Stelle.

            Il senso della lunga intervista è stato così tradotto dal giornale nel titolo di apertura: “Forum con Conte- “Draghi governa, non si parli ora di Colle”- “Programma 5S pronto. Alleati al Pd, mai succubi”. Nel sommario si aggiunge il termine di poco più di quindici giorni che l’ex presidente del Consiglio si è dato per diffondere il nuovo programma del movimento affidatogli da Beppe Grillo  e si forniscono, fra virgolette, altri particolari delle idee e degli umori dell’intervistato: “Sostengo il governo, però niente uomini della provvidenza, né cedimenti sulla giustizia”. Renzi? “Sullo 007 risponda. Magari lo reincontro in qualche autogrill…”, come accadde sotto Natale al dirigente dei servizi segreti Marco Mancini ripreso da un presunto telefonino galeotto di una signora disgraziatamente -per lo stesso Mancini e per Renzi- fedele della trasmissione televisiva di Rai 3 Report condotta da Sigfrido Ranucci. Col quale Renzi, per difendersi dal sospetto di avere complottato con Mancini contro Conte ancora a Palazzo Chigi, ha ingaggiato una partita anche giudiziaria dagli sviluppi imprevedibili.

            Alle informazioni contenute nei titoli del Fatto  sull’intervista dell’ex presidente del Consiglio  aggiungo di mio il passato politico di elettore democristiano, quanto meno, confessato da Conte descrivendosi di “formazione cattolica democratica”, proveniente dal “centro moderato che guarda a sinistra”, secondo una celebre espressione di Alcide De Gasperi, e una certa discrepanza fra quello ch’egli ha effettivamente detto e quello che gli attribuisce sommariamente il giornale di Travaglio sulla crisi della giustizia e sulla riforma di cui ha bisogno.

            Premesso di considerare “malconcia” l’immagine della magistratura che “esce dallo scandalo del Csm”, la cui ultima edizione riguarda peraltro verbali secretati che riguardano anche lui per passate prestazioni forensi, Conte ha detto: “Nessun magistrato si deve permettere di avere atteggiamenti subalterni nei confronti della politica, perché fa un danno a tutta la categoria. E nessuna forza politica in Parlamento deve approfittarne per mettere sotto schiaffo la magistratura. Prima di parlare di commissioni d’’inchiesta, riformiamo il Csm: la polvere di deve sedimentare”. Mi sembra una posizione d’attesa, che però Il Fatto ha tradotto in una di supporto all’attacco proprio oggi sferrato, pur per altri versi, alla nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia per la forza e la fretta che ha di riformare processi, prescrizione e altro.

            Travaglio in persona ha definito “ricatto” la posizione della guardasigilli, che dovrebbe limitarsi a soddisfare le attese riformatrici dell’Unione Europea attenendosi come una “Cartabia copiativa” ai testi lasciati al Ministero dal predecessore Alfonso Bonafede, compresa evidentemente la figura dell’imputato a vita per quella prescrizione che cessa col primo grado di giudizio.   

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Le scommesse già perdute da Enrico Letta al Nazareno

            Non sono ancora passati due mesi dalla sua elezione a segretario del Pd, il 14 marzo scorso, richiamato in tutta fretta dal suo “esilio” accademico a Parigi per sostituire Nicola Zingaretti, rosso di vergogna dichiarata per il poltronificio a cui aveva ridotto il partito, ed Enrico Letta già appare più logorato del suo predecessore. Egli ha perduto entrambe le scommesse fatte con una certa imprudenza al ritorno dalla Francia.

            La prima scommessa è stata quella contro Matteo Salvini, proponendosi di contestarlo sino a provocarne l’uscita dalla maggioranza di emergenza realizzata da Mario Draghi, su impulso di Sergio Mattarella al Quirinale, dopo l’autoaffondamento del secondo governo di Giuseppe Conte: altro che il complotto lamentato dai nostalgici del professore.

            Nella sua ossessione antileghista Letta è arrivato ad essere più realista del re sul terreno oggettivamente impopolare della difesa di un coprifuoco che Draghi per primo aveva avvertito di poter cambiare anche a breve, come sta per avvenire.

            Trovo di particolare efficacia la rassegna degli scontri verbali fra Letta e Salvini che Mattia Feltri ha offerto oggi ai lettori della Stampa, e del Secolo XIX, per concludere a “fantastica dimostrazione di come a volersi distinguere a tutti i costi, va a finire che non si notano le differenze”, confondendo per felpe anche gli abiti del segretario del Pd, generalmente più sobri e meno militareschi o palestrati di quelli del “capitano” leghista.

