Imbarazzo al Senato e dintorni sul vitalizio arretrato della presidente Casellati

            Il livore che di solito vi ci mette, storpiando i nomi dei malcapitati e abusando delle formule giudiziarie, per cui si può diventare pregiudicati, per esempio, e indicati perciò al pubblico ludibrio anche per essere stati condannati per diffamazione  nell’esercizio di una professione ad alto rischio in questo campo come quella giornalistica, porta di solito a diffidare delle campagne più o meno moralizzatrici del Fatto Quotidiano, specie da quando ne ha assunto la direzione Marco Travaglio. Che sta al fondatore e primo direttore del suo giornale, il mio amico Antonio Padellaro, come un monello ad un padre irreprensibile.

           Casellati.jpg Questa volta tuttavia è francamente difficile non condividere l’attacco mosso dal Fatto Quotidiano, appunto, alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati per il vitalizio che ha preteso e ottenuto dalla giustizia interna di Palazzo Madama, in cosiddetta autodichia, in relazione ai quattro anni trascorsi al Consiglio Superiore della Magistratura,  fra il 2014 e le sue dimissioni per partecipare alle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Dalle quali era destinata a uscire, per una serie di coincidenze tanto impreviste quanto fortunate, scalando i vertici istituzionali, sino a conquistare la seconda carica dello Stato.

            In quei quattro anni trascorsi nel Palazzo dei Marescialli , percependo un’indennità pari o superiore al cinquanta per cento dell’indennità spettante ai parlamentari, l’amministrazione di Palazzo Madama non corrispose alla consigliera superiore della magistratura il  vitalizio maturato come ex senatrice. Glielo impediva l’articolo 6 del regolamento dei vitalizi approvato nel 2012 per chiarire una vecchia e controversa lettura delle precedenti disposizioni, che avevano consentito il cumulo con indennità per mandati costituzionalmente incompatibili con quelli parlamentari. Proprio a quei casi consentiti prima del 2012  si è richiamata la difesa della signora Casellati in una vertenza promossa al Senato.

            La Commissione Istanza di Palazzo Madama ha respinto l’istanza della presidente di riscuotere gli arretrati del vitalizio, ma nel secondo grado di giudizio il Consiglio di Garanzia le ha dato ragione con una sentenza peraltro inaccessibile agli estranei che hanno tentato e vorrebbero tuttora accedervi.  Pertanto la presidente potrà riscuotere arretrati per un ammontare valutato attorno ai 360 mila euro non appena l’amministrazione del Senato ne sarà autorizzata da lei stessa, o dal suo vice vicario Roberto Castelli.  

            Le valutazioni giuridiche in regime di autodichia, cioè di giustizia interna al Senato, già delicate di loro, impallidiscono di fronte a quelle di opportunità politica in considerazione del ruolo della presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, e potenziale supplente -non dimentichiamolo- del capo dello Stato. E per giunta in un momento in cui lo stesso Senato si accinge a intervenire con forbici e accette, sulla falsariga di quanto già avvenuto alla Camera, sui vitalizi degli ex parlamentari non coperti da adeguati contributi.

            Non vorrei sembrare impertinente o, peggio ancora, qualunquista ma ritengo che alla prCasellati bis.jpgesidente del Senato, in condizioni non certamente di indigenza, convenga accettare l’invito già rivoltole da qualche parte a rinunciare agli arretrati.  Meglio avrebbe fatto, anzi, a precederlo. Se proprio fosse convinta da avvocato di lungo corso della giustezza di quella sentenza curiosamente -o odiosamente?- segreta, la presidente potrebbe destinare la somma a qualche opera o ente di beneficenza. E magari sorridere, da signora davvero, alla immagine attribuitale dal monello del Fatto Quotidiano della “messa in piega della terza Repubblica”.

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