Avanti, rafforzata con l’esclamativo, fu la parola d’ordine orgogliosa dei socialisti, che l’adottarono come testata del loro storico giornale di partito, travolti entrambi dallo tsumani giudiziario e politico degli anni Novanta. Che sopraggiunse nella beffarda coincidenza, o quasi, con il loro primo e unico centenario.
Avanti, depurato del punto esclamativo forse per scaramanzia, per quanto inutile, fu la parola d’ordine adottata da Matteo Renzi l’anno scorso, tanto da farne il titolo di un libro biografico e un po’ anche programmatico per tentare la risalita dopo la bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e la rinuncia a Palazzo Chigi. Cui sarebbe invece seguita, dopo la batosta elettorale del 4 marzo scorso, la rinuncia anche alla segreteria del Pd.
Avanti, nonostante questi precedenti, è la parola d’ordine adottata dai due vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, di fronte alle bocciature che ha rimediato ogni giorno la manovra finanziaria del governo gialloverde, prima ancora di arrivare al voto del Parlamento. Che certamente non basterà a invertire la rotta.
A ogni bocciatura, proveniente dai mercati finanziari con l’aumento dello spread, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Corte dei Conti, dall’’ufficio parlamentare del Bilancio, dalla Banca d’Italia, per non parlare dei moniti giunti a voce e per iscritto dai commissari europei, il grillino Di Maio e il leghista Salvini hanno reagito -dettando la linea al presidente del Consiglio Giuseppe Conte- con l’annuncio che si deve andare Avanti, appunto.
I due hanno montato nel governo del popolo e del cambiamento un motore che ha solo marce in avanti. Indietro insomma non si può, oltre che non si vede andare, neppure per fare una manovra che salvi auto e passeggeri. Neppure se a prospettarlo è l’insospettabile ministro degli affari europei Paolo Savona, che grillini e leghisti avrebbero preferito come ministro dell’Economia, prima di ripiegare -di fronte al rifiuto del presidente del presidente della Repubblica di nominarlo- su Giovanni Tria. Il cui grado di autonomia, dopo essere stato compromesso a livello internazionale col tira e molla sulla nota di aggiornamento del documento di programmazione economica e finanziaria, tra minacce e voci di dimissioni sempre smentite o rientrate, è risultato impietosamente evidente quando il presidente (leghista) della Commissione Bilancio della Camera gli ha spento il microfono mentre parlava.
Di Maio ha voluto persino sorpassare il suo omologo leghista Salvini, dopo essere usciti insieme in maglietta e camicia da Palazzo Chigi per festeggiare la loro marcia in avanti, mandando a quel Paese la Banca d’Italia, permessasi di raccomandare di andarci piano sul piano della previdenza. Il capo del movimento delle 5 stelle ha
sfidato il governatore Ignazio Visco a candidarsi alle prossime elezioni: una variante, diciamo così, dei vaffanculo -scusate- su cui Beppe Grillo ha costruito sulle piazze e nelle urne la fortuna del suo partito.
Ora non resta che incrociare le dita e attendere il botto: i fatti diranno se del governo o di chi altro.
C’è una foto che forse imbarazza i grillini di ogni tendenza, da Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista, più della marcia dello spread oltre i trecento punti nei mercati finanziari e dei fischi genovesi al ministro gaudioso delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Che è stato bruscamente invitato a non dire “bugie” sull’emergenza del ponte crollato a ferragosto. E’ la foto dell’alleato di governo dei pentastellati Matteo Salvini con la leader della Destra francese Marine Le Pen in perfetta sintonia dopo l’incontro avuto a Roma in quella che il manifesto ha perfidamente chiamato “bottega oscura” giocando sul nome della strada dove si trovava la sede del Pci. Ed è tornata sulle prime pagine dei giornali e nelle aperture dei telegiornali per un evento e persone di tutt’altro segno politico.
Il potenziale disagio dei grillini è ben rappresentato sul Fatto Quotidiano -e dove, sennò ?- in un titolo di prima pagina dove si evidenzia che “in Europa”, di cui Salvini e la sua omologa francese hanno discusso d’amore e d’accordo, come si dice, “i 5 Stelle votano più con sinistra e Pd che con la Lega”.
