La sorprendente indignazione per il trattamento turco a Ursula

            Vi assicuro di non essere né un turco né un musulmano, né un amico d Erdogan, di cui neppure ricordo il nome in questo momento, ma solo un italiano aspirante ad essere davvero un europeo, e non un meticcio cui mi costringono le regole che si sono dati gli Stati dell’Unione nel definire le loro regole di convivenza e gerarchia istituzionale. Che sono le sole, nella loro confusione e ambiguità, ad avere permesso al presidente turco di fare quello che ha fatto, e ha provocato così tanta indignazione. E ciò in piedi o seduta sul sofà che si voglia vedere e ammirare la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, a distanza delle due poltrone riservate dal cerimoniale al padrone di casa e al suo omologo, in senso di pari grado, quale è stato considerato il belga Michel, presidente del Consiglio Europeo.

            Il pasticcio lo abbiamo fatto noi europei a dare valore più rappresentativo ad un presidente temporaneo ,di due anni e mezzo, del Consiglio Europeo che ad un presidente o una presidente permanente della Commissione esecutiva. Che, in quanto esecutiva può essere scambiata da chi lo voglia per una persona addetta all’esecuzione, appunto, delle cose decise dal Consiglio Europeo o, più in alto ancora sul piano della rappresentatività politica, dal Parlamento omonimo. E’ chiaro? A me sembra di sì, per cui non mi associo a tutta l’indignazione espressa a destra, a sinistra e al centro, compresa quella di una donna che stimo come Emma Bonino. La quale per essere stata prima commissaria europea, poi ministra degli Esteri e infine vice presidente del Senato italiano queste cose dovrebbe saperle e capirle meglio di un modesto, anzi modestissimo giornalista.

            Se poi si mette la questione che Massimo Gramellini sul Corriere della Sera ha brillantemente definito “sofagate”, dal sofà riservato alla presidente della Commissione di Bruxelles, sul piano di un problema di galanteria, si finisce per offendere il principio sacrosanto della parità di genere. Che viene violato, offeso, calpestato, come preferite dire, sia dal masochismo sia dal femminismo, cioè sia dal maschio che si sente superiore sia dalla femmina che reclama anch’essa superiorità, precedenza e quant’altro. E’ chiaro anche questo? A me pare di sì.

            Mi stupisce infine lo stupore, a loro volta, di quanti hanno denunciato “la gaffe”, testuale, di Erdogan, che avrebbe perciò fatto una figuraccia. Agli occhi poi di chi? Di noi europei e altri ancora, ai quali sapete  benissimo che Erdogan, per quanto sia -ahimè- un nostro alleato militare e politico, nella Nato, non ha nessuna voglia, e forse neppure interesse di risultare gradito, simpatico e simili.

La gaffe presuppone, fra l’altro, una “inesperienza”, come si legge nei dizionari della lingua italiana appena consultati apposta in questa circostanza, che mi sembra arbitrario attribuire a un presidente turco in carica non da ieri, ma ormai da un bel po’ di tempo. Lui ha solo fatto il suo gioco politico. Siamo noi europei che non abbiamo saputo fare il nostro perché non ne abbiamo alcuno, o ne abbiamo uno ammaccato come una macchina dopo uno scontro con un’autocisterna, per le regole -ripeto- che si ci siamo voluti dare pensando di essere più furbi e bravi degli altri. Siamo noi, non Erdogan, che dovremmo per galanteria -questa volta sì, a proposito- scusarci con la signora Ursula von der Leyen, considerando anche, come parte del popolo europeo, lo sforzo simpatico che ci mette parlando ogni tanto in italiano col suo inconfondibile e naturale accento tedesco.   

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Tre foto legate dal filo della perdurante precarietà degli equilibri politici

            C’è un filo che lega, nonostante le apparenze contrarie, tre foto di giornata, delle quali due vere, riprese dal vivo, e una terza d’archivio, non essendocene di scattate in diretta, sul luogo.

            La prima foto è dell’incontro a Tripoli fra il presidente del Consiglio Mario Draghi, nella sua prima missione all’estero, col nuovo premier libico finalizzato alla ripresa di quella che lo stesso Draghi ha chiamato “antica amicizia” fra i due paesi, al netto del passato remoto coloniale e del passato meno remoto della partecipazione italiana a quell’intervento internazionale voluto soprattutto dai francesi contro Gheddafi per farlo fuori, ma far fuori con lui, pur colpevole di nefandezze come tutti i dittatori, anche la stabilità o sicurezza di un’area dove l’Italia aveva ed ha interessi vitali. Fra  i quali, oltre al petrolio, c’è il controllo dell’emigrazione clandestina verso l’Europa e il suo confine meridionale. Che è appunto l’Italia, di cui ora si spera che Draghi ripristini davvero, d’intesa con gli Stati Uniti, la “centralità” perduta sull’altra costa del Mediterraneo sotto altri governi a vantaggio della Turchia e della Russia.

