In attesa di un rimorso improbabile di Caselli su Andreotti

Se fosse vero, come mi auguro, che la direttiva europea appena approvata alla Camera sulla presunzione d’innocenza, già stabilita del resto nella nostra Costituzione almeno a parole, dovrà tradursi, come ha detto il deputato Enrico Costa contestando la versione minimalistica datane dai grillini, segnerà la fine dei processi mediatici, delle conferenze stampa dei pubblici ministeri e dei nomi dati enfaticamente a certe indagini, come le famose “mani pulite” di una trentina d’anni fa contro tutte le mani presuntivamente sporche dei politici che capitavano sotto tiro; se fosse vero tutto questo, ripeto, dovrei tirare finalmente un sospiro di sollievo. E non unirmi allo scetticismo di chi ha già dubitato che la direttiva, per quanti sforzi si possano attendere da una ministra della Giustizia garantista come Marta Cartabia, non si tradurrà mai, o si tradurrà chissà quando, in qualche disposizione concreta che punisca i recidivi. I quali vanno intesi naturalmente come magistrati votati, destinati e quan’altro a proseguire in certe abitudini. Ma temo di non farcela a coltivare l’ottimismo della volontà piuttosto che il pessimismo della ragione, come pure esortava a fare lo sfortunato Antonio Gramsci.

            Nel mio pessimismo della ragione fatico anche a immaginare, di fronte al voto della Camera e ciò che ne potrà seguire, il rimorso di qualcuno dei magistrati appena glorificati sulle prime pagine di molti giornali nella pregustazione della condanna degli imputati a carico dei quali si è appena aperto un processo santificato anche dalle telecamere della televisione di Stato. Non faccio nomi perché anche in questo caso, come in altri qui lamentati, non è problema di nomi ma di metodo, essendosi già viste e sentite storie del genere di quelle denunciate e ottimisticamente date per finite dal deputato Costa.

            Un nome però permettetemi di farlo per lamentarmi di certe pratiche non proprio compatibili con la direttiva europea, in particolare con quella parte in cui si vieta di considerare colpevole una persona sulla quale sono state espresse nelle competenti sedi “decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza”. Ne faccio il nome- che è quello di Gian Carlo Caselli- per la grande stima che ne ho, a parte il dissenso su ciò che tornerò fra poco a contestargli, e per il coraggio col quale egli ha trattato nell’esercizio delle sue funzioni fenomeni terribili come il terrorismo prima e la mafia poi.

            Ebbene, da Caselli mi aspetto prima o poi, proprio per la stima che gli confermo, un po’ di rimorso per l’insistenza con la quale -polemizzando con chiunque parlasse o scrivesse dell’assoluzione definitiva, in Cassazione, di Giulio Andreotti dai reati di mafia contestatigli, a dispetto anche di quel decreto legge a rischio di illegittimità costituzionale con cui aveva rimandato in galera mafiosi che ne erano usciti per cosiddetta decorrenza dei termini della loro custodia “cautelare”- ha tante volte sostenuto la colpevolezza, invece, dell’ex presidente del Consiglio. Il quale sarebbe stato assolto solo per i fatti successivi -se non ricordo male- al 1980, risultando provati, secondo lui, ma prescritti i fatti o i rapporti precedenti con esponenti della mafia.

            Mi è dispiaciuto, ripeto, per la stima che ho di Caselli e non solo per essere stato fra i giornalisti con i quali lui ha polemizzato, ch’egli abbia continuato a sostenere la tesi dell’assoluzione praticamente a metà anche dopo che gli avvocati difensori dell’ancor vivo ex imputato gli risposero educatamente una volta riportando un virgolettato della voluminosa sentenza della Cassazione. In esso si riconosceva pari credibilità, cioè nulla ai fini di un giudizio finale, sia a una lettura colpevolista dei fatti e rapporti antecedenti il 1980 sia a quella innocentista.

            Ricordo con rammarico, a dir poco, il rifiuto oppostomi dal direttore del giornale sul quale si era svolta la polemica con l’ex capo della Procura di Palermo alla richiesta di replicare ai suoi ragionamenti con quel richiamo degli avvocati di Andreotti, che erano notoriamente Franco Coppi e Giulia Buongiorno. Quel rifiuto mi fu motivato pressappoco così: non voglio chiudere questa polemica senza lasciare l’ultima parola a Caselli, cui però, negando la mia risposta, egli curiosamente non concedeva neppure la replica. Alla quale certamente io non mi sarei opposto sia per ragioni di stile sia per il rispetto dovuto alle competenze contrattuali e morali del direttore.

            Ora, a distanza di anni dall’accaduto, grazie alla correttezza, e al nome stesso della testata del Dubbio,  e del suo direttore, e infine all’attualità della questione riproposta dalla direttiva europea sulla presunzione di innocenza, voglio sperare di vedere finalmente Caselli smetterla di sostenere l’assoluzione solo a metà della buonanima di Andreotti. Che peraltro, proprio da buonanima non può proprio fisicamente difendersi, temo neppure in una seduta spiritica. Di  cui, del resto, non sono un esperto o solo casuale partecipe, come capitò invece a Romano Prodi durante il sequestro di Aldo Moro.

Pubblicato sul Dubbio

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