Se la povertà finirà davvero, ma in manette, col reddito di cittadinanza

Curioso destino quello della povertà nelle mani dei grillini, visti gli sviluppi del progetto del cosiddetto reddito di cittadinanza. Che per un pelo non mi ha guastato i rapporti con l’amico Piero Sansonetti. Di cui mi aveva colpito una generosa apertura fatta con ben argomentate motivazioni di sinistra al rimedio finalmente trovato dal movimento delle 5 Stelle alla povertà, appunto: tanto da prevederne la fine, almeno in Italia, ha assicurato più volte Luigi Di Maio.  Dio mio, sono proprio di destra, mi sono detto leggendo Piero e facendomi prendere da qualche dubbio.

Mi sono andato via via rasserenando con gli sviluppi del dibattito e dello stesso progetto grillino. Che quanto più finisce nella lavatrice dove si lavano i panni dei ragionieri alle prese con il bilancio dello Stato, tanto più ne esce striminzito. E senza per questo procurare soverchie preoccupazioni ai promotori del reddito di cittadinanza. Le loro feste continuano tra balconi, di Palazzo Chigi, e barconi galleggianti sul Tevere.

La paga dei poveri, come impietosamente l’ha rappresentata  qualche giorno fa sull’insospettabile Fatto Quotidiano il vignettista Vauro Senesi facendo dire a un povero, appunto, che “adesso ci pagano per esserlo”, doveva  durare  almeno tre anni e sta regredendo a diciotto mesi, almeno sino al momento in cui scrivo.

Doveva essere una paga vera e propria, con tanto di bonifico, o di assegno, o di contante, ed è diventata una carta di credito molto particolare, e persino pericolosa, come vedremo.

La particolarità di questa carta sta nel fatto che la sua validità non dipende dalla quantità ma dalla qualità degli acquisti cui sarà abilitata. Merce e servizi, penso, debbono essere rigorosamente morali: nel senso che non possono essere “immorali”, come ha spiegato il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Di Maio. Che già mi immagino in questi giorni alle prese con i suoi consiglieri, assistenti e quant’altri a stendere il lungo, minuzioso elenco dei beni necessari o, al contrario, superflui; di bisogno stretto o troppo largo per essere ammesso. E guai a chi farà il furbo, da solo e peggio ancora con la complicità di qualcuno alla cassa del negozio o del supermercato. Lo aspettano sino a sei anni di carcere, sempre secondo le minacciose e severissime anticipazioni di Di Maio.

Non si sa se per arrivare a tanta severità basteranno i reati già contemplati nel codice in vigore o bisognerà crearne di nuovi, senza affidarsi alla fantasia dei magistrati, com’è avvenuto in materia di lotta alla mafia col cosiddetto “concorso esterno”.

Da finalmente libero dalle catene metaforiche messegli ai piedi o alle mani, o a entrambi, dai ricchi, privilegiati, ladri, cinici e via discorrendo, il povero o disagiato entrato in campagna elettorale nelle attenzioni e premure dei grillini rischia di finire in catene davvero, cioè in una cella carceraria. Dove già qualche vignettista, sull’onda di Vauro, si è affrettato a sistemarlo consolandolo col fatto che l’alloggio e il vitto fra quelle mura saranno gratuiti.

E’ uno spettacolo, questo, reale e figurato, che “fa ridere e inquieta”, ha osservato giustamente il mio amico Massimo Bordin nella sua inconfondibile rassegna stampa a Radioradicale.

Mi consola solo l’idea che mi ritroverò, anzi continuerò a trovarmi con Sansonetti sul fronte del garantismo a difendere i poveracci che avranno, a questo punto, non la fortuna ma la sventura di ritrovarsi nella platea- si dice così- degli aventi diritto al reddito di cittadinanza. Non sanno a che cosa rischiano di andare incontro, mentre già il solo  annuncio che vi stanno arrivando ha creato un mezzo marasma politico, economico e finanziario.

Il presidente della Repubblica -mi dicono- non riesce più a dormirci sopra, compulsa la scala dello spread, scomoda da Francoforte il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi per saperne e capirne di più. E incassa pure la risposta data in diretta facebook dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini alle sue sollecitazioni scritte a rispettare la Costituzione, il diritto internazionale e quant’altro nella stretta decisa sul terreno della sicurezza.

“Ciapato” e “portato a cà”, alla milanese, il decreto legge appena firmato da Sergio Mattarella con quella raccomandazione scritta, Salvini ha appeso la sua obbedienza ad una condizione: quella di non essere o solo apparire “fesso”.

Questo, no, signor presidente, ha gridato Salvini precisando di averlo già detto personalmente e direttamente al presidente della Repubblica, che infatti lo aveva ricevuto al Quirinale qualche giorno prima, forse tentando inutilmente di strappargli qualche altra modifica, dopo quelle ottenute nei contatti fra i rispettivi uffici.

Una volta ci si divideva politicamente fra destra e sinistra, con le varianti di centrodestra e centrosinistra. Ora ci si divide anche politicamente tra fessi e non fessi, cioè intelligenti, scaltri, furbi, secondo le preferenze e le circostanze. E’ il nuovo bipolarismo, bellezza.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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