La senatrice Emma Bonino non ha certamente avuto il ruolo o il peso numericamente decisivo di Matteo Renzi nell’epilogo politico della vicenda della nave spagnola “Open Arms”, che è costata all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini l’autorizzazione a procedere per sequestro di persona. Ma la sua partecipazione allo schieramento
del sì è stata forse anche più sorprendente di quella dell’ex presidente del Consiglio per il suo passato ormai di radicale, vista anche la diaspora che ha lacerato il mondo del compianto Marco Pannella.
Mi ha fatto una certa impressione -lo confesso- sentire la Bonino esprimere una fiducia…radicale -essa sì- nella magistratura, tante volte rappresentata invece dai seguaci di Pannella come “una cupola”, ben prima che esplodesse negli anni Ottanta il caso di Enzo Tortora e Marco ne facesse l’occasione per una battaglia in campo aperto contro un potere giudiziario tanto debordante quanto irresponsabile, considerando la protezione normativa che lo metteva al riparo dalle conseguenze di errori, non perdonati invece alle altre categorie, neppure
ai politici. E fu una battaglia stravinta elettoralmente dai radicali, e dai socialisti di Bettino Craxi, col referendum del 1987 sulla responsabilità civile delle toghe, purtroppo tradito dopo pochi mesi da una legge che assicurò ugualmente un’ampia, troppo ampia copertura ai loro errori.
Nonostante nel frattempo, dal 1987 ad oggi, si siano verificati fenomeni impressionanti di ulteriore esondazione e degenerazione giudiziaria, sino all’esplosione del caso di Luca Palamara, l’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati che disponeva delle carriere dei colleghi come di affari spartitori fra correnti troppo simili ai partiti e alle loro correnti, la senatrice Bonino ha invitato Salvini ad avere fiducia nel sistema e ad affrontare serenamente gli sviluppi della sua vicenda giudiziaria, difendendosi “nel e non dal processo”. Eppure proprio di Salvini era stato sorpreso a parlare Palamara con i suoi colleghi di toga per sostenere l’opportunità di colpirlo a prescindere dalle sue responsabilità, insomma per partito preso, di segno naturalmente politico.
Sorprendente è stato l’allineamento della senatrice Bonino con la posizione sostanzialmente colpevolista di Renzi anche sul piano personale, con la condivisione della insussistenza di un interesse superiore e costituzionalmente rilevante a giustificazione dell’azione svolta
l’anno scorso dall’allora ministro dell’Interno non per impedire in assoluto gli sbarchi dei migranti dall’”Open Arms”, come si dice generalmente, ma per garantirne la distribuzione fra più paesi che condividono con l’Italia la partecipazione all’Unione Europea e ai suoi confini meridionali.
La Bonino ha avuto peraltro modo di sperimentare sulla propria pelle la disinvoltura, diciamo così, con la quale Renzi giudica persone e situazioni. Diventato presidente del Consiglio nel 2014 al posto di un Enrico Letta incautamente “sereno”, Renzi decise di sostituire alla guida del Ministero degli Esteri una delle italiane più note nel mondo, appunto la Bonino, con una funzionaria del proprio partito a lei neppure paragonabile: Federica Mogherini. Con la quale peraltro egli era destinato ad entrare in conflitto quando decise di promuoverla addirittura da ministra degli Esteri in Italia a commissaria europea a Bruxelles per i rapporti internazionali e la sicurezza, si faceva e si fa per dire.
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Giuseppe Conte, come si è pubblicamente proposto di fare, non è per niente detto che Renzi ne soffrirebbe. Al contrario, potrebbe fargli molto comodo, dati gli alti e bassi dei suoi rapporti con Conte.
definizione, che immaginano gli avversari più accaniti. Sulle sue vele peraltro torna a soffiare il vento di un’emergenza migratoria mista a coronavirus.
la vicenda della nave spagnola “Open Arms”. Dove circa 150 migranti, soccorsi a più riprese in mare, furono trattenuti a bordo in agosto di un anno fa per una ventina di giorni in acque italiane, con divieto di approdo e di sbarco.