            La seconda foto, che è poi quella mancante perché relativa a un evento un pò clandestino, è dell’incontro fra il nuovo segretario del Pd Enrico Letta e Matteo Renzi. Del quale ultimo la foto più recente, per non risalire sempre a quella del frettoloso e irritato passaggio delle consegne a Palazzo Chigi nel 2014, è quella sul terrazzo di casa con la moglie insegnante che è risultata contagiata dal covid, più tempestivo del vaccino pur ricevuto.

            Le possibilità che fra i due si ripristini, per tornare al linguaggio di Tripoli, l’”antica amicizia”  mi sembrano francamente più scarse di quelle fra Libia e Italia. Le prospettive politiche che i due si sono scambiate sono opposte: l’uno, Letta, intenzionato a proseguire nella collaborazione più o meno privilegiata con i grillini e Renzi ormai ricredutosi del tutto dal rapporto pur da lui praticamente promosso a sorpresa, quando ancora stava nel Pd, nell’estate del 2019, pur di evitare le elezioni anticipate e la prevedibile vittoria di un centrodestra allora a forte trazione leghista.

 Giusto per seminare di chiodi la strada del suo interlocutore, Renzi gli ha proposto per le importanti elezioni amministrative d’autunno, con l’occhio naturalmente rivolto anche al Campidoglio, di giocare per la sindacatura di Bologna la carta tutta sua di una sindaca dei dintorni, chiamata curiosamente Conti, al plurale di Conte, piuttosto che concordare un candidato, o una candidata, con i grillini.

            La terza foto di giornata è quella dei disordini a Roma davanti alla Camera, con scontri tra esercenti di ristoranti e simili rovinati dalle misure antipandemiche e la Polizia: scontri deplorati da tutti, per carità, ma sulle cui motivazioni la divisione è generale, fuori e anche dentro la composita maggioranza del nuovo governo.

            Il filo che lega le tre foto, o due e mezza, è la perdurante precarietà, e a volte persino ambiguità, degli equilibri politici, visto -per esempio- che nella sua missione a Tripoli Draghi è riuscito a procurarsi le proteste di una parte del Pd e persino del giornale dei vescovi italiani. L’accusa è di non essersi fatto carico abbastanza  del trattamento disumano riservato in Libia tanto  ai migranti che riescono a partire, cioè a scappare, quanto a quelli che vi tornano.

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Una risata fuori ordinanza dai social abituati a ben altri tipi di messaggi…

            Le cifre non sono univoche, come al solito. Ma si può dire che, all’incirca, sono stati oltre 106 mila i controlli di polizia e simili, compresi -si deve presumere- i carabinieri, le guardie di Finanza e i vigili urbani, eseguiti nel giorno di Pasqua. Forse di più sono stati quelli di Pasquetta.

            In particolare, sono state 96.098 le persone controllate, sempre a Pasqua, 2.045 quelle sanzionate per mancanza di mascherine o mascherine malmesse, o altro ancora, 26 -solo 26 per fortuna- le denunciate, con tutto ciò che ne deriverà per loro negli uffici giudiziari.

            Fra i controlli non c’è stato naturalmente quello del bontempone che sui social -si chiamano così, vero, anche i nostri telefonini che ricevono messaggi scritti o fotomontati da amici o sconosciuti specializzati in questi traffici?- ha immaginato una gazzella dei carabinieri davanti alla tomba di Gesù. Il quale, fresco di resurrezione e richiesto di documenti e spiegazioni, si sente redarguire così dalla guardia: “A noi non importa di chi sei figlio….DEVI STARE A CASA!”, senza il finale -per fortuna- di quell’ufficiale di marina che ordinò al comandante Stecchino -ricordate?- di risalire a bordo della nave “Concordia” finita contro gli scogli dell’isola del Giglio.

            Ho pensato di riproporvi questo scherzo per cercare di riscattare un po’ i social dal discredito che si sono guadagnati da un bel po’ di tempo a questa parte per ben altri, più abituali messaggi. E per farci sopra una risata a dispetto del covid e derivati che continuano a metterci in croce.

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Lettera aperta di Pasqua e Pasquetta a quel bastardo di covid, e derivati….

Darti del caro, come si fa solitamente nelle lettere perfino a un infame per carità cristiana, anche nella seconda Pasqua in cui hai svuotato a Roma la piazza universalmente più aperta a tutti, quella di San Pietro, mi sembra francamente troppo. Anche darti del signore, con la minuscola naturalmente, mi sembra troppo perché non sei per niente tale. Ti darò semplicemente del covid, senza neppure la maiuscola che ti hanno ingiustamente assegnato scienziati, virologi e quant’altri.