            L’altra scommessa di Letta, ancora più rovinosa, della prima, è quella sulla capacità di Giuseppe Conte non dico di rifondare il MoVimento delle 5 Stelle su incarico personale di Beppe Grillo, ma almeno di rimettere un po’ d’ordine e di moderazione in quel casino -scusate il termine-che esso è diventato, peggiorando peraltro dopo le difficoltà  familiari del “garante”, “elevato” e quant’altro.

            L’ultima fregatura, chiamiamola così, Conte l’ha data a Letta non sostenendo ma rilanciando la ricandidatura di Virginia Raggi a sindaco di Roma  per le elezioni d’autunno. Eppure il segretario del Pd si era spinto ad offrire praticamente la presidenza della regione Lazio ai grillini in cambio del passaggio dell’attuale presidente Zingaretti al Campidoglio, dando peraltro per scontato imprudentemente il consenso degli elettori.

            Lo smacco inferto da Conte a Letta sulla scalinata capitolina, e destinato a ripercuotersi nelle altre città dove si voterà in autunno e il segretario del Pd pensava di fare accordi con i grillini, ha imbaldanzito a tal punto la Raggi da farle dire in una intervista oggi alla Stampa che sarà, testualmente, “la candidata di tutti, anche di chi vota Pd”. E dovrebbe invece votare per il candidato sostanzialmente di ripiego di Letta, che è l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, già insidiato nella sua area, chiamiamola così, dall’attivissimo Carlo Calenda.

            Se non è una debacle questa di Enrico Letta, poco ci manca, obiettivamente. E a fargli drizzare i capelli che non ha non occorre neppure che torni a scomodarsi quell’impertinente di Matteo Renzi per invitarlo a “stare sereno”, come fece alla fine del 2013 accingendosi a scalzarlo da Palazzo Chigi.

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Gotor riscrive i rapporti fra Saragat e Moro negli anni di piombo

Il titolo dell’Espresso

Ancora una volta da cronista, e quindi un po’ anche da testimone, non mi ritrovo nella storia d’Italia a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, quelli in particolare, della cosiddetta strategia della tensione, riscritta sull’ultimo numero dell’Espresso dallo storico ed ex senatore del Pd Miguel Gotor. Che, essendo nato -beato lui- solo nell’aprile del 1971, non ha ricordi personali cui attingere ma solo qualche libro che evidentemente lo ha particolarmente colpito: in questo caso uno scritto nel 1978 da un giornalista cautamente nascostosi dietro uno pseudonimo e forte solo, o soprattutto, di notizie ricevute da un amico inglese dei servizi segreti di Sua Maestà.

Quest’ultimo, tuttavia, a sostegno delle sue informazioni ha indicato a Gotor -se non ho capito male- un articolo a più mani uscito su un giornale britannico ma sfortunatamente rivelatosi poi ispirato da due giornalisti dell’Espresso. Che è lo stesso settimanale dove è comparsa la storia della strategia della tensione dell’ex senatore piddino, e che a suo tempo -non dimentichiamolo- scoprì a suo modo il colpo di Stato mancato nel 1964 con una mezza copertura, diciamo così, dell’allora presidente della Repubblica Antonio Segni.  

Moro omaggia Saragat in una foto d’archivio

Per farvela breve, Gotor ha maturato la convinzione che nel 1969 Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, informato mentre era a Parigi della bomba esplosa il 12 dicembre nella sede milanese  della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, e preceduta da altri episodi per fortuna senza vittime, fosse ascrivibile a un terrorismo fascista finalizzato, con l’aiuto di servizi segreti italiani ma forse anche americani, a produrre il panico necessario a svolte politiche autoritarie in Italia. Sotto Natale egli andò a parlarne a Castel Porziano con Saragat, che lui stesso nel 1964 aveva praticamente mandato al Quirinale per succedere all’infortunato e impedito Segni, colto da un ictus mentre lo stesso Saragat, presente Moro allora presidente del Consiglio, lo accusava di avere trescato col generale comandante dei Carabinieri per dare uno sbocco a destra alla crisi di governo scoppiata quell’estate. Stavolta, nel 1969, era Moro che accusava Saragat praticamente della stessa cosa in uno scontro conclusosi con un compromesso: Moro avrebbe accettato di credere che dietro la bomba di Milano ci fossero gli anarchici e Saragat avrebbe rinunciato alle tentazioni di sciogliere anticipatamente le Camere.

