Magari fosse solo Vincenzo De Luca a sedere sul fuoco del suo Vesuvio, come lo ha proposto Emilio Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera di fronte alle notizie e alle immagini provenienti da una Napoli in rivolta: non si sa se più contro il lockdown
disposto dal suo governatore regionale o quello più morbido, diciamo così, in arrivo col solito affanno, o tra le solite tensioni interne, dal governo a cominciare dalle 18. Che va intesa peraltro come ora solare, appena ripristinata, più indietro quindi di 60 minuti rispetto a quella legale cui eravamo abituati da fine marzo.
Qui, con la seconda ondata della pandemia virale che ha colto tutti impreparati, a qualsiasi livello, e con la scomparsa – provata da quella fila, per esempio, di sciatori assembrati a Cervinia- del buon senso, della
ragionevolezza, della disciplina e di tutte le altre esagerazioni attribuite anche dall’estero agli italiani in occasione della prima ondata, siamo tutti a sedere sul fuoco. Lo sono anche quelli che, spontaneamente a casa, senza aspettare non più le norme ma le “raccomandazioni” espresse con decreto dal presidente del Consiglio dei Ministri, credono di essere in sicurezza.
A me, per esempio, per quanto può valere una modestissima esperienza personale, è accaduto di venire sputato in faccia in macchina, e a finestrino imprudentemente abbassato, da un energumeno -senza mascherina naturalmente- che, avendo posteggiato il suo furgoncino davanti alla palazzina di casa, mi impediva di uscire solo per portare mia moglie a un appuntamento nell’ambulatorio radioterapico del Policlinico Gemelli. Questi sarebbero gli italiani disciplinati, educati, eroici della propaganda conformista, come i napoletani elogiati da Libero su tutta la prima pagina pur dopo aver messo a ferro e a fuoco
la loro città. Ma, per cortesia, dove pensiamo di poter arrivare in questo paese che personalmente ritengo ormai semplicemente incarognito dalla mancanza -ripeto, mancanza- da un bel po’ di tempo di un governo degno di questo nome, nazionale o locale che sia? Dai, siamo seri.
Noi giornalisti -sia chiaro anche questo- partecipiamo a codesta follia non solo alimentando le
polemiche più assurde e violente nel linguaggio e nelle azioni, ma anche dando false notizie o informazioni distorte. Proprio oggi, per esempio, capita di leggere
un titolo sul Fatto Quotidiano -e dove sennò?- in cui il decreto presidenziale, l’ennesimo, in arrivo con le sue raccomandazioni per l’emergenza viene annunciato “per salvare il Natale”. Cui chissà se arriveremo mai e come, vista la gestione catastrofica di questo autunno
E poi -sentite, sentite, o leggete- sempre su quel giornale si scrive di un povero, sfortunatissimo, eroico presidente del Consiglio costretto a districarsi non fra la sua scarsa impreparazione politica, avendo fatto ben altro sino a due anni e mezzo fa, non fra le confusioni e tensioni dei grillini che lo hanno portato a Palazzo Chigi imponendolo prima a Matteo Salvini e poi a Nicola Zingaretti, ma
tra “le pressioni isteriche” di un Pd che “non tocca palla”. Eppure è lo stesso, non un altro Pd che su quel giornale il direttore in persona raccomanda agli amici grillini come alleato sistemico, organico, strategico e non so cos’altro, liquidando come traditori, visionari, sprovveduti quelli che non lo stanno a sentire e non usano il cosiddetto voto disgiunto per far vincere i candidati piddini, appunto, a governatori e sindaci dove i pentastellati non hanno avuto l’accortezza, la saggezza, la furbizia di apparentarvisi elettoralmente.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
Giuseppe Conte. Le cui difficoltà di fronte alla ripresa della pandemia virale -già sufficiente da sola a sfiancare anche il più collaudato professionista della politica, e tanto più quindi un capo “anomalo” di governo come lui, che lo stesso presidente del Consiglio Mattarella confessò pubblicamente più di due anni fa di avere nominato con qualche apprensione per la sua inesperienza- sarebbero aumentate per “l’invidia” procurata ai suoi stessi alleati dalla popolarità guadagnatasi nella prima ondata della pandemia.