ad altre vicende analoghe, a cominciare da quella relativa alla nave “Diciotti” della Guardia Costiera nel 2018. Che finì anch’essa sotto le lenti della magistratura con una richiesta di autorizzazione negata però dall’allora maggioranza gialloverde, pur tra i mal di pancia dei grillini superati con una consultazione digitale dei militanti e iscritti alla piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Essi riconobbero che lo sbarco dei migranti era stato “ritardato” per giusti motivi, non impedito.
peggio non poteva guadagnandosi -una volta tanto- il plauso del Fatto Quotidiano per avere colpito il “pugile suonato” della Lega. I voti renziani sono stati determinanti sia
di un preminente interesse pubblico” richiesti da un’apposita legge costituzionale per sollevare un ministro nell’esercizio delle sue funzioni dalle responsabilità penali e sottrarlo a un processo. Ma è anacronistico, a dir poco, non vedere un interesse superiore o rilevante della collettività nazionale nella distribuzione dei migranti fra i diversi paesi d’Europa, di cui i nostri porti hanno l’’inconveniente di essere la frontiera meridionale.
del Senato che in quella veste qualche anno fa negò -per esempio- la concessione di una sala di Palazzo Madama, o dell’attiguo Palazzo Giustiniani, alla presentazione di un libro contenente le lettere inviate dal compianto Enzo Tortora alla sua compagna durante la detenzione per presunto spaccio di droga e associazione camorristica. Eppure quella del celebre conduttore televisivo, e poi parlamentare del partito radicale di Marco Pannella, è la storia emblematica di una giustizia amministrata nel peggiore dei modi, inseguendo e coltivando pentiti inattendibili e premiando nelle carriere magistrati rivelatisi così chiaramente e scandalosamente non all’altezza dei loro compiti, giustamente sconfessati alla fine della lunga vicenda processuale costata comunque a Tortora la salute.
Palazzo Madama per cercare di mandare sotto processo l’ex ministro dell’Interno e tuttora leader leghista Matteo Salvini per sequestro di persona nella vicenda della nave “Open Arms”. Dalla quale il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si limitò l’anno scorso, durante la crisi di governo, ad ordinare lo sbarco dei minori, consentendo quindi il trattenimento a bordo degli altri, in attesa di una loro distribuzione fra più paesi europei, e tuttavia negando a Salvini la copertura del governo nella diatriba giudiziaria che ne è derivata.
soprattutto della presidente di turno dell’Unione e cancelliera tedesca Angela Merkel, la presidente del Senato rinfrescò moniti e memoria con una intervista al Messaggero. Il cui titolo, proiettato sui passaggi successivi a quel vertice, compreso quello relativo alla proroga dello stato di emergenza, non poteva essere più netto e chiaro: “Il premier non faccia da solo. L’ultima parola è delle Camere”.
seguire una votazione, giusto per chiarire il cambiamento di musica. Il punto fu successivamente ribadito con una intervista al Messaggero di monito a Conte a “non fare da solo” perché “l’ultima parola è delle Camere”.
anche di telefonata di Matteo Salvini al presidente della Repubblica in persona, il governo si è dovuto accontentare di soli 157 voti e registrare il no di un altro dissidente grillino. I 157 “sì” sono stati sufficienti per far passare la mozione sulla proroga dell’emergenza virale con annessi e connessi – stavolta tuttavia non col via libera ai soliti decreti del presidente del Consiglio dei Ministri caduti come pioggia nei mesi scorsi direttamente sui cittadini, saltando le Camere- ma non lo sarebbero per l’approvazione del nuovo sforamento di bilancio per altri 25 miliardi appena proposto dal governo. Occorrono per questo almeno 160 voti, pari alla maggioranza assoluta.
di piazza e dimissioni di ministri, preparò il centro-sinistra, col trattino, guadagnandosi l’astensione dei socialisti. I quali sarebbero entrati in modo “organico” nella maggioranza e nel governo con Aldo Moro solo nell’autunno del 1963.
della campagna elettorale del 2018: il Pd non più di Renzi ma di Nicola Zingaretti, spinto tuttavia a quell’accordo dallo stesso Renzi. Che si era stancato di mangiare pop-corn sui banchi dell’opposizione, o si era spaventato -disse- per uno scenario di elezioni anticipate dominato da una Lega già ben oltre il 34 per cento dei voti guadagnato nel rinnovo del Parlamento europeo.