Mariano Rumor giura da presidente del Consiglio davanti a Saragat

Ma Saragat, a dispetto di ogni voce, a sciogliere le Camere in quegli anni non ci pensava proprio perché i socialisti, essendosi nuovamente spaccati dopo l’unificazione del 1996, avevano solo da rimetterci. Infatti il 6 luglio del 1970, quando il democristiano Mariano Rumor a capo di un governo di centro sinistra si dimise improvvisamente per uno sciopero generale chiedendo il ricorso alle urne, che peraltro avrebbe fatto comodo allo scudo crociato anche per evitare l’approvazione definitiva della legge sul divorzio, Saragat glielo rifiutò. A Rumor subentrò il collega di partito Emilio Colombo con la stessa formula di governo.

Gotor ha anche attribuito a Saragat una tale disistima verso Moro per la sua “passività” nel governare da avere ripreso i rapporti col pur “cialtrone” Fanfani, secondo confidenze che avrebbe fatto a Manlio Brosio. Peccato -per Gotor- che Moro aveva smesso di governare nell’estate del 1968, allontanato da Palazzo Chigi dai suoi amici di partito, chiamiamoli così, “dorotei”. E, pur facendo il ministro degli Esteri, rimase all’opposizione interna della Dc fino al 1973. E da oppositore interno, alla fine del 1971, quando scadde il mandato di Saragat al Quirinale, la maggioranza della Dc mise in pista per la successione Fanfani, boicottato e costretto alla rinuncia dai “franchi tiratori” dello scudocrociato e , a viso aperto, dagli alleati socialisti.

Costretti a cambiare cavallo, come si dice in questi casi, nonostante il segretario della Dc in persona Arnaldo Forlani ne avesse sostenuto la piena legittimità alla candidatura per avere guidato il partito, il governo ed essere il ministro degli Esteri in carica, Moro non riuscì ad ottenere l’investitura. I “dorotei”, sempre loro, con l’aiuto della sinistra di “Base” e dei fanfaniani, che accusarono Forlani di “tradimento”, trafficarono politicamente con liberali, socialdemocratici e repubblicani perché fosse candidato al Quirinale e venisse eletto Giovanni Leone. Per il quale Moro ordinò telefonicamente ai suoi amici, uno per uno, di votare disciplinatamente, senza lasciarsi tentare da ritorsioni per la bocciatura della propria candidatura nella votazione svoltasi nei gruppi parlamentari: bocciatura avvenuta per meno voti delle dita di una mano.

Gotor, nato- ripeto- nell’aprile del 1971, queste cose non ha potuto vederle e sentirle. Ma -Dio mio- se le faccia raccontare da qualcuno che invece le ha viste, prima di fidarsi di certe informazioni di seconda mano, fossero pure attribuite ad un ambasciatore come Manlio Brosio. Il povero Moro in quegli anni non aveva il potere immaginato da Gotor. Lo riacquistò dopo, fuori e dentro il suo partito, in termini peraltro più di prestigio che altro,  pagandolo duramente nel 1978 con quell’orribile morte di cui Mattarella ha appena lamentato i perduranti misteri.

Pubblicato sul Dubbio

Finalmente le toghe hanno un Patrono, con la maiuscola: il Beato Livatino

            Ora che i magistrati hanno finalmente un Patrono -e che Patrono, con la maiuscola, trattandosi di Rosario Livatino, ucciso a 38 anni nel 1990 dai mafiosi e promosso Beato con la cerimonia conclusiva svoltasi ieri nella Cattedrale di Agrigento- è augurabile che essi finiscano di cercare e assumere altri patroni, con la minuscola, come si sono abituati a fare da tanto tempo con i politici, massoni e non, finendo per intrecciare le loro funzioni e le loro carriere  col potere inteso nel peggiore dei modi.

            La preferenza dei magistrati per questo tipo di patronato, che sporca inevitabilmente entrambe le parti in causa, è stata confermata proprio in questi giorni col fastidio, a dir poco, opposto dagli uni e dagli altri al proposito annunciato da Matteo Salvini di tornare al metodo del compianto Marco Pannella. Che era quello di sottrarre i temi della giustizia alle tortuose e paralizzanti trattative fra i partiti, le loro correnti e quant’altro, comprese quelle dell’associazione nazionale dei magistrati, per lasciare la parola direttamente agli elettori. E senza più consentire, possibilmente, quella truffa che, volenti o nolenti, tutti i politici -ad eccezione dei pochi radicali- commisero nel febbraio del 1988 approvando una legge sulla responsabilità civile dei magistrati che vanificò il cristallino risultato del referendum svoltosi solo qualche mese prima, nell’autunno del 1987. In cui l’80,21 per cento degli elettori abrogò le norme del vecchio codice che proteggevano le toghe dal rischio di pagare gli effetti dei loro errori: uniche fra tutte le categorie operanti nel nostro paese, dai medici agli ingegneri.