            Dunque, maledetto covid -ecco, del maledetto penso che te lo meriti- ci hai procurato un sacco di danni e guai. Hai sconvolto le nostre le nostre vite, hai fatto crescere la povertà che quei presuntuosi dei grillini solo qualche anno fa pensavano di avere sconfitto almeno in Italia, sventolando braccia e sorrisi sul balcone imbandierato di Palazzo Chigi. Hai fatto impazzire i vignettisti anche contro il generale di Corpo d’Armata, e degli alpini, che il buon Mario Draghi ha messo a capo delle operazioni di emergenza non immaginando -credo- che ci potessero essere imbecilli capaci di appendere alle sue stellette e decorazioni caciotte, provoloni, salami, cosce di pollo e cioccolata, come non si dovrebbe fare con un bravo Figliuolo come lui.

            Hai svuotato anche le scuole, come se non fossero più capaci di contenere gli ignoranti, facendo inventare e provare, nelle occasioni in cui sono state aperte prima di essere risbarrate, banchi a rotelle di ogni dimensione e colore: magari di rotelle malmesse, a rischio di chi ci si sedeva sopra.

. Hai costretto tutto il mondo a indebitarsi, nella caccia a te e derivati, visto che hai pure dei derivati, ancor più di quanto non lo fosse già di suo per le spese, ad esempio, in armamenti perché la gente potesse sparare di più e farti concorrenza nella produzione del male. Non mi dare dello stupido pacifista, perché qui lo stupido sei solo tu, che non hai capito di stare combattendo una guerra ormai perduta. Sei diventato come un Hitler qualsiasi, chiuso nel suo bunker per disporre movimenti di armate che non hai più, vista la fortuna che hanno avuto i tuoi nemici di approntare prima del solito non uno ma più vaccini per farti la pelle, anche se qualcuno di questi ogni tanto zoppica e fa paura persino più di te. Che poi è veramente il massimo.

            Allora, carogna, perché anche questa qualifica di meriti, ti vuoi decidere come quell’Hitler cui tanto gli assomigli di prenderti la tua dose di cianuro e di farti bruciare dai tuoi derivati, senza che lascino di te neppure le tracce dell’altro, raccolte ed esaminate con cura per essere sicuri che il morto fosse proprio lui?

            Sappi, carogna dei nostri stivali, che nella sola Italia, questa piccola Italia a forma di stivale in cui ci troviamo, hai infettato dall’inizio dei conteggi, e al netto di possibili errori, in difetto o in eccesso, 3 milioni 688 mila e 64 persone facendone morire, disgraziato che non sei altro, ben 111 mila e trenta. Ma, vivaddio, quasi tre milioni di infettati da te e derivati sono guariti e stanno lì a testimoniare la tua battibilità. E ci sono ancora persone che riescono a comportarsi come persone normali, con le loro abitudini, come quel signore che anche tu avrai visto per le strade di un piccolo paese chiamato Città della Pieve andare a piedi con la famiglia a sentirsi la santa messa pasquale celebrata da un cardinale che tu, maledetto, riuscisti a infettare ma è guarito, non morto. Sei finito, credimi, nonostante la paura che continui a provocare

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La Pasqua è arrivata -auguri- ma la Quaresima da virus continua

            Scrive giustamente Ilvo Diamanti su Repubblica che “la Pasqua è arrivata, ma la Quaresima del Virus”, cioè da Virus, “non sembra finita” con i suoi “sacrifici e divieti, obblighi e vincoli”, che tuttavia sono “gli stessi italiani a indicare” come necessari, secondo l’ultimo sondaggio Demos.

Ma i sondaggi sono quelli che sono, capricciosi a dir poco. Ad Alessandra Ghisleri, per esempio, risulta da altri sondaggi cui ha provveduto lei stessa, ed ha esposto sulla Stampa, che “sette italiani su dieci dicono basta alle restrizioni”. Sarebbero quindi solo tre su dieci i responsabili, gli avveduti o, secondo gli altri sette, gli sprovveduti, gli ingenui, i manipolati dai virologi, o almeno da quelli che all’emergenza ci credono e non considerano i vaccini “acqua di fogna”, o i virus agenti pericolosi di Israele e dintorni, secondo un libro demenziale scritto a più mani, fra le quali quelle di un magistrato di Corte d’Appello. Cui è riuscito di strappare la prefazione ad un procuratore della Repubblica che frequenta spesso con foto, dichiarazioni e conferenze stampa le prime pagine dei giornali: Nicola Gratteri, naturalmente. E’ proprio lui: quello risparmiatoci come ministro della Giustizia qualche anno fa da un veto posto dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che glielo aveva proposto nella lista del suo primo e unico governo portata al Quirinale nel 2014.

