Il martedì maledettamente nero del ministro dell’Interno Matteo Salvini

             E’ stato un martedì nero per Matteo Salvini, purtroppo non incolpevole perché è andato proprio a cercarselo, avrebbe detto la buonanima di Giulio Andreotti.

            Dimentico -mi auguro- delle sue doppie funzioni governative di vice presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno, il leader leghista reclamando il diritto di “parlare solo a persone sobrie” ha dato dell’ubriaco al presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker. Che aveva avuto il torto, secondo lui, di paragonare in qualche modo lo stato attuale dei conti italiani a quelli della Grecia sottoposta poi ad amministrazione sostanzialmente controllata in ambito comunitario.

            Può darsi che Juncker per carità, abbia esagerato, al pari di tutti gli altri che, anche in Italia, in sede politica e mediatica, evocano il dramma greco quando parlano del nostro deficit e del nostro debito pubblico, e dell’intenzione del governo in carica di farli salire ulteriormente nella convinzione, ma sarebbe meglio parlare di speranza, di stimolare la crescita. Ma dargli per questo dell’ubriaco, e intimargli di farsi passare la sbronza prima di parlare, mi sembra francamente una villanìa gratuita. E per niente utile, peraltro, ai passaggi comunitari che attendono le scelte del governo.

            Con lo stesso metro di giudizio e di parola di Salvini si poteva  dare dell’ubriaco al suo  collega di partito Claudio Borghi, presidente della  Commissione Bilancio alla Camera, che aveva appena contribuito a diffondere diffidenza nei mercati, e a fare salire il malfamato spread sopra i trecento punti, sognando l’uscita dall’euro e il ritorno alla lira. A meno che non lo sogni anche Salvini. Che però in questo caso dovrebbe dimettersi, essendo stato smentito dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, intervenuto a sua volta per bacchettare il collega di partito del vice presidente leghista del Consiglio.

            Giannelli.jpgD’altronde, lo stesso governo, smentendo Salvini e il suo omologo grillino Luigi Di Maio, che all’unisono avevano annunciato la indisponibilità a “tornare indietro di un solo millimetro” dagli annunci e dalle feste di piazza della settimana scorsa, ha riconosciuto di avere esagerato nelle sue scelte e di avere procurato troppo allarme nei mercati. Vertice.jpgEsso infatti, in un vertice svoltosi a Palazzo Chigi, ha deciso di limitare al solo 2019 il deficit al 2,4 per cento rispetto al prodotto interno lordo, contro i tre anni anni baldanzosamente annunciati tra segni di vittoria sul balcone di quello stesso palazzo e bandiere sventolate nella piazza sottostante.

            L’altra parte del martedì nero di Salvini riguarda quella dell’arresto, sia pure nelle mura di casa, ai domiciliari cioè, del sindaco di Riace Domenico Lucarno, Mimmo per amici ed elettori. Che, in verità, come disse qualche tempo in una pubblica manifestazione, si aspettava guai per il modo in cui era solito gestire, nelle sue dimensioni locali, il fenomeno dell’immigrazione clandestina, o irregolare:  per esempio, largheggiando -a dir poco- in rilasci di documenti e quant’altro per i matrimoni utili a far maturare il diritto all’accoglienza, sino alla cittadinanza.

            Senza volere entrare più di tanto nel merito del procedimento giudiziario in cui il sindaco di Riace è incorso, guadagnandosi peraltro la difesa del giudice, o qualcosa di simile, da una parte delle accuse rivoltegli dal procuratore di turno della Repubblica, un ministro dell’Interno non può e non deve compiacersi di un arresto, mandando un “bacione” o “ciaone” sarcastico a chi lo ha subìto, pur in regime -ripeto- domiciliare, senza violare non dico i valori della sensibilità e dell’umanità, cui Salvini può pure fare spallucce contando sulla solidarietà dei suoi elettori e militanti di partito, ma sicuramente l’articolo 27 della Costituzione. Che obbliga a considerare l’imputato “non colpevole sino alla condanna definitiva”. E’ una Costituzione cui Salvini ha giurato fedeltà  davanti al capo dello Stato, al pari di tutti gli altri esponenti del governo. C’è bisogno che glielo ricordi un modesto e vecchio giornalista?

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