La camicia insanguinata di Livatino nel reliquario

            Non sia mai, su questi argomenti gli elettori diventano agli occhi dei magistrati e dei politici che tengono loro banco dei pericolosi sprovveduti da chiudere a casa con due mandate, peggio che in un blocco da pandemia virale. Bisogna evitare in questo caso il contagio non da virus, ma da “buon senso”, per ripetere un’espressione felicemente usata ieri sul Corriere della Sera da Goffredo Buccini pur scrivendo non dei referendum ma solo del Beato Rosario Livatino e dell’eredità lasciata col buon esempio ai colleghi. “Oggi -scriveva testualmente Bonini a proposito di Livatino- avrebbe quasi 69 anni, più o meno la stessa età dei suoi colleghi famosi che si sbranano tra loro sui giornali e nei talk. Da quei suoi colleghi non si pretende santità: basterebbe un po’ di buon senso. La lotta inesausta tra toghe sindacalizzate suggerirebbe un passo indietro verso la compostezza, premessa dell’indipendenza e dell’equilibrio di cui parlava Livatino nel 1984 discutendo in un convegno proprio del ruolo del giudice nella società che cambia”. E pronunciandosi -aggiungo- contro la pratica già allora in uso di magistrati che passavano dai palazzi della politica ai tribunali e viceversa attraverso porte girevoli sempre ben oleate e funzionanti.

            Ora che la credibilità della magistratura è passata dal 70 per cento della falsa epopea di “Mani pulite” ad un modesto 30 per cento o poco più, quella referendaria è scambiata per un’arma nucleare dagli interessati abituati alle trattative più o meno sottobanco per risolvere le controversie sui temi giudiziari. Forza Salvini, forza radicali e quant’altri sono davvero stanchi dell’eterna crisi della giustizia e vogliono finalmente tornare a fidarsi dei magistrati, non solo ad averne paura, come non capita solo al Vittorio Feltri di oggi. Che è diverso per fortuna da quello degli anni 90, quando correva dietro alle toghe solo per vendere, coi suoi titoloni roboanti di manette, più copie di un giornale agonizzante –L’Indipendente- diretto nella illusione di salvarlo dalla chiusura.

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Le parole scolpite da Mattarella nel cuore di chi volle bene ad Aldo Moro

            In questa giornata delle vittime del terrorismo, volutamente identificata dal legislatore nella stessa in cui fu assassinato Aldo Moro il 9 maggio 1978, si distingue per poche parole condensate soprattutto in due passaggi di una lunga intervista a Repubblica l’onestà del capo dello Stato Sergio Mattarella. Che senza infingimenti, senza inutili giri di parole, ha scolpito -direi- quello che tutti abbiamo intuito e nessuno ai vertici istituzionali ha voluto sinora così chiaramente ammettere e al tempo stesso denunciare a proposito delle circostanze in cui fu possibile sequestrare l’allora presidente della Dc sterminandone la scorta come in un mattatoio. E poi tenerlo chiuso per 55 giorni in una fantomatica “prigione del popolo” uccidendolo proprio mentre maturavano fatti o decisioni -come la grazia a Paola Besuschio, detenuta per terrorismo- che potevano forse approfondire fra gli aguzzini una frattura già consumatasi nelle settimane precedenti e dare al sequestro un altro epilogo.

            “La debolezza dello Stato si manifestò soprattutto nella impreparazione, talvolta in infedeltà, nel contrastare una guerra che oggi definiremmo asimmetrica”, ha detto testualmente Mattarella al direttore di Repubblica Maurizio Molinari andato al Quirinale a intervistarlo. L’impreparazione era arcinota, provocata anche dal passaggio dei servizi segreti, proprio in quel periodo, da un certo tipo di organizzazione ad un altro per via di una riforma adottata di recente. L’infedeltà di chissà chi e quanti era meno nota, o meno ammessa, se non una volta da un magistrato particolarmente attrezzato in materia di indagini sul terrorismo, che disse ad una commissione parlamentare d’inchiesta, parlando dello Stato e delle brigate rosse: “Avevamo gli stessi consulenti”, ma uno in particolare. Di cui fece anche il nome che, ripetuto da me sul Giornale, mi procurò una causa per diffamazione che dovetti chiudere con un patteggiamento  di fronte ai tempi straordinariamente rapidi del processo, che insospettirono parecchio -e forse non a torto- il legale del quotidiano.

