Il centrodestra improbabile derivato dalle scelte di Berlusconi

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Ricorrere all’immagine di Sansone che muore con tutti i filistei per commentare la rinuncia di Silvio Berlusconi alla corsa al Quirinale sarebbe francamente eccessivo, oltre che irriguardoso verso l’uomo che si vantava negli anni delle sue migliori fortune politiche di sapersi fare concavo e convesso secondo le opportunità e necessità del momento. E che magari ritiene di essere rimasto fedele a questa rappresentazione ritrandosi dalla gara non per l’incertezza dei numeri ma per risparmiare al Paese un passaggio troppo divisivo, secondo il linguaggio degli avversari.

Tuttavia, se davvero l’ex presidente del Consiglio lo ha fatto per questo, si lasci dire molto amichevolmente che avrebbe dovuto sciogliere la cosiddetta riserva un pò prima, visti i guasti prodotti dal ritardo ai rapporti fra i partiti e nella stessa maggioranza di governo ch’egli vorrebbe preservare dal rischio di un cambiamento al suo vertice.

Ciò che forse ha sorpreso di più della rinuncia di Berlusconi è il colpo inferto, volente o nolente, al centrodestra proprio da lui inventato e portato alla vittoria elettorale nell’ormai lontano 1994. Dopo averne ridotto o comunque cambiato un pò la natura negli ultimi tempi con quel trattino messo fra il centro e la destra ogni volta che ne scriveva, come per prendere sempre di più le distanze dagli alleati che lo hanno sorpassato elettoralmente, Berlusconi ha messo ai piedi della coalizione un peso che la rende improbabile, incapace forse di galleggiare nelle trattative con gli altri partiti per una conclusione necessariamente concordata della corsa al Quirinale ormai giunta alle votazioni.

Questo peso è costituito dal contrasto, subito contestato all’interno dello stesso centrodestra da Giorgia Meloni, alla candidatura di Mario Draghi prenotata dall’interessato presentandosi nella conferenza stampa del 22 dicembre come “nonno a disposizione delle istituzioni”. Una candidatura -mi permetto di sospettare- forse verificata dal missionario di fiducia del Cavaliere, Gianni Letta, nella ormai nota visita a Palazzo Chigi compiuta prima di recarsi ad un vertice del centrodestra che si accingeva a formalizzare quella di Berlusconi, pur con la riserva ora sciolta negativamente. 

Mario Draghi

Draghi, l’amico Draghi, che un po’ gli deve sia il Governatorato della Banca d’Italia, sia la successiva presidenza della Banca Centrale Europea, sia Palazzo Chigi per l’aiuto prestatogli con i ministri e i sottosegretari di Forza Italia, sarebbe condannato dalla sua stessa bravura, dal credito internazionale di cui gode e dalle perduranti emergenze del Paese a rimanere dov’è, ha detto Berlusconi e poi ripetuto Matteo Salvini, pur apertosi precedentemente alla formazione di un altro governo. Ma c’è ora da verificare se sono d’accordo lo stesso Draghi, gli altri partiti e i componenti dei rispettivi gruppi parlamentari o delegati regionali, in gran parte fluidi, a dir poco. E’ tutta una foresta da esplorare.

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