Quel Matteo Salvini uno e trino, blasfemia a parte….

Titolo del Dubbio

  Una domanda non so neppure io se più ingenua o maliziosa: in quale veste Matteo Salvini ha incontrato Mario Draghi prima che si aprissero nell’aula di Montecitorio, e dintorni drive in, le urne per l’elezione del presidente della Repubblica? Come leader della Lega o del centrodestra a trazione appunto leghista dal 2018, per effetto del sorpasso elettorale effettuato sul partito di Silvio Berlusconi? 

              Nel primo caso l’incidente, l’equivoco, chiamatelo come volete, col presidente del Consiglio, praticamente rifiutatosi di parlare di un nuovo governo non avendo la veste ne’ di presidente della Repubblica, o non ancora, ne’ di capo-partito, è da considerarsi spiacevole ma limitato, o non grave. Nel secondo caso risulterebbe peggiorata la situazione già critica del centrodestra dopo i modi, i tempi e le motivazioni scelte da Berlusconi per rinunciare alla corsa al Quirinale, sottraendosi di fatto a un confronto con gli alleati disposti a votarlo e ponendo una specie di pregiudiziale alla candidatura di Draghi, troppo bravo e necessario a Palazzo Chigi per allontanarsene.

               Invece Salvini cercando di parlare col presidente del Consiglio di un nuovo governo ne ha implicitamente ipotizzato il ruolo di capo dello Stato, quasi condizionando alla sua disponibilità verso l’assegnazione di incarichi governativi il consenso ad una elezione a capo dello Stato. E la cosa non è per niente piaciuta -ne’ sarebbe potuto accadere diversamente- a Berlusconi e al giro stretto dei collaboratori, fedelissimi e familiari. I quali, pur essendosi mossi autonomamente nell’operazione di rinuncia alla corsa, esponendosi quindi al rischio di una ritorsione, o qualcosa di simile, si aspettavano di essere coinvolti in un approccio diverso alla candidatura quirinalizia del presidente del Consiglio.

             Una prova o un indizio, come si preferisce, della sorpresa e dei malumori al vertice di Forza Italia si trova nella iniziativa presa dal vice di Berlusconi, coordinatore nazionale del partito ed ex presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, rimasto fuori dal governo proprio per la caratura di leader attribuitagli l’anno scorso da Draghi, di condurre personalmente consultazioni e quant’altro, a cominciare da Giuseppe Conte. Che sarà pure malmesso, come è recentemente scappato di riconoscere all’amico ed estimatore Goffredo Bettini, ma è il presidente del movimento, ora quasi partito, ancora maggiormente rappresentato in Parlamento. Da cui, almeno sulla carta, è difficile prescindere in questa legislatura dura a morire: assai dura, anche a costo di imporre al Paese una campagna elettorale di più di un anno, quanto manca alla scadenza ordinaria, anziché dei 75 giorni normali. E guai a lamentarsene perché si rischia il linciaggio da parte dei deputati e senatori uscenti sicuri di non poter essere rieletti, e neppure candidati dopo i tagli ai seggi così imprudentemente apportati.

Pubblicato sul Dubbio

                                                                                                                               

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