            Tra quei sette sprovveduti che sono stanchi delle “restrizioni” e vorrebbero proclamare festosamente finita la Quaresima da virus può anche capire di avere la voglia di arruolarsi quando si vede su un giornale la foto di quei due agenti di Polizia sprecati nel controllare documenti e quant’altro di un’innocua coppia seduta con tanto di mascherine sul naso, in una piazza per  niente affollata, sul basamento di un monumento. E magari a qualche centinaio di metri di distanza nessuno interveniva a sfoltire gli assembramenti alle bancarelle di frutta e verdura di un mercato. O altri a Brescia potevano andare in giro tranquillamente con le loro bottiglie Molotov da lanciare come bombe a mano su un centro di vaccinazioni, spero non nell’ambito di quel piano eversivo di anarchici e simili contro la salute temuto da Franco Locatelli, il presidente del Comitato Tecnico Scientifico alle cui valutazioni si attiene il governo prima di prendere le sue decisioni.

            C’è tuttavia chi in questa Quaresima Continua, con le maiuscole di un titolo da movimento politico, mostra di avere finalmente messo giudizio in fortunata astinenza televisiva. Mi riferisco all’indimenticato Michele Santoro. Che, intervistato in una delle sue giornate inoperose, ha risposto così ad una domanda sul ritorno, o sulla permanenza, dell’odiato Silvio Berlusconi sulla scena politica con la partecipazione della sua Forza Italia, o di quel che ne rimane, al governo di Mario Draghi: “Per me è drammatico che siamo ancora a Berlusconi. Come è drammatico che vada al potere un comico, Beppe Grillo, e abbiamo il servizio pubblico più controllato della storia senza un programma di satira sul potere”. Ma, visto che si trovava, Santoro ha colto l’occasione anche per pentirsi di avere votato a suo tempo per Virginia Raggi al Campidoglio, assicurando che non tornerà a farlo, forse disertando le urne, visto che la grillina rischia di essere confermata in un altro ballottaggio, non si sa ancora contro chi, con l’aiutino dei partiti per i quali Santoro ha di solito sempre votato prima della sbandata per la Raggi.

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Quella Via Crucis di Enrico Letta così poco promettente per il Pd

            Ironia a parte, naturalmente, non hanno poi tutti i torti quelle due donne che Enrico Letta ha appena fatto eleggere alla presidenza dei gruppi parlamentari del Pd a preoccuparsi -nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- sul tipo di Via Crucis celebrato venerdì santo dallo stesso Letta. Che, avvolto in un saio, e rigorosamente scalzo, si porta sulle spalle lungo la salita del Golgota il Conte appeso al nulla del discorso con cui ha esordito su Facebook come capo del MoVimento 5 Stelle. Le penitenti si chiedono, in particolare più la deputata Debora Serracchiani parlandone con la senatrice Simona Malpezzi, se non sia “Giuseppe”, cioè Conte, piuttosto che Enrico, cioè Letta, l’uomo destinato alla Resurrezione.

            Il rischio politico di un Pd che ha meno da guadagnare dal cantiere che il nuovo segretario si è compiaciuto di avere aperto, o ereditato da Nicola Zingaretti, col movimento pentastellato dell’eterno “garante” Beppe Grillo, c’è davvero. Lo ha esposto bene il professore Giovanni Orsina, intervistato dai giornali del gruppo Riffeser, dicendo che “Pd e nuovo movimento 5 Stelle si rubano voti a vicenda”.

Pertanto è difficile pensare che da quel cantiere possa davvero uscire una coalizione impropriamente definita di centro sinistra che, recuperando tutte le distanze accumulate nelle elezioni di ogni tipo svoltesi negli ultimi tre anni dopo quelle generali del 2018, possa vincere alle prossime consultazioni politiche contro la coalizione di centrodestra. Che, pur divisa oggi tra leghisti e forzisti da una parte, imbarcatisi nel governo di Mario Draghi, e i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni dall’altra, rimasti all’opposizione per ragioni di igiene democratica, come la stessa Meloni ha spiegato, è destinata a ripresentarsi unita al rinnovo del Parlamento, come del resto lo è al governo della maggior parte delle regioni. Non dimentichiamo questo particolare, credo, non irrilevante dello scenario politico nazionale, che rimarrà tale comunque andranno a finire nell’autunno prossimo le elezioni in programma in pur importanti città come Milano e soprattutto Roma. Dove peraltro Letta, per quanti incontri cerchi di avere dentro e fuori casa, come quello di ieri con Luigi Di Maio, non essendo evidentemente bastato il colloquio con Giuseppe Conte di qualche giorno fa a due passi dal Senato, deve ancora trovare un candidato che eviti la conferma della sindaca uscente Virginia Raggi. Che, per quanto grillina, cioè appartenente al “cantiere” accennato sopra, sarebbe una clamorosa sconfitta per il Partito Democratico. O no?