            “Ci sono ancora ombre, spazi oscuri, complicità non pienamente chiarite”, ha insistito Mattarella. Le cui parole, pur riferite poi in particolare al delitto Calabresi come esemplificazione, mi hanno riproposto l’inquietante particolare rilevato il 4 maggio scorso dall’allora colonnello e oggi generale in pensione dei Carabinieri Antonio Cornacchia sul mancato assalto alla prigione di Moro scoperta dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato dopo qualche anno a Palermo dalla mafia. Cornacchia ha attribuito la responsabilità di quel mancato assalto all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il cui figlio Stefano si è con me doluto- direi anche giustamente- che quell’ufficiale non avesse parlato così quando il padre era ancora vivo, e perciò in grado di replicare e documentatamente smentirlo.

            Tuttavia, a parte questo pur inquietante particolare della vicenda, sentite che cosa mi ha appena scritto il mio carissimo amico Michele Zolla, già consigliere di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale: “Mi sono soffermato più di una volta in via Fani, accompagnato anche da persone più esperte di me nell’uso delle armi, e la considerazione è una sola. Lo spazio è modesto e per sparare a tiro incrociato bisogna essere piuttosto esperti. Altrimenti il rischio per gli assalitori è di colpirsi a vicenda. Avevano proprio questa preparazione tutti gli autori noti o c’è stato qualche apporto estraneo non identificato? Mah”. Condivido.

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Un Conte inedito col cuore in mano parlando di Draghi e Renzi, ma non di Grillo

            Poiché la notizia notoriamente non è quella del cane che morde l’uomo ma dell’uomo che morde il cane, la prima tentazione oggi era quella di occuparmi di Piercamillo Davigo. Che una volta tanto è alle prese non con l’imputato di turno, essendo peraltro ormai in pensione, ma con alcuni magistrati per ora interessati a lui come persona informata dei fatti: inevitabilmente informata -direi- perché i fatti riguardano anche l’uso di scabrosi verbali giudiziari di Milano passati per le sue mani e per i suoi uffici quando faceva parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Il cui acronimo solo adesso Marco Travaglio sul suo giornale si diverte a sfottere traducendolo  in Consiglio dei sordi e dei muti.

            Poi, trattenuto anche -ve lo confesso- dalla paura che ho di Davigo da quando lui stesso ammise una volta in televisione di avere l’abitudine di raccogliere gli articoli che lo riguardano in una cartella intitolata “Per una serena vecchiaia”, scommettendo evidentemente su cause per diffamazione, ho pensato che sia meglio intrattenervi sull’occasione che una volta tanto si è data l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte di parlare per “un’ora” col cuore in mano, o quasi. Ne ha riferito Francesco Verderami sul Corriere della Sera.

            Il professore si è lamentato, fra l’altro, dei “partiti”, al plurale, del suo secondo governo che pretendevano furbescamente da lui che sostituisse ministri di cui non erano soddisfatti ricorrendo al cosiddetto “rimpasto”. Di cui al solo parlare, invece, un governo si indebolisce, altro che rafforzarsi.

            Conte ha inoltre detto che, più di un complotto, avvertito dai suoi sostenitori più sofferenti, egli è rimasto vittima a Palazzo Chigi di “alcuni settori economici e politici” interessati a “voltare pagina”, di natura sicuramente nazionale, non avendo elementi per sospettare anche “incroci internazionali”. Renzi “può essere che vi sia prestato” col ritiro delle sue due ministre e del suo sottosegretario dal governo, ma forse subendo anche lui, politico a tutto tondo, l’arrivo di un “tecnico” a Palazzo Chigi, per quanto poi si sia vantato della nomina di Mario Draghi.

Fotomontaggio del Fatto

            Su quest’ultimo, da lui rappresentato per impressioni raccolte confidenzialmente come un uomo “stanco” e disinteressato a succedergli, Conte ha riconosciuto di aver potuto usare “parole venutegli male”. Che purtroppo -ma questo non lo ha aggiunto- sono state usate da suoi tifosi come Travaglio per insolentire i cronisti e gli analisti politici che sentivano odore di Draghi a Palazzo Chigi ignorandone deliberatamente la stanchezza, appunto, certificata dal presidente del Consiglio ancora in carica. Che poi Draghi lo stia inverecondamente copiando, come lo stesso Travaglio sostiene continuamente ricorrendo anche a fotomontaggi come quello di oggi sul Fatto, Conte ha onestamente riconosciuto che non è proprio vero, non foss’altro perché il successore dispone di una maggioranza diversa. La quale potrebbe proprio per la sua ampiezza creargli prima o poi problemi che lui stesso però non si augura, riconoscendo che “sarebbe l’Italia a rimetterci se questa esperienza s’interrompesse”. Spero che Travaglio ascolti.