Marcello Sorgi è figlio di un compianto avvocato celebre e validissimo di Palermo, e ne ha probabilmente ereditato la passione, e non solo l’astuzia professionale, nell’arte della difesa, ma temo che questa volta si sia fatta prendere un po’ troppo la mano, pur riconoscendo ogni tanto anche gli “errori” commessi da Conte e i suoi tentativi di rimediarvi.
consigliare al presidente del Consiglio la vecchia e tanto bistrattata filosofia andreottiana del meglio “tirare a campare che tirare le cuoia”.
in una
intervista al Fatto Quotidiano. Che naturalmente non voleva sentirsi dire altro, impegnato com’è a buttare acqua sul fuoco della pandemia temendo che finisca per incenerire anche il governo del benemerito, provvidenziale, insostituibile, elegantissimo, sagace, spiritoso e resistente Giuseppe Conte. Anzi, a pensarci meglio, forse qualcosa in più il giornale di Marco Travaglio se l’aspettava o pretendeva dall’intervistato: non un semplice “lontano” ma un superlativo “lontanissimo”, o addirittura un categorico “impossibile”, non potendo bastare un “improbabile” lockdown, in lingua rigorosamente inglese adottata anche dal presidente del Consiglio dei Ministri.
e a scrivere
maledettamente “peggio per i fatti”, non per chi ne subirebbe i danni. O si consolerebbero con la vignetta di Nico Pillinini su tutto il globo terracqueo, e non solo l’Italia, soffocato dai tentacoli del Covid, preferendola a quella dell’impertinente Francesco Tullio Altan. Che praticamente denuncia l’attendismo del governo più bello del mondo, che si spende a promettere tanto per il futuro e non fare niente, o quasi, in questo dannatissimo presente.
del Consiglio potrebbe ricorrere ad una forma particolarissima e limitatissima di lockdown, riguardando i suoi 21 ministri e 41 fra vice ministri e sottosegretari, per un totale quindi di 62 persone, se ho fatto bene i conti. Egli potrebbe interdire a costoro, magari con un altro decreto presidenziale noto con l’acronimo dpcm, e finalizzato anch’esso all’emergenza virale, di frequentare salotti e salottini televisivi, visto che di solito -molto di solito- ne escono a pezzi. E con loro esce a pezzi anche il governo di cui fanno parte.
incalzanti domande e interruzioni della conduttrice Lilli Gruber e degli altri intervistatori e lo sgomento per la prestazione della ministra delle
infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli. Che si è trovata strettissima tra le insufficienze dimostrate anche dal suo dicastero di fronte alla seconda ondata della pandemia virale e il comprensibile dovere, per carità, di coprire, ignorare e quant’altro le responsabilità degli altri esponenti del governo, a cominciare dal presidente del Consiglio.
col sia pur ex magistrato bisogna stare sempre attenti ad usare le parole per non essere querelati: molto più attenti di lui quando parla degli altri. Come quando disse -se non sbaglio, proprio nella piazza pulita di Formigli, o in qualche altro salotto televisivo- che “i politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”. O come quando divise quanto meno gli imputati, se non tutti gli italiani, fra chi la fa franca con l’assoluzione e chi invece si becca la meritata condanna.
come Giancarlo Caselli elogiandone la franchezza “urticante” in un articolo di saluto solidale. E di raccomandazione ai lettori di non dimenticarne
“i tanti meriti” disconosciuti, in particolare, da quanti “festeggiano anche in maniera scomposta” il pensionamento del famoso “dottor Sottile” del pool giudiziario di Milano, protagonista della stagione “anti corruzione” nota come quella di “Mani pulite”.
dell’altrettanto cosiddetta seconda Repubblica, ma con l’inaspettata vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Cui Caselli ha rimproverato le “crociate avviate” contro la magistratura “in seguito -non è un mistero- ai numerosi processi a suo carico e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori”, ha scritto ancora l’amico, collega e difensore di Davigo con lo stile e la sicurezza, diciamo così, di uno storico formatosi alla scuola di Tacito.
E comincio ad avere il sospetto che il compianto Franco Basaglia avesse maturato la decisione di impegnarsi per la chiusura dei manicomi perché convinto che potesse e dovesse bastare quel grandissimo e unico manicomio chiamato Italia. Dove non a caso, proprio ai suoi tempi, c’era gente che non riteneva finita la guerra di liberazione o Resistenza, con la maiuscola, e praticò il terrorismo per farci stare meglio di come ci fossimo ripresi dalla guerra, anche civile. Più pazzi o briganti di così, come preferiva chiamarli l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, non si poteva francamente essere.
giallorossa, guarda più all’allenatore del centrodestra che a quello del centrosinistra. Che pure è il segretario di partito che lo ha voluto a quel posto e lo ha fatto anche diventare deputato alla Camera, avendo dovuto lui rinunciare al seggio del Parlamento europeo con la partecipazione al secondo governo Conte.
