Il Conte del nuovo corso grillino alla prova col caso di Del Turco

Se all’ex presidente del Consiglio, professore, avvocato ma soprattutto capo esordiente di un “suo”, “nuovo”, “rifondato”, “rigenerato” movimento 5 Stelle, o quante ne risulteranno alla fine di questo processo evolutivo, chiamiamolo così, non dispiace, o addirittura non si offende, come spero non accada, vorrei chiedere una prova dei suoi buoni propositi, pur limitati -ho paura- da quel “senza rinnegare il passato” che ha inserito nel  lungo discorso di debutto. Una formula, quest’ultima, che somiglia tanto a quel che lo stesso Conte ed altri, come il nuovo segretario del Pd Enrico Letta, rimproverano all’europeismo praticato da qualche tempo da Matteo Salvini senza rinnegare -pure lui- il passato con parole, incontri internazionali e quant’altro, alla faccia pure del suo amico, compagno di partito e ministro Giancarlo Giorgetti.

            La prova che chiedo a Conte è una direttiva, un consiglio, una raccomandazione, come preferisce lui, a chi parteciperà giovedì prossimo per conto del suo movimento alla riunione dell’Ufficio di Presidenza del Senato, con tutte le maiuscole che gli spettano, sulla vicenda del vitalizio dell’ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex segretario socialista Ottaviano Del Turco. Al quale, per quanto ammalato contemporaneamente di cancro, Parckinson e Altzeimer, praticamente in fin di vita, sono stati tolti i 5.500 e rotti euro percepiti prima dell’intervento punitivo perché condannato definitivamente a 3 anni e 11 mesi per “induzione indebita” come presidente della regione Abruzzo.

In quella veste Del Turco -è bene ricordarlo agli smemorati-  incorse in un processo procuratogli dalle accuse ritorsive di un imprenditore della sanità privata che lui aveva danneggiato facendone controllare senza sconti, diciamo così, conti e rapporti da convenzioni con gli uffici regionali.

            I millesettecento euro mensili di pensione che percepisce l’ex senatore per la sua attività sindacale, giustamente protetti da una legge dello Stato valida per tutti, anche i condannati e i detenuti,  dovrebbero bastare, e forse pure avanzare, secondo le valutazioni già espresse dall’Ufficio di Presidenza del Senato prima di riconvocarsi, a far vivere con la necessaria e costosa assistenza gli ultimi mesi o anni che restano a Del Turco.

 Ma se c’è una legge che ne tutela la pensione da sindacalista perché a Del Turco è negata la pensione di ex parlamentare che si chiama vitalizio, peraltro già ridotta dai tagli apportati a tutti i trattamenti di quel tipo per rapportarli meglio ai contributi effettivamente versati? Gli è negata per una delibera congiunta, che ne porta i nomi, dei presidenti delle Camere della scorsa legislatura, Pietro Grasso e Laura Boldrini, emessa sulla spinta della campagna anti-casta condotta dai grillini, allora peraltro ancora in minoranza in Parlamento ma già scambiati per i vendicatori di tutte le ingiustizie e di tutti i privilegi, veri o presunti che fossero, o siano ancora.

            Via, professore, avvocato, rifondatore del movimento ancora di maggioranza relativa nel Parlamento eletto nel 2018, per quanto esso  abbia perduto per strada un bel po’ di senatori e deputati, per non parlare dei punti perduti nelle varie elezioni di diverso livello svoltesi negli ultimi tre anni e dei sondaggi che spulciamo una settimana sì e l’altra pure sui vari giornali che li commissionano, dia un taglio a questa storia che francamente mi sembra coerente solo con una logica perversa, farcita di demagogia, populismo e -diciamolo pure- cattiveria. Alla quale è doveroso opporsi per un minimo sentimento di “pietà” o “umanità” non a torto invocate in questi giorni da chi sta cercando di difendere la dignità di un uomo, prima ancora di un ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex politico, e padre -non dimentichiamo neppure questo- di un figlio incaricato dall’autorità giudiziaria di amministrarne, cioè tutelarne, diritti e interessi.  

            Cerchi, professore, almeno lei, di non avere imbarazzo, diciamo così, a guardarsi nello specchio pensando a ciò che si è fatto e si vorrebbe continuare a fare contro l’inerme Del Turco. E torni a ripetere ai suoi compagni ormai di movimento, anche se non mi pare che vi sia ancora iscritto, visto che lo sta rifondando, il danno che procurano anche a chi le pronuncia le parole che ha definito “aggressive”. E anche certi gesti che le accompagnano, come quelle forbici gigantesche pur di carta sventolate davanti al Parlamento. O certe gazzarre in aula.

Qui se c’è qualcosa da tagliare davvero è -creda a me, professore- la giustizia amministrata dai politici. I quali, come ha giustamente osservato l’ex guardasigilli Claudio Martelli, riescono a fare più danni, materiali e morali, dei peggiori magistrati.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 6 aprile

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