            Non una parola Verderami ha strappato a Conte sulle difficoltà del lavoro affidatogli da Beppe Grillo di rifondare il dissestato MoVimento 5Stelle, peraltro in un ginepraio di vertenze anche giudiziarie. Sarà per un’altra volta. Tanto, c’è tempo.

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L’orribile fine di Aldo Moro che poteva essere evitata 43 anni fa

Alla celebrazione dei 43 anni dalla morte di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia, ha voluto partecipare anche Walter Veltroni, che allora aveva solo 23 anni e già si prenotava inconsapevolmente alla carica di sindaco d Roma nei panni di consigliere comunale. Lo ha fatto raccogliendo in un libro le interviste raccolte per il Corriere della Sera sul sequestro appunto di Moro in questo suo ritorno al giornalismo propedeutico -secondo i soliti, maliziosi retroscenisti- ad una partecipazione alla prossima edizione della corsa al Quirinale. A introdurre le interviste sono riflessioni molto amare su quel tragico passaggio della storia della Repubblica.

”Troppi silenzi e troppi morti in questa, ahimè, classica storia italiana della tanto ingiustamente rimpianta prima Repubblica. Tutto strano, tutto sporco”, ha scritto Veltroni, ma senza autocritiche, o non abbastanza avvertibili, per il contributo, quanto meno, fornito dal suo partito all’epilogo di quella tragedia, con tutti i misteri nei quali è ancora avvolto dopo tante inchieste giudiziarie e parlamentari. Alla cui parzialità non certo Veltroni personalmente, per il ruolo che aveva allora, ma di sicuro il suo partito -il Pci- ha contribuito avendo omesso di rilevare, chiarire e quant’altro cose che i suoi dirigenti non potevano ignorare per il peso che avevano dentro l’allora maggioranza di governo. E non certamente dietro le quinte, per quanto Andreotti avesse appena formato il suo quarto governo deludendo le attese che aveva alimentato alle Botteghe Oscure. Dove si aspettavano quanto meno l’esclusione dal monocolore democristiano di due ministri di cui erano state reclamate le teste salvate invece all’ultimo momento proprio da Moro: Antonio Bisaglia e Carlo Donat-Cattin, in ordine rigorosamente alfabetico. Probabilmente Enrico Berlinguer avrebbe disposto non più la fiducia concordata in lunghe trattative ma il ritorno all’astensione se il sequestro del presidente della Dc la mattina del 16 marzo non avesse creato quella condizioni di eccezionalità in cui la fiducia di entrambe le Camere, non di una sola, fu concessa in 24 ore, come in una sfida ai terroristi mossisi anche per far tornare il Pci all’opposizione e all’obiettivo “tradito” della rivoluzione.

Ricordo ancora nitidamente quella sera in cui il comune amico Enzo Bettiza mi raccontò a cena  -e avrebbe poi ripetuto in uno dei suoi libri- di essere andato a trovare in mattinata il ministro dell’Interno Francesco Cossiga, al Viminale, e di averlo visto e sentito deferente e quasi intimidito al telefono con Ugo Pecchioli.  Che seguiva la gestione del sequestro Moro e delle ricerche per conto del Pci reclamando informazioni sempre più precise.  Lo stesso Cossiga, imbarazzato, avrebbe invitato l’ospite e amico a rendersi conto di quanto difficile fosse diventato il suo ruolo.

Il generale Cornacchia

In prossimità del 43.mo anniversario della morte e del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio dell’auto in cui era stato assassinato, e poi posteggiata a metà strada fra le sedi della Dc e del Pci -con quella “lingua metà intrisa di sangue, indice di un’agonia non breve”, avendo “sofferto dai 15 minuti prima di spirare”, secondo chi ne avrebbe poi eseguito l’autopsia- sentite che cosa ha raccontato al Tempo il 4 maggio scorsoil generale in pensione Antonio Cornacchia, allora colonnello a capo del nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma: “Al Viminale sapevano dov’era la prigione, l’aveva scoperta il generale dalla Chiesa. Lui aveva allestito Unis, un contingente di 30 paracadutisti che aspettavano in via Aurelia, in attesa di avere l’ok per entrare in azione e liberare Moro” nella non lontana, peraltro, via Montalcini. Caspita. Perché l’operazione non fu eseguita?

“Fu un’attesa vana. Andreotti -ha raccontato il generale- non diede mai via libera e cercò di occultare la documentazione relativa. Ma gli incartamenti sono stati trovati dal tribunale dei ministri nel 1996, solamente che il Senato”, dove Andreotti era approdato nel 1991 col laticlavio concessogli al Quirinale da Cossiga, “non concesse l’autorizzazione a procedere”.