i rapporti di vera cooperazione fra governo e opposizione che auspica e sollecita un giorno sì e l’altro pure il presidente della Repubblica di fronte alle varie emergenze -non una sola- in cui si trova l’Italia. Del resto, di quale governo e di quale opposizione si può parlare, viste le divisioni, a dir poco, che attraversano l’uno e l’altra? Eppure, ancor più che di migliori rapporti fra maggioranza e opposizione ci sarebbe bisogno di un vero e proprio governo di emergenza e solidarietà nazionale, guidato a questo punto non importa neppure da chi, politico o tecnico, magari tirato a sorte come Beppe Grillo vorrebbe fare per coprire i seggi, peraltro ridotti, delle prossime Camere.
dedica in prima pagina la Repubblica, mi ricorda il compianto segretario del Psi Francesco De Martino. Che nei rapporti con la Dc da una parte, al governo, e col Pci d’altra, all’opposizione, durante
gli anni del secondo
centrosinistra, dopo quello di Aldo Moro e Pietro Nenni, resisteva “fino a un momento prima di cedere”. Così diceva di lui sui divani di Montecitorio il sindacalista e deputato socialista Fernando Santi.
contagi virali, attribuitagli dal vignettista Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, il quotidiano pugliese che peraltro Conte sta lodevolmente cercando dietro le quinte di salvare dal rischio di chiusura o di svendita, nel poco
simpatizzante e comprensivo nei riguardi di Conte, ha tradotto in un invito ai suoi pochi ma qualificati lettori a “ricominciare a stare a casa”, possibilmente anche di giorno, e non solo di sera e di notte.
parlamentari rischiosi, sotto tutti i punti di vista, non solo politici, per il crescente numero di deputati e senatori contagiati, o covidati, se mi permettete questo aggettivo non ancora approdato nei dizionari della lingua italiana.
dalla crisi identitaria del MoVimento 5 Stelle. Che si è aggravata col no gridato insieme da Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio al poltronismo sotteso alla ipotesi di soppressione, fra i grillini, del divieto di un terzo mandato.
mai proposto o condiviso il terzo mandato. Senza il quale peraltro finirebbe fortunatamente anche la sua esperienza politica: fortunatamente, perché è passato il tempo in cui persino il direttore dello stesso Corriere della Sera, Luciano Fontana, scambiava Di Maio per un nuovo Giulio Andreotti, a costo di farne sobbalzare le ossa nella tomba, al Verano.
del governo, Matteo Renzi ha ragioni da vendere nella Enewws 683 del 20 ottobre attribuendosi il merito di avere proposto per primo, e di avere infine ottenuto da Conte e Zingaretti, “il tavolo politico per fare chiarezza sulle tante partite aperte e condividere il percorso per arrivare con una visione al 2023”, cioè alla fine ordinaria di questa diciottesima legislatura.
quattro gambe, contro le tre ipotizzate
precedentemente da Goffredo Bettini dando probabilmente per scontato il ritorno nel Pd dei vari Bersani, D’Alema. Grasso, Speranza rifugiatisi nella sinistra dei liberi e uguali- si è imposta per un’autorete compiuta da Conte. Che nella conferenza stampa di presentazione del suo undicesimo decreto antivirale ha contestato più esplicitamente del solito la convenienza del credito europeo noto come Mes e destinato al potenziamento del servizio sanitario e indotto compromessi dalla pandemia. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti ha protestato per “la battuta” sino a condividere in pieno il chiarimento attorno al “tavolo” reclamato da Renzi, strappando a Conte la disponibilità a promuoverlo, o a subirlo, come preferite.
che nel Palazzo dei Marescialli, a cominciare dai “vertici” della magistratura partecipi di diritto, hanno “cacciato” uno che, a sentire i suoi sostenitori, per essere stato eletto al Csm da 2552 magistrati su 8010, avrebbe dovuto e dovrebbe essere ritenuto libero da ogni vincolo di legge. Che è una logica contestata anche con insulti ai politici quando rivendicano, a difesa delle loro azioni cadute sotto le lenti delle Procure e dintorni, il consenso che li ha portati in Parlamento, sia pure da qualche tempo con l’obbrobrio delle liste bloccate dai partiti che li impongono quindi ai loro elettori.