            Per quanto possa essere per lui imbarazzante ammetterlo, sia per il contenuto del titolo sia per il giornale sulla cui prima pagina è stato pubblicato, cioè La Verità di Maurizio Belpietro, di sapore indiscutibilmente leghista, e perciò indigesto per l’uomo tornato al Nazareno, il segretario del Pd sa benissimo che il Conte reduce dall’esordio come capo del movimento grillino in corso di rifondazione può ben essere definito con felice sarcasmo “il dottor Divago”. Così come non è campato in aria il titoletto del Quotidiano del Sud, sempre in prima pagina, secondo il quale “Letta è partito”, con tutti i suoi spostamenti fisici e verbali, “ma il Pd è fermo”.

            Per fortuna Mario Draghi, con l’ampia maggioranza parlamentare di cui dispone e per la sua serietà, per quanto sfottuto quotidianamente da Marco Travaglio, che se la prende con la lingua bavosa dei sostenitori del presidente del Consiglio dimenticando quella dei nostalgici del predecessore, è alla guida del governo. E può sorridere anche di chi lo insolentisce.   

Il Conte del nuovo corso grillino alla prova col caso di Del Turco

Se all’ex presidente del Consiglio, professore, avvocato ma soprattutto capo esordiente di un “suo”, “nuovo”, “rifondato”, “rigenerato” movimento 5 Stelle, o quante ne risulteranno alla fine di questo processo evolutivo, chiamiamolo così, non dispiace, o addirittura non si offende, come spero non accada, vorrei chiedere una prova dei suoi buoni propositi, pur limitati -ho paura- da quel “senza rinnegare il passato” che ha inserito nel  lungo discorso di debutto. Una formula, quest’ultima, che somiglia tanto a quel che lo stesso Conte ed altri, come il nuovo segretario del Pd Enrico Letta, rimproverano all’europeismo praticato da qualche tempo da Matteo Salvini senza rinnegare -pure lui- il passato con parole, incontri internazionali e quant’altro, alla faccia pure del suo amico, compagno di partito e ministro Giancarlo Giorgetti.

            La prova che chiedo a Conte è una direttiva, un consiglio, una raccomandazione, come preferisce lui, a chi parteciperà giovedì prossimo per conto del suo movimento alla riunione dell’Ufficio di Presidenza del Senato, con tutte le maiuscole che gli spettano, sulla vicenda del vitalizio dell’ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex segretario socialista Ottaviano Del Turco. Al quale, per quanto ammalato contemporaneamente di cancro, Parckinson e Altzeimer, praticamente in fin di vita, sono stati tolti i 5.500 e rotti euro percepiti prima dell’intervento punitivo perché condannato definitivamente a 3 anni e 11 mesi per “induzione indebita” come presidente della regione Abruzzo.

In quella veste Del Turco -è bene ricordarlo agli smemorati-  incorse in un processo procuratogli dalle accuse ritorsive di un imprenditore della sanità privata che lui aveva danneggiato facendone controllare senza sconti, diciamo così, conti e rapporti da convenzioni con gli uffici regionali.

            I millesettecento euro mensili di pensione che percepisce l’ex senatore per la sua attività sindacale, giustamente protetti da una legge dello Stato valida per tutti, anche i condannati e i detenuti,  dovrebbero bastare, e forse pure avanzare, secondo le valutazioni già espresse dall’Ufficio di Presidenza del Senato prima di riconvocarsi, a far vivere con la necessaria e costosa assistenza gli ultimi mesi o anni che restano a Del Turco.

 Ma se c’è una legge che ne tutela la pensione da sindacalista perché a Del Turco è negata la pensione di ex parlamentare che si chiama vitalizio, peraltro già ridotta dai tagli apportati a tutti i trattamenti di quel tipo per rapportarli meglio ai contributi effettivamente versati? Gli è negata per una delibera congiunta, che ne porta i nomi, dei presidenti delle Camere della scorsa legislatura, Pietro Grasso e Laura Boldrini, emessa sulla spinta della campagna anti-casta condotta dai grillini, allora peraltro ancora in minoranza in Parlamento ma già scambiati per i vendicatori di tutte le ingiustizie e di tutti i privilegi, veri o presunti che fossero, o siano ancora.