Il generale dalla Chiesa

Sorge a questo punto il sospetto che fossero proprio le carte su quell’operazione  così ben preparata ma non eseguita che la mattina del 4 settembre 1982 agenti dei servizi segreti cercarono e portarono via dalla cassaforte dell’alloggio siciliano assegnato al generale dalla Chiesa, ucciso la sera prima dalla mafia nelle sue nuove funzioni di prefetto di Palermo. Dove si sperava che riuscisse a replicare contro la mafia, appunto, i successi conseguiti nella lotta al terrorismo, a parte -ripeto- le mani legategli per l’assalto al covo dove Moro viveva i suoi ultimi giorni, promosso addirittura a “prigione del popolo” dai suoi sequestratori.  

Neppure se fosse vera la leggenda sentita con le mie orecchie una volta alla Camera di un’operazione ritardata, e poi vanificata dalla morte dell’ostaggio, per la paura dei familiari di Moro di vederlo soccombere nell’assalto, preferendo quindi una liberazione negoziata, quella avrebbe potuto essere una ragione per rinunciarvi. Che razza di linea della fermezza era allora quella gridata ai quattro venti dal governo e giustamente liquidata da Cornacchia, pur partecipe della sua applicazione, come “un’assurdità”, anche perché “decisa e proclamata quando ancora le brigate rosse non avevano rivendicato l’agguato di via Fani”?

Non parliamo infine di quel pacco di 10 miliardi  di lire che il 6 maggio del 1978 Cornacchia andò a ritirare a Castel Gandolfo, con l’ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Cesare Curione, e padre Enrico Zucca, dalle mani del segretario di Papa Paolo VI, monsignor Pasquale Macchi, destinati a pagare il riscatto di Moro. Ma alle 19,35 -ha raccontato il generale- il segretario del Pontefice ricevette una telefonata che gli impedì, pallido in volto, di completare la consegna.

Pubblicato sul Dubbio

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Salvini proietta sulla crisi della giustizia il fantasma di Marco Pannella

ll fantasma di Marco Pannella a 91 anni dalla nascita appena trascorsi e a 5 dalla morte, che si compiranno il 19 maggio, è tornato ad aleggiare sulla crisi della giustizia. Che peraltro si è aggravata rispetto ai tempi in cui Pannella l’aveva già messa al centro della sua azione politica reclamando una riforma radicale: radicale come il nome del suo partito.

A scomodare Pannella, pur senza neppure nominarlo, ma limitandosi ad adottarne il metodo di lotta, è stato Matteo Salvini in una puntata di Porta a Porta tornata nell’occasione alla funzione di “terza Camera” ironicamente assegnatagli una volta dalla buonanima di Giulio Andreotti, riconoscendole il merito di precedere a volte gli annunci di solito riservati dai politici ai due rami del Parlamento. In particolare, Salvni ha lanciato sulla bilancia dell’agenda politica sia della maggioranza, di cui fa parte, sia dell’opposizione, dove già il segretario del Pd Enrico Letta lo immagina impegnato nelle ore dispari del giorno e della notte, il ricorso al referendum per sciogliere alcuni nodi della giustizia dai quali, secondo lui, pure l’espertissima e autorevolissima Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale e ora guardasigilli, rischia di rimanere soffocata. E ciò per il gioco a rimpiattino, o quasi, di due importanti partiti della coalizione governativa di emergenza che sono il Pd e il Movimento delle 5 Stelle, alla testa del quale Beppe Grillo sta quanto meno faticando a insediare davvero Giuseppe Conte.

            Pur o proprio perché partecipe dell’aggravamento della crisi della giustizia procurata dal passaggio dei grillini al Ministero della Giustizia con Alfonso Bonafede, arrivatovi nel primo governo Conte gialloverde, a partecipazione cioè anche diretta di Salvini come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, il leader leghista si è convinto che solo passando la parola agli elettori con un po’ di quesiti referendari, come ai tempi appunto di Pannella, potranno essere mosse davvero le acque. Per la raccolta delle 500 mila firme necessarie entro il 30 settembre ad azionare il ricorso alle urne referendarie nella prossima primavera egli ha scelto come compagni di strada, esperti in materia, proprio gli eredi di Pannella: i radicali di Maurizio Turco, Rita Bernardini e altri.

