Ponzio Pilato si è affacciato a sorpresa, relativa, a Palazzo Chigi

            Non so se a causa più delle attese troppo grandi o  delle misure troppo modeste contenute nell’ennesimo -credo, l’undicesimo- decreto del presidente del Consiglio dei Ministri sull’epidemia virale, ormai noto col suo acronimo lungo e complicato da leggere dpcm, tutto minuscolo, è forse il caso di dire che la montagna ha partorito il classico topolino, sufficiente solo a provocare l’ira dei sindaci. Sui quali è stata scaricata per intera la responsabilità di chiusure strade e piazze delle loro città dopo le ore 21. Ma dal topolino partorito dalla montagna si potrebbe anche passare all’immagine di un nuovo Ponzio Pilato, senza la tunica romana, in abito rigorosamente moderno e pochette nel taschino, affacciatosi a Palazzo Chigi.

            A vedere e leggere i giornali si potrebbe dire, a occhio e croce, che Giuseppe Conte ha badato più all’economia che alla salute, più alle paure degli imprenditori e dei commercianti, senza tuttavia accontentarli del tutto, che alle paure e alle attese dei sanitari e dei virologi, resistendo più o meno duramente alle spinte contrarie dei ministri prevalentemente del Pd e della sinistra minore, fra cui quello della Sanità,

            “Covid, restrizioni soft”, ha titolato in blu il giornale ancòra della Confindustria 24 Ore. “Conte non richiude l’Italia”, ha annunciato con sollievo il Fatto Quotidiano pur dalla sponda opposta, visa la carta vetrata che il direttore Marco Travaglio usa abitualmente quando tratta della Confindustria e del suo nuovo presidente Carlo Bonomi. Che si permette -temerario- di criticare ogni tanto il governo giallorosso, o giallorosa, come lo vedono al Fatto, e reclamare investimenti e non sussidi, misure produttive e non “aiuti a pioggia”: peraltro non a torto, visto che Conte in persona ha appena promesso di non ricorrervi più, scordandosi di avvisare prima il povero Travaglio.

            “I contagi sono da record ma Conte annuncia solo una stretta minima”, ha titolato Domani, il giornale che a quasi 86 anni ben portati Carlo De Benedetti da più di un mese manda nelle edicole avendo nostalgia della Repubblica dei suoi tempi migliori, prima che i figli non gliela guastassero, in tutti i sensi, vendendola alla fine a John Elkann, il nipote erede di Gianni Agnelli. E Repubblica, appunto, come se l’è cavata col decreto appena sfornato dal presidente del Consiglio? Beh, stavolta non deve essere dispiaciuta al suo ex editore se dopo avere titolato come tanti altri sull’ira dei sindaci -dalla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, la città guidata dal presidente dell’associazione nazionale dei comuni, alla Nazione- ha lamentato nell’editoriale di giornata la mancanza di una “visione” a Palazzo Chigi e dintorni.

            “Di fronte ad una situazione drammatica come quella che il nostro Paese sta vivendo il governo non si può permettere di confondere la prudenza con l’attendismo”, ha scritto Claudio Tito. Il quale ha aggiunto, dopo avere ricordato  la “serie infinita di riunioni, vertici, incontri, colloqui” di Conte e ministri, che “non è stata assunta sostanzialmente nessuna decisione”. “Tutto rinviato, tutto procrastinato ad un prossimo bilancio di contagiati e di vittime, di terapie intensive e di guarigioni”, in attesa di “alcune”, non tutte, “valutazioni finali tra una settimana”, ha concluso in prima pagina l’articolista di Repubblica facendo miracolosamente contento -penserà qualcuno con la solita malizia- sia il vecchio che il nuovo editore del giornale fondato da Eugenio Scalfari.  

 

 

 

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