            Via, professore, avvocato, rifondatore del movimento ancora di maggioranza relativa nel Parlamento eletto nel 2018, per quanto esso  abbia perduto per strada un bel po’ di senatori e deputati, per non parlare dei punti perduti nelle varie elezioni di diverso livello svoltesi negli ultimi tre anni e dei sondaggi che spulciamo una settimana sì e l’altra pure sui vari giornali che li commissionano, dia un taglio a questa storia che francamente mi sembra coerente solo con una logica perversa, farcita di demagogia, populismo e -diciamolo pure- cattiveria. Alla quale è doveroso opporsi per un minimo sentimento di “pietà” o “umanità” non a torto invocate in questi giorni da chi sta cercando di difendere la dignità di un uomo, prima ancora di un ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex politico, e padre -non dimentichiamo neppure questo- di un figlio incaricato dall’autorità giudiziaria di amministrarne, cioè tutelarne, diritti e interessi.  

            Cerchi, professore, almeno lei, di non avere imbarazzo, diciamo così, a guardarsi nello specchio pensando a ciò che si è fatto e si vorrebbe continuare a fare contro l’inerme Del Turco. E torni a ripetere ai suoi compagni ormai di movimento, anche se non mi pare che vi sia ancora iscritto, visto che lo sta rifondando, il danno che procurano anche a chi le pronuncia le parole che ha definito “aggressive”. E anche certi gesti che le accompagnano, come quelle forbici gigantesche pur di carta sventolate davanti al Parlamento. O certe gazzarre in aula.

Qui se c’è qualcosa da tagliare davvero è -creda a me, professore- la giustizia amministrata dai politici. I quali, come ha giustamente osservato l’ex guardasigilli Claudio Martelli, riescono a fare più danni, materiali e morali, dei peggiori magistrati.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 6 aprile

Il mezzo pesce d’aprile di Conte all’esordio come capo delle 5 Stelle

            I pessimisti, i maliziosi, gli scettici, i prevenuti, gli avversari, chiamateli come volete, temevano che fosse solo il classico, puntuale pesce d’aprile il debutto di Giuseppe Conte come nuovo capo del MoVimento 5 Stelle annunciato per ieri, in collegamento Facebook con parlamentari, o portavoce, consiglieri regionali, comunali e d’ogni altro livello, simpatizzanti. No. Non è stato un pesce d’aprile. E’ stato solo un mezzo pesce d’aprile. Mezzo, perché il debutto c’è stato davvero sul piano fisico, per giunta con le modalità streaming sospese da un po’ di tempo dagli addetti ai lavori per timore di imprevisti.

 Anche se a Marcello Sorgi sulla Stampa e a quelli del Fatto, con un bel titolo giallino in prima pagina, l’ex presidente del Consiglio è apparso vestito di verde -giusto per avvalorare l’edizione ecologica del movimento, che ha permesso a Grillo di portarlo, anzi di spingerlo nel governo di Mario Draghi, con tanto di Ministero nuovo per la transizione verde, appunto- e a me che ho visto le foto comparse su tutti i giornali mi è sembrato invece  vestito del solito blu, o azzurro elettrico, a seconda della luminosità tipografica, Conte si è davvero presentato all’appuntamento serale. E stavolta con un modesto ritardo -solo  mezz’ora- rispetto alle abitudini di quando lavorava a Palazzo Chigi e faceva notte.

Si è presentato avendo alle spalle una “solida libreria” certificata sul Corriere della Sera dall’esperto e simpatico Fabrizio Roncone, e ha parlato addirittura per un’ora raccogliendo centomila like e diecimila commenti in diretta, pensate un po’: roba da far tremare i polsi anche ad uno come il portavoce ora personale dell’avvocato, l’indimenticato Rocco Casalino. Che avrà già cominciato a giocare con i suoi algoritmi per prevedere in quanti voti o percentuali elettorali possa trasformarsi l’esordio telematico dell’ex presidente del Consiglio in altra veste.

In circa un’ora di discorso sul “mio”, “nuovo”, “rifondato”, “rigenerato” movimento consegnatogli da Beppe Grillo in casco d’astronauta a Roma davanti ai ruderi dei Fori imperiali, Conte ha speso una quantità enorme di parole. Cui egli ha attribuito -testuale- un grande “potere trasformativo”, esortando quindi gli amici a cominciare ad adoperarle anche loro con giudizio, o con minore sprovvedutezza e “aggressività” del solito, visti i danni che con uso avventato della lingua sono riusciti a procurarsi, pur al governo con lui, perdendo in poco più di due anni una metà, più o meno, dei voti raccolti nelle elezioni generali del 2018, secondo i sondaggi o i risultati delle elezioni via via affrontate a livello locale o per il Parlamento europeo, nel 2019.