oto dall’esterno, o lo hanno sollecitato, degli “invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale”. Che brillarono particolarmente nella Procura di Milano, quando lui lavorava con
Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e altri alle indagini note come “Mani pulite”, costate la vita alla cosiddetta Prima Repubblica, oltre a qualche imputato fisico, diciamo così. E pensare che, personalmente, molto personalmente, oltre a dubitare di molti aspetti e metodi di quella stagione per altri epica, ho pensato che Davigo si fosse messo da solo fuori dall’ordine giudiziario quando in televisione divise gli italiani o, più in particolare gli indagati e imputati, non fra innocenti e colpevoli ma fra chi riesce a farla franca e chi no, essendo quindi tutti colpevoli.
che comincia a subire il presidente del Consiglio
Giuseppe Conte, al quale -sempre sul Corriere- il buon Massimo Gramellini servendoci il suo caffè quotidiano ha attribuito la “vena democristiana” di “dare sempre ragione un po’ a tutti, ma mai
del tutto a nessuno”. Lo ha appena fatto col problema del Mes, cioè del credito europeo per il rafforzamento del sistema sanitario, prima snobbato e poi ripreso in considerazione per le
proteste del Pd, sino a procurarsi una vignetta urticante del solitamente benevolo Foglio
e a subire, non a promuovere come sfida, come attribuitogli dal solito Fatto Quotidiano, la tanto odiata o bistrattata “verifica” della maggioranza. Che sarà tuttavia successiva a quella specie di congresso improbabilmete chiarificatore dei grillini.
di non avere “mai proposto” il cosiddetto “terzo mandato”. Pertanto dovrebbe ritenersi conclusa la sua esperienza politica, almeno ad un certo livello, fra poco meno di due anni e mezzo, salvo anticipi da conclusione prematura della legislatura.
richiude l’Italia”, ha annunciato con sollievo il Fatto Quotidiano pur dalla sponda opposta, visa la carta vetrata che il direttore Marco Travaglio usa abitualmente
quando tratta della Confindustria e del suo nuovo presidente Carlo Bonomi. Che si permette -temerario- di criticare ogni tanto il governo
giallorosso, o giallorosa, come lo vedono al Fatto, e reclamare investimenti e non sussidi, misure produttive e non “aiuti a pioggia”: peraltro non a torto, visto che Conte in persona ha appena promesso di non ricorrervi più, scordandosi di avvisare prima il povero Travaglio.
86 anni ben portati Carlo De Benedetti da più di un mese manda nelle edicole
si può permettere di confondere la prudenza con l’attendismo”, ha scritto Claudio Tito. Il quale ha aggiunto, dopo avere ricordato la “serie infinita di riunioni, vertici, incontri, colloqui” di Conte e ministri, che “non è stata assunta sostanzialmente nessuna decisione”. “Tutto rinviato, tutto procrastinato ad un prossimo bilancio di contagiati e di vittime, di terapie intensive e di guarigioni”, in attesa di “alcune”, non tutte, “valutazioni finali tra una settimana”, ha concluso in prima pagina l’articolista di Repubblica facendo miracolosamente contento -penserà qualcuno con la solita malizia- sia il vecchio che il nuovo editore del giornale fondato da Eugenio Scalfari.
ottimismo e calma, diversamente
diviso, ma per fortuna guidato da un Conte, con la maiuscola pure lui, molto stimato
un modo per ridurre le occasioni di contagio virale per strada ma ancor più nei locali dove si sta più vicini che fuori, il Fatto Quotidiano grida su quasi tutta la prima pagina: “BASTA PANICO”. E spiega, sempre nel titolo, che i dati sono “seri ma non come a marzo”, quando fummo costretti a vivere in confinamento, come si traduce in italiano il lockdown di lingua inglese. Che ci siamo abituati a pronunciare anche bene, a furia di sentirlo in televisione.
a partiti, governi, maggioranze e opposizioni, Travaglio documenta, diciamo così, anche le differenze tra i numeri epidemiologici di questi giorni e del fatidico, orrido marzo scorso. E ciò alla faccia dei virologi e simili “da tastiera o divano che non avendo
le difese della ministra grillina Lucia Azzolina nelle polemiche sulle scuole da chiudere o dimezzare con lezioni a distanza. Piuttosto, per supplire ai trasporti urbani insufficienti a trasportare gli studenti
in condizioni di sicurezza, pur a orari differenziati, egli propone di ricorrere ai camion militari, che per fortuna hanno ora meno bare da trasportare che a marzo. Davvero imprevedibile, spiazzante e altro ancora questo Renzi, ormai inviso a Travaglio solo per l’insistenza con la quale chiede di usare i fondi europei del cosiddetto e famoso Mes per potenziare il sistema sanitario e indotto provati dall’epidemia di vecchio e rinnovato corso.