Lamentati gli “offensivi riferimenti” di Di Maio alle presunte false notizie diffuse dai giornali debenedettiani, che però Travaglio ha voluto avvalorare elencandole minuziosamente nell’editoriale del giorno successivo, i comitati di redazione dei Fatti hanno ricordato a Di Maio che “una informazione libera e di qualità risponde al primario interesse di un Paese al quale non può certo bastare la propaganda di chi sta al governo”. Ben detto, perbacco. Per cui essi hanno espresso la loro “solidarietà ai giornalisti e a tutti i lavoratori del gruppo Gedi e delle testate in crisi” più in generale, comprese quindi quelle su cui ogni tanto Travaglio infierisce col suo computer, giusto forse per divertire quel buontempone di Beppe Grillo. Che ne è -presumo- il lettore più assiduo e consenziente, anche quando si tratta di prendere le distanze dalle “boiate” e “fesserie” che fanno e dicono, festanti, i gialloverdi sopra e sotto balconi e barconi di una Roma non più ladrona, come ai tempi di Umberto Bossi.
Consapevole forse del fatto che la storia “opaca” -come l’ha definita Calabresi- del suo concorso universitario del 2002 al titolo e alla cattedra di professore ordinario di diritto si sta trasferendo dalle pagine di Repubblica, appunto, alle aule del Parlamento per l’annuncio di una interrogazione urgente al Senato da parte del capogruppo del Pd, il presidente del Consiglio ha cercato di chiarire prima la sua posizione. Lo ha fatto smentendo di avere avuto rapporti societari -intesi anche in senso lato, par di capire- col professore Guido Alpa, partecipe della commissione che lo promosse. E a lungo passato a torto come suo “maestro”: a torto, perché Conte, pur conservando intatta tutta la sua stima e devozione accademica per Alpa, ha voluto chiarire di essere cresciuto alla scuola del professore Giovanni Battista Ferri, col quale conseguì la laurea in giurisprudenza all’Università di Roma.
Questa volta tuttavia il dizionario, quanto meno, sembra dalla parte di Calabresi e dei suoi giornalisti. I quali hanno documentatamente ricordato, o rinfacciato, a Conte, riproducendolo in foto, un passaggio del suo curriculum, risalente neppure alla primavera scorsa, cioè alla vigilia della sua ascesa a Palazzo Chigi, ma a settembre del 1993, depositato alla Camera dei Deputati per qualcuna forse delle incombenze o aspirazioni del professore. “Dal 2002 -vi si legge- ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, al diritto societario e fallimentare”.
Mentre la Repubblica –appena accusata da Luigi Di Maio con tutti i giornali dell’ex gruppo l’Espresso, oggi Gedi, di diffondere notizie false e di rischiare la chiusura- insiste a fare le pulci al presidente del Consiglio Giuseppe Conte per il concorso universitario a professore ordinario vinto nel 2002 col concorso, a sua volta, del suo mentore e socio di studio legale Guido Alpa, il titolare pentastellato di Palazzo Chigi è incorso in una dura lezione di governo e di professione forense sul Corriere della Sera. Dove l’ex direttore Ferruccio de Bortoli -quello che diede all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi del “maleducato di talento”- gli ha praticamente rimproverato di non essere né un buon presidente del Consiglio né un buon avvocato.
Il titolo dell’editoriale – “Il premier e il ruolo da giocare”- è in verità generico, come contrappeso forse alla severità, anzi durezza degli addebiti. Ma fa una certa impressione leggere sul giornale italiano più diffuso che il presidente del Consiglio lavora al di sotto della “diligenza del buon padre di famiglia”. E che sarebbe ora di “mettere sul tavolo le proprie dimissioni” per cercare di fermare i suoi due vice e “dare finalmente spessore e lineamenti al proprio volto politico”, non potendo bastare né a lui né soprattutto agli italiani “l’immaginetta di Padre Pio in tasca”.