  Sotto minaccia di abrogazione sono, in particolare, le norme che impediscono una vera separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, una vera responsabilità civile dei magistrati che sbagliano, autorizzata dalla stragrande maggioranza degli elettori con un referendum nel 1987 ma evasa da un’altra disciplina dopo qualche mese, e la cosiddetta legge Severino della fine del 1992. Che è rimasta celebre soprattutto per l’uso fattone nel 2013 espellendo dal Senato Silvio Berlusconi: il maggiore, o fra i maggiori contribuenti italiani condannato per frode fiscale da una sezione estiva della Cassazione in relazione a fatti precedenti a quella legge, applicata pertanto retroattivamente, e per giunta con votazione palese disposta dall’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso.

            Neppure a quella legge, visto l’uso cui si è prestata pur nella mobile finalità della lotta alla corruzione, la politica è riuscita in questi anni ad apportare una modifica. Anzi, sempre in nome della lotta alla corruzione è stata introdotta la prescrizione brevissima, che muore con la prima sentenza di giudizio, lasciando l’imputato teoricamente a vita sia come condannato sia come assolto ma con sentenza impugnata dall’accusa. 

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Notizie di ordinaria e straordinaria disamministrazione della giustizia

            In un giorno in cui troneggiano più o meno sulle prime pagine di tutti i giornali le notizie sulla giustizia a parti invertite, cioè non di magistrati che indagano su cittadini comuni, o anche su personalità autorevoli della politica, dell’imprenditoria e simili, ma di magistrati che indagano su altri magistrati, e di procure che si contendono competenze ballerine, con schizzi di fango che volano un po’ dappertutto e sfiorano persino il Quirinale, passano purtroppo per minori le notizie di ordinaria disamministrazione degli affari penali. E’ quella, per esempio, sottolineata dal Dubbio di un detenuto ostinatamente trattenuto in carcere tra carteggi allucinanti dai quali non ha potuto difendersi alla fine che uccidendosi in cella nel mese di gennaio del 2020.  Egli era imputato con altri sei che sono stati appena assolti nel tribunale calabrese di Locri dopo un’operazione chiamata “Canadian ‘ndragheta connection”.  

            Oltre ad essere innocente, com’è risultato dalla sentenza di assoluzione dei coimputati, il poveretto -Giuseppe Gregoraci, di 51 anni- aveva la disgrazia di essere invalido per avere perduto in un incidente di strada una gamba, sostituita con una protesi dipendente, per la sua funzionalità, da una fisioterapia che nel primo carcere di destinazione non era praticabile. Egli era stato pertanto trasferito a Voghera, dove neppure era stato possibile provvedere alle cure necessarie, mancando le quali non solo la protesi si rese inutilizzabile ma lui cadde in una depressione ancora maggiore di quella di cui già soffriva prima. E che era stata inutilmente segnalata dai difensori chiedendone quanto meno la detenzione domiciliare.  

            Mentre giudici di sorveglianza, periti, avvocati si scambiavano i soliti carteggi  fra lo sgomento degli stessi uffici penitenziari, le cui segnalazioni e sollecitazioni non producevano effetti, persa ogni speranza di ottenere almeno di cercare di curarsi a casa,  il poveretto si impiccò in cella. Sul caso ora sono aperte -ha raccontato l’avvocato Giuseppe Calderazzo- due inchieste: una a Pavia contro ignoti e una a Salerno su due giudici di sorveglianza per i quali però i pubblici ministeri hanno già chiesto l’archiviazione.

            Non so a voi, ma a me una storia come questa, destinata probabilmente a chiudersi senza che nessuno ci rimetta il posto,  procura uno sgomento ancora maggiore di un Pier Camillo Davigo, per esempio, passato in pochi giorni dalle stelle del magistrato severissimo, implacabile e altro ancora all’imbarazzo, credo, di un ex consigliere superiore della magistratura interrogato dalla Procura di Roma per fascicoli giudiziari di Milano passati anche per le sue mani su una presunta loggia massonica partecipata da giudici e capace di interferire in carriere, sentenze e quant’altro.

 Se neppure negli affari semplici, come dovrebbero ritenersi quelli di un detenuto invalido e in condizioni così rovinosamente depressive da averlo portato alla morte, si riesce a venire a capo di nulla, come pensate che il cittadino comune possa o debba avere fiducia nella possibilità di venire a capo di un affaraccio come quello di cui Davigo è stato chiamato a parlare in una Procura come persona informata dei fatti? E non condividere piuttosto, tra tanti palleggiamenti di responsabilità e competenze per presunte mancate o scarse indagini, il sospetto di Piero Sansonetti sul Riformista che “così stanno affossando l’inchiesta sulla loggia Ungheria”, sembra dall’omonima piazza di Roma.

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