Ma anche con l’uso più accorto delle parole, da buon professore di diritto e avvocato che è, sia pure civilista, che usa più scrivere che parlare, come tocca invece al penalista per colpire e convincere anche emotivamente la Corte dei giudici, Conte ha finito per scivolare pure lui e per regalarci il sia pur mezzo pesce di aprile accennato all’inizio. Egli ha detto, in particolare, che il movimento dovrà farsi rifondare, rigenerare e quant’altro da lui “senza rinnegare il passato”, testualmente. E’ qui che casca l’asino pur metaforico, a mio avviso, per carità, senza volerlo dare anche fisicamente a cotanto oratore. Per non andare troppo lontano da lui, che per un po’ ci ha governato insieme, Conte ha fatto come Matteo Salvini col suo ritrovato o scoperto europeismo senza rinnegare il passato, anche rinverdendolo ogni tanto con parole e incontri.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Neppure lo spionaggio riesce più ad essere una cosa seria…

            Scusatemi, ma non riesco né a indignarmi né a preoccuparmi per questa storia di spionaggio che per qualche ora -non di più, per fortuna- ha sovrastato quella più seria della pandemia o -come ha titolato un giornale- dell’”Europa in ginocchio da Putin” per ottenere un po’ del vaccino dal nome sovietico dello Sputnik. E’ lo stesso Putin al quale, con la forza dei “bicipiti gonfi” del giovane ministro degli Esteri Luigi Di Maio ironicamente rivelatici da Mattia Feltri sulla Stampa,  abbiamo rimandato indietro due spie russe. Che a Spinaceto, senza travestirsi da preti come sarebbe avvenuto  all’ombra del Cupolone, pagavano 5000 euro l’uno i documenti digitali contenenti chissà quali e quanti segreti della Nato e  consegnati  da un capitano italiano di fregata. Da cui si spera, per il grado della sua uniforme, siano state passate solo fregature ai suoi clienti.

            Ma più dei gradi, scusatemi anche questa ironia, mi fa sorridere il cognome del capitano arrestato: Biot, Walter Biot. Che non è uno pseudonimo del celebre James Bond, d’altronde ormai fuori tempo. Delle due l’una: o è un discendente alla larga di un omonimo scienziato francese vissuto fra il 1774 e il 1862, morto quindi alla straordinaria età, per quei tempi, di 88 anni, che sono tanti anche per noi di questo 2021, o è un simulatore elettrico, essendo il BIOT, tutto maiuscolo, l’unità di misura dell’intensità di corrente elettrica pari a 10 ampere.

            Tutta questa storia che mi sembra, più che di spie vere, da vignetta del tipo di quella di Sergio Staino sulla prima pagina della Stampa, già citata per i bicipiti di Di Maio, rischia di tradursi in una boutade diplomatica e militare se fosse vera la poca rilevanza, o addirittura la inconsistenza, dei segreti venduti del resto non a caso a così buon mercato in quel di Spinaceto: poca rilevanza o inconsistenza anticipata da “ambienti” della Nato anche per le postazioni modeste di accesso dell’ufficiale italiano in difficoltà economiche, piuttosto che in crisi di coscienza politica. Se davvero le pen drive passate dal capitano di fregatura, più che di fregata, sono state un po’ farlocche, più da banchetti di Porta Portese che da spacci di spie, c’è da preoccuparsi solo per la figuraccia che rischiamo al Dipartimento di Stato, Pentagono, Casa Bianca e dintorni. Dove, secondo gli immancabili retroscenisti di casa nostra, il ministro italiano dai gonfi bicipiti avrebbe voluto mandare un segnale rasserenante di vigilanza e insieme di lealtà atlantica per dissipare i dubbi che possono procurare oltre Oceano le perduranti simpatie per i cinesi da parte di Beppe Grillo. Il cui movimento è notoriamente a pezzi, tanto da essere stato affidato a Giuseppe Conte come ad un meccanico, ma rimane ancora -ahimè- il più rappresentato, e quindi centrale, del Parlamento italiano.

            Gira e rigira, ripeto, questa storia non mi sembra seria. Non quanto, comunque, quella di non ho capito quanti milioni di mascherine fallate, e quindi fasulle, siamo riusciti ad acquistare dalla Cina, o la Cina è riuscita a rifilarci, per proteggerci dalla guerra dichiarataci e condotta spietatamente dal Covid 19  quando non c’erano ancora i vaccini. E spero che non sia un affare vero di spionaggio, cioè di sabotaggio, essendo partito il Covid da quelle parti.  