Dopo averlo attaccato, direttamente o prendendo di mira il suo staff, e averlo portato più volte sull’orlo delle dimissioni, trattenuto a stento da un presidente della Repubblica timoroso, a dir poco, di una crisi di governo in questo momento, i grillini pretendono che Tria difenda adesso eroicamente gli azzardi che gli hanno imposto con quella giostra di numeri alla fine approdati a Bruxelles, oltre che al Parlamento italiano. Sono i numeri della nota di aggiornamento del documento di programmazione economica e finanziaria. Che è la cornice nella quale va scritto a breve il bilancio dello Stato.
Anche i grillini peraltro cominciano a provare sulla loro pelle il monito di Pietro Nenni ai moralisti del secondo dopoguerra, quando erano di moda le epurazioni e il leader socialista ricordò che c’è sempre “uno più puro che ti epura”. Dovrebbe dire loro qualcosa, per esempio, quel richiamo, appena apparso sulla prima pagina di Repubblica, un giornale non certo fra i minori, di un servizio che ricostruisce il concorso universitario “tra amici” per professore ordinario vinto nel 2002 dall’attuale presidente pentastellato del Consiglio, Giuseppe Conte. Che ebbe la fortuna, diciamo così, di poter essere “promosso dal suo maestro e socio” di studio legale Guido Alpa: socio secondo il curriculum dello stesso Conte diffuso nella scorsa primavera, dove si parla di uno studio legale, appunto, creato da entrambi nel 2002.
Ogni giorno che passa e ogni dichiarazione che fa il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, il reddito di cittadinanza perde pezzi. Dai tre anni originari la sua durata sta passando a due o a un anno e mezzo, secondo chi parla fra grillini e leghisti. Dalla disponibilità in contanti si è passati a quella “tracciabile” della carta di credito per spese “essenziali”, non “superflue”, di cui qualcuno dovrà pur stendere un elenco senza poter evitare polemiche e barzellette, che d’altronde hanno già scatenato la fantasia dei vignettisti. Questa storia “fa ridere ma inquieta”, ha giustamente commentato Massimo Bordin a Radioradicale nella sua storica rassegna Stampa e Regime.
I pruriti giustizialisti dei grillini sono infine prevalsi anche sulla loro volontà di aiutare i bisognosi e di eliminare finalmente la povertà, dopo il fallimento di tutti i rivoluzionari che li hanno preceduti. Prima ancora di stendere l’elenco preciso dei beni essenziali da acquistare e di quelli superflui, o “immorali” da evitare, e di precisare meglio la stessa platea dei destinatari del reddito di cittadinanza, Di Maio ha sventolato le manette contro i “furbi”. Che potranno risparmiarsi carta di credito e acquisti dormendo e mangiando a spese dello Stato nelle patrie galere.
leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, meritano forse attenzione le correzioni che via via l’altro vice presidente, il grillino Luigi Di Maio, apporta al cosiddetto reddito di cittadinanza. Che è poi la vera o principale parte clamorosa e controversa della manovra finanziaria in arrivo sia per il suo altissimo costo, ben superiore ai dieci miliardi di euro che lo stesso Di Maio vorrebbe destinarvi almeno all’inizio, sia per la svolta assistenzialistica che esso conferisce alla politica economica e sociale del governo gialloverde. Che invece sostiene di volere produrre più consumi e più crescita, oltre che naturalmente più equità, togliendo a chi ha di più e dando a chi ha di meno.
D’altronde, lo stesso governo, smentendo Salvini e il suo omologo grillino Luigi Di Maio, che all’unisono avevano annunciato la indisponibilità a “tornare indietro di un solo millimetro” dagli annunci e dalle feste di piazza della settimana scorsa, ha riconosciuto di avere esagerato nelle sue scelte e di avere procurato troppo allarme nei mercati.
Esso infatti, in un vertice svoltosi a Palazzo Chigi, ha deciso di limitare al solo 2019 il deficit al 2,4 per cento rispetto al prodotto interno lordo, contro i tre anni anni baldanzosamente annunciati tra segni di vittoria sul balcone di quello stesso palazzo e bandiere sventolate nella piazza sottostante.