Gli inconvenienti della resistenza di Giuseppe Conte a un nuovo lockdown

            Il Conte, con la maiuscola, resistente alla tentazione o al rischio di un nuovo lokdown, secondo un titolo che gli dedica in prima pagina la Repubblica, mi ricorda il compianto segretario del Psi Francesco De Martino. Che nei rapporti con la Dc da una parte, al governo, e col Pci d’altra, all’opposizione, durante gli anni del secondo centrosinistra, dopo quello di Aldo Moro e Pietro Nenni, resisteva “fino a un momento prima di cedere”. Così diceva di lui sui divani di Montecitorio il sindacalista e deputato socialista Fernando Santi.

            Il paragone con De Martino, che portò il Psi nel 1976 al  minimo storico di voti, non piacerà probabilmente al presidente del Consiglio, in calo nei sondaggi da qualche giorno ma pur sempre abituato a ben altri abbinamenti: dal corregionale Aldo Moro addirittura al conte, minuscolo, Camillo Benso di Cavour, entrambi affiancatigli generosamente dal vegliardo e simpatizzante Eugenio Scalfari.

          Il presidente del Consiglio preferirà forse l’immagine del comandante in navigazione a vista, fra le mine dei contagi virali, attribuitagli dal vignettista Nico Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, il quotidiano pugliese che peraltro Conte sta lodevolmente cercando dietro le quinte di salvare dal rischio di chiusura o di svendita, nel poco tempo -non “perduto”, come dicono al manifesto- lasciatogli libero dalle emergenze del Covid, della maggioranza e dei rapporti con regioni e città. Dove si  stanno sperimentando i coprifuochi serali e notturni in alternativa al lockdown, che il Fatto Quotidiano definisce “coprifuochini”. O che Il Foglio, altro giornale ormai simpatizzante e comprensivo nei riguardi di Conte, ha tradotto in un invito ai  suoi pochi ma qualificati lettori a “ricominciare a stare a casa”, possibilmente anche di giorno, e non solo di sera e di notte.

           Sarebbe un lockdown di fatto, sottinteso, senza la solennità, i vincoli, le certificazioni e quant’altro di un altro, ennesimo decreto presidenziale ormai noto con l’acronimo del dpcm, sottratto a passaggi parlamentari rischiosi, sotto tutti i punti di vista, non solo politici, per il crescente numero di deputati e senatori contagiati, o covidati, se mi permettete questo aggettivo non ancora approdato nei dizionari della lingua italiana.

           In questa purtroppo drammatica confusione di idee e parole si è inserita anche la bislacca interpretazione equilibratrice data da qualche giornale a un sondaggio che attribuisce circa il 10 per cento ad un eventuale partito di Luigi Di Maio, tutto governista, prodotto dalla crisi identitaria del MoVimento 5 Stelle. Che si è  aggravata col no gridato insieme da Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio al poltronismo sotteso alla ipotesi di soppressione, fra i grillini, del divieto di un terzo mandato.

           Ma Di Maio, cari colleghi affascinati da un suo eventuale partito di stampo governista, magari disposto anche a ingoiare per ragioni di realismo l’accesso ai crediti europei per il potenziamento del servizio sanitario nazionale e indotto, ha appena negato in una intervista al Corriere della Sera di avere mai proposto o condiviso il terzo mandato. Senza il quale peraltro finirebbe fortunatamente anche la sua esperienza politica: fortunatamente, perché è passato il tempo in cui persino il direttore dello stesso Corriere della Sera, Luciano Fontana, scambiava Di Maio per un nuovo Giulio Andreotti, a costo di farne sobbalzare le ossa nella tomba, al Verano.

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