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In attesa di un rimorso improbabile di Caselli su Andreotti

Se fosse vero, come mi auguro, che la direttiva europea appena approvata alla Camera sulla presunzione d’innocenza, già stabilita del resto nella nostra Costituzione almeno a parole, dovrà tradursi, come ha detto il deputato Enrico Costa contestando la versione minimalistica datane dai grillini, segnerà la fine dei processi mediatici, delle conferenze stampa dei pubblici ministeri e dei nomi dati enfaticamente a certe indagini, come le famose “mani pulite” di una trentina d’anni fa contro tutte le mani presuntivamente sporche dei politici che capitavano sotto tiro; se fosse vero tutto questo, ripeto, dovrei tirare finalmente un sospiro di sollievo. E non unirmi allo scetticismo di chi ha già dubitato che la direttiva, per quanti sforzi si possano attendere da una ministra della Giustizia garantista come Marta Cartabia, non si tradurrà mai, o si tradurrà chissà quando, in qualche disposizione concreta che punisca i recidivi. I quali vanno intesi naturalmente come magistrati votati, destinati e quan’altro a proseguire in certe abitudini. Ma temo di non farcela a coltivare l’ottimismo della volontà piuttosto che il pessimismo della ragione, come pure esortava a fare lo sfortunato Antonio Gramsci.

            Nel mio pessimismo della ragione fatico anche a immaginare, di fronte al voto della Camera e ciò che ne potrà seguire, il rimorso di qualcuno dei magistrati appena glorificati sulle prime pagine di molti giornali nella pregustazione della condanna degli imputati a carico dei quali si è appena aperto un processo santificato anche dalle telecamere della televisione di Stato. Non faccio nomi perché anche in questo caso, come in altri qui lamentati, non è problema di nomi ma di metodo, essendosi già viste e sentite storie del genere di quelle denunciate e ottimisticamente date per finite dal deputato Costa.

            Un nome però permettetemi di farlo per lamentarmi di certe pratiche non proprio compatibili con la direttiva europea, in particolare con quella parte in cui si vieta di considerare colpevole una persona sulla quale sono state espresse nelle competenti sedi “decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza”. Ne faccio il nome- che è quello di Gian Carlo Caselli- per la grande stima che ne ho, a parte il dissenso su ciò che tornerò fra poco a contestargli, e per il coraggio col quale egli ha trattato nell’esercizio delle sue funzioni fenomeni terribili come il terrorismo prima e la mafia poi.

            Ebbene, da Caselli mi aspetto prima o poi, proprio per la stima che gli confermo, un po’ di rimorso per l’insistenza con la quale -polemizzando con chiunque parlasse o scrivesse dell’assoluzione definitiva, in Cassazione, di Giulio Andreotti dai reati di mafia contestatigli, a dispetto anche di quel decreto legge a rischio di illegittimità costituzionale con cui aveva rimandato in galera mafiosi che ne erano usciti per cosiddetta decorrenza dei termini della loro custodia “cautelare”- ha tante volte sostenuto la colpevolezza, invece, dell’ex presidente del Consiglio. Il quale sarebbe stato assolto solo per i fatti successivi -se non ricordo male- al 1980, risultando provati, secondo lui, ma prescritti i fatti o i rapporti precedenti con esponenti della mafia.

            Mi è dispiaciuto, ripeto, per la stima che ho di Caselli e non solo per essere stato fra i giornalisti con i quali lui ha polemizzato, ch’egli abbia continuato a sostenere la tesi dell’assoluzione praticamente a metà anche dopo che gli avvocati difensori dell’ancor vivo ex imputato gli risposero educatamente una volta riportando un virgolettato della voluminosa sentenza della Cassazione. In esso si riconosceva pari credibilità, cioè nulla ai fini di un giudizio finale, sia a una lettura colpevolista dei fatti e rapporti antecedenti il 1980 sia a quella innocentista.

            Ricordo con rammarico, a dir poco, il rifiuto oppostomi dal direttore del giornale sul quale si era svolta la polemica con l’ex capo della Procura di Palermo alla richiesta di replicare ai suoi ragionamenti con quel richiamo degli avvocati di Andreotti, che erano notoriamente Franco Coppi e Giulia Buongiorno. Quel rifiuto mi fu motivato pressappoco così: non voglio chiudere questa polemica senza lasciare l’ultima parola a Caselli, cui però, negando la mia risposta, egli curiosamente non concedeva neppure la replica. Alla quale certamente io non mi sarei opposto sia per ragioni di stile sia per il rispetto dovuto alle competenze contrattuali e morali del direttore.

            Ora, a distanza di anni dall’accaduto, grazie alla correttezza, e al nome stesso della testata del Dubbio,  e del suo direttore, e infine all’attualità della questione riproposta dalla direttiva europea sulla presunzione di innocenza, voglio sperare di vedere finalmente Caselli smetterla di sostenere l’assoluzione solo a metà della buonanima di Andreotti. Che peraltro, proprio da buonanima non può proprio fisicamente difendersi, temo neppure in una seduta spiritica. Di  cui, del resto, non sono un esperto o solo casuale partecipe, come capitò invece a Romano Prodi durante il sequestro di Aldo Moro.

Pubblicato sul Dubbio

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