di Luigi Di Maio alla carica di “capo” e la sua rimozione dalla guida della “delegazione” al governo, gli “Stati Generali” pentastellati sono stati rinviati all’autunno prossimo col pretesto dell’epidemia virale: pretesto, perché nel Movimento delle 5 Stelle confronti e decisioni sono digitali, per cui potrebbero bastare e avanzare i computer, fortunatamente immuni da coronavirus. Ma già la scadenza autunnale, coincidendo peraltro con le elezioni regionali e comunali, e il referendum confermativo della riduzione del numero dei seggi parlamentari, è stata messa in discussione. E sembra destinata a un rinvio.
a suo tempo, e la maggioranza di governo che rinvia a settembre un numero crescente di appuntamenti col Parlamento, stremata dalle prove cui non ha potuto proprio sottrarsi in questa fine di luglio per rinviare al 15 ottobre la imminente scadenza dello stato di emergenza virale e per sforare subito di altri 25 miliardi di euro il deficit di bilancio.
considerare pure questa un’incombenza della maggioranza, per quanto rivendicata da quella attuale, dovendo essa considerarsi invece estranea. Tutti dovrebbero essere considerati liberi, in passaggi del genere, da vincoli di gruppo o di partito. Invece i renziani, tentati già nella competente giunta dalla pur ovvia libertà di coscienza, sono oggi guardati a vista come possibili traditori dai loro alleati nella coalizione giallorossa.
di Massimo Franco. La cui coda è stata la più velenosa di tutti i passaggi precedenti perché ha colto, diciamo così, in flagranza di contraddizione il presidente del Consiglio in persona, talmente “narciso della popolarità” guadagnatasi nella gestione dell’emergenza virale, nel vertice europeo di Bruxelles e nei sondaggi da non volerla mettere alla prova con decisioni che potrebbero comprometterla. Ma non è per niente detto che proprio i rinvii alla fine la compromettano in modo irreparabile col classico incidente di percorso. Il mitico generale Agosto, che una volta tutto preveniva e risolveva, si fece già sorprendere l’anno scorso con l’esplosione della maggioranza gialloverde.
trasmissione televisiva della Rai e poi della Procura di Milano. Disgraziatamente, non so francamente se più per Fontana, per il suo partito, per gli inquirenti e per i giornalisti arrivati prima di loro sulla polpetta, chiamiamola così, gli sviluppi dell’indagine sono esplosi in questa fine di luglio col coinvolgimento diretto del “governatore”. Le virgolette sono d’obbligo perché i costituzionalisti storcono il muso quando si chiama così, all’americana, il presidente di una giunta regionale in uno Stato che non è federale come la Repubblica d’oltre Oceano.
torrida estate politica, contro la cosiddetta “giustizia ad orologeria”. La cui campana batte i colpi in coincidenza con una crisi, o minaccia di crisi, o una formazione di governo, o una campagna elettorale. Il direttore del Fatto Quotidiano ha sfidato, diciamo così, Salvini a “spiegare quali sarebbero gli eventi elettorali influenzati dall’indagine” su Fontana, “visto che siamo a fine luglio”, appunto.
grillini, dando dei “MEStatori” ai sostenitori del credito europeo di circa 37 miliardi di euro immediatamente disponibili -ripeto- per il boccheggiante sistema sanitario italiano.
un Conte più indeciso che
deciso a tutto dietro il paravento della “task force” annunciata per la gestione dei crediti europei di là da venire. Che in ogni caso -ha ricordato la presidente del Senato in una intervista
al Messaggero– non potrà togliere “l’ultima parole alle Camere”. Lo stesso Eugenio Scalfari, d’altronde, nel suo consueto appuntamento festivo con i lettori ha scritto un po’
troppo acrobaticamente di una debolezza di Conte che sarebbe anche la sua forza. Ma forza di che?, mi chiedo leggendo l’editoriale in cui vengono associati all’”autocontraddittorietà” del presidente del Consiglio “molti suoi ministri e quasi tutti i partiti che giocano sul tabellone italo-europeo”: un tabellone un po’